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La crisi la paghino i padroni!
La crisi globale del capitalismo è qualcosa che nessuno può ignorare.
Gli economisti appena ieri ci rassicuravano che un nuovo 1929 sarebbe
stato impossibile. Ora si parla della minaccia di una nuova grande
depressione.
Il Fondo
monetario internazionale (FMI) mette in guardia sul rischio consistente di una
recessione economica protratta su scala mondiale. Ciò che è iniziato come un
crollo dei mercati finanziari negli Stati Uniti ora si diffonde nell’economia
reale, minacciando posti di lavoro, la casa e la vita di milioni di persone.
Il panico
assale i mercati. Richard Fuld, ex capo di Lehman Brothers, ha detto al
Congresso americano che la sua banca è stata spazzata via da una “tempesta di
paura”; questa tempesta non accenna a placarsi. Non solo banche, ma intere
nazioni sono sull’orlo della bancarotta, come dimostra il caso dell’Islanda.
L’Asia era vista come la salvezza dalla recessione per il mondo, ma i mercati
asiatici sono trascinati nel gorgo più generale. Crolli repentini si registrano
quotidianamente da Tokyo a Shanghai, da Mosca a Hong Kong.
È il
maggior crollo finanziario dal 1929. E come il grande crollo del 1929, è stato
preceduto da una massiccia speculazione. Le dimensioni di questa speculazione
negli ultimi vent’anni non hanno precedenti. La capitalizzazione del mercato
borsistico americano è salita da 5.400 miliardi di dollari nel 1994 a 17.700
miliardi nel 1999, fino a 35.000 miliardi nel 2007. Ciò rappresenta una massa
di capitale speculativo ben maggiore di quello creatosi prima del 1929. Il
mercato mondiale dei derivati supera i 500.000 miliardi di dollari, dieci volte
la produzione mondiale di beni e servizi.
Negli anni
del boom, quando i banchieri riuscivano ad accumulare ricchezze incalcolabili,
non si parlava di suddividere i profitti con il resto della società. Ora che
sono in difficoltà, corrono dai governi a chiedere soldi. Un giocatore
d’azzardo compulsivo che ha preso in prestito mille dollari e li ha persi e non
può restituirli viene mandato in carcere, ma un banchiere miliardario che ha
giocato e perso miliardi di dollari di altre persone non va in prigione, si
vede restituire miliardi dal governo con i soldi degli altri.
Di fronte
al rischio di un crollo totale del sistema bancario, i governi adottano misure
disperate. L’amministrazione Bush ha versato 700 miliardi di dollari nei
forzieri delle banche nel tentativo frenetico di ridare vita al sistema
finanziario moribondo. La somma equivale a 2.400 dollari per ogni uomo, donna e
bambino degli Stati Uniti. Il governo britannico ha annunciato un piano di
salvataggio di 400 miliardi di sterline (in proporzione ben più grande di
quello americano), e l’Unione europea ha aggiunto altre centinaia di miliardi.
Il piano di salvataggio tedesco equivale al 20% del Pil della maggiore economia
europea. Il governo della Merkel ha usato 80 miliardi per ricapitalizzare le
banche più colpite, mentre il resto è servito a garantire i prestiti e le perdite.
Finora circa 2.500 miliardi di dollari sono già stati spesi a livello mondiale
eppure ciò non ha frenato la caduta.
Misure disperate
Questa
crisi è ben lontana dalla fine. Non sarà fermata dalle misure prese dai governi
e dai banchieri centrali. Elargendo enormi somme di denaro alle banche,
concederanno un attimo di respiro, alleviando la crisi in modo marginale a
costo tuttavia di creare un colossale debito per le future generazioni. Ogni
economista serio sa che i mercati devono ancora scendere molto.
Per certi
versi, questa situazione è anche peggio di quella degli anni ’30. L’ondata
massiccia di speculazione che ha preceduto la crisi finanziaria e l’ha
preparata è molte volte maggiore di quella che ha scatenato il crack del ’29.
La quantità di capitale fittizio che è stato immesso nel sistema finanziario
mondiale, e che costituisce un veleno che minaccia di farlo a pezzi, è così
vasta che nessuno può quantificarla. La necessaria “correzione” (per usare
l’eufemismo caro agli economisti) sarà dunque ben più dolorosa e duratura.
Negli anni
Trenta, gli Stati Uniti erano i principali creditori mondiali mentre ora sono i
principali debitori a livello internazionale. Ai tempi del New Deal, mentre
cercava di rianimare l’economia americana dalla depressione, Roosevelt aveva a
disposizione molte risorse. Oggi, Bush deve mendicare a un parlamento
riluttante soldi che nemmeno ci sono. L’approvazione della donazione di 700
miliardi di dollari al grande capitale significa un brusco aumento del debito
statale. Ciò a sua volta significherà un lungo periodo di austerità e tagli al
tenore di vita di milioni di cittadini americani.
Questi
provvedimenti presi in fretta e furia non eviteranno la crisi, che è appena
cominciata. Allo stesso modo, il New Deal di Roosevelt, contrariamente
all’opinione comune, non fermò la grande depressione. L’economia statunitense
rimase depressa fino al 1941, quando gli Stati Uniti entrarono nella seconda
guerra mondiale e le enormi spese militari eliminarono la disoccupazione. Ci
troviamo di nuovo di fronte a un prolungato periodo di riduzione dei tenori di
vita, chiusura di aziende, riduzioni salariali, tagli alle spese sociali e
austerità generale.
I
capitalisti si trovano in un vicolo cieco e non vedono vie d’uscita. Tutti i
partiti tradizionali rimangono incerti, paralizzati sul da farsi. Bush ha detto
al mondo che “ci vorrà un po’ ” perché il suo piano di salvataggio finanziario
funzioni. Nel frattempo, altre aziende falliranno, altre persone verranno
licenziate, altre nazioni verranno rovinate. La crisi creditizia sta
cominciando a strangolare aziende altrimenti sane. Impossibilitate a
raccogliere capitale, le aziende devono tagliare gli investimenti fissi, poi il
capitale circolante e alla fine l’occupazione.
Gli
imprenditori stanno implorando governi e banche centrali di tagliare i tassi.
Ma in queste circostanze non sarà sufficiente. Il taglio coordinato di mezzo
punto di qualche tempo fa è stato seguito da forti cali sui mercati azionari.
Gli scombussolamenti nei mercati non si risolveranno per i tagli dei tassi da
parte delle banche centrali. Di fronte alla recessione mondiale, nessuno vuole
comprare azioni, nessuno vuole fare prestiti. Le banche non fanno più credito
perché non si fidano di riavere il denaro. Tutto il sistema è minacciato dalla
paralisi.
Nonostante
gli sforzi coordinati delle banche centrali per immettere denaro nel sistema, i
mercati del credito rimangono ostinatamente congelati. Il governo inglese ha
fatto un regalo di oltre 400 miliardi di sterline ai banchieri. La reazione è
stata la caduta della Borsa. Il tasso d’interesse sul mercato interbancario in
effetti è aumentato dopo l’annuncio della donazione e del taglio di mezzo punto
dei tassi da parte della Bank of England. Per lo più, questi tagli non hanno un
effetto sui tassi che vengono praticati ai clienti da parte delle banche.
Queste misure non hanno risolto la crisi ma hanno solo regalato soldi alla
stessa gente impegnata nelle attività speculative che, se non ha creato la
crisi, l’ha notevolmente aumentata e le ha dato un carattere convulso e
incontrollabile.
I banchieri non perdono mai
Una volta,
i banchieri erano persone rispettabili in abiti scuri, considerati un modello
di responsabilità, che sottoponevano le persone a un attento esame prima di
prestargli del denaro. Tutto questo è cambiato nell’ultimo periodo. Con bassi
tassi d’interesse e liquidità in abbondanza, i banchieri hanno gettato la
cautela dalla finestra, prestando miliardi con garanzie molto basse a persone
che si sono trovate nell’impossibilità di ripagare i prestiti quando i tassi
d’interesse hanno cominciato a salire. Il risultato è stata la crisi dei mutui sub-prime che ha contribuito a
destabilizzare tutto il sistema finanziario.
I governi
e le banche centrali si sono messi d’accordo per alimentare il fuoco della
speculazione al fine di evitare una recessione. Sotto Alan Greenspan, la
Federal Reserve ha mantenuto i tassi molto bassi. Questa politica era
applaudita e considerata molto saggia. Invece significava rimandare nel tempo i
giorni brutti, rendendo la crisi mille volte peggiore quando alla fine è
arrivata. Soldi a buon mercato hanno permesso ai banchieri di lasciarsi andare
a un’orgia di speculazione. Le persone prendevano a prestito per investire in
immobili o comprare beni; gli investitori usavano debiti a basso costo per
investire in titoli ad alto rendimento o prendevano a prestito usando come
garanzia altri investimenti; i prestiti delle banche hanno superato i depositi
della clientela a un livello mai visto e molti titoli di dubbia qualità
venivano nascosti mantenendoli “fuori bilancio”.
Ora tutto
questo si è trasformato nel suo contrario. Tutti i fattori che spingevano
l’economia verso l’alto si stanno combinando per creare una spirale
discendente. Si richiede il saldo dei debiti e la mancanza di credito minaccia
di far finire l’economia contro un muro. Se un lavoratore combina un guiao al
lavoro, lo licenziano. Ma quando un banchiere fa esplodere l’intero sistema
finanziario, pretende anche una gratifica. Questi signori in giacca e cravatta
che hanno ammassato ricchezze speculando col denaro degli altri ora pretendono
che i contribuenti li salvino. È una logica davvero strana, che gran parte
delle persone trova difficile da capire.
Negli anni
del boom il settore bancario e finanziario è stato molto redditizio. Nel 2006,
le grandi banche hanno prodotto il 40% dei profitti di tutte le aziende
americane. È un settore in cui i top manager percepiscono un salario 344 volte
più alto del lavoratore medio negli Stati Uniti. Trent’anni fa, questa
differenza era 35 a 1. L’anno scorso il CEO (amministratore delegato) medio
delle principali 500 aziende quotate ha preso 10,5 milioni di dollari di
“compensi”.
I
banchieri vorrebbero che ci dimenticassimo di tutto questo e ci concentrassimo
sulla necessità urgente di salvare le banche. Tutti i bisogni impellenti della
società vanno messi da parte e le ricchezze sociali devono essere tutte messe a
disposizione dei banchieri, i cui servizi si suppone che siano per la società
assai più importanti di quelli di infermieri, dottori, insegnanti, lavoratori
edili. I governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti hanno speso in una
settimana ciò che sarebbe bastato per eliminare la fame nel mondo per quasi 50
anni. Mentre milioni di persone muoiono di fame, i banchieri continuano a
ricevere i loro stipendi favolosi, le loro gratifiche e continuano la loro vita
lussuosa a spese pubbliche. La crisi per loro non fa differenza.
“Nell’interesse di tutti”?
Gran parte
della gente non è convinta dalle argomentazioni dei banchieri e dei politici.
Provano fastidio e rabbia per il fatto che soldi frutto di sacrifici vengano
regalati ai banchieri e ai ricchi. Ma quando sollevano qualche obiezione arriva
subito un coro assordante di politici che spiega che non ci sono alternative.
Questo argomento è ripetuto così spesso e con tale insistenza che azzittisce la
maggior parte dei critici, anche perché tutti i partiti sembrano d’accordo su
questo.
Democratici
e repubblicani, socialdemocratici e democristiani, conservatori e laburisti,
tutti hanno unito le forze in una vera e propria cospirazione atta a convincere
il pubblico che “è nell’interesse di tutti” che i lavoratori debbano essere
derubati per dare soldi nelle mani di questi gangster aziendali. “Ci serve un
sistema bancario in salute (cioè che produca profitti)” gridano, “dobbiamo
riportare la fiducia altrimenti domattina ci sarà l’Apocalisse”.
Questo
tipo di argomenti serve a generare un atmosfera di paura e di panico, in modo
da rendere impossibile una discussione razionale. Ma qual è la base di questa
posizione? Spogliata di tutti i fronzoli, significa solo che siccome le banche
sono dei ricchi e siccome i ricchi “rischieranno” i propri soldi solo per un
elevato tasso di profitto, e siccome al momento non stanno facendo affatto
profitti, ma piuttosto perdite, il governo deve intervenire e mettere a
disposizione grandi quantità di denaro per riportare i profitti e dunque la
fiducia. Poi tutto andrà bene.
Il celebre
economista americano John Kenneth Galbraith sintetizzò questa posizione così:
“i poveri hanno troppi soldi e i ricchi non ne hanno abbastanza”. L’idea è che
se i ricchi se la passano bene, allora nel lungo periodo la ricchezza pervaderà
tutta la società e tutti ne trarranno beneficio. Ma come osservò Keynes, nel lungo
periodo siamo tutti morti. Inoltre, questa teoria si è dimostrata falsa nella
pratica.
Argomentare
che è assolutamente necessario pompare vaste somme di denaro pubblico nelle
banche perché altrimenti arriverà la catastrofe non convince i lavoratori e le
lavoratrici. Chiedono semplicemente: perché dovremmo pagare per gli errori dei
banchieri? Si sono cacciati in questo macello e devono sbrigarsela da soli.
Oltre a una forte perdita di posti di lavoro nel settore finanziario e dei
servizi, la crisi bancaria colpirà i livelli di vita in altri modi. Lo
sconquasso dei mercati ha portato al crollo delle Borse devastando i risparmi
di lavoratori e piccola borghesia.
Finora, i
piani integrativi pensionistici degli americani hanno perso 2.000 miliardi di
dollari. Ciò significa che gente che ha lavorato sodo tutta la vita, per
risparmiare nella speranza di vivere con un po’ di tranquillità in pensione,
ora deve cancellare tutti i piani e ritardare il pensionamento. Più della metà
degli intervistati in un recente sondaggio diceva di essere preoccupata di
dover lavorare di più perché il valore della pensione integrativa era crollato
e quasi un quarto ha aumentato le ore lavorate.
Molte
persone sono sbattute fuori di casa. Se una famiglia perde la casa la si accusa
di non essere stata capace di fare investimenti oculati. Le leggi ferree del
mercato e la “sopravvivenza del migliore” la condannano a vivere sotto i ponti.
È un fatto privato, non riguarda il governo. Ma se una banca è rovinata dalla
voracità speculativa dei banchieri, è una catastrofe per la società e dunque
tutta la società deve salvarla. Questa è la logica contorta del capitalismo!
Questo
tentativo vergognoso di scaricare il peso della crisi su chi meno può
sopportarlo deve essere respinto. Per risolvere la crisi, è necessario che
tutto il sistema bancario e finanziario sia tolto dalle mani degli speculatori
e posto sotto il controllo democratico della società, così che serva gli
interessi di tutti e non dei ricchi.
Noi chiediamo:
1) Stop al
salvataggio dei patrimoni dei ricchi. Nessuna gratifica per i grandi manager.
Nazionalizzazione delle banche e delle compagnie assicurative sotto il
controllo e la gestione democratica dei lavoratori. Le decisioni delle banche
devono essere prese nell’interesse della maggioranza della società, non di una
minoranza di ricchi scansafatiche. Devono essere indennizzati solo i piccoli
azionisti e solo in caso di comprovata necessità. La nazionalizzazione delle
banche è l’unico modo per garantire depositi e risparmi della gente comune.
2)
Controllo democratico delle banche. I consigli di amministrazione devono essere
composti così: un terzo da rappresentanti nominati dai lavoratori della banca,
un terzo dai sindacati che rappresentano gli interessi dei lavoratori nel loro
complesso e un terzo dal governo.
3) Fine
immediata ai bonus stratosferici, la paga dei dirigenti non deve superare
quella di un lavoratore specializzato. Perché un dirigente di banca dovrebbe
prendere più di un altro lavoratore? Se i banchieri non sono disposti a
rendersi utili a queste condizioni possono andarsene e verranno sostituiti da
persone qualificate, molte delle quali cercano lavoro e desiderano essere utili
alla società.
4)
Immediata riduzione dei tassi d’interesse che dovrebbero essere limitati agli effettivi
costi per le operazioni bancarie. Crediti agevolati devono essere disponibili
per chi ne ha bisogno: lavoratori che devono comprare casa, piccoli
commercianti ed artigiani, non i banchieri e i capitalisti.
5) Diritto
alla casa: Blocco dei pignoramenti delle case da parte delle banche, riduzione
generalizzata degli affitti, massiccio piano di costruzione di case pubbliche a
prezzi accessibili.
La causa della crisi
La causa
profonda della crisi non è il cattivo comportamento di qualche individuo. Se
fosse così, basterebbe costringerli a comportarsi meglio in futuro. È quello
che Gordon Brown ed altri capi di governo intendono quando parlano di
“trasparenza, onestà e responsabilità”. Ma tutti sanno che la finanza
internazionale è trasparente come un pozzo nero e che la confraternita dei
banchieri è onesta come una cosca mafiosa e responsabile come uno scommettitore
compulsivo. Ma anche se tutti i banchieri fossero dei santi, ciò non avrebbe
comportato nessuna differenza fondamentale.
Non ha
senso attribuire la causa della crisi all’avidità e alla corruzione dei
banchieri (anche se sono eccezionalmente avidi e corrotti). Queste sono
piuttosto l’espressione della decadenza di tutto un sistema, l’espressione
della crisi organica del capitalismo. Il problema non è l’avidità di certi
individui, né la mancanza di liquidità o l’assenza di fiducia. Il problema è
che il sistema capitalistico su scala mondiale è in un vicolo cieco. La causa
profonda della crisi è che lo sviluppo delle forze produttive ha superato i
ristretti limiti della proprietà privata e dello Stato nazionale. L’espansione
e la contrazione del credito sono spesso presentate come causa della crisi, ma
sono solo i sintomi più evidenti. Le crisi da sempre sono parte integrante del
sistema capitalistico.
Marx e
Engels spiegarono molto tempo fa:
“I
rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà,
insomma la moderna società borghese, che ha come per incantesimo prodotto mezzi
di produzione e di scambio tanto potenti, è come l'apprendista stregone
incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate. La storia
dell’industria e del commercio è ormai da decenni solo la storia della
sollevazione delle moderne forze produttive contro i moderni mezzi di produzione,
contro i rapporti di proprietà che esprimono le condizioni di esistenza e di
dominio della borghesia.
Basta
citare le crisi commerciali, che nel loro minaccioso ricorrere ciclico mettono
sempre più in questione l'esistenza dell'intera società borghese. Nelle crisi
commerciali viene regolarmente distrutta una grande parte, non solo dei
prodotti, ma persino delle forze produttive già costituite. Nelle crisi
scoppia un'epidemia sociale che in tutte le altre epoche sarebbe stata
considerata un controsenso: l'epidemia della sovrapproduzione. La società si
trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una
carestia, una guerra di annientamento totale sembrano sottrarle ogni mezzo di
sussistenza; l'industria, il commercio appaiono distrutti, e perché? Perché la
società ha incorporato troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa
industria, troppo commercio.
Le forze
produttive di cui essa dispone non servono più allo sviluppo della civiltà
borghese e dei rapporti borghesi di proprietà; al contrario, esse sono
diventate troppo potenti per quei rapporti, ne sono frenate, e non appena
superano questo ostacolo gettano nel caos l'intera società borghese, mettono in
pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono diventati
troppo angusti per contenere la ricchezza che essi stessi hanno prodotto. Come
supera le crisi la borghesia? Da una parte con l'annientamento coatto di una
massa di forze produttive; dall'altra conquistando nuovi mercati e sfruttando
più a fondo quelli vecchi. In che modo, insomma? Provocando crisi più
generalizzate e più violente e riducendo i mezzi necessari a prevenirle.”
Queste
parole dal Manifesto del partito comunista, scritto nel 1848, sono attuali e
conservano la loro importanza oggi come allora. Potrebbero essere state scritte
ieri.
La
questione più importante, ad ogni modo, non è il sistema bancario ma l’economia
reale: la produzione di beni e servizi. Per fare profitti, le merce prodotte
devono trovare un mercato. Ma la domanda è in forte calo e ciò è aggravato
dalla mancanza di credito. Ci troviamo di fronte alla classica crisi del
capitalismo, che sta già mietendo vittime innocenti. Il crollo del prezzo delle
case negli Stati Uniti ha provocato la crisi del settore edile, che ha già tagliato
centinaia di migliaia di posti. L’industria dell’auto è in crisi, con le
vendite negli Usa ai minimi da 16 anni. Ciò a sua volta significa un calo della
domanda di acciaio, plastica, gomma, di elettricità, di petrolio e altri merci.
Avrà un effetto a catena nell’economia, significherà aumento della
disoccupazione e un calo del tenore di vita.
L’anarchia
capitalistica
Per gli
ultimi trent’anni e passa, ci hanno detto che il miglior sistema economico
possibile era qualcosa chiamato l’economia di libero mercato. Dalla fine degli
anni ’70 il mantra della borghesia è stato “lasciate liberi i mercati di agire”
e “tenete lo Stato fuori dall’economia”. Il mercato era ritenuto in possesso di
poteri magici che gli consentivano di organizzare le forze produttive senza
alcun intervento dello Stato. Questa idea è vecchia almeno quanto Adam Smith,
che nel XVIII secolo parlava di “mano invisibile”. I politici e gli economisti
si vantavano di aver abolito il ciclo economico, “non si tornerà ai boom e alle
recessioni” ripetevano senza sosta.
Non si
doveva sottostare a regole e controlli. Al contrario, si chiedeva a gran voce
di abolire tutte le regole in quanto “limitative del libero mercato”. Hanno
dunque fatto un bel falò di tutte le regolamentazioni e hanno permesso alle
forze del mercato di agire liberamente. L’avidità dei profitti ha fatto il
resto, con enormi masse di capitale che si muovevano senza ostacoli tra i
continenti, distruggendo interi settori, facendo crollare valute spingendo
semplicemente un tasto sul computer. È ciò che Marx chiamava l’anarchia del
capitalismo. Ora vediamo i risultati. Con 700 miliardi di dollari dal governo
americano e oltre 400 miliardi di sterline dal governo inglese, Il bilancio
statale ne pagherà le conseguenze per anni. 400 miliardi di sterline sono la
metà del reddito nazionale inglese. Anche se verrà ripagato (che è assai
dubbio) significa molti anni di aumenti di tasse, tagli alle spese sociali e
austerità.
Una
vecchissima legge, l’istinto del branco, governa la condotta dei mercati. Il
minimo odore che segnala la presenza di un leone semina un panico che non si
può arrestare tra le mandrie di animali selvatici della savana. Questo è il
tipo di meccanismo che determina i destini di milioni di persone. Questa è la
cruda realtà delle economie di mercato. Come le gazzelle sentono il leone, i
mercati sentono l’arrivo di una recessione. La prospettiva di una recessione è
la vera causa del panico. E quando esplode il panico, nulla può fermarlo. Tutti
i discorsi, i tagli dei tassi, i regali dello Stato, non avranno effetto sui
mercati finanziari, i quali vedranno che i governi e le banche centrali sono
spaventati e ne trarranno le necessarie conclusioni.
Il panico
che ha travolto i mercati minaccia di vanificare tutti i tentativi dei governi
di contenere la crisi. Nessuna delle misure disperate prese dalla Fed e dai
governi e banche centrali inglese e degli altri paesi europei riusciranno a
fermare la fuga. Questo scandalo è ancor più scioccante perché le stesse
persone che ora richiedono a gran voce gli aiuti di Stato sono quelli che hanno
sempre urlato che i governi non hanno un ruolo da svolgere nell’economia e che
il mercato deve essere libero di operare senza regole o altre forme di
interferenza statale.
Ora si
lamentano con forza che le autorità di vigilanza non abbiano fatto il proprio
mestiere. Ma fino a ieri tutti erano d’accordo che il mestiere delle autorità
di vigilanza è semplicemente di non interferire con i mercati. Le banche
centrali hanno ragione quando sostengono che non è il loro mestiere gestire le
banche, perché per trent’anni questo era il ritornello che tutti cantavano. Da
Londra a New York… fino a Reykjavik, le autorità di vigilanza non sono riuscite
a contenere gli “eccessi” del settore finanziario. Per gli ultimi tre decenni i
sostenitori dell’economia di libero mercato hanno chiesto in coro l’abolizione
delle regole.
La
concorrenza tra i centri finanziari a livello mondiale era ritenuta la garanzia
che il mercato avrebbe operato efficientemente, grazie alla sua mano invisibile.
Ma la bancarotta delle politiche di laissez-faire
è emersa crudamente nell’estate del 2007. Ora i padroni si battono il petto
lamentandosi delle loro stesse azioni.
È molto
facile essere saggi dopo, come potrà dire ogni ubriaco la mattina dopo una
bevuta memorabile. “Dopo” giurano che hanno imparato la lezione e non berranno
mai più, un proposito eccellente che vorrebbero sinceramente rispettare, fino
alla prossima bevuta. Ora le autorità di vigilanza finanziaria stanno mettendo
il naso anche nei più piccoli aspetti degli affari delle banche, ma solo dopo
che le banche sono arrivate sull’orlo del crollo. Ma dove erano prima?
Ora tutti
rimproverano gli avidi banchieri per la crisi. Ma ieri questi stessi avidi
banchieri erano universalmente acclamati come salvatori della patria, creatori
di ricchezza, gestori del rischio e creatori di posti di lavoro. Molti, nella
City di Londra e a Wall Street perderanno ora il lavoro. Ma i trader di borsa
hanno realizzati milioni con dividendi straordinari grazie alla speculazione. I
capi dei trader nei consigli di amministrazione continuavano a far girare la
roulette perché anche le loro paghe si basavano sui risultati immediati.
Fuori
tempo massimo, le autorità stanno cercando di imporre riduzioni ai compensi dei
banchieri come prezzo del salvataggio. Non lo fanno per ragioni di
principio o convinzione, ma per paura della reazione del pubblico di fronte
allo scandalo di gratificazioni enormi pagate con fondi pubblici alle stesse
persone che hanno causato il caos nell’economia. I padroni non si interessano
all’ambiente di rabbia e odio che va montando nella società: ne sono
indifferenti, ma i politici non possono permettersi di essere del tutto
insensibili agli elettori che possono punirli alle prossime elezioni.
Il problema
che si trovano davanti è che è impossibile regolare l’anarchia capitalistica.
Si lamentano dell’avidità, ma l’avidità è al cuore dell’economia di mercato e
non si può fermare. Tutti i tentativi di limitare la remunerazione “eccessiva”,
i premi-extra, ecc., verranno sabotati o aggirati. Il mercato esprimerà la
propria disapprovazione con improvvisi crolli del prezzo delle azioni. Questo
servirà ad attirare l’attenzione delle menti dei legislatori e costringerli a
fare attenzione ai veri Elettori: i proprietari della ricchezza. Quando un
lavoratore rinuncia ad un aumento salariale, i soldi sono persi per sempre. Ma
la stessa legge non vale per banchieri e capitalisti. Anche se questi, per
ragioni cogiunturali, accettano di ridursi il proprio compenso per un
anno, rimedieranno a questo grande “sacrificio” aumentandoselo l’anno venturo.
Non è così difficile.
L’idea che
uomini e donne non possano comportarsi meglio di così è una spaventosa
diffamazione contro la specie umana. Per gli ultimi 10.000 anni l’umanità ha
dimostrato di saper superare ogni ostacolo per avanzare verso l’obiettivo
finale della libertà. Le meravigliose scoperte della scienza e della tecnologia
ci regalano la prospettiva di risolvere i problemi che ci hanno tormentato per
secoli e millenni. Ma questo potenziale colossale non potrà mai dispiegarsi in
pieno finché è subordinato al sistema del profitto.
Per una vita migliore
Sorprendentemente,
nei loro tentativi di difendere il capitalismo, alcuni commentatori cercano di
incolpare della crisi i consumatori e chi acquista case: “La colpa è di tutti
noi” dicono senza nemmeno arrossire. Dopo tutto, sostengono, nessuno ci
obbligava ad accollarci mutui a tassi d’interesse del 125% o a indebitarci per
fare vacanze all’estero e comperare scarpe di marca. Ma in un contesto in cui
l’economia si sviluppa velocemente e il credito è a portata di mano, anche i
poveri sono tentati di poter vivere al di là dei propri mezzi. Di fatto, ad un
certo punto i tassi d’interesse reali negli Usa sono stati negativi, il che
significa che le persone venivano penalizzate se non contraevano un prestito.
Il
capitalismo crea incessantemente nuovi bisogni e l’industria della pubblicità
oggi ha dimensioni enormi e fa uso dei mezzi più sofisticati per convincere i
consumatori che hanno bisogno di questo e quell’altro.... lo stile di vita
lussuoso delle celebrità è sbandierato davanti agli occhi della povera gente,
alla quale si presenta uno stile di vista distorto e che viene sottoposta al
lavaggio del cervello per portarla a desiderare cose che non potranno mai
permettersi. E poi ecco che arrivano i borghesi ipocriti che puntano un dito
accusatore verso le masse che, come Tantalo, sono condannate ad assistere ad un
banchetto mentre soffrono tutti i tormenti della fame e della sete.
Non c’è
niente di illogico o di immorale nell’aspirare ad una vita migliore. Se donne e
uomini non aspirassero continuamente ad una vita migliore, non ci sarebbero
progressi. La società sprofonderebbe in una situazione inerte e stagnante.
Dobbiamo senz’altro cercare una vita migliore perché si vive una volta sola. E
se quello in cui possiamo sperare fosse già tutto qui, la prospettiva per
l’umanità sarebbe proprio triste. Quello che senza dubbio è immorale e inumano
è la competizione sfrenata creata dal capitalismo, dove viene incoraggiata la
voglia di possesso dei singoli individui, non come mera virtù ma come molla
principale per tutto il progresso umano.
La classe
capitalista crede nella cosiddetta “sopravvivenza del più adatto”. Ad ogni modo
con questa espressione si intende non la sopravvivenza delle persone più
intelligenti e capaci di adattamento ma soltanto dei ricchi, anche si sono
incapaci, stupidi, brutti o disadattati, e non importa quante persone
intelligenti e perfettamente capaci di adattarsi muoiano in questo processo. Si
cerca senza sosta di inculcare l’idea che la sopravvivenza di un individuo va a
scapito di quella di tutti gli altri, che i desideri di un individuo debbano
essere soddisfatti attraverso le perdite di altri, e che per andare avanti
bisogna mettere i piedi in testa agli altri. Questo tipo di viziato
individualismo borghese è la base psicologica e morale per molti dei mali che
oggi affliggono la nostra società, rosicchiandone le interiora e riportandola
al livello della barbarie primitiva. È la morale dei cani che si mangiano l’un
l’altro, il concetto che “ogni uomo per sé e che il diavolo ne prenda la parte
più bassa”.
La
miserevole caricatura della selezione naturale è un insulto alla memoria di
Charles Darwin. Nella realtà, non è stata la competizione, ma la collaborazione
la chiave per lo sviluppo e la sopravvivenza della razza umana a partire dalle
sue origini. I nostri primi antenati nella savana dell’Africa orientale (poiché
tutti discendiamo da immigrati africani) erano creature deboli e piccole. Non
avevano denti e mascelle robusti. Non correvano veloci come gli animali che
volevano cacciare o come i predatori che volevano mangiarli. Seconda la
“sopravvivenza del più adatto” la nostra specie si sarebbe dovuta estinguere
circa tre milioni di anni fa. Il principale vantaggio evoluzionistico che i
nostri antenati possedevano era la cooperazione e la produzione sociale. In
quelle condizioni l’individualismo avrebbe significato morte certa.
La coscienza in cambiamento
C’è una
semplice domanda da fare ai difensori della teoria della cosiddetta
sopravvivenza del più adatto: perché non si permette alle banche – dimostratesi
completamente incapaci di poter sopravvivere – di morire e invece queste ultime
vengono salvate dalla generosità di quella stessa società che aveva bandito
ogni forma di altruismo? Per salvare le banche deboli e incapaci, governate da
banchieri stupidi e inefficienti, la maggioranza capace, intelligente e
accanita lavoratrice è ritenuta felice di fare sacrifici. Ma la società non è
per niente convinta che per servire la giusta causa, debba fare a meno di cose
“superflue” come scuole e ospedali e debba accettare un regime di austerità per
il prossimo futuro.
Gli shock
economici di cui si parla tutti i giorni sui giornali ed in televisione
raccontano una storia il cui significato è chiaro a tutti: il sistema attuale
non funziona e soprattutto, non mantiene le promesse. Non ci sono soldi per
l’assistenza sanitaria, le scuole o le pensioni, ma per Wall Street ci sono
tutti i soldi del mondo. Nelle parole del più grande scrittore americano
vivente, Gore Vidal, abbiamo “il socialismo per i ricchi e l’economia di libero
mercato per i poveri”.
Molte
persone comuni stanno traendo delle conclusioni corrette da tutto questo.
Iniziano a mettere in discussione il sistema capitalista e si guardano intorno
in cerca di alternative. Purtroppo, non tutte le alternative sono
immediatamente ovvie. Negli USA guardano ad Obama e ai Democratici. Ma
Democratici e Repubblicani sono soltanto facce diverse di una stessa medaglia.
Ancora una volta Gore Vidal ha affermato “nella nostra repubblica c’è solo un
partito, il Partito della Proprietà, con due ali destre”. Obama e McCain hanno
entrambi fedelmente sostenuto il piano di salvataggio delle grandi imprese pari
a 700 miliardi di dollari. Rappresentano gli stessi interessi con lievi
differenze sul piano tattico.
