|
L’ipotesi di accordo presentata il 12 settembre da Confindustria a
Cgil, Cisl e Uil per la riforma dei contratti nazionali di lavoro
costituisce, né più né meno, il tentativo di cancellare il conflitto
sindacale dai luoghi di lavoro. Tutti i delegati sindacali dovrebbero
essere messi a conoscenza di questa bozza, che dice chiaramente come
forse mai in passato dove gli industriali italiani ci vogliono condurre.
In premessa si dichiara che “la contrattazione collettiva non deve essere esercitata come strumento di vincolo all’iniziativa economica”. Vale a dire che i contratti debbono servire a meglio spremere la forza lavoro, e non a fissarne e difenderne i diritti e le condizioni. L’intera bozza si basa su questo fondamento.
Salario, inflazione e contratto nazionale. Il contratto nazionale (Ccnl) durerà tre anni. Il tetto massimo per gli aumenti sarebbe un “indice previsionale” dell’inflazione elaborato da un soggetto terzo, indice dal quale sarebbero escluse voci di inflazione importata.
Si tratta di una riduzione sistematica e inevitabile dei salari fissati dal Ccnl; è facile capire che se per esempio il prezzo del petrolio aumenta, paghiamo di più la bolletta, i trasporti e la benzina, ma questo aumento dei prezzi non potrebbe essere coperto dall’aumento del salario contrattuale. In nessun caso è previsto il riferimento all’inflazione reale. In caso di mancato rinnovo del contratto nazionale si attiva una “indennità di vacanza contrattuale” che parte tre mesi dopo la scadenza e copre il 30% dell’inflazione previsionale, passando al 50% dopo sei mesi. Meno di un’elemosina.
Il Ccnl fisserà poi rigidamente quali materie possano essere oggetto di contrattazione aziendale o territoriale, che deve riguardare materie e istituti “diversi e non ripetitivi rispetto a quelli propri del contratto nazionale”.
Contrattazione di secondo livello. Una volta chiarito che il contratto nazionale in nessun caso può tenere i salari al passo dell’inflazione reale, si attiva il secondo meccanismo: una contrattazione aziendale o territoriale esclusivamente e obbligatoriamente fissata a criteri di aumenti di produttività. Si proibisce qualsiasi forma di aumento in cifra fissa ed esigibile: “L’erogazione del premio ha caratteristica di totale variabilità e di non determinabilità a priori”.
Il testo è cosparso di clausole che rimandano continuamente ai poteri di controllo delle strutture confederali (sindacali e padronali) sulla contrattazione decentrata, casomai in qualche situazione particolare i lavoratori di un’azienda o di un territorio riuscissero a strappare meccanismi “incompatibili” con lo schema generale.
Deroghe. Al peggio non c’è fine. La bozza prevede che le strutture territoriali possano stipulare accordi per modificare i contratti nazionali in presenza di situazioni di crisi o di cause legate allo “sviluppo economico e occupazionale del territorio” come ad esempio la “necessità di determinare condizioni di attrattività per nuovi investimenti”, il tutto sempre sotto il controllo delle strutture nazionali.
Limiti all’azione sindacale. Se il principio della moratoria sugli scioperi in fase di rinnovo era già contenuto negli accordi del 1993, qui si va ben oltre. Da sette a tredici mesi di moratoria complessiva, la violazione della quale verrebbe perseguita a norma di Codice civile con pagamento di penali, oltre al ritardo nell’attivazione della (di per sé ridicola) indennità di vacanza contrattuale.
La moratoria sugli scioperi si applica anche a livello aziendale (tre mesi); il sindacato o la Rsu che la violasse verrebbe perseguito applicando un comma della legge 146/90, cioè la legge antisciopero dei servizi pubblici, che in questo caso comporterebbe sanzioni economiche e revoca dei permessi sindacali. Un evidente primo passo per introdurre le leggi antisciopero anche nell’industria privata.
Un punto tutt’ora incompleto prevede (o meglio, minaccia) la necessità di stabilire nuovi accordi per disciplinare la rappresentanza sindacale nelle aziende (Rsu e Rls).
La gabbia è dunque ferrea per i lavoratori e i delegati; sarebbe invece assai dorata per gli apparati, che potranno dedicarsi allo sviluppo di ogni sorta di attività di servizio “in materia ad esempio di collocamento, formazione continua, sanità integrativa, salute e sicurezza sul lavoro”, in collaborazione paritetica con le aziende e in regime di sgravi fiscali.
Un sindacato senza conflitto, senza alcuna democrazia interna, strutturalmente impossibilitato a difendere i salari e altrettanto strutturalmente votato a gestire l’asservimento ai voleri aziendali, finanziandosi non con il sostegno degli iscritti ma con i servizi la cui domanda, peraltro, deriverà dal sempre più rapido smantellamento dello Stato sociale. Un sindacato-caporale che gestisce il collocamento.
Tutto questo è semplicemente inaccettabile. La Cgil deve abbandonare quel tavolo e prepararsi a un conflitto generale in tutti i luoghi di lavoro per fermare questo attacco. Il 15 settembre il Comitato centrale della Fiom ha votato all’unanimità un ordine del giorno che dichiara inaccettabile la bozza di Confindustria e chiuso il confronto con Confindustria.
Questo pronunciamento non deve restare solo sulla carta se non vogliamo subìre una nuova sconfitta come quella sul welfare nel 2007. Lavoriamo in ogni categoria e in ogni azienda chiedere la rottura della trattativa e l’apertura della mobilitazione. Sono in gioco i nostri salari, i nostri diritti e il futuro del sindacato in questo paese.
16 settembre 2008
Clicca qui per leggere la bozza presentata da Confindustria (in formato Pdf)
|