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Voci dai call center - Call and Call Pavia Stampa E-mail
Scritto da Valentina Nava   

Cento precari restano disoccupati

Il 27 giugno è stato comunicato ai lavoratori di “Call and call” di Pavia, call center che lavorava per conto di Tele2 e della finanziaria Agos, che l’azienda telefonica non avrebbe più mandato nominativi da contattare per la campagna di vendita e che dunque circa cento persone sarebbero rimaste provvisoriamente senza lavoro dal primo luglio ai primi di settembre, mentre i dipendenti di Agos, con sede nello stesso stabile, avrebbero potuto continuare a lavorare tutta l’estate. Ciò avveniva esattamente il giorno dopo un briefing in cui si era promesso a tutti un rinnovo del contratto fino al 30 settembre.

In realtà parte degli operatori vengono richiamati quattro giorni più tardi e viene offerto loro di lavorare ancora per un mese a orario ridotto. La responsabile dice di aver richiamato solo chi aveva una reale necessità di lavorare – in base a quale criterio? – ma vengono fatti tornare al call center universitari che facevano tre ore al giorno a discapito di persone che arrivavano a fare tre turni consecutivi e donne divorziate con figli.

Qualche tempo dopo viene annunciato che il call center chiuderà definitivamente a inizio agosto e che tutti i lavoratori resteranno senza lavoro, anche quelli di Agos, eccetto quaranta persone a cui viene proposto di trasferirsi nella nuova sede di Cinisello Balsamo, distante settanta chilometri da Pavia. Della chiusura del call center non vengono avvisati coloro che erano stati lasciati a casa per l’estate con la promessa di essere richiamati a settembre; essi vengono a conoscenza del fatto dal giornale locale.

Il call center non aveva mai fatto contratti più lunghi di tre mesi e il responsabile non si è mai presentato sul posto; gli operatori non ne conoscevano neppure il nome! Ogni campagna di vendita aveva un compenso orario fisso di circa cinque euro lordi, ma in ognuna venivano retribuiti diversamente i contratti stipulati con i clienti. Per campagne particolarmente “difficili” il compenso arrivava fino a trenta euro ad “attivazione” di un nuovo cliente o di una nuova tariffa, ma era impossibile riuscire a raggiungere gli obiettivi prestabiliti dal “motivatore”, il leader del gruppo incaricato di spronare alla vendita i lavoratori.

A fine mese però i contratti stipulati venivano retribuiti solo se gli obiettivi erano raggiunti, altrimenti si percepiva solo il compenso fisso e tutto il lavoro dedicato ai contratti, anche se straordinario, era perso. Non si potevano contemporaneamente ricevere il fisso e la paga dei contratti, motivo di orgoglio della responsabile che sosteneva fosse un grande privilegio ricevere solo il compenso più alto e non entrambi perché così, a suo avviso, c’era la possibilità di guadagnare molto: in media 800 euro al mese, lavorando otto ore al giorno dal lunedì al sabato! Con la speranza quindi di ricevere il compenso a cottimo, più alto in ogni caso del fisso, diversi precari si accanivano moltissimo sui clienti cercando in ogni modo di carpire loro la registrazione telefonica di consenso all’attivazione del nuovo servizio.

Questa situazione esasperante è una della tante che ogni giorno vivono i precari nel nostro paese. Questo episodio, accaduto nella piccola realtà pavese, non è nient’altro che un riflesso dalla realtà nazionale, sempre più a favore di Confindustria contro i diritti dei salariati.

A luglio è stato approvato dalla Commissione Bilancio della camera, e inserito nella manovra finanziaria, un emendamento che preclude ai lavoratori precari la possibilità di essere reinseriti a tempo indeterminato sul posto di lavoro nel caso di contratti irregolari. Il giudice, nel caso riconosca che il lavoratore ha ragione, dispone un indennizzo con un valore compreso fra 2,5 e 6 mensilità di cui godrà il futuro disoccupato, ma non più il reintegro.

Questo emendamento, solo parzialmente modificato a seguito delle proteste di alcuni settori del sindacato e della sinistra è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi ai lavoratori, colpiti duramente ormai da anni da una politica sempre più a favore dei capitalisti.

Il mercato del lavoro è dunque sempre più selvaggio e instabile e senza la lotta l’unica certezza è che saremo precari per sempre.

16 settembre 2008

 
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