Questi
eventi avranno un effetto notevole sulle coscienze. È un’affermazione basilare
del Marxismo quella per cui la coscienza umana è profondamente conservatrice.
In generale, le persone non amano il cambiamento. Le abitudini, la tradizione e
la routine giocano un ruolo molto importante nel plasmare il punto di vista
delle masse, che normalmente si oppongono all’idea di cambiamenti sostanziali
nelle loro vite e nelle loro abitudini. Ma quando grandi avvenimenti scuotono
la società fino alle fondamenta, le persone sono costrette a riconsiderare le
proprie vecchie idee, i pregiudizi.
Adesso
siamo entrati proprio in uno di questi periodi. La relativa prosperità che nei
paesi capitalisti avanzati è durata per almeno vent’anni ha lasciato il posto
nel 2001 ad una recessione abbastanza morbida. Nonostante tutte le palesi
ingiustizie del capitalismo, nonostante gli orari di lavoro sempre più lunghi,
l’intensificarsi dello sfruttamento, l’ineguaglianza fortissima, il lusso
osceno che viene ostentato davanti alle masse crescenti di poveri e di
emarginati – nonostante tutto questo molte persone credevano che l’ economia di
mercato funzionasse e che potesse perfino portargli dei vantaggi. Questo era
vero soprattutto negli USA. Ma per un numero sempre maggiore di persone non è
più così.
Come combattere la disoccupazione
Durante il
boom, quando si facevano profitti stratosferici, la maggior parte dei
lavoratori non ha visto un aumento reale dei salari. Erano sottoposti ad una
pressione enorme per aumentare in continuazione la produttività e lavorare di
più. Ma adesso, dato che la crisi inizia a farsi sentire, vengono minacciati,
non solo di subire tagli drastici negli standard e condizioni di vita, ma anche
di perdere il proprio lavoro. La chiusura delle fabbriche e la disoccupazione
crescente sono diventate questioni all’ordine del giorno. Questo a sua volta
porterà ad un approfondimento della crisi e un’ulteriore riduzione del tenore
di vita della gente. Su scala mondiale, milioni di persone sono poste di fronte
al pericolo di essere gettate nel pozzo senza fondo della povertà.
Per dieci
anni l’economia spagnola è stata presentata come il motore della creazione di
posti di lavoro nella zona euro. Adesso le fila dei disoccupati in Spagna si
sono ingrossate di oltre 800.000 persone nell’ultimo anno. La fine del boom
dell’edilizia che durava da un decennio ha spinto il tasso di disoccupazione
spagnolo all’11,3 %, il tasso più alto nell’Unione Europea. “Le cose si
metteranno anche peggio: questo è stato solo l’inizio”, ha affermato Daniele
Antonucci, un’economista alla Merrill Lynch International a Londra. Prevede che
il tasso di disoccupazione della Spagna salirà al 13% l’anno prossimo, mentre i
disoccupati in Europa passeranno dal 7,5% al’8,1% entro la fine del 2008. In
verità, i dati sulla disoccupazione sono molto peggiori, ma il governo ricorre
ad ogni sorta di espediente per ridurli. La stessa situazione si ripresenta,
con maggiore o minore intensità, in ogni paese.
I
lavoratori devono almeno difendere il proprio tenore di vita, se non possono
aumentarlo o migliorarlo. La disoccupazione minaccia di disintegrare il tessuto
stesso della società. La società non può permettere lo sviluppo di una
disoccupazione cronica di massa. Il diritto al lavoro è un diritto
fondamentale. Che tipo di società condanna milioni di uomini e donne nel pieno
delle loro forze ad una vita di inattività forzata, mentre il loro lavoro e le
loro abilità sono necessarie per soddisfare i bisogni della popolazione? Non
c’è bisogno di più scuole e ospedali? Non c’è bisogno di buone strade e case
decenti? I sistemi delle infrastrutture e dei trasporti non hanno bisogno di
riparazione e di miglioramenti?
La
risposta a tutte queste domande è ben nota a tutti. Ma la risposta della classe
dominante è sempre la stessa: non ci possiamo permettere queste cose. Adesso
tutti sanno che questa risposta è falsa. Adesso sappiamo che i governi possono reperire
quantità enormi di denaro quando serve a soddisfare gli interessi della ricca
minoranza che possiede e controlla banche e industrie. È solo quando la
maggioranza della classe lavoratrice rivendica che i propri bisogni siano
soddisfatti che i governi affermano che non c’è niente da dare.
Che cosa
dimostra questo? Dimostra che nel sistema in cui viviamo i profitti di pochi
sono più importanti dei bisogni di molti. Dimostra che l’intero sistema
produttivo è basato soltanto su una cosa: la ricerca del profitto, o detta
esplicitamente, l’ingordigia. Quando i lavoratori scendono in sciopero, la
stampa (anch’essa di proprietà e sotto il controllo di un pugno di miliardari)
li etichetta come “insaziabili”. Ma la loro supposta “avidità” è solo la lotta
per far quadrare il cerchio: pagare l’affitto o il mutuo, pagare il cibo o la
benzina i cui prezzi stanno aumentando velocemente da un mese all’altro o
prendersi cura dei propri figli e della propria famiglia.
Dall’altro
lato, l’avarizia dei banchieri e dei capitalisti consiste nell’accumulare
grandi fortune con il lavoro di altri (dato che loro non producono nulla).
Spendono questi soldi in opere d’arte, non per la loro bellezza ma perché
possono ricavarne ulteriori profitti, in cose stravaganti e in uno stile di
vita eccessivo, o per darsi a speculazione ulteriore che finisce sempre nel
collasso economico e nella miseria – non per loro stessi, ma per la maggioranza
sul cui lavoro produttivo si appoggia l’intera società.
In passato
i capitalisti sostenevano che le nuove tecnologie avrebbero alleggerito il
fardello del lavoro, ma è successo il contrario. L’Unione Europea ha appena
approvato una legge che estende l’orario lavorativo settimanale fino ad un
massimo di 60 ore! Questo accade nella prima decade del 21° secolo, quando i
meravigliosi progressi della scienza moderna e della tecnologia mettono a
disposizione una quantità di strumenti per ridurre l’orario di lavoro maggiore
che in tutte le epoche storiche precedenti. Qual’è il senso di tutto questo?
Che senso c’è nel pagare un sussidio di disoccupazione a masse enormi di
persone per non fare niente, mentre nei posti di lavoro altri lavoratori sono
costretti a molte ore obbligatorie di lavoro straordinario?
Durante il
boom, i datori di lavoro costringevano le maestranze a lavorare molto oltre il
limite orario previsto, per ricavare fino all’ultima goccia di surplus dal loro
lavoro. Ma quando la recessione inizia e non hanno più un mercato per le loro
merci, non esitano a chiudere le fabbriche, come fossero scatole di fiammiferi,
e a buttare una parte della loro forza-lavoro in mezzo alla strada, mentre
sfruttano al massimo chi rimane. L’impasse del capitalismo è tale che la
disoccupazione non avrà più carattere congiunturale ma sarà sempre più un
elemento organico o strutturale. Un uomo o una donna che ha più di 40 o 50 anni
potrebbe non lavorare più nel corso della propria vita, mentre molte persone
qualificate che perdono il lavoro saranno costrette a fare lavori non
qualificati o sottopagati per sopravvivere.
Questo
sistema economico è una gabbia di matti! Da un punto di vista capitalista è
abbastanza logico. Ma noi respingiamo la logica impazzita del capitalismo!
Contro la minaccia della disoccupazione noi portiamo avanti la rivendicazione
di sviluppare un programma di lavori pubblici e dividere il lavoro senza
perdita di salario. La società ha bisogno di scuole, ospedali, strade e case.
Ai disoccupati deve essere dato un lavoro in base ad un vasto programma di
lavori pubblici.
I
sindacati devono garantire che i disoccupati siano strettamente legati ai
lavoratori, per mezzo di patti di reciproca solidarietà. È necessario dividere
fra tutti il lavoro che c’è senza abbassare il salario. Tutto il lavoro
disponibile deve essere ripartito fra la forza lavoro rispettando la durata
prestabilita della settimana lavorativa. I salari, partendo da un minimo
rigorosamente definito, devono seguire l’andamento dei prezzi. Questo è l’unico
programma che può tutelare i lavoratori in un periodo di crisi economica.
Quando
fanno enormi profitti, i ricchi tengono gelosamente al riparo i propri affari.
Adesso che c’è una crisi indicano i bilanci come prova che non possono
soddisfare le richieste dei lavoratori. Questo è vero soprattutto con i
capitalisti più piccoli. Ma il punto non è se le nostre richieste siano
ricevibili o meno dai datori di lavoro. Abbiamo il dovere di proteggere gli
interessi vitali della classe lavoratrice e di tutelarla dagli effetti peggiori
della crisi. I padroni si lamenteranno che questo ridurrà i loro profitti ed
avrà un effetto sull’incentivo ad investire. Ma quale incentivo ha la
maggioranza della popolazione all’interno di un sistema basato sui profitti dei
capitalisti? Se gli interessi vitali della maggioranza sono
incompatibili con le richieste del sistema attuale, allora al diavolo il
sistema!
È davvero
logico che le vite e i destini di milioni di persone siano determinati dal
gioco cieco delle forze del mercato? È giusto che la vita economica del pianeta
sia decisa come se vivessimo in un enorme casinò? Può essere giustificato il
fatto che la sete di profitto sia l’unica forza motrice che decide se donne e
uomini avranno un lavoro o un tetto sulla propria testa? Quelli che possiedono
i mezzi di produzione e controllano i nostri destini risponderanno in modo
affermativo, perché è nei loro interessi. Ma la maggioranza della società,
vittime innocenti del sistema capitalista, avranno un’opinione molto
differente.
Lottando
per difendersi contro i tentativi di far pagare loro la crisi, i lavoratori
capiranno il bisogno di un cambiamento radicale nella società. La sola risposta
alle chiusure delle fabbriche è l’ occupazione delle fabbriche: “una fabbrica
chiusa è una fabbrica occupata!”. Questo è l’unico slogan efficace per lottare
contro le chiusure degli stabilimenti. Le occupazioni delle fabbriche devono
necessariamente portare al controllo operaio, tramite il quale i lavoratori
acquisiranno esperienza nella tenuta dei libri contabili e nell’amministrazione
dell’impresa, il che in seguito permetterà loro di controllare l’intera
società.
Questa è
stata l’esperienza delle lotte operaie più avanzate negli ultimi anni,
soprattutto in America Latina. In Brasile (CIPLA/ Interfibras, Flasko e altre
fabbriche), Argentina (Brukman, Zanon e molte altre) e Venezuela, dove il
gigante del petrolio PDVSA è stato fatto ripartire e ed è stato gestito dai
lavoratori per mesi durante la serrata padronale nel 2002/2003, e dove un
movimento di fabbriche occupate si è sviluppato attorno alla Inveval nel 2005 e
sta acquistando forza.
In tutti
questi casi e in molti altri, i lavoratori hanno tentato con successo contro
tutto e contro tutti di far lavorare le fabbriche sotto il proprio controllo e
gestione. Ma il controllo dei lavoratori non può essere un fine in sé. Pone la
questione della proprietà. Fa nascere la domanda: chi è il padrone di casa? O
il controllo dei lavoratori porterà alla nazionalizzazione, o altrimenti sarà
solo un episodio passeggero. L’unica vera soluzione alla disoccupazione è
un’economia socialista pianificata, basata sulla nazionalizzazione delle banche
e delle grandi industrie sotto il controllo e la gestione democratici dei
lavoratori.
Noi
chiediamo:
1) No alla
disoccupazione! Lavoro o salario garantito per tutti!
2) Aprite
i libri contabili! Lasciate accedere i lavoratori alle informazioni riguardanti
truffe, speculazione, evasione fiscale, affari loschi e profitti e gratifiche
troppo elevati. Lasciate che la gente veda come è stata ingannata e chi è
responsabile del caos attuale!
3) No alla
chiusura delle fabbriche! Fabbrica chiusa, fabbrica occupata!
4)
Nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle fabbriche che minacciano la
chiusura!
5) Per un
piano di lavori pubblici che coinvolga l’insieme della società: per un
programma intensivo per la costruzione di case a prezzi popolari, scuole,
ospedali e strade per dare lavoro a chi è disoccupato.
6) Per l’
introduzione immediata della settimana lavorativa di 32 ore senza riduzioni
salariali!
7) Per
un’economia socialista pianificata, nella quale la disoccupazione sarà abolita
e la società adotterà come proprio motto: IL DIRITTO AL LAVORO È UNIVERSALE.
Lottiamo per difendere il nostro tenore di vita!
Mentre
banchieri e imprenditori realizzavano profitti stratosferici, in termini reali
i salari della maggioranza dei lavoratori rimanevano al palo o diminuivano. Il
divario fra ricchi e poveri non è mai stato così grande. Livelli di profitti da
record hanno fatto il paio con un’ineguaglianza da primato. L’Economist
(difficilmente definibile come un periodico di sinistra) lo ha messo in luce: “L’unica tendenza
veramente continua negli ultimi 25 anni è stata quella verso una più elevata
concentrazione della ricchezza al vertice della società” (Economist, 17 giugno
2006) . Una piccola minoranza è diventata oscenamente ricca, mentre la quota
della ricchezza nazionale in mano ai lavoratori si è ridotta costantemente e i
settori più poveri sono sprofondati in una povertà sempre più grande. L’uragano
Katrina ha fatto vedere a tutti che anche nel paese più ricco del mondo esiste
una sottoclasse di cittadini nullatenenti che vivono in condizioni da terzo
mondo.
Negli USA
milioni di persone rischiano di perdere casa e lavoro, mentre continua senza
sosta l’accumulazione di profitti. Nello stesso momento in cui Bush annuncia il
suo piano di uscita dalla crisi di 700 miliardi di dollari, le compagnie
fornitrici di gas ed energia elettrica hanno registrato un incremento mai visto
prima del numero di utenti che non hanno pagato le bollette. L’incremento
maggiore dei tagli della corrente elettrica per morosità è avvenuto negli stati
del Michigan (22%) e di New York (17%),
aumenti minori sono stati registrati pure in Pennsylvania, Florida e
California.
I
lavoratori degli USA producono il 30% in più rispetto a 10 anni fa. Nonostante
ciò i salari raramente sono aumentati. Il tessuto sociale è sempre più logoro.
C’è un forte incremento delle tensioni sociali, anche nel paese più ricco del
mondo. Questo prepara il terreno per l’ esplosione ancora più fragorosa della
lotta di classe. È vero negli USA come altrove. In tutto il mondo il boom è
andato di pari passo ad un’elevata disoccupazione. Anche all’apice del boom i
padroni si sono ripresi le riforme e le concessioni fatte in precedenza. Ma la
crisi del capitalismo non significa solo che la classe dominante non può
permettersi nuove riforme. Non possono tollerare neanche quelle riforme e
concessioni che i lavoratori hanno conquistato in passato.
I
lavoratori non hanno ricavato nessun beneficio dal boom ma adesso viene loro
presentato il conto della recessione. Dappertutto ci sono attacchi alle
condizioni di vita. Per difendere i profitti dei padroni e dei banchieri,
bisogna tagliare i salari, aumentare le ore di lavoro e lo sfruttamento e
ridurre drasticamente le spese per l’istruzione, le case e gli ospedali. Questo
significa che anche le condizioni di vita semi-civili raggiunte in passato
vengono ora minacciate. Al giorno d’oggi nessuna riforma significativa può
essere ottenuta senza una lotta seria. L’idea che sia possibile realizzare ciò grazie
ad un accordo con i padroni e i banchieri è del tutto errata.
L’idea
dell’ “unità nazionale” per combattere la crisi è un inganno crudele nei
confronti dei lavoratori. Che comunanza di interessi ci può essere fra milioni
di lavoratori e gli sfruttatori straricchi? Solo quella che c’è fra il cavallo
e il fantino che infilza gli speroni nei suoi fianchi. I leader dei partiti
socialista, laburista e di sinistra che votano per “misure eccezionali”
comprendenti generosi aiuti ai banchieri e tagli e austerità per la maggior
parte della società stanno tradendo gli interessi di chi li ha eletti. Quei
dirigenti sindacali che sostengono che durante una crisi “dobbiamo essere tutti
uniti” ed immaginano che è possibile ottenere concessioni moderando le
richieste salariali e accettando le condizioni imposte dai padroni otterranno
l’opposto di quello che chiedono. Lungo la strada della collaborazione di
classe e del cosiddetto “Nuovo Realismo” si incontreranno solo nuove sconfitte,
chiusure di fabbriche e tagli al tenore di vita dei lavoratori.
