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Il massacro compiuto dalla camorra a Castel Volturno il 17 settembre contro 6 immigrati non è stato un semplice regolamento dei conti (anche perché le 6 vittime erano tutte senza precedenti penali) ma una riaffermazione del controllo del territorio e dell’immigrazione. I 170 colpi di mitra abbattutisi sui 6 africani sono il culmine di una catena fatta di sfruttamento, miseria, disperazione e violenza a cui sono sottoposti gli immigrati della provincia di Caserta da anni, che passa attraverso il lavoro nero e il controllo dei flussi da parte delle mafie di tutti i colori.
La provincia di Caserta ha una numerosa presenza di migranti: 16.915 stranieri con permesso di soggiorno al 1 gennaio 2007 (dati Istat), la terza provincia del Sud per presenza di immigrati, ma i clandestini sono almeno il triplo. Si calcola che ogni anno almeno 8mila braccianti clandestini vengono impegnati nell’ambito dell’agricoltura, mentre nell’edilizia e nei lavori domestici ormai la maggior parte della manodopera proviene dal Maghreb o dai paesi ex-sovietici.
Castel Volturno è una sorta di girone infernale destinato dalla camorra ai migranti: lungo la Domitiana vivono in baracche e case abbandonate, ogni mattina messi in fila sulla strada per essere “scelti” dal caporale di turno (scena che si ripete in tutti i grossi centri agricoli della Piana del Volturno), per essere impiegati in turni massacranti di 12 ore nei campi.
A questo si aggiunge il dramma della prostituzione, che colpisce specificamente queste comunità, alle cui mafie locali la camorra ha subappaltato la tratta delle schiave e lo spaccio di droga. Il 48% della popolazione a Pinetamare proviene dall’Africa, e mai nessun intervento delle istituzioni è stato volto quantomeno a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori migranti, anzi: la campagna razzista e xenofoba lanciata dal governo Berlusconi ha legittimato le pulsioni più reazionarie e becere nei confronti dei “negri”.
La reazione alla strage e il corteo del 4 ottobre
La rivolta all’indomani della strage del 17 settembre ha quindi avuto vere e proprie caratteristiche simili a ciò che successe nelle banlieues francesi, con uno scoppio di rabbia popolare contro un massacro feroce e contro le menzogne inizialmente propinate dalla stampa, che aveva dipinto le vittime come trafficanti di droga, quando in realtà erano umili lavoratori, alcuni dei quali attivi nel movimento casertano per il diritto d’asilo.
L’invio di migliaia di poliziotti, finanzieri e parà sul territorio dell’Agro Aversano, giustificato dal governo con l’escalation camorristica e la necessità di catturare Giuseppe Setola, astro nascente del clan dei Casalesi, in realtà non ha portato a nulla di questo: si è continuato a sparare a Casal di Principe e dintorni, Setola in questo momento continua la sua latitanza, mentre i clandestini si trovano a dover vivere nel terrore di essere rispediti a casa immediatamente.
Il 4 ottobre un corteo di oltre 15mila persone, la stragrande maggioranza immigrati, ha percorso le strade di Caserta chiedendo verità e giustizia per la strage di Castel Volturno, rivendicando l’accesso al permesso di soggiorno e alla necessità di vivere e lavorare dignitosamente e non come bestie: è stato l’inizio di un vero e proprio risveglio in seno alle comunità migranti presenti sul territorio, che hanno partecipato poi alle principali mobilitazioni di quest’ottobre, manifestando in modo combattivo assieme anche agli studenti casertani il 30 ottobre, ribadendo come la lotta contro la riforma Gelmini sia anche la loro lotta contro le classi-ponte e la discriminazione.
I lavoratori immigrati di Terra di Lavoro hanno cominciato a capire che è giunta l’ora di non chinare più la testa davanti ai caporali, alla camorra, ai padroni e alle istituzioni, e come unendosi alle lotte di quest’autunno potranno sconfiggere il razzismo e lo sfruttamento attraverso la solidarietà di classe senza confini: nemmeno le pallottole, i fogli di via e le intimidazioni riusciranno a fermarli.
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