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Lavori socialmente utili Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Letizia   

Lavori socialmente utili,
lavoro nel Mezzogiorno

 

Gli LSU (lavori socialmente utili) sono ormai in scadenza: 104.000 lavoratori, 70.000 solo al Sud, fuoriusciti già una volta dalla produzione, in età già allora (3 anni fa) "avanzata" per essere reinseriti nel mercato del lavoro, nel frattempo resosi sempre più spietato, ma ancora giovani per andare in pensione, secondo la riforma del sistema previdenziale.

Su questi lavoratori grava dunque il peso di tutte le politiche di risanamento e di ristrutturazione aziendale di questi ultimi anni, il cui connotato antipopolare è dimostrato dal fatto che siano essi i primi a pagarne il prezzo.

 


 

Questi lavoratori, in agitazione già da novembre scorso, chiedono anzitutto la possibilità di entrare stabilmente nelle piante organiche degli enti pubblici che li hanno utilizzati finora, sottopagandoli e risparmiando così fior di miliardi.

Chiedono inoltre la formazione di società miste e municipalizzate alle quali gli enti locali dovranno affidare tutti i loro servizi; agevolazioni per andare in pensione; il rifinanziamento del Fondo per l’Occupazione. Molti di essi infine, convinti della possibilità (reale) di rimanere esclusi anche da questo percorso, il diritto al salario minimo garantito.

Il terreno dello scontro è allora chiaro: il progetto di risanamento complessivo a cui facevo riferimento e le politiche clientelari, se non le vere ruberie, con cui a livello locale si gestiscono posti di lavoro e appalti.

Queste sono occasioni di lavoro ed obiettivi di lotta comuni a tutto il movimento, LSU, disoccupati e lavoratori in mobilità i cui destini si incrociano proprio nelle risorse, per ora insufficienti del Fondo.

I compagni di Marcianise, il mio paese centro industriale del Mezzogiorno alle porte di Caserta, hanno cominciato ad intessere rapporti con gli LSU locali (188) fin dalle origini della loro agitazione: abbiamo passato informazioni e partecipato alla costruzione del loro coordinamento e dei loro obiettivi sul piano locale.

Attualmente lo scontro si è spostato nel sindacato, che i lavoratori arrabbiati, grazie anche alla "provocatoria" presenza di alcuni nostri militanti alle loro riunioni di delegati, trascineranno venerdì 27 febbraio ad uno sciopero provinciale, privo però di una vera piattaforma di lotta e di un nemico da combattere: soprattutto il sindacato non ha alcuna intenzione di lavorare per unificare tutti i soggetti interessati al discorso dei lavori socialmente utili, anzi tiene costantemente fuori i lavoratori in mobilità ed i disoccupati agitandone lo spauracchio di fronte agli LSU, nello stile del "non lamentatevi c’è chi sta peggio", quando questi manifestano volontà di lotta poco "concertative".

Ed è per questo che abbiamo dato vita ad un comitato disoccupati, per ora un nucleo di una quindicina di disoccupati reali più qualche studente, ma con prospettive serie di allargamento con obiettivi territoriali e più ampi come le 35 ore, la fine dello straordinario ed il salario garantito.

Con il comitato abbiamo partecipato alla manifestazione di lunedì 23 a Napoli, che aveva l’obiettivo principale, in parte avviato, di unificare le realtà in lotta a livello regionale e parteciperemo allo sciopero di venerdì.

Una situazione incandescente, in continuo sviluppo di cui ho voluto dare qualche elemento, un breve rendiconto di quello che sarà il primo fronte di lotta del 1998 e l’esperienza di un gruppo di giovani compagni che in queste condizioni oggettive di movimento si stanno cimentando.

E il partito? Molti compagni sono presenti tra lavoratori e disoccupati in diverse situazioni: ma il loro impegno non può essere speso completamente perché militano nel partito che ha contribuito a rendere ancora più incerto il futuro degli LSU che soprattutto non si è dimostrato in grado di assumere tutte le loro rivendicazioni, fornendo ad essi la sponda politica e le presenza fisica con la quale costringere il sindacato a posizioni meno morbide e formali.

 



 
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