Mentre la
disoccupazione aumenta inesorabilmente, aumenta anche il costo della vita.
Carburante, gas, elettricità, cibo – tutto è diventato più caro, mentre i
salari sono fermi e i profitti delle grandi aziende che erogano energia salgono
alle stelle. Nel periodo passato gli economisti borghesi affermavano di aver
“domato l’inflazione”. Quanto appaiono ridicoli oggi questi argomenti! Quelle
famiglie dove ieri c’erano due salari adesso devono vivere con uno solo – o
nessuno. La lotta per sbarcare il lunario assume un significato più amaro per
milioni di persone. Politiche inflazioniste o di austerità sono in ultima
analisi due facce della stessa medaglia. Nessuna può servire gli interessi
della classe operaia. Respingiamo tutti i tentativi di far ricadere il peso
della crisi, la disorganizzazione del sistema bancario e tutte le altre
conseguenze della crisi del sistema del profitto sulle spalle dei lavoratori.
Rivendichiamo lavoro e condizioni dignitose di vita per tutti.
L’unica soluzione
alla crisi galoppante dei prezzi è una scala mobile dei salari. Questo
significa che i contratti di lavoro devono assicurare un incremento automatico
dei salari in base all’aumento dei prezzi. I banchieri e i loro rappresentanti
in parlamento dicono alle masse: non possiamo dare salari più alti perché
questo farebbe aumentare l’inflazione. Ma tutti sanno che sono i salari a dover
stare dietro ai prezzi, e non il contrario. La risposta è la scala mobile dei
salari, dove i salari sono automaticamente agganciati agli aumenti del costo
della vita. Comunque, anche questo non basta. Gli indici ufficiali
dell’inflazione sono truccati per sottovalutare i livelli reali dell’inflazione
ed allora si chiede ai lavoratori di non chiedere ulteriori aumenti proprio
sulla base di queste cifre. È quindi necessario che i sindacati calcolino il
tasso effettivo dell’inflazione, sulla base dei prezzi dei beni di prima
necessità (inclusi gli affitti e le spese per l’abitazione) e tenere questi
ultimi in costante monitoraggio. Su di esso devono basarsi tutte le
rivendicazioni salariali.
Noi
chiediamo:
1)
Stipendi e pensioni dignitose per tutti!
2) Una
scala mobile dei salari, che leghi tutti gli aumenti agli incrementi nel costo
della vita.
3) I
sindacati, le cooperative e le associazioni dei consumatori devono elaborare
l’effettivo indice per calcolare l’inflazione, in alternativa all’ indice
“ufficiale”, che non riflette lo stato di cose reale.
4) Formare
comitati di lavoratori, casalinghe, piccoli commercianti e disoccupati per
controllare gli aumenti dei prezzi.
5)
Abolizione di tutte le imposte indirette e introduzione di un sistema di
tassazione diretta fortemente progressivo.
6)
Aboliamo ogni tassa per i poveri e facciamo pagare i ricchi!
7) Mettere
fine alla scarsità di carburante e ridurne drasticamente il prezzo! Questo può
essere raggiunto soltanto nazionalizzando le compagnie petrolifere, il che ci
permetterà di fissare prezzi calmierati sul prezzo al consumo di gas ed
elettricità. Mai più profitti a scapito della collettività!
I sindacati
Nel
periodo attuale, i lavoratori hanno bisogno più che mai delle proprie
organizzazioni di massa, soprattutto dei sindacati. Il sindacato è l’unità
organizzativa basilare dei lavoratori. Non sarà possibile lottare per difendere
salari e condizioni di vita senza un forte sindacato. Questa è la ragione per
cui i padroni e i loro governi cercano sempre di screditare i sindacati e di
restringere il loro raggio d’azione mediante una legislazione antisindacale.
Il lungo
periodo di boom ha influenzato i leader sindacali, che hanno fatto proprie
politiche di collaborazione di classe e di “sindacati erogatori di servizi”,
proprio quando le condizioni per un tale modo d’agire sono venute meno. L’ala
destra dei dirigenti sindacali è la forza più conservatrice della società. Dice
ai lavoratori che “siamo tutti sulla stessa barca” e che dobbiamo fare tutti
dei sacrifici per superare la crisi, che i padroni non sono il nemico e che la
lotta di classe è “roba vecchia”.
Predicano
un accordo fra il Lavoro e il Capitale, che considerano come “Nuovo Realismo”,
un ritorno alla politica cara a Blair. In verità questa è una fra le peggiori
utopie. È impossibile conciliare interessi diametralmente opposti. Nelle
condizioni attuali l’unico modo per ottenere riforme e aumenti salariali è
attraverso la lotta. Di fatto, bisogna lottare per difendere le conquiste del
passato, che sono dappertutto sotto attacco. Questo è in aperta contraddizione
con le politiche di collaborazione di classe dei dirigenti sindacali, che
riflettono il passato e non il presente o il futuro. Nei loro sforzi di
“omologare” i sindacati e trasformarli in strumenti per controllare i
lavoratori, la classe dominante fa tutto quello che può per corrompere i
vertici sindacali e legarli a doppio filo all’apparato statale. Siamo contrari
a tutti questi tentativi e siamo favorevoli al rafforzamento e alla
democratizzazione delle organizzazioni sindacali a tutti i livelli. I sindacati
devono essere indipendenti dallo Stato, la base deve poter controllare i propri
dirigenti e obbligarli a lottare tenacemente per gli interessi dei lavoratori.
I
dirigenti dei sindacati riformisti, che amano essere considerati come realisti
e dotati di senso pratico, sono in realtà completamente ciechi e ottusi. Non
hanno la più pallida idea della catastrofe che la crisi del capitalismo sta
creando. Immaginano che sia possibile cavarsela alla bell’è meglio, accettando
tagli e altre imposizioni, nella speranza che alla fine tutto si aggiusterà. Si
aggrappano ai “buoni rapporti” con i capitalisti che pensano di poter ottenere
con una condotta arrendevole. Tutto il contrario! Tutta la storia mostra che la
debolezza stimola l’aggressione. Per ogni passo indietro che fanno i dirigenti
sindacali, i padroni ne domanderanno altri tre.
Anche
quando sono costretti dalla pressione dal basso a convocare scioperi e scioperi
generali, fanno tutto quanto in loro potere per far sì che queste siano azioni
puramente dimostrative, limitate nel tempo e nelle dimensioni. Quando sono
obbligati a convocare manifestazioni di massa, li fanno diventare spettacoli e
feste in piazza con palloncini e bande musicali senza alcun contenuto
combattivo e di classe. Per i dirigenti questo è solo un mezzo per far sfogare
la rabbia delle masse. Per attivisti sindacali seri, al contrario, scioperi e
manifestazioni sono un mezzo per far capire ai lavoratori la loro forza e
preparare il terreno per cambiamenti fondamentali nella società.
Anche in
passato c’era un diffuso malcontento che covava sotto la superficie come
riflesso degli attacchi ai diritti dei lavoratori e alla legislazione
antisindacale. Questo scontento verrà adesso in superficie e si esprimerà
attraverso le organizzazioni di massa della classe operaia, iniziando dai
sindacati. La radicalizzazione della base entrerà in conflitto con il
conservatorismo dei dirigenti. I lavoratori chiederanno una trasformazione
completa dei sindacati, e faranno di tutto per renderli organizzazioni
realmente combattive.
Siamo per
la costruzioni di organizzazioni sindacali di massa, democratiche e combattive,
che saranno in grado di organizzare la maggioranza della classe lavoratrice,
formandola e preparandola concretamente, non solo per una trasformazione
radicale della società, ma per essere in grado di far funzionare l’economia
nella futura società democratica socialista.
Noi
chiediamo:
1)
Completa indipendenza dei sindacati dallo Stato.
2) Fine
dell’ arbitrato obbligatorio sui conflitti, degli accordi anti-sciopero, e
delle altre misure che limitino l’azione dei sindacati.
3)
Democratizzazione dei sindacati. Controllo della base sui vertici!
4)
Abolizione dell’elezione a vita dei dirigenti! Elezione di tutti i dirigenti
sindacali con diritto di revoca.
5) Contro
la burocrazia e il carrierismo! Nessun funzionario deve ricevere un salario più
elevato di un lavoratore qualificato. Tutte le spese devono poter essere
verificate dalla base.
6) No alla
collaborazione di classe! Per un programma combattivo che mobiliti i lavoratori
in difesa dei posti di lavoro e del proprio tenore di vita.
7) Per
l’unità sindacale sulla base delle rivendicazioni precedenti.
8) Per il
controllo della base, compreso il rafforzamento dei comitati dei rappresentanti
dei lavoratori e la creazione di comitati ad hoc durante gli scioperi e le
altre vertenze come strumento per assicurare la partecipazione del numero più
ampio possibile di lavoratori.
9) Per la
nazionalizzazione delle leve fondamentali dell’economia e la creazione di una
democrazia operaia nella quale i sindacati giochino un ruolo chiave nella
gestione e nel controllo di tutti i luoghi di lavoro. L’attività sindacale non
è un fine in sé, ma solo un mezzo verso la meta, che è la trasformazione
socialista della società.
La gioventù
La crisi
del capitalismo ha effetti particolarmente negativi per quanto riguarda le
giovani generazioni, che sono la chiave del futuro dell’umanità. Il decadimento
senile del capitalismo minaccia di mettere a repentaglio la cultura e
demoralizzare i giovani. Interi settori giovanili, non vedendo via d’uscita
dalla crisi, si danno all’alcolismo, al consumo di droghe, ai furti e alla
violenza. Quando un ragazzo viene ucciso per un paio di scarpe da ginnastica,
dobbiamo chiederci in che tipo di società viviamo. Questo sistema incoraggia i
giovani ad aspirare al consumo di prodotti che non si possono permettere, e poi
grida allo scandalo vedendo i risultati.
Margaret
Thatcher, la celebre sacerdotessa dell’economia di mercato, ha detto una volta
che la società non esiste. Questa filosofia dannosa ha prodotto effetti devastanti,
quando ha cominciato ad essere messa in pratica 30 anni fa. Questo volgare
individualismo ha contribuito fortemente a creare uno spirito di egoismo,
avarizia e indifferenza verso le sofferenze degli altri che è filtrato come un
veleno nel corpo sociale. È la vera essenza dell’economia di mercato.
La misura
effettiva del livello di civilizzazione nella società è data da come ci
prendiamo cura dei vecchi e dei giovani. Su questa base non ci possiamo
qualificare come una società civile, ma al contrario come una società che sta
scivolando verso la barbarie. Anche nel periodo del boom c’erano già sintomi di
barbarie nella società, con un aumento della criminalità e della violenza, e la
diffusione di stati d’animo anti-sociali e nichilisti tra uno strato di giovani.
Questi stati d’animo sono un riflesso veritiero dell’immoralità del
capitalismo.
I
reazionari si scandalizzano, ma poiché non possono riconoscere che tali
fenomeni sono conseguenza del sistema sociale che difendono, non hanno la
capacità di proporre alcuna soluzione. La loro unica soluzione è quella di
riempire le celle delle prigioni di giovani che imparano ad essere veri
criminali invece di semplici dilettanti. E così entriamo in un circolo vizioso
di alienazione sociale, dipendenza dalla droga, degrado e crimine.
La
risposta del sistema è di criminalizzare i giovani, dare loro la colpa dei
problemi che la stessa società genera, aumentare le politiche repressive,
costruire più prigioni ed emanare sentenze più severe. Invece di risolvere il
problema, queste misure servono solo ad aggravarlo e a creare un circolo
vizioso di crimine e di alienazione. Questo è il risultato logico
dell’esistenza del capitalismo e dell’economia di mercato, che tratta le
persone come semplici “fattori di produzione” e che sottomette tutto alla
logica del profitto. Il nostro appello ai giovani è quello di organizzarsi e
unirsi alla classe operaia nella battaglia contro il capitalismo e per il
socialismo!
La crisi
del capitalismo significa maggiore disoccupazione ed un ulteriore decadimento
delle infrastrutture, dell’istruzione, della sanità e delle politiche per la
casa. Questo decennio di politiche di controriforma porta con sé il rischio di
ulteriore disintegrazione sociale. Significherà un aumento del crimine, del
vandalismo, di comportamenti anti-sociali e di violenza.
È
necessario prendere misure urgenti per evitare che nuovi settori di giovani
sprofondino nel baratro della demoralizzazione. La battaglia per il socialismo
significa una battaglia per la cultura nel suo significato più vasto, per
elevare le aspirazioni dei giovani, per dargli uno scopo nella vita che vada
oltre la lotta per la sopravvivenza in modo non molto diverso degli animali. Se
tratti le persone come animali, si comporteranno da animali. Se tratti le persone
come esseri umani, agiranno di conseguenza.
Tagli
all’istruzione a tutti i livelli, l’abolizione delle borse di studio e
l’introduzione di tasse e prestiti per gli studenti significano che i giovani
della classe lavoratrice sono tenuti fuori dai livelli più alti
dell’istruzione. Invece di essere adeguatamente formati per essere al servizio
della società una volta diventati adulti, e poter accedere alla cultura, la
maggioranza dei giovani è condannata ad una vita di lavori precari sottopagati
e non qualificati. Al tempo stesso alle imprese private si permette di
interferire nell’ istruzione, che viene sempre più considerata come un mercato
in cui fare profitti.
Noi
chiediamo:
1)
Un’istruzione dignitosa per tutti i giovani. Un programma intensivo di costruzione
di scuole ed un sistema veramente gratuito di istruzione ad ogni livello.
2)
L’immediata abolizione delle tasse scolastiche e l’introduzione di una borsa di
studio dignitosa per tutti gli studenti che permetta l’accesso agli strati
superiori dell’istruzione.
3) Un
lavoro garantito e con salario dignitoso a tutti quelli che escono dalla
scuola.
4) La fine
della dominazione e dello sfruttamento dell’educazione da parte delle grandi
imprese. Via i privati dall’istruzione!
5) La
costruzione di circoli giovanili ben attrezzati, librerie, centri sportivi,
cinema, piscine e altri centri ricreativi per i giovani.
6) Un
programma di edilizia pubblica accessibile agli studenti ed a tutti i giovani.
“È praticabile?”
La crisi
del capitalismo significa che ovunque banchieri e capitalisti sperano di
buttare tutto il fardello della crisi sulle spalle di quelle persone che meno
possono permettersi di pagare: i lavoratori, la classe media, i disoccupati, i
vecchi e gli ammalati. Viene ripetuto di continuo che, poiché c’è una crisi,
non possiamo permetterci di migliorare o persino di mantenere il tenore di vita
attuale.
L’argomento
per cui non ci sono soldi per le riforme è palesemente falso. Ci sono montagne
di soldi per gli armamenti e per la guerra in Iraq ed in Afghanistan, ma non ci
sono soldi per scuole ed ospedali. Ci sono montagne di soldi per aiutare i
ricchi, come possiamo vedere con il piccolo regalo di 700 miliardi di dollari
che Bush ha fatto ai banchieri. Ma non ci sono soldi per pensioni, ospedali o scuole.
L’argomento della “praticabilità” quindi non regge. Una data
riforma è praticabile o meno, a seconda se difende gli interessi di una certa
classe oppure no. In ultima analisi, che sia praticabile (vale a dire, se viene
messa in pratica) dipende dalla lotta di classe e dall’effettivo rapporto di
forza fra le classi. Quando la classe dominante rischia di perdere tutto, sarà
sempre pronta a fare concessioni che “non si può permettere”. Questo si è visto
nel maggio 1968 in Francia, quando la borghesia ha concesso grandi aumenti
salariali e miglioramenti considerevoli rispetto agli orari ed alle condizioni
di lavoro per far finire lo sciopero generale e far sì che i lavoratori
lasciassero le fabbriche che avevano occupato.
L’emergere
della crisi potrebbe all’inizio rappresentare uno shock per molti lavoratori,
ma ciò si tramuterà presto in rabbia quando le persone si renderanno conto che
viene loro chiesto di pagarne il prezzo. Ci saranno improvvisi cambiamenti di
coscienza, che può essere trasformata nel giro di 24 ore. Un grande movimento
anche solo in un paese importante può provocare un rapido cambiamento della
situazione complessiva, come accaduto nel 1968. La sola ragione per cui questo
non è ancora successo è perché i dirigenti delle organizzazioni di massa dei
lavoratori inseguono gli avvenimenti e non riescono a proporre una vera
alternativa. Comunque, ci sono già segnali di un cambiamento.
