L’Italia è già in recessione
Ormai ogni giorno porta la notizia di nuove catastrofi sul fronte
dell’economia. La crisi dei mutui e del connesso mercato dei derivati
si diffonde su scala internazionale provocando un tracollo dietro
l’altro.
Si è cominciato col fallimento della banca Bear Stearns, garantito dal Tesoro americano con 30 miliardi di dollari, ma ben presto si è dimostrato che era solo il primo gradino di una lunga discesa. A inizio settembre i due colossi Usa Fannie Mae e Freddie Mac sono state di fatto nazionalizzati. Si è trattato del più grande salvataggio nella storia dell’economia Usa. Fannie e Freddie, infatti, gestivano la metà circa della montagna di mutui con cui i cittadini americani negli scorsi anni si sono indebitati a rotta di collo, ora a rischio sotto il peso della crisi immobiliare e che sono stati sparsi in tutto il sistema finanziario mondiale attraverso i derivati. 5.200 miliardi di dollari, una cifra enorme pari al 58% dell’intero debito pubblico Usa, sono ora coperti dal governo americano. Gravi irregolarità nei bilanci hanno costretto il ministro del tesoro Henry Paulson a intervenire, nel timore che si potesse generare un crollo a catena dalle conseguenze incalcolabili.
Socializzazione delle perdite
L’entità della fattura che verrà allungata al contribuente Usa è peraltro ancora sconosciuta. “Anche se si deve sperare che solo una parte di quei mutui si rivelino insolventi, resta il fatto che la dimensione della potenziale perdita è sconvolgente. Da ieri sera infatti i 5.200 miliardi di dollari entrano a pieno titolo a far parte del “rischio sovrano” che fa capo al Tesoro di Washington. Ovvero, in ultima analisi, al contribuente americano, già il più indebitato del mondo. Si capisce perché a due mesi dalle elezioni Paulson abbia preferito ‘glissare’ sui numeri reali, perché la loro dimensione è spaventosa.” (F. Rampini su la Repubblica, 8 settembre). Si parla di decine o centinaia di miliardi di dollari, a seconda di come evolverà il mercato immobiliare…
I mercati hanno salutato con entusiasmo questa gigantesca operazione di socializzazione delle perdite; il “socialismo bancario”, ossia lo scaricare sulla collettività il costo delle avventure dei finanzieri, suscita grande approvazione a Wall Street. Ma l’entusiasmo è durato ben poco, e pochi giorni dopo è arrivata una nuova doccia gelata col fallimento della Banca d’affari Lehman Brothers.
Il titolo Lehman ha già perso il 94% del suo valore quest'anno e la banca ha sulle spalle più di 613 miliardi di debiti a fronte di 30 miliardi di dollari di capitale proprio. 25 mila posti di lavoro sono a rischio. Il fallimento di Lehman è il più grande nella storia delle bancarotte mondiali.
Anche Merrill Lynch era in grosse difficoltà ed è stata salvata da Bank of America, che l’ha comprata per 50 miliardi di dollari con la benedizione della banca centrale.
Le borse sono colate a picco davanti alla notizia, bruciando qualcosa come 900 miliardi di dollari.
L’unica buona notizia apparentemente positiva è il raffreddamento dei prezzi delle materie prime, col petrolio sceso attorno a 90 dollari dopo mesