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Nello scorso numero antonio santorelli faceva una ricostruzione storica della vicenda di pomigliano. In questa seconda parte i fatti recenti e la storia del suo licenziamento.
Il partito è lontano dalle vertenze industriali. Mi accorgo con amarezza che il Prc non è in grado di esprimere una posizione politica autonoma, nel governo e nella coalizione, per la soluzione della vertenza Avio di Pomigliano. Si dimostra incapace di rappresentare, concretamente, i bisogni materiali che gli operai e gli impiegati dell’Avio esprimevano con la lotta, contro le ingiuste risoluzioni che proponeva e perseguiva l’azienda.
Giorno dopo giorno, si capiva che le posizioni espresse dai compagni ai vari livelli, servivano a poco rispetto al ruolo che, nella vicenda Avio, assumeva il governo centrale.
Intanto, tra riunioni al Ministero, alla Regione Campania e alla Prefettura di Napoli, non si riesce a far recedere di un passo, l’arrogante decisione dell’azienda di procedere con la cassa integrazione. Lunedì 5 marzo 2007 vuole partire con la cassa integrazione per 116 lavoratori.
L’ultimo tentativo è del primo marzo in Regione. Emerge, dopo varie ore di discussione, alla presenza dell’assessore Corrado Gabriele, un nulla di fatto. È rottura. Il padrone vuole procedere con la cassa integrazione, anche senza la ratifica del sindacato all’accordo.
Il 2 marzo 2007 ricomincia così la lotta dei lavoratori dell’Avio di Pomigliano. Si decide, di cominciare a bloccare l’azienda con tutti i lavoratori. Presidio permanente al varco merci e all’entrata.
Tantissime provocazioni quel giorno da parte dei vigilanti. Sono stato tutto il giorno al varco merci, con un centinaio di lavoratori per il presidio e più volte sono intervenuto per sedare gli animi dei lavoratori dopo le squallide provocazioni dei vigilanti. Decidiamo che il presidio sarà permanente 24 ore al giorno.
Nel frattempo, l’azienda decide le modalità del mio licenziamento, essendo da mesi, (c’è anche un duro articolo dell’onorevole Alfonso Gianni che mi difende su Liberazione) il più combattivo delegato sindacale in grado di fare proposte alternative per la salvaguardia dei posti di lavoro.
Alle cinque del pomeriggio, mi allontano dal varco per rientrare nella stanza sindacale e ritirare il mio zaino. All’uscita si compie l’infamia.
Bisogna, infatti, fare un percorso obbligato per i controlli. Se scatta l’allarme il lavoratore ha l’obbligo di farsi controllare. E pur non suonando l’allarme,
l’infame vigilante mi sbarrò la strada e con tono, poco urbano, mi disse di aprire lo zaino perché era voluminoso. Io dissi di No e mi fermai. Capii che stava scattando una poco onesta azione nei miei confronti.
Cominciai a far casino e fui molto duro con le parole. Dissi che non avrei aperto lo zaino se non in presenza dei carabinieri. A questo punto il vigilante andò in escandescenza ed io cominciai ad andare avanti e a retrocedere sperando che l’allarme suonasse. E così avvenne.
Entrai nel gabbiotto, dove c’era un altro vigilante, ed estrassi il contenuto dello zaino. C’erano documenti politico-sindacali e giornali. Nell’uscire, dopo la verifica del contenuto, il primo vigilante (l’infame) mi sbarrò nuovamente il passo. Ricominciai ad apostrofarlo e lui mi rispondeva.
Intanto, a pochi metri, c’era il segretario della Fiom ed una quindicina di lavoratori che mi aspettavano per fare il punto della situazione. Videro tutto ciò che accadde in quei cinque minuti.
Non ho compiuto nessuna azione violenta. Sono stato durissimo con le parole. Il “venduto”si fece accompagnare un paio d’ore in ospedale e mi accusò di avergli dato un calcio. Scattò così la procedura di licenziamento. La prassi, per licenziare un delegato, dura quasi un mese. Infatti, il licenziamento è scattato dal primo di aprile.
Come si diceva dal due marzo ricomincia la lotta. C’è davanti ai cancelli la “tenda della dignità”. E si apre una gara di solidarietà di classe e di presenza di cittadini, lavoratori delle fabbriche, di parroci delle chiese di Pomigliano, di commercianti e di tantissimi politici e sindacalisti.
C’è anche la presenza, quasi quotidiana, dei compagni di Falcemartello, Jacopo e Grazia, Livio e Vittorio, Piero e Luigi e tanti altri.
Li sentiamo come nostri compagni di lotta; difatti lo sono. È così che li conosco e comincio a discutere con loro e a volergli bene. Avverto che mi appartengono; sono in sintonia con i miei sogni, con le mie utopie: è davanti ai cancelli della mia fabbrica che comincia per me una nuova realtà. Iniziativa dopo iniziativa, questi giovanissimi compagni sono al mio fianco. Pranzano con noi, divengono una voce importante che con interesse ogni lavoratore ascolta.
Nella dura lotta cresciamo insieme. Ed appena si avverte l’ipotesi del mio licenziamento, quotidianamente, si fanno iniziative politico-sindacali. La tenda della dignità diviene un riferimento per tutti, anche per gli artisti della canzone popolare napoletana.
Il 27 marzo c’è una grande manifestazione che parte dai cancelli dell’Avio e dalla tenda della dignità. Qualche giorno prima è partita la lettera di licenziamento.
Il sindacato indice uno sciopero generale di comprensorio di quattro ore. Chiuderà la manifestazione il compagno Gianni Rinaldini. È quella una giornata di lotta meravigliosa degli operai di Pomigliano. Tutte le fabbriche sono chiuse: Avio, Fiat-Auto ed Alenia.
Un corteo immenso, le scuole di Pomigliano, la chiesa della diocesi di Nola, il comune di Pomigliano con il sindaco; assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, i commercianti ed i cittadini di Pomigliano, deputati e senatori. Durante il corteo mi arriva una telefonata di solidarietà dell’onorevole Bassolino, presidente della regione Campania.
All’apertura del corteo c’erano i miei compagni di fabbrica; non dimenticherò mai quella giornata e le fortissime emozioni che ho provato. Con me c’era mio figlio di undici anni, Ferdinando. Ho pianto tanto, vedendo una marea di tute blu che urlavano il mio nome e chiedevano il mio rientro immediato in fabbrica.
Ho capito in quel momento perché il padrone aveva deciso di licenziarmi, ignobilmente. È stato un licenziamento politico il mio, la mia unica colpa: difendere la fabbrica ed i miei compagni di lavoro ed avere sempre ragionato, con onestà, sulle decisioni da prendere per i diritti dei lavoratori. Insomma, in una parola, essere un sindacalista onesto.
Il 29 marzo ci fa visita e ci porta la solidarietà il vescovo della diocesi di Nola, monsignor Beniamino De Palma. Qualche giorno dopo porta la solidarietà del Prc, Franco Giordano, segretario nazionale del Partito. Ennesima manifestazione riuscita. Tanto orgoglio ho letto negli occhi dei miei compagni in cassa integrazione.
Il 13 aprile c’è la veglia per il lavoro. Tantissimi artisti e gruppi si susseguono sul palco dalle otto del mattino fino alle due di notte. Nessuno di noi dimenticherà l’impegno del grande artista e nobiluomo Marcello Colasanto. È stato sempre al nostro fianco ed ha messo in piedi questa veglia per i diritti e la dignità del lavoro. Tantissimi studenti hanno partecipato alla giornata di lotta e di musica.
La giornata di Pasqua è stata stupenda. Don Peppino Gambardella, il parroco di San Felice di Pomigliano, ha detto la santa messa davanti alla tenda. C’eravamo noi con le nostre famiglie e abbiamo pranzato tutti insieme.
Il primo maggio il corteo è partito dalla tenda della dignità. C’era la senatrice Franca Rame ed il Nobel Dario Fo. Un’altra bellissima giornata di lotta. C’erano migliaia di lavoratori e le loro famiglie. Il lavoro, i diritti erano nuovamente al centro per la rinascita e la prospettiva del sito industriale più importante del mezzogiorno. E poi, giornali, televisioni locali e nazionali hanno parlato di noi: ci siamo ripresi la parola.
Intanto, si procedeva per vie legali: la Fiom presentava al tribunale di Nola l’articolo 28, le altre organizzazioni sindacali, filo-padronali, hanno lottato con noi per i primi sette giorni e poi si sono ritirate. Non i lavoratori di Avio. Più volte, hanno espresso con sciopero e partecipazione il loro consenso alle scelte fatte dalla Fiom.
Sono stato reintegrato il 6 agosto 2007 e messo in cassa integrazione. Abbiamo continuato il presidio giorno e notte per 18 mesi. A luglio 2008 si è conclusa la nostra storia, con il rientro di tutti i cassaintegrati. Io sono stato chiamato dalla Fiom a svolgere un ruolo di dirigente dell’organizzazione.
Questa storia ha insegnato ad ognuno di noi che la lotta paga e che nessuno regala niente agli operai. Bisogna conquistarsi con i denti i diritti e la dignità.
La parola la si ottiene nel momento in cui la conquisti col sudore della tua fronte e se sei in grado di organizzare i rapporti di forza per resistere un minuto in più del padrone. Noi siamo stati in grado di suscitare, per mesi, tanta solidarietà e tanto appoggio di classe. Abbiamo rimesso in piedi il circolo delle fabbriche Avio e Fiat Auto.
Tanto dobbiamo al movimento comunista Falcemartello-sinistra del Prc. Sono felice di aver incontrato compagni che hanno un solo grande obiettivo: trasformare questa bestiale società capitalista e rimettere al centro l’uomo ed il bene comune. Questa, in sintesi, è una storia operaia del Sud Italia. È la nostra storia, la nostra orgogliosa e rossa storia.
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