Nell’ultimo
periodo ci sono stati scioperi generali e manifestazioni di massa in tutta
Europa. In Grecia ci sono stati nove scioperi generali da quando il partito di
destra Nuova Democrazia ha vinto le elezioni nel 2004. Nei primi sei mesi del
2008 il Belgio ha assistito ad un’ondata di scioperi a gatto selvaggio che
hanno ricordato quelli degli anni ‘70. Il movimento si è diffuso spontaneamente
da un settore all’altro. Nel marzo 2008 la Compagnia dei Trasporti di Berlino
(BVG) è stata paralizzata da uno sciopero lungo e combattivo degli autisti e
degli addetti alla manutenzione e all’amministrazione. Dopo anni di concessioni
e di arretramenti i lavoratori hanno dimostrato di averne avuto abbastanza.
Migliaia di ragazzi sono scesi in strada in Spagna mercoledì 22 ottobre per
protestare contro i piani di privatizzazione dell’ istruzione universitaria ed
anche per opporsi ad ogni piano per far pagare ai lavoratori la crisi con tagli
all’ istruzione, alla sanità e ad altri servizi pubblici.
In Italia
gli studenti si stanno mobilitando. Centinaia di migliaia di studenti delle
superiori e delle università insieme ad insegnanti, professori e ai genitori si
stanno mobilitando in tutta Italia contro il tentativo di Berlusconi di
privatizzare ancor di più l’istruzione. Questo ha portato all’occupazione di
scuole e Università. La risposta del governo è stata quella di minacciare l’uso
della polizia armata contro gli studenti. Sabato 11 ottobre 300.000 lavoratori
e giovani hanno partecipato ad una manifestazione convocata da Rifondazione
Comunista e altre organizzazioni della sinistra.
Tutto
questo dimostra che i lavoratori non restano a braccia conserte mentre il loro
tenore di vita viene attaccato. Sono state poste le basi per una grande ripresa
della lotta di classe. I lavoratori non sono interessati alla logica del
profitto. Il nostro dovere è difendere gli interessi della nostra classe,
difendere il tenore di vita e migliorare le condizioni di lavoro. Se ci sono
soldi per i banchieri, allora ci sono soldi per finanziare il tipo di riforme
di cui abbiamo bisogno per fare della società un posto in cui vivere!
Difendere i diritti democratici!
Per oltre
mezzo secolo, i lavoratori dell’Europa Occidentale e del Nordamerica hanno
creduto che la democrazia fosse qualcosa di garantito per sempre. Ma questa era
un’illusione. La democrazia è una costruzione molto fragile, ed è possibile
solo in paesi ricchi dove la classe dominante può fare determinate concessioni
alle masse per placare la lotta di classe. Tuttavia, quando le condizioni
cambiano, la classe dominante nei Paesi “democratici” può passare alla
dittatura con la stessa facilità con cui un uomo si sposta fra scompartimenti
diversi di un treno.
In un
contesto di forte scontro tra le classi, la classe dominante inizierà ad
avvicinarsi alla reazione. Si lamenteranno che ci sono troppi scioperi e
manifestazioni e chiederanno “Ordine”. Recentemente a Cossiga, che è stato
Ministro dell’ Interno negli anni ’70 per la Democrazia Cristiana, poi
Presidente della Repubblica ed ora senatore a vita, è stato chiesto cosa
bisogna fare con le manifestazioni degli studenti. Ha risposto:
“Bisogna
lasciarli fare. Ritirare le forze dell’ordine dalle strade e dalle università,
infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che
per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle
macchine e mettano a ferro e fuoco le città.(…) Nel senso che le forze
dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non
arrestarli che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma
picchiarli e picchiare anche quei docenti che li sollevano.(…) Spegnere la
fiamma prima che divampi l’incendio”.
Questo è
un segnale di quanto possiamo aspettarci nel prossimo periodo di lotta di
classe, che si intensificherà, in Italia e in altri Paesi. In futuro, a causa
della debolezza dei leader riformisti è probabile che riusciranno ad insediare
una qualche forma di regime bonapartista (poliziesco – militare) in un qualche
Paese europeo. Ma nelle condizioni di oggi un tale regime sarebbe molto
instabile e non potrebbe durare a lungo.
In passato
in Italia, Spagna e Germania esisteva un settore consistente di piccoli
proprietari contadini e di piccola borghesia, che costituivano una base di
massa per la reazione. Ciò non esiste più. In passato molti studenti
provenivano da famiglie ricche e sostenevano i fascisti. Adesso molti studenti
sono di sinistra. Le riserve sociali della reazione sono alquanto limitate. Le
organizzazioni fasciste sono piccole, anche se possono essere estremamente
violente, il che riflette debolezza e non forza. Inoltre, dopo l’esperienza di
Hitler, la borghesia non ha intenzione di consegnare un’altra volta il potere
nelle mani di un pazzo. Preferiscono fare affidamento a “rispettabili”
ufficiali dell’esercito, usando i delinquenti fascisti come forza ausiliare.
Già nel
passato recente i diritti democratici sono stati messi sotto attacco. Con la
scusa della legislazione antiterrorista, la classe dominante introduce nuove
leggi per restringere i diritti democratici. Dopo gli attacchi terroristici
dell’11 settembre, Bush ha fatto approvare in fretta l’Homeland security act
(una legge antiterrorismo che assieme al Patrioct Act, limita fortemente i
diritti democratici, NdT) . L’amministrazione Bush sta cercando di distruggere
le basi del regime democratico nato dalla rivoluzione americana e sta cercando
di promuovere una forma di governo slegata da ogni controllo. Leggi simili sono
state approvate in Gran Bretagna ed in altri Paesi.
Combatteremo
per difendere tutti i diritti democratici conquistati dai lavoratori in
passato. Soprattutto, difenderemo il diritto a scioperare e a manifestare e ci
opponiamo a tutte le restrizioni legislative che gravano sull’attività
sindacale. Tutti devono avere il diritto di aderire ad un sindacato e di unirsi
ad altri lavoratori per difendere i propri diritti.
Molto spesso
i difensori del capitalismo contrappongono il socialismo alla democrazia. Ma le
stesse persone che accusano i socialisti di essere antidemocratici e si pongono
in prima fila fra i difensori della democrazia, sono sempre stati i nemici più
feroci di quest’ultima. Dimenticano tranquillamente che i diritti democratici
che abbiamo oggi sono stato conquistati dalla classe operaia con un lotta lunga
e dura contro i ricchi e i potenti che hanno sempre contrastato energicamente
ogni rivendicazione democratica.
La classe
lavoratrice è interessata alla democrazia perché ci fornisce le condizioni più
favorevoli per sviluppare la lotta per il socialismo. Ma capiamo che sotto il
capitalismo la democrazia non può non avere un carattere limitato, a senso
unico e fittizio. A cosa serve la libertà di stampa quando tutti i grandi
giornali e i canali televisivi, le sale per riunioni e i teatri sono nelle mani
dei ricchi? Fino a quando la terra, le banche e i grandi monopoli rimangono
nelle mani di pochi, tutte le decisioni veramente importanti che riguardano le
nostre vite saranno prese non da parlamenti e da governi eletti, ma nelle
stanze chiuse dei consigli di amministrazione delle banche e delle grandi
imprese. La crisi odierna lo ha reso chiaro a tutti.
Noi
chiediamo:
1)
L’immediata abolizione di tutte le leggi antisindacali
2) Il
diritto di tutti i lavoratori di aderire ad un sindacato, di scioperare, di
fare picchetti e di manifestare
3) Il
diritto di parola e di assemblea
4) No alle
restrizioni dei diritti democratici con il pretesto delle cosiddette leggi
antiterrorismo!
5) Le
organizzazioni dei lavoratori devono respingere l’ idea falsa di “unità
nazionale” con i governi e i partiti capitalisti sotto il pretesto della crisi.
Questi ultimi ne sono responsabili e vogliono far pagare il conto alla classe
operaia.
Un altro mondo è possibile – il socialismo
Alcune
persone ritengono in maniera errata che la crisi attuale sia dovuta ai
progressi della scienza. Affermano che saremmo più felici se vivessimo in
capanne di fango e lavorassimo dall’alba al tramonto, spaccandoci la schiena
nel lavoro dei campi. Questa è follia. Il modo per ottenere la vera libertà di
sviluppare pienamente le potenzialità degli uomini e delle donne si trova
proprio nello sviluppo più completo dell’industria, dell’agricoltura, della
scienza e della tecnologia. Il problema è che queste potenti armi per lo
sviluppo umano sono nelle mani di individui che subordinano il loro utilizzo
alla sete di profitto, adattandole ai propri scopi, limitando le loro applicazioni
e frenandone lo sviluppo. È chiaro che la scienza avrebbe scoperto una cura
contro il cancro già molto tempo fa o trovato alternative convenienti e non
inquinanti ai combustibili fossili se non fosse anch’ essa incatenata al carro
del profitto.
La scienza
e la tecnologia possono sviluppare il loro enorme potenziale solo quando
saranno liberate dall’abbraccio soffocante dell’economia di mercato e saranno
poste al servizio dell’umanità in un sistema razionale e democratico di
produzione, basato sui bisogni della gente e non sul profitto. Questo ci
darebbe la possibilità di lavorare solo lo stretto necessario, liberando così
donne e uomini dalla schiavitù di lunghe ore di sfruttamento e dando loro la
capacità di sviluppare tutte le potenzialità fisiche, intellettuali o
spirituali. Ciò significherà il salto dell’ umanità “dal regno della necessità
al regno della libertà”.
Dopo la
caduta dell’Unione Sovietica, i difensori del vecchio ordine sociale erano
felici. Parlavano di fine del socialismo, e addirittura di fine della storia.
Ci hanno promesso una nuova epoca di pace, prosperità e democrazia, grazie ai
miracoli resi possibili dall’economia di libero mercato. Adesso, dopo soli 15
anni, questi sogni sono sfumati e non rimane traccia di queste illusioni.
Problemi seri richiedono soluzioni adeguate. Non si può curare il cancro con
l’aspirina! Quello di cui c’è bisogno è un cambiamento della società. Il
problema fondamentale è il sistema stesso. Gli economisti borghesi che
argomentavano che Marx aveva torto e che le crisi capitaliste erano cose del
passato (il “nuovo paradigma economico”) hanno commesso un errore grossolano.
Il boom
passato aveva tutte le caratteristiche del ciclo economico descritto da Marx
molto tempo fa. Il processo di concentrazione del capitale ha raggiunto
proporzioni enormi. C’è stata un’orgia di acquisizioni ed un aumento dei
monopoli, che hanno raggiunto proporzioni mai viste prima. Questo non ha
portato allo sviluppo delle forze produttive come in passato. Le fabbriche sono
state chiuse come fossero scatole di fiammiferi e centinaia di migliaia di
persone sono state espulse dal posto di lavoro. Ora questo processo subirà
un’ulteriore accelerazione poiché il numero di bancarotte e di chiusure aumenta
ogni giorno.
Che cosa
significa tutto questo? Stiamo assistendo alla dolorosa morte agonizzante di un
sistema sociale che non merita di vivere, ma che rifiuta di morire. Questo non
è sorprendente: tutta la storia dimostra che nessuna classe dominante cede il
proprio potere e i propri privilegi senza combattere. Questa è la vera
spiegazione per guerre, terrorismo, violenza e morte che sono le
caratteristiche principali dell’epoca in cui viviamo. Ma stiamo assistendo
anche alle doglie di una nuova società – una società nuova e giusta, un mondo
adatto a uomini e donne per viverci. Al di fuori di questi eventi sanguinari,
in un Paese dopo l’altro, una nuova forza sta per nascere – la forza
rivoluzionaria di lavoratori, contadini e giovani.
George
Bush è ebbro di potere e immagina che questo potere sia senza limiti.
Sfortunatamente c’è ancora chi a sinistra ha questa stessa idea. Ma si
sbagliano. Un’ondata rivoluzionaria sta scuotendo l’America Latina. La
Rivoluzione Venezuelana è stata un terremoto che ha causato sconvolgimenti in
tutto il continente; il movimento delle masse in America Latina è stato la
risposta finale a tutti quelli che sostenevano che la rivoluzione non è più
possibile. Non solo è possibile, è assolutamente necessaria se vogliamo salvare
il mondo dal disastro che sta per arrivare.
Milioni di
persone iniziano a reagire. Le manifestazioni di massa contro la guerra in Iraq
hanno fatto scendere in piazza milioni di persone. È stato l’indicazione
dell’inizio di un risveglio. Ma il movimento non aveva un programma complessivo
per cambiare la società. I cinici e gli scettici hanno fatto il loro tempo. È
ora di sbarazzarsene e di continuare la lotta. La nuova generazione vuole
combattere per la propria emancipazione. Cercano uno slogan, un’idea e un
programma che li possa ispirare e portarli alla vittoria. Può essere solo la
lotta per il socialismo su scala mondiale. La scelta che la razza umana ha
davanti a sé è socialismo o barbarie.
Per gli Stati Uniti Socialisti d’Europa!
Il
potenziale produttivo dell’Europa è enorme. Con una popolazione di 497 milioni
di persone ed un reddito annuo pro-capite di 32.300 € rappresenta una forza
formidabile, che potenzialmente può sfidare la potenza degli USA. Ma questo
potenziale non potrà mai essere sviluppato sotto il capitalismo. Tutti i
tentativi di accelerare l’unificazione europea si sono arenati sullo scoglio
degli interessi nazionali contrastanti. La prospettiva della recessione servirà
per approfondire queste divisioni e metterà un punto di domanda sopra il futuro
della stessa Unione Europea.
La
creazione dell’Unione Europea ha rappresentato la tacita ammissione del fatto
che è impossibile risolvere i problemi dell’ economia nei ristretti ambiti del
mercato nazionale. Ma su basi capitaliste l’unità dell’Europa non potrà mai
essere raggiunta. Durante una crisi le contraddizioni fra i capitalisti dei
diversi stati nazionali vengono alla luce. L’attuale crisi ha messo in evidenza
le spaccature in precedenza occulte e ha rivelato il vuoto che c’è nella
demagogia attorno all’ unità europea. Nonostante le rassicurazioni di Sarkozy,
le relazioni fra i leader europei sono sempre più aspre, soprattutto fra i
leader di Francia e Germania, i due paesi chiave dell’Unione Europea.
La
dichiarazione unilaterale del governo tedesco garantendo il miliardo di euro di
depositi bancari dei privati cittadini ha colto impreparati i governi
dell’Unione Europea e sembra aver inibito la proposta di una misura comune
europea accordata in precedenza a Parigi durante un summit dei leader francese,
inglese, tedesco e italiano. La mossa tedesca ha portato alla minaccia di un
ritiro generalizzato dei risparmi dalle banche di altri Paesi. Gli altri Stati
erano infuriati. Ma in che consiste la differenza fra questo e la dichiarazione
del governo irlandese che avrebbe garantito tutte le passività delle sei
principali banche del paese per due anni, o la promessa ricorrente del governo
inglese secondo cui si sarebbero prese “tutte le misure possibili” per tutelare
i risparmiatori o la promessa di Sarkozy che i risparmiatori francesi non
avrebbero perduto un “solo euro”?
Tutto ciò
ha messo in evidenza l’ipocrisia della Commissione Europea, che sta sfidando la
mossa irlandese, ma ha detto in seguito che non vedeva niente di sbagliato nei
provvedimenti di Berlino. Che differenza c’è fra Irlanda e Germania? Che la
Germania è grande e l’Irlanda è piccola, e la prima controlla i “cordoni della
borsa” dell’Unione Europea. Garanzie simili sono state offerte da una serie di
altri governi europei – comprese Svezia, Austria, Danimarca e Portogallo – per
evitare la fuga dei risparmiatori verso banche tedesche o irlandesi.
In realtà
ogni governo nazionale cerca di mettere davanti i propri interessi. La
reciproca diffidenza fra i governi europei è venuta a galla appena si sono
trovati di fronte ad una crisi. Ogni governo dovrebbe combattere il panico che
si va diffondendo attraverso l’Atlantico, per mezzo delle istituzioni
finanziarie europee. Washington, con un solo governo ed un solo sistema
politico, ha trovato abbastanza difficile fronteggiare la crisi globale del
credito. L’Unione Europea ha una sola moneta ed un solo mercato, ma ha 27
governi e non ha un sistema generale di supervisione bancaria o di governo
dell’economia.
È
impossibile unire sistemi economici che vanno in direzioni diverse e i governi
europei stanno pagando il prezzo della creazione di una singola moneta senza le
istituzioni o un sistema regolatore che gestisca una singola economia. Nel
prossimo periodo emergeranno inevitabilmente tendenze protezioniste. I
tentativi dei singoli governi di attirare miliardi di euro di investimenti in
uscita da altri Paesi sono un anticipo di politiche tipo “chiedi la carità al
mio vicino” che è lecito attendersi mentre la crisi si approfondisce.
