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Donne - Belle o brutte, sfruttate o stuprate… ma sempre al lavoro! Stampa E-mail
Scritto da Sonia Previato   
Berlusconi decanta la bellezza delle donne italiane, l’esercito tutto si dispiega a loro tutela, Sacconi non poteva essere da meno: ha deciso di fare sua una battaglia di progresso sociale per l’emancipazione delle donne dal loro ruolo di “angelo del focolare”, facendole lavorare obbligatoriamente fino a 65 anni.

Il casus belli è una sentenza della Corte di Giustizia europea che intima il sistema pensionistico pubblico (considerato “professionale” rispetto a quello “generale”, e dunque pare, per ora, accettabile, del sistema privato) ad equiparare i trattamenti fra uomini e donne, avendo oggi solo le donne la facoltà di accedere alla pensione di vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini.

Verrebbe da dire: se bisogna equiparare, basterebbe garantire questa facoltà anche agli uomini e saremmo tutti a posto.

Ma, come la stessa Carfagna ci ha confessato sul Corriere del 15 gennaio scorso, innalzare alle donne dell’impiego pubblico l’obbligo di pensionamento a 65 anni, farrebbe risparmiare alle casse  dello Stato 250milioni di euro ogni anno. Ecco svelato l’arcano! Addirittura fra le misure in discussione per rispondere alla sentenza europea ci sarebbe la proposta di un’innalzamento graduale per tutti, flessibile fra i 62 e 67 anni! Non vi dico che risparmio…

Ma l’arcano, siccome deve essere tale, viene sepolto da una fetida propaganda sui nobili intenti del governo il quale è moderno ed è vicino alla donna moderna che lavora, la quale esige parità di trattamento. Ci domandiamo tutti come mai i novelli campioni femministi hanno abolito, con gran plauso confindustriale, la legge 188 che tutelava le donne dai licenziamenti mascherati (il famoso foglio di dimissioni firmato all’atto dell’assunzione e presentato al momento opportuno in caso di maternità).

Le ministre ombre del Pd, Vittoria Franco per le pari opportunità e Linda Lanzillotta per la funzione pubblica, sono già prostrate: “aumentare l’età pensionabile delle donne non è un tabù, bensì un tema di ampio confronto”. La Franco ha addirittura sfidato il ministro ad adottare misure a favore dell’occupazione femminile e della famiglia in cambio dell’accettazione dell’innalzamento dell’età pensionabile. D’altra parte è noto che l’opposizione parlamentare a questo governo non esiste.

Tocca a noi comunisti rimboccarci le maniche e dire chiaro e tondo come stanno le cose, ovvero la parità fra i sessi non esite.

1. le “donne moderne” occupate in Italia sono il 47,2% del totale della popolazione attiva, con punte più alte al nord, in Lombardia sono occupate il 57% delle donne e abissi drammatici al sud, in Campania solo il 27%. Siamo al 15° posto in Europa, dietro la Grecia, in Germania le donne occupate sono il 59,6%, su una media europea (dei 25 paesi) del 56,3%. Siamo proprio lontanucci. Ma perché ci sono così poche donne che lavorano? Perché ad un certo punto della loro età, l’essere proprietarie di un utero diventa un condizionamento nelle loro scelte di vita: si sposano, hanno figli e se non esistono servizi sociali che si sobbarcano gran parte del lavoro di cura, non riescono a proseguire l’attività lavorativa.

2. la retribuzione media delle donne lavoratrici è mediamente più bassa del 23% rispetto a quella degli uomini. La differenziazione retributiva non a caso inzia proprio dai 30-35 anni e nella fascia di età fra i 35 e i 40 anni arriva anche al 50%. Il 20% delle donne dopo il primo figlio lascia il lavoro e il 60% di loro fra i 35 e i 44 anni riduce il suo orario per curare i figli minori, tutto questo ha un effetto sulla qualità del lavoro e sull’entità delle retribuzioni.

3. la “donna moderna” se vuole continuare la sua attività lavorativa, magari con qualche soddisfazione, deve rinunciare alla vita personale (niente relazioni stabili, niente figli): ben il 43,1% delle donne al lavoro con mansioni di responsabilità è senza figli. Fra gli uomini questa percentuale scende al 13,9%, anzi, il 57% di loro ha più di un figlio.

La ministra Carfagna ci dice che i risparmi derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile andranno a finanziare aiuti alle famiglie e alla maternità.

Nossignora: basta elemosina, basta bonus e tessere per i poveri!

Una condizione sociale così compromessa può recuperarsi  solo con la ricostruzione di uno stato sociale universalistico, attraverso la certezza del diritto, la tutela della dignità di ogni individuo, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla religione e dalla razza.

Le donne di Rifondazione Comunista come donne della sinistra politica, sindacale e di movimento hanno promosso un documento comune contro l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne e a sostegno dei diritti e servizi sociali.  È necessario sostenere questa battaglia e ampliare il più possibile il dibattito e il conflitto contro questo nuovo obbrobrio governativo.

4 febbraio 2009


 
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