Sylvester
Eijffinger, dell’università di Tilburg, consigliere monetario del Parlamento
europeo, ha detto: “Questa è la sveglia. Prima abbiamo avuto l’integrazione
economica, poi quella monetaria. Ma non abbiamo mai sviluppato una parallela
integrazione politica e legislativa che ci avrebbe permesso di fronteggiare una
crisi come quella attuale”. Le tensioni fra gli Stati nazionali sono tali da
mettere in discussione l’esistenza stessa dell’euro nel prossimo periodo. Non è
impensabile che l’ Unione Europea possa disgregarsi o quanto meno venir fuori
profondamente trasformata nelle proprie strutture e ridotta a poco più di un’accozzaglia
di formalità rituali fra nazioni.
L’Unione
Europea è in realtà un club di capitalisti dominato dalle banche e dai grandi
monopoli degli Stati membri. I nuovi Stati membri dell’Europa orientale sono
usati come riserva di manodopera a basso costo, con prezzi europei e salari
orientali. Dall’altro lato, l’Unione Europea è un blocco imperialista che
sfrutta le vecchie colonie dei Paesi europei in Africa, in Medio Oriente,
l’Asia e i Caraibi. Non c’è niente di progressista in tutto ciò. L’unico modo
per sviluppare il vero potenziale dell’Europa è costruire una Federazione
socialista, che convoglierebbe le forze produttive dell’Europa in un piano
comune. Questo deve combinarsi con la massima autonomia per tutti i popoli
d’Europa, inclusi i Baschi, i Catalani, gli Scozzesi, gli Irlandesi e tutte le
altre minoranze nazionali e linguistiche. Getterebbe le basi per una soluzione
pacifica e democratica del problema nazionale in Paesi come l’Irlanda e Cipro.
Una federazione socialista sarebbe formata su base strettamente volontaria con
uguaglianza completa per tutti i cittadini.
Rivendichiamo:
1) No
all’Europa dei burocrati, delle banche e dei monopoli!
2)
Espropriazione delle banche e dei monopoli e creazione di un pianificazione
integrata su basi democratiche e socialiste delle risorse produttive
3) Fine
delle discriminazioni contro gli immigrati, le donne e i giovani. Uguale
salario per uguale lavoro!
4)
Coordinamento degli attivisti sindacali su scala europea e mondiale. Per un
fronte unico combattivo dei lavoratori contro le grandi multinazionali!
5) Per gli
Stati Uniti Socialisti d’Europa!
Europa dell’Est, Russia e Cina
L’inizio
della recessione in Europa occidentale sta esacerbando i problemi delle
cosiddette economie emergenti dell’Europa orientale, da dove gli investitori
stanno trasferendo i loro investimenti maggiormente a rischio verso
destinazioni più sicure. Le economie relativamente deboli dell’Europa dell’Est
pagheranno a caro prezzo la loro integrazione nel capitalismo mondiale. Forti
inflessioni nella crescita e aumento della povertà si stanno già vedendo in
Russia, Ucraina e Romania. Nonostante la crescita di alcune aree dell’Europa
orientale, si prevede che la crescita del Pil pro capite per l’intera regione
sarà zero.
L’Ungheria
si sta preparando per una “situazione da recessione” e va incontro, secondo il
primo ministro Ferenc Gyurcsany, ad una contrazione del Prodotto interno lordo
per il prossimo anno. Il governo si aspettava una crescita del Pil del 3% nel
2009 quando ha stilato una prima previsione di bilancio. Adesso si trova ad
affrontare pesanti tagli e una disoccupazione galoppante. La crisi finanziaria
arriva solo 2 anni dopo che Gyurcsany ha introdotto l’aumento delle tasse,
tagli di posti di lavoro nel settore pubblico e dei sussidi per il rifornimento
energetico delle abitazioni in modo da contenere il più grande deficit di
bilancio in tutta l’Unione Europea.
Il governo
ungherese è stato costretto a richiedere un prestito d’emergenza di 5 miliardi
di euro dalla Banca Centrale Europea. Soffocata dall’abbraccio dei banchieri
internazionali, l’Ungheria sarà costretta a tagliare la spesa pubblica per
contenere il deficit. Come sempre, saranno i lavoratori e i contadini a pagarne
il prezzo. Il governo sta proponendo di congelare i salari, di cancellare i
bonus per i dipendenti pubblici e di ridurre le pensioni per portare il deficit
al 2,6% del PIL. E la Polonia e gli altri paesi dell’Europa dell’Est sono solo
un passo dietro all’Ungheria.
Le
popolazioni dell’Europa orientale sono entrate nell’UE con l’idea che avrebbero
goduto dello stesso tenore di vita che avevano visto in Germania e in Francia.
Ma queste illusioni sono state presto sconfessate. Una piccola minoranza si è
arricchita saccheggiando le proprietà dello Stato attraverso delle
“privatizzazioni - truffa”. Ma la maggioranza dei polacchi, cechi, slovacchi e
ungheresi non ha tratto alcun beneficio dal ritorno al capitalismo. Durante il
boom sono stati sfruttati come mano d’opera a basso costo nei paesi più ricchi.
Adesso l’Europa dell’Est si trova di fronte alla bancarotta. E il crollo
economico nell’Europa orientale trascinerà giù con sé le economie dell’Austria
e degli altri paesi dell’Ue coinvolti.
Da nessuna
altra parte in Europa le conseguenze della restaurazione capitalista sono state
tanto disastrose come nei Balcani. La disgregazione della Jugoslavia è stata un
atto criminale che ha portato ad una serie di guerre fratricide, terrorismo,
omicidi di massa e genocidi. Questa terribile situazione ha avuto conseguenze
catastrofiche per milioni di persone che prima avevano buoni standard di vita,
pace e piena occupazione. Adesso in molti guardano alla vecchia Jugoslavia con
nostalgia. Il capitalismo non ha portato loro niente tranne guerra, miseria e
sofferenze.
La
situazione della Russia non è migliore. Le contraddizioni qui sono persino più
evidenti che in Europa dell’Est. La stragrande maggioranza dei cittadini
dell’ex Unione Sovietica non ha tratto benefici dalla restaurazione del
capitalismo, che ha creato un’oligarchia spudoratamente ricca, strettamente
legata alla criminalità organizzata. Ma si tratta di una piccola minoranza. Per
milioni di russi gli ultimi due decenni hanno significato solo miseria, fame,
sofferenza e umiliazione. La restaurazione del capitalismo ha significato il
crollo del sistema sanitario ed educativo che, ai tempi dell’Unione Sovietica,
erano gratis per tutti i cittadini, così come il declino della cultura e la
generalizzazione di impoverimento e disuguaglianza .
Per un
periodo la popolazione ha creduto che il peggio fosse passato e che l’economia
si stesse riprendendo dalla profonda depressione che seguì il crollo dell’URSS.
Ma adesso la Russia si trova di fronte alla peggiore crisi finanziaria dal
crollo del 1998. La caduta del prezzo del petrolio, che riflette la diminuzione
della domanda a livello mondiale, ha spinto l’economia nella crisi. Il
precedente clima di ottimismo a Mosca è svanito dopo i pesanti crolli del
mercato azionario, che ha dovuto essere chiuso a causa delle forti turbolenze.
Come nella favola della strega Baba Yaga, il capitalismo russo è una capanna
costruita su zampe di pollo. La crisi si manifesta nella contrazione del
settore edilizio, in licenziamenti e sulla stretta al credito per le aziende
private.
La crisi
ha costretto il governo russo a seguire la stessa strada di Washington e
Londra, spendendo miliardi di dollari di denaro pubblico per salvare le aziende
private. Più di 200 miliardi di dollari sono stati allocati per prestiti, tagli
alle tasse ed altre misure. Ma i cittadini russi si chiederanno perché il
denaro pubblico debba essere usato per salvare gli oligarchi che sono diventati
ricchi saccheggiando lo Stato per tutto l’ultimo periodo. Se si pensa che
l’impresa privata e il mercato sono superiori all’economia nazionalizzata e
pianificata, perché ora il settore privato deve essere sostenuto dallo Stato?
La
situazione è persino peggiore nelle ex Repubbliche Sovietiche come l’Ucraina,
dove la povertà è accompagnata da instabilità politica, corruzione e caos. Per
le popolazioni del Caucaso e dell’Asia Centrale si è trattato di un’assoluta
calamità. La Georgia, l’Armenia e l’Azerbaigian sono in uno stato di guerra
costante e le masse devono sopportare un pesante fardello dovuto alla spesa
militare. Il terrorismo si sta estendendo dalla Cecenia occupata alle altre
repubbliche. La guerra in Afghanistan minaccia di destabilizzare, non solo il
Pakistan, ma tutta l’Asia Centrale.
C’è un
vecchio proverbio che dice: ”La vita insegna”. Molte persone in Russia, Ucraina
e Europa orientale stanno pensando: avevamo tanti problemi prima, ma
almeno avevamo la piena occupazione, una casa, sanità e istruzione gratuite.
Ora questi paesi sono di fronte al tracollo e alla disoccupazione di massa. Le
popolazioni del Caucaso vogliono tornare alla pace e alla stabilità. Nessuno
vuole il ritorno alla burocrazia e ad una dittatura totalitaria. Ma un regime
autenticamente socialista, come la democrazia operaia instaurata da Lenin e
Trotsky dopo la Rivoluzione d’Ottobre, non ha nulla in comune con la grottesca
caricatura stalinista che è emersa dopo la morte di Lenin.
Questa è
stata il risultato dell’isolamento della rivoluzione in condizioni di estrema
arretratezza. Ma ora, sulle basi di un’industria avanzata, della scienza e
della tecnologia sviluppate nel corso degli ultimi 90 anni, sono state create
le condizioni oggettive per un rapido avanzamento verso il socialismo. Quello
che ci vuole è la nascita di una federazione socialista, su base volontaria, in
cui l’economia sia nelle mani dello Stato e lo Stato sotto il controllo
democratico dei lavoratori e dei contadini. Ma la prima condizione per questo è
l’esproprio degli oligarchi, dei banchieri e dei capitalisti.
Il
rallentamento dell’economia mondiale sta avendo un considerevole impatto
sull’economia cinese. La crescita dell’economia cinese dipende pesantemente
dalle esportazioni e durante il picco dell’ultimo boom il tasso annuale di
crescita delle esportazioni ha raggiunto la cifra del 38% (nei primi tre
trimestri del 2003) . Attualmente la cifra dell’ultimo trimestre è scesa
intorno al 2% e in concomitanza abbiamo visto anche una forte flessione degli
ordinativi di prodotti industriali negli ultimi mesi. Commentatori borghesi
autorevoli stanno dibattendo su cosa sia più probabile tra l’ipotesi di un
“graduale rallentamento” o quella di un “brusco crollo” nella produzione
cinese.
Stephen
Green, un esperto di economia cinese della Standard Chartered, prevede che le
esportazioni potrebbero persino diminuire a “zero o addirittura arrivare ad una
crescita negativa” entro il prossimo anno. Quanto sia diventato stretto il
legame tra l’economia mondiale e la Cina è stato dimostrato da una recente
stima di JP Morgan Chase che vede un calo del 5,7% delle esportazioni cinesi
per ogni punto percentuale di calo della crescita economica mondiale. Ciò sta
provocando massicce chiusure di fabbriche in tutta la Cina con milioni di
lavoratori che si ritrovano disoccupati.
Nel 2007
la crescita dell’economia cinese era al 12% e nel 2008 è già rallentata al 9% e
potrebbe diminuire ulteriormente. Nel comprensorio di Hong Kong più di 2
milioni di lavoratori potrebbero perdere il posto di lavoro nel giro di pochi
mesi. Ciò è accompagnato dallo scoppio della bolla immobiliare con i prezzi
delle case che sono crollati, lasciando molte famiglie cinesi in difficoltà con
un mutuo che vale più delle case che hanno comprato. Ciò sta avendo un impatto
sul mercato interno. La risposta del governo cinese è stata di approvare un
pacchetto di misure economiche per stimolare la crescita.
Per
mantenere un certo livello di stabilità sociale devono mantenere la crescita al
di sopra dell’8%. È vero che la Cina ha accumulato enormi riserve, ma queste
non compenseranno le perdite sul mercato estero man mano che l’economia
mondiale scivola sempre più verso la recessione. Di conseguenza si stanno
diffondendo agitazioni operaie e c’è già stata un’ondata di proteste che
rivendicavano il pagamento dei salari arretrati, con blocchi stradali e
picchetti davanti alle fabbriche. Come in Russia e in Europa dell’Est, anche in
Cina ci sarà una reazione contro il capitalismo. Le idee di Marx guadagneranno
terreno, preparando la strada per un nuovo e inarrestabile movimento verso il
socialismo.
Rivendichiamo:
1) La fine
delle privatizzazioni e l’abbandono dell’economia di mercato
2) Basta
con oligarchi e nuovi ricchi! Rinazionalizzazione delle imprese privatizzate
senza indennizzo.
3)
Democrazia operaia!
4) Abbasso
la burocrazia e la corruzione! I sindacati devono difendere gli interessi dei
lavoratori!
5) I partiti
comunisti devono portare avanti politiche comuniste! Ritorno al programma di
Marx e Lenin!
6)
Reintroduzione del monopolio di Stato sul commercio estero!
La crisi del “Terzo Mondo”
La crisi
attuale indubbiamente colpirà soprattutto i paesi poveri di Africa, Medio
Oriente, Asia e America Latina. Persino durante il boom la stragrande
maggioranza delle popolazioni di questi paesi ha tratto benefici scarsi se non
nulli. C’è stata una profonda polarizzazione tra ricchi e poveri in tutti i
paesi. Il 2% della popolazione mondiale detiene oggi più della metà della
ricchezza globale. 1,2 miliardi di uomini, donne e bambini vivono in condizioni
di assoluta indigenza. Ogni anno 8 milioni di persone muoiono per la povertà.
Questo è il meglio che il capitalismo aveva da offrire. Cosa accadrà ora?
Oltre al
crollo delle esportazioni, che colpirà tutti i beni incluso il petrolio
(eccetto l’oro e l’argento) , si trovano a dover affrontare l’aumento del
prezzo dei generi alimentari, che deriva in gran parte dalla speculazione. Un
recente rapporto del Banco Interamericano ha suonato un campanello d’allarme
sul fatto che l’aumento del prezzo dei generi alimentari spingerà nella povertà
assoluta 26 milioni di persone in America Latina. Il presidente della Banca
Mondiale Robert Zoellick ha fatto presente che i più poveri a livello mondiale
devono affrontare “la triplice minaccia” riguardante il cibo, il carburante e
la finanza: “Non si può chiedere ai più poveri di pagare il prezzo più alto.
Stimiamo che quest’anno 44 milioni di persone in più soffriranno di
malnutrizione come conseguenza degli alti prezzi del cibo. Non possiamo far sì
che una crisi finanziaria diventi una crisi umanitaria.” Belle parole, ma come
dice un vecchio proverbio inglese, “con le belle parole non ci si imburra il
pane”.
La povertà
e la fame nel mondo aumenteranno come risultato della crisi finanziaria globale
e delle misure di “aggiustamento strutturale” dettate dal Fondo Monetario
Internazionale. Quest’ultima è la conclusione ineluttabile dell’ultimo rapporto
sulla povertà mondiale pubblicato dalla Banca Mondiale. Essa ha calcolato che
il numero di persone costrette a vivere con meno di un dollaro al giorno sta
aumentando e potrebbe raggiungere 1,5 miliardi entro la fine di quest’anno.
Circa 200 milioni di persone sono cadute in condizioni di povertà totale
rispetto alle stime del 1993. La previsione di crescita del Pil procapite nel
Medio Oriente e in Nord Africa è negativa. Riassumendo la situazione, il
responsabile della Banca Mondiale per la Riduzione della Povertà e la Gestione
Economica Michael Walton ha detto: “Lo scenario mondiale che è emerso alla fine
degli anni novanta è di progresso stagnante in conseguenza della crisi dell’Est
asiatico, di aumento del numero dei poveri in India e nell’Africa Sub-Sahariana
e di un drastico peggioramento in Europa e in Asia Centrale”.
Nella sola
Indonesia, la quantità di persone costrette a vivere con meno di un dollaro al
giorno è aumentata dall’11% nel 1997 al 19,9% nel 1998, cosa che implica un
incremento di 20 milioni tra le fila dei “nuovi poveri” – corrispondente alla
popolazione di una nazione di medie dimensioni come l’Australia. In Corea del
Sud l’incidenza della povertà nelle zone urbane è salita dall’8,6% nel 1997 al
19,2% nel 2007. Il numero di persone con meno di un dollaro al giorno in India
ha raggiunto i 340 milioni, dalla stima della fine degli anni ’80 di 300
milioni. Recenti dati sulla stagnazione nelle aree rurali fanno pensare che ci
siano stati ulteriori aumenti della povertà nel paese. E ciò accadeva durante
un boom economico con tassi di crescita di quasi il 10% su base annua. Cifre
ufficiali stimano che la crescita economica si sta già arrestando. Nell’agosto
2008 la crescita industriale era all’1,3% su base annua, un risultato molto
basso se confrontato con la crescita di oltre il 10% dell’anno precedente.
Il Fmi
chiede che i paesi poveri aprano i loro mercati alla penetrazione del capitale
internazionale, che taglino la spesa pubblica, eliminino i sussidi sui generi
alimentari e altri beni di largo consumo e che privatizzino le imprese statali.
Lo scopo presunto sarebbe la promozione di una “crescita economica
sostenibile”. In realtà ciò significa la distruzione dell’industria nazionale e
dell’agricoltura e un drastico aumento della disoccupazione e della povertà.
Un recente
studio ha mostrato che nel 1997 e nel 1998 c’è stato un trasferimento netto di
pagamenti di più di un miliardo di dollari dai governi africani al FMI.
Comunque, nonostante queste restituzioni, il debito totale africano continua a
crescere con un tasso del 3%. Mentre i paesi africani necessitano urgentemente
di aumentare la spesa per il sistema sanitario ed educativo, le misure di
aggiustamento strutturale del FMI li hanno costretti a tagliare queste voci di
spesa, con una spesa pro capite per l’istruzione in calo tra il 1986 e il 1996.
La
catastrofe del “Terzo Mondo” è frutto dell’azione dell’uomo. Non c’è niente di
automatico. Infatti nessuno nel primo decennio del 21° secolo dovrebbe morire
di fame. I soldi che sono stati dati alle banche avrebbero potuto risolvere il
problema della fame nel mondo, salvando milioni di vite. Nel giugno del 2008
l’organismo delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (Fao) ha
chiesto 30 miliardi per stimolare l’agricoltura e prevenire future scarsità di
generi alimentari. Ne ha ricevuti solo 7,5 miliardi, pagabili in 4 anni, che
maturano circa 1,8 miliardi all’anno. Ciò corrisponde a 2 dollari al giorno per
ogni persona che muore di fame.
Nell’Occidente
è consuetudine porre la “soluzione” dei problemi di questi paesi in termini di
aiuti. I paesi “ricchi” fanno a gara per dare soldi ai paesi “poveri”. Ma le
misere cifre dei cosiddetti aiuti rappresentano in primis solo una minuscola
parte della ricchezza che è stata succhiata dall’Asia, dall’Africa, dal Medio
Oriente e dall’America Latina. In secondo luogo, questi aiuti sono spesso
legati agli interessi commerciali, militari o diplomatici dei paesi donatori e
quindi rappresentano un mezzo per aumentare la subordinazione delle nazioni ex
coloniali ai loro ex oppressori.
In ogni
caso, è inaccettabile che paesi con risorse molto vaste siano ridotti a
chiedere l’elemosina come mendicanti che raccolgono le briciole dalla tavola
del padrone. Si deve prima di tutto rompere il dominio imperialista e
rovesciare i governi locali corrotti che non sono altro che scagnozzi
dell’imperialismo e delle grandi multinazionali. Né gli aiuti né la carità ma
solo un cambiamento decisivo nella società è la risposta alla povertà mondiale.
In molti
paesi, dopo anni di arretramenti e logoramento, la classe operaia sta
ritornando a lottare. La lotta del popolo palestinese contro l’oppressione
israeliana continua. Ma la chiave del futuro è nelle mani della potente classe
lavoratrice di paesi come il Sud Africa, la Nigeria e l’Egitto. In Egitto
abbiamo assistito ad un’ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche contro le
privatizzazioni e in difesa dei posti di lavoro, come il vittorioso sciopero
con l’occupazione della fabbrica di oltre 20,000 lavoratori del complesso
tessile di Mahalla. Anche i lavoratori iraniani si stanno mobilitando. C’è
stata una massiccia ondata di scioperi che ha coinvolto molti settori della
classe lavoratrice: autisti dei bus, lavoratori dei cantieri, tessili,
ferrovieri, i lavoratori dello zuccherificio di Haft-Tapeh, lavoratori del
settore petrolifero e di altri settori. Questi scioperi possono cominciare con
rivendicazioni economiche ma, data la natura del regime, inevitabilmente
acquisiranno un carattere sempre più politico e rivoluzionario.
In
Nigeria, i lavoratori hanno organizzato una serie di scioperi generali (otto
negli ultimi 8 anni!). Anche in Sud Africa l’imponente movimento dei lavoratori
ha organizzato uno sciopero generale dopo l’altro, i più recenti nel giugno
2007 e nell’agosto 2008. Abbiamo visto massicce mobilitazioni dei lavoratori in
Marocco, Giordania e Libano e anche in Israele, il bastione della reazione nel
Medio Oriente. Ci sono stati movimenti di massa dei lavoratori e dei contadini
anche in Pakistan, India, Bangladesh e Nepal, dove la monarchia è stata
rovesciata.
L’America
Latina è nel pieno di un movimento rivoluzionario dalla Terra del Fuoco al Rio
Grande con il Venezuela all’avanguardia. Gli appelli di Hugo Chávez per il
socialismo non sono caduti nel vuoto. L’idea del socialismo è di nuovo
all’ordine del giorno. In Bolivia e in Ecuador il movimento delle masse contro
il capitalismo e l’imperialismo sta avanzando nonostante la feroce resistenza
delle oligarchie spalleggiate da Washington. È necessario mettere all’ordine
del giorno la lotta per politiche di classe, per la solidarietà proletaria
internazionale e la lotta per il socialismo come unica soluzione duratura ai
problemi delle masse.
Rivendichiamo:
1) La
cancellazione immediata di tutti i debiti del Terzo Mondo.
2) No al
latifondismo e al capitalismo!
3)
Espropriazione dei grandi proprietari terrieri e riforma agraria. Dovunque sia
possibile, le grandi tenute dovrebbero essere gestite collettivamente, usando
tecniche moderne per migliorare la produzione.
4) Libertà
dal dominio imperialista! Nazionalizzazione delle proprietà delle grandi
multinazionali.
5) Un
programma d’urto per l’abolizione dell’analfabetismo e la formazione di forza
lavoro competente ed istruita.
6) Per un
servizio sanitario gratis e accessibile a tutti.
7) Basta
con l’oppressione della donna! Piena uguaglianza dal punto di vista legale,
sociale ed economica per le donne!
8) Basta
con la corruzione e dell’oppressione! Pieni diritti democratici e rovesciamento
dei lacchè dell’imperialismo.
Contro
l’imperialismo!
L’aspetto
più impressionante della situazione attuale è il caos e la turbolenza che hanno
invaso l’intero pianeta. C’è instabilità a tutti i livelli: economico, sociale,
politico, diplomatico e militare. Dappertutto ci sono guerre o minacce di
guerre: l’invasione dell’Afghanistan è stata seguita dall’occupazione dell’Iraq
persino più sanguinaria e criminale. Ci sono state guerre ovunque: nei Balcani,
in Libano e Gaza, in Darfur, Somalia, Uganda. In Congo circa 5 milioni di
persone sono state massacrate negli ultimi anni e le Nazioni Unite e la
cosiddetta comunità internazionale non hanno mosso un dito.
Consapevole
della sua potenza, Washington sostituisce la “normale” diplomazia con la più
spudorata arroganza. Il suo messaggio è brutalmente chiaro: “fate come diciamo
o vi bombarderemo e invaderemo”. L’ex presidente del Pakistan, il generale
Pervez Musharraf, ha rivelato che subito dopo l’attacco terroristico dell’11
settembre 2001 gli Stati Uniti minacciarono di “ricacciare il suo paese all’era
della pietra” se non avesse offerto la sua collaborazione nella guerra contro
il terrorismo e i talebani. Ora che Musharraf non c’è più, l’aviazione
statunitense sta di fatto bombardando il territorio pakistano.
L’imperialismo
americano ha invaso l’Iraq con il falso pretesto che il paese possedesse armi
di distruzione di massa. Spiegavano che Saddam Hussein era uno spietato
dittatore cha assassinava e torturava la sua gente. Ora le Nazioni Unite sono
costrette ad ammettere che nell’Iraq occupato l’omicidio di massa e la tortura
sono endemici. Secondo un recente sondaggio, il 70% degli iracheni pensa che la
vita fosse migliore sotto Saddam.
La “guerra
al terrorismo” ha portato su scala mondiale più terrorismo di quanto ce ne sia
mai stato prima. Dovunque siano andati, gli imperialisti americani hanno
provocato distruzione e sofferenza mai viste. Le tremende scene di morte e
distruzione in Iraq e in Afghanistan ricordano le parole dello storico romano
Tacito: “E quando hanno creato il deserto, lo chiamano pace”. Ma in confronto
alla potenza dell’imperialismo statunitense, quella dell’impero romano era un
gioco da ragazzi. Non contenta dell’invasione dell’Iraq, Washington minaccia la
Siria e l’Iran. Ha provocato la destabilizzazione dell’Asia centrale. Cerca
continuamente di rovesciare il governo democraticamente eletto del Venezuela e
di assassinare il presidente Chavez. Sta cercando di ridurre di nuovo Cuba allo
status di una semi-colonia e organizza attentati terroristici contro l’isola.
La maggior
parte della persone prova disgusto per queste barbarie. Sembra che il mondo sia
improvvisamente impazzito. Tuttavia, una tale reazione è inutile e
controproducente. La situazione in cui si trova attualmente il genere umano non
può essere spiegata come un’espressione della follia o della relativa
immoralità degli uomini e delle donne. Il grande filosofo Spinoza una volta
disse: “né piangere, né ridere, ma capire!”. Si tratta di un consiglio molto
sensato, perché se non sappiamo capire il mondo in cui viviamo, non saremo mai
in grado di cambiarlo. La storia non è senza senso: può essere spiegata e il
marxismo fornisce una spiegazione scientifica.
Non ha
senso affrontare la questione della guerra da un punto di vista sentimentale.
Clausewitz disse molto tempo fa che la guerra è la continuazione della politica
con altri mezzi. Questo marasma cruento in cui viviamo è il riflesso di
qualcosa. È l’espressione delle contraddizioni insolubili che il capitalismo
deve affrontare su scala mondiale. Sono le convulsioni di un sistema
socio-economico che si trova in un impasse. Abbiamo già visto situazioni simili
nella storia mondiale, durante il lungo declino dell’impero romano così come
nel periodo di tramonto del feudalesimo. L’attuale instabilità globale è
semplicemente l’espressione del fatto che il capitalismo ha esaurito il suo
potenziale storico e non è più in grado di sviluppare le forze produttive come
ha fatto in passato.
Il
capitalismo, nella sua fase senile, assediato da tutte le parti da
contraddizioni insolubili, reagisce con le politiche imperialiste più brutali
che si siano mai viste prima. La galoppante corsa agli armamenti sta consumando
una porzione sempre più grande della ricchezza prodotta dal proletariato. Gli
USA, che sono oggi l’unica superpotenza mondiale, spendono ogni anno circa 600
miliardi di dollari in armi, che corrisponde a quasi il 40% della spesa
militare totale a livello mondiale. Al contrario, l’Inghilterra, la Francia e
la Germania rappresentano circa il 5% ciascuna, mentre la Russia pesa solamente
per il 6% circa. Questa situazione costituisce una minaccia per il futuro
dell’umanità.
Le enormi
somme spese per le armi potrebbero da sole essere sufficienti per risolvere il
problema della povertà a livello mondiale. Secondo una stima, il costo totale
della sola guerra in Iraq per gli USA sarebbe stato di 3000 miliardi di
dollari. Tutti riconoscono che si tratta di una follia. Ma il disarmo lo si può
ottenere solamente con un cambiamento sostanziale della società. La
liquidazione dell’imperialismo si può raggiungere solo abbattendo il
capitalismo e il dominio delle banche e dei monopoli, stabilendo un ordine
mondiale razionale basato sui bisogni delle persone, e non sulla lotta vorace
per l’accaparramento di mercati, materie prime e sfere di influenza, vera causa
delle guerre.
Rivendichiamo:
1)
Opposizione alle guerre reazionarie intraprese dall’imperialismo.
2) Ritiro
immediato di tutte le truppe straniere dall’Iraq e dall’Afghanistan.
3) Un
netto taglio alle spese per gli armamenti e un massiccio aumento della spesa
sociale.
4) Pieni
diritti civili per i soldati, compreso il diritto di iscriversi ai sindacati e
il diritto di sciopero.
5) In
difesa del Venezuela, di Cuba e della Bolivia, contro i piani aggressivi di
Washington!
6) Contro
il razzismo! In difesa dei diritti di tutti i popoli oppressi e sfruttati! Per
l’unità di tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle, dalla
razza, dalla nazionalità o dalla religione.
7) Per
l’internazionalismo proletario! Lavoratori di tutto il mondo unitevi!
Per un mondo socialista!
Il mercato
non può essere pianificato o regolato. Non risponde alle misure prese dai
governi nazionali. Il presidente della Banca Mondiale è arrivato quasi ad
ammetterlo quando ha detto: “Il G7 non sta funzionando. Abbiamo bisogno di un
gruppo migliore per tempi migliori”. Ma tempi migliori non sono in vista. Il
FMI non può garantire per il mondo intero. E la crisi che ci troviamo ormai di
fronte è diffusa a livello mondiale, nessun paese può sfuggire. La crisi è
globale e richiede una soluzione globale. Questa può essere fornita solo dal
socialismo.
Nel Medio
Evo la produzione era limitata a livello dei mercati locali. Persino il
trasferimento delle merci da una città ad un’altra implicava il pagamento di
pedaggi, tasse e altri dazi. Il rovesciamento di queste restrizioni feudali e
la formazione dei mercati e degli stati nazionali era la condizione primaria
per lo sviluppo del capitalismo moderno. Nel 21° secolo, tuttavia, gli Stati e
i mercati nazionali sono troppo ristretti per contenere lo straordinario
sviluppo dell’industria, dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia. Il
mercato mondiale è scaturito dall’insieme dei mercati nazionali. Karl Marx lo
aveva già previsto in una brillante prospettiva nel Manifesto del partito
comunista più di 150 anni fa.
Ai suoi
esordi il capitalismo ha giocato un ruolo progressista nello spazzare via le
vecchie barriere e le restrizioni feudali e nella formazione del mercato
nazionale. Di seguito, l’espansione del capitalismo ha dato vita al mercato
mondiale, il cui dominio è la caratteristica principale dell’epoca moderna.
L’avvento della globalizzazione è un’espressione del fatto che lo sviluppo
delle forze produttive è andato oltre i ristretti limiti degli Stati nazionali.
Comunque, la globalizzazione non abolisce le contraddizioni del capitalismo, ma
semplicemente le riproduce su una scala più grande. Per un periodo, il
capitalismo è riuscito a superare le sue contraddizioni aumentando il commercio
mondiale (globalizzazione) . Per la prima volta nella storia il mondo intero è
stato coinvolto nel mercato mondiale. I capitalisti hanno trovato nuovi mercati
e strade spianate per gli investimenti in Cina ed in altri paesi. Ma ciò ora ha
raggiunto i suoi limiti.
La crisi
attuale è, in ultima analisi, un’espressione della rivolta delle forze
produttive contro la camicia di forza della proprietà privata e dello Stato
nazionale. La crisi attuale è di natura globale. La globalizzazione comporta
una crisi globale del capitalismo. È impossibile risolverla su base nazionale.
Tutti gli esperti sono d’accordo sul fatto che i problemi del pianeta non
possono essere risolti su questa base. Il problema della fame nel mondo è stato
ampiamente esacerbato dalla produzione di eco-carburanti negli USA, che è negli
interessi delle grandi agro-industrie, ma di nessun altro. Solo un’economia
pianificata a livello globale può mettere fine a questa follia.
Nella sua
insaziabile ingordigia di profitti, il sistema capitalista ha messo in pericolo
l’intero pianeta. Un sistema economico che razzia il pianeta in cerca di soldi,
che distrugge l’ambiente, sradica le foreste pluviali, avvelena l’aria che
respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, non è adatto a
sopravvivere. Le strade delle nostre grandi città sono intasate di veicoli
privati. La congestione del traffico ha significato che, solo nel 2003, le
persone hanno speso 7 miliardi di ore e sprecato 19 miliardi di litri di
carburante in ingorghi stradali. La mancanza di una pianificazione sta portando
al collasso delle infrastrutture per i trasporti e al deterioramento
dell’ambiente provocato dalle emissioni di gas serra e inquinanti atmosferici,
60-70% dei quali sono emessi dai veicoli.
Non
entriamo nel dettaglio del tremendo costo umano di questa follia: gli
incidenti, le persone uccise e menomate, lo stress insopportabile, le
condizioni disumane, il rumore e il caos. La perdita in termini di produttività
è colossale. E comunque tutto questo potrebbe essere facilmente risolto con un
sistema di trasporti pubblici integrato, che potrebbe essere gratis o quasi. Il
trasporto aereo, ferroviario e fluviale dovrebbe essere di proprietà statale e
integrato razionalmente per andare incontro ai bisogni dell’umanità.
L’esistenza
del capitalismo rappresenta una minaccia non solo per le condizioni di vita e
di lavoro, ma anche per il futuro del pianeta e della vita sulla Terra.
È un’utopia?
Mediante
una maggiore partecipazione al mercato mondiale, i banchieri e i capitalisti
hanno ottenuto superprofitti favolosi nell’ultimo periodo. Adesso, però, questo
processo ha raggiunto i suoi limiti: tutti i fattori che sono serviti a
spingere al rialzo l’economia mondiale nell’ultimo periodo, ora stanno
combinando i loro effetti nello spingerla verso il basso. La domanda, che era
stata gonfiata artificialmente dai bassi tassi di interesse nell’ultimo
periodo, si è ora fortemente contratta. La gravità della “correzione” riflette
la fiducia esagerata e la “esuberanza irrazionale” del periodo precedente.
Proprio
come nel periodo del declino feudale le vecchie barriere, i pedaggi, le tasse e
le valute locali erano diventati ostacoli intollerabili per lo sviluppo delle
forze produttive, così gli odierni Stati-nazione con frontiere nazionali,
passaporti, controlli sulle importazioni, restrizioni all’immigrazione e dazi
protezionistici sono diventati una barriera che impedisce il libero movimento
dei beni e delle persone. Il libero sviluppo delle forze produttive, la sola
vera garanzia per lo sviluppo della civiltà e della cultura umane, richiede
l’abolizione di tutte le frontiere e l’instaurazione di una repubblica
universale.
Uno
sviluppo di questo tipo sarà possibile soltanto sotto il socialismo; sua
condizione previa è l’abolizione della proprietà privata dei gangli vitali
dell’economia: la proprietà comune della terra, delle banche e delle principali
industrie. Un piano comune di produzione è il solo modo per mobilitare il
potenziale colossale dell’industria, dell’agricoltura, della scienza e della
tecnica. Ciò significherebbe un sistema economico basato sulla produzione per i
bisogni di molti, non per i profitti di pochi.
Un’Europa
socialista, una federazione socialista dell’America Latina o del Medio Oriente
aprirebbero nuove impressionanti prospettive per lo sviluppo umano. L’obiettivo
finale è una Federazione socialista mondiale, in cui le risorse dell’intero
pianeta sarebbero sfruttate per il beneficio di tutta l’umanità. Guerre,
disoccupazione, fame e privazioni diventerebbero solo brutti ricordi del
passato, come un incubo quasi dimenticato.
Alcuni
diranno che è utopico, cioè che è qualcosa che non può essere realizzato.
Eppure, se avessimo spiegato ad un contadino medioevale la prospettiva di
un’economia mondiale con computer e viaggi spaziali, avrebbe reagito
esattamente nello stesso modo. E in fondo, a pensarci, è davvero così
difficile? Il potenziale delle forze produttive è tale che tutti i problemi che
tormentano la razza umana (povertà, carenza di abitazioni, fame, malattie e
analfabetismo) potrebbero essere facilmente risolti. Le risorse ci sono; quel
che serve è un sistema economico razionale che possa metterle a frutto.
Le
condizioni oggettive per il socialismo sono già presenti. È davvero un’utopia?
Solo degli scettici di strette vedute, senza conoscenza della storia né
prospettiva del futuro, potrebbero sostenerlo. La domanda che va posta è
questa: nel primo decennio del 21° secolo, è accettabile che la vita, il lavoro
e la casa di ogni persona al mondo siano determinati nello stesso modo in cui
un giocatore d’azzardo scommette al casinò? Veramente crediamo che l’umanità
non possa escogitare un sistema migliore del cieco gioco delle forze di
mercato?
I
difensori del cosiddetto libero mercato non possono produrre alcuna
argomentazione razionale che possa giustificare una supposizione così assurda.
Al posto di argomentazioni logiche si limitano alla mera asserzione che questo
è uno stato di cose naturale e inevitabile, e che in ogni caso non c’è
alternativa. Questa non è un’argomentazione coerente ma soltanto un ottuso pregiudizio.
Sperano che, ripetendo costantemente lo stesso mantra, la gente finisca per
crederci; ma è la vita stessa che ha smentito la menzogna che “l’economia di
libero mercato funziona”. La nostra stessa esperienza e la testimonianza dei
nostri occhi ci dice che non funziona, che è un sistema di spreco, caos,
barbarie ed irrazionalità che rovina la vita di milioni di persone per il
profitto di pochi.
Il sistema
capitalista è spacciato perché non è neppure capace di nutrire la popolazione
del mondo. Se sopravive minaccia il futuro della civiltà e della cultura e
mette a rischio la stessa continuazione della vita. Il sistema capitalista deve
morire perché la razza umana possa vivere. Nella futura società socialista,
uomini e donne liberi si volgeranno indietro a guardare il mondo odierno con lo
stesso senso di incredulità che noi abbiamo quando contempliamo il mondo dei
cannibali; e anche per i cannibali un mondo in cui gli uomini e le donne non si
mangiassero a vicenda sembrava utopico.
Crisi di direzione
Nel 1938
Lev Trotskij scriveva: "Tutte le chiacchiere sul fatto che le condizioni
storiche per il socialismo non sarebbero ancora maturate sono il prodotto
dell’ignoranza o deliberatamente di un inganno. I prerequisiti oggettivi per la
rivoluzione proletaria non solo sono “maturi”: hanno fin cominciato un po’ a
marcire. Nel prossimo periodo, senza una rivoluzione socialista, una catastrofe
minaccia la civiltà umana. Ora tocca al proletariato, ossia principalmente alla
sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla
crisi della direzione rivoluzionaria".
La classe
operaia ha formato molto tempo fa dei partiti per difendere i suoi interessi e
cambiare la società. Alcuni di questi partiti si chiamano partiti socialisti,
altri laburisti, comunisti o di sinistra; ma nessuno di loro sostiene una
politica comunista o socialista. Il lungo periodo di ascesa del capitalismo
dopo la Seconda guerra mondiale ha posto il marchio finale sulla degenerazione
burocratica e riformista delle organizzazioni di massa del proletariato. I
dirigenti dei sindacati così come quelli dei partiti socialisti e comunisti
hanno ceduto alle pressioni della borghesia e la maggior parte di loro ha da
lungo tempo abbandonato ogni falsa pretesa di voler cambiare la società.
I
dirigenti dei partiti operai tradizionali, i socialdemocratici e i laburisti,
sono completamente compromessi coi capitalisti e il loro Stato. Loro malgrado,
sono stati costretti a nazionalizzare le banche, ma lo hanno fatto in un modo
che si riduce ad un enorme sussidio ai banchieri che non beneficia affatto la
popolazione. Noi chiediamo la nazionalizzazione dell’intero settore bancario e
finanziario, con minime compensazioni per i piccoli azionisti solo nei casi di
comprovata necessità.
I leader
degli ex partiti comunisti in Russia, in Europa Orientale e in molti altri
Paesi hanno completamente abbandonato il programma rivoluzionario di Marx e
Lenin. Abbiamo di fronte a noi un’evidente contraddizione: proprio in un
momento in cui il capitalismo è in crisi ovunque e milioni di uomini e donne
stanno sperando in un cambiamento radicale della società, i dirigenti delle
organizzazioni di massa si aggrappano ancora più tenacemente all’ordine
costituito. Come ha evidenziato Trotskij molto tempo fa: la situazione politica
mondiale è nel suo complesso caratterizzata principalmente da una crisi storica
della direzione del proletariato.
Non
possiamo permettere che dei dirigenti che parlano nel nome del socialismo e
della classe operaia, o anche della “democrazia”, si incarichino di effettuare
giganteschi salvataggi di banche private, il che significa un grosso incremento
del debito pubblico che sarà pagato con anni di tagli e di austerità. Dicono di
farlo nel nome degli “interessi generali”, ma è in realtà una misura
nell’interesse dei ricchi e contro gli interessi della maggioranza. Questa
situazione però non può durare.
Non c’è
alternativa per la classe lavoratrice al di fuori delle organizzazioni
politiche e sindacali del movimento operaio. In condizioni di crisi del
capitalismo, le organizzazioni di massa saranno scosse da cima a fondo:
cominciando dai sindacati, i dirigenti più moderati subiranno la pressione
della base; o si piegheranno a questa pressione e inizieranno a riflettere le
spinte dal basso, oppure saranno messi da parte e sostituiti con chi è più in
contatto con il punto di vista e le aspirazioni dei lavoratori. Il nostro
compito è portare le idee del marxismo nel movimento operaio e conquistare la
classe operaia alle idee del socialismo scientifico. Più di 150 anni fa, Marx
ed Engels proclamarono nel Manifesto del Partito Comunista:
“Come si
rapportano i comunisti con i proletari in genere? I
comunisti non sono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai. I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il
proletariato. I comunisti non pongono principi speciali sui quali vogliano modellare il
movimento proletario.
I comunisti si
distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte
essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla
nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei
proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse dell’insieme del movimento, attraverso i vari stadi di
sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia.
Quindi in
pratica i comunisti sono la parte progressiva più risoluta dei partiti operai
di tutti i paesi, e quanto alla teoria essi hanno il vantaggio sulla restante
massa del proletariato, di comprendere le condizioni, l'andamento e i risultati
generali del movimento proletario.”
I marxisti
comprendono il ruolo delle organizzazioni di massa. Noi non confondiamo i
dirigenti con la massa dei lavoratori che stanno dietro di loro. Un abisso
separa gli opportunisti e i carrieristi a livello di direzione dalla classe che
li vota; la crisi che si sta sviluppando paleserà la profondità di questo
abisso e lo porterà fino ad un punto di rottura. Tuttavia, la classe operaia
resta aggrappata alle organizzazioni di massa, nonostante la politica della
loro direzione, perché non c’è alternativa. La classe operaia non capisce le
piccole organizzazioni: tutti i tentativi delle sette di creare “partiti
rivoluzionari di massa” fuori dalle organizzazioni di massa sono falliti
miseramente e sono destinati a fallire ancora in futuro.
Noi
sfideremo i vecchi gruppi dirigenti e combatteremo contro le loro politiche
fallimentari. Noi esigiamo che rompano coi banchieri e i capitalisti e che
portino avanti una linea che sia negli interessi dei lavoratori e dei ceti
medi. Nel 1917 Lenin e i bolscevichi dissero ai dirigenti menscevichi e socialisti
rivoluzionari: “Rompete con la borghesia, prendete il potere!”; ma i
menscevichi e i social-rivoluzionari si rifiutarono ostinatamente di farlo: si
aggrapparono alla borghesia e in questo modo favorirono la vittoria dei
bolscevichi. Alla stessa maniera, noi facciamo appello a questi partiti e
organizzazioni, che si basano sui lavoratori e parlano a loro nome, a rompere
politicamente con la borghesia e a lottare per un governo a favore del
socialismo con un programma di tipo socialista.
Daremo un
appoggio critico ai partiti operai di massa contro i partiti dei banchieri e
dei capitalisti, però devono portare avanti delle politiche che siano negli
interessi della classe operaia. In nessun modo la recessione può essere contenuta
da misure palliative prese dai governi e dalle banche centrali. Delle misure
parziali non forniranno una via d’uscita. Il problema è che in tutti i paesi le
organizzazioni di massa dei lavoratori non difendono la prospettiva di un
cambiamento fondamentale della società; eppure è precisamente ciò di cui c’è
bisogno.
Le
condizioni sociali d’esistenza determinano la coscienza. In genere, la classe
operaia apprende dall’esperienza, e l’esperienza della crisi del capitalismo la
porterà ad imparare in fretta. Aiuteremo i lavoratori a trarre tutte le
conclusioni necessarie, non con denunce isteriche ma con spiegazioni pazienti e
un lavoro sistematico nelle organizzazioni di massa. La gente si sta ponendo
domande e sta cercando risposte. Il compito dei marxisti è solo quello di
rendere conscio il desiderio inconscio o semi-inconscio della classe operaia di
cambiare la società.
Contro il
settarismo!
Rivolgersi
alle organizzazioni di massa della classe operaia!
Lottare
per trasformare i sindacati!
Lottare
per un programma marxista!
Aiutateci
a costruire la Tmi!
Non basta
lamentarsi per la situazione in cui si trova il mondo: è necessario agire!
Quelli che dicono “Non sono interessato alla politica” dovrebbero essere nati
in un’altra epoca. Al giorno d’oggi, non è possibile fuggire dalla politica.
Provateci! Potete correre a casa, chiudere la porta e nascondervi sotto il
letto: ma la politica verrà a casa vostra e busserà alla porta. La politica
influenza ogni aspetto della nostra vita. Il problema è che molte persone
identificano la politica con i partiti politici esistenti e i loro leader:
danno un’occhiata ai dibattiti in parlamento, al carrierismo, ai discorsi vuoti,
alle promesse mai mantenute e restano disgustati.
Gli
anarchici ne traggono la conclusioni che non abbiamo bisogno di un partito.
Questo è un errore. Se la mia casa sta cadendo a pezzi, non ne deduco che devo dormire
in strada, ma che devo urgentemente cominciare a ripararla. Se sono
insoddisfatto della attuale leadership dei sindacati e dei partiti operai, devo
lottare per una direzione alternativa, con una politica e un programma adeguati
ai miei bisogni.
La
Tendenza Marxista Internazionale sta lottando per il socialismo in quaranta
paesi nei cinque continenti. Poggiamo fermamente sulle fondamenta del marxismo.
Difendiamo le idee basilari, i principi, il programma e le tradizioni elaborati
da Marx, Engels, Lenin e Trotskij. Al momento la nostra voce è ancora flebile.
Per lungo tempo i marxisti sono stati costretti a nuotare controcorrente. La
Tendenza Marxista Internazionale ha dimostrato la sua capacità di mantenere la
sua fermezza in condizioni avverse. Ora però stiamo cavalcando l’onda della
storia. Tutte le nostre prospettive sono state confermate dal procedere degli
eventi; questo ci dà una fiducia incrollabile nelle idee e nei metodi del
marxismo, nella classe operaia e nel futuro socialista dell’umanità.
Iniziando
dai lavoratori e dai giovani più avanzati, la nostra voce raggiungerà la massa
dei lavoratori in ogni fabbrica, in ogni sezione sindacale, in ogni consiglio
di fabbrica, in ogni scuola e università, in ogni quartiere operaio. Per
portare avanti questo lavoro abbiamo bisogno del vostro aiuto. Ci servono
persone che scrivano articoli, che vendano giornali, che raccolgano fondi e che
portino avanti il nostro lavoro nel movimento sindacale e nella sinistra. Nella
lotta per il socialismo, nessun contributo è troppo piccolo e ciascuno può
giocare un suo ruolo; vogliamo che anche voi giochiate il vostro. Non pensate:
“Io non posso fare la differenza”. Insieme, organizzati, possiamo fare una
differenza decisiva.
La classe
operaia ha nelle sue mani un potere formidabile. Senza il permesso dei
lavoratori, non si accende una lampadina, non gira una ruota, non squilla un
telefono. Il problema è che i lavoratori non si rendono conto di avere questo
potere; il nostro compito è fargliene prendere coscienza. Lotteremo per ogni
riforma, per ogni miglioramento non importa quanto modesto, perché solo
attraverso la lotta quotidiana per i loro diritti sotto il capitalismo i
lavoratori acquisiranno la necessaria fiducia nelle loro forze per cambiare la
società.
Ovunque lo
stato d’animo delle masse sta cambiando. In America Latina c’è un fermento
rivoluzionario, che si intensificherà e si diffonderà ad altri continenti. In
Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in altre nazioni industrializzate molte
persone che prima non mettevano in discussione l’ordine sociale esistente
stanno adesso ponendosi delle domande. Idee che in precedenza erano ascoltate
solo da piccoli gruppi di persone troveranno un’eco presso un pubblico di gran
lunga più ampio. Si sta preparando il terreno per un’ascesa senza precedenti
della lotta di classe su scala mondiale.
Quando
l’Urss crollò, ci dissero che la storia era finita. Al contrario, la storia non
è ancora iniziata. Nel giro di 20 anni il capitalismo si è palesemente
dimostrato un fallimento. Bisogna lottare per un’alternativa socialista! Il nostro
scopo è ottenere un cambiamento fondamentale nella società e lottare per il
socialismo su scala nazionale ed internazionale. Noi stiamo lottando per la
causa più importante: l’emancipazione della classe operaia e l’instaurazione di
una forma nuova e superiore di società umana. Questa è l’unica causa che abbia
veramente valore nel primo decennio del 21° secolo.
Unisciti a noi!
Londra, 30 ottobre 2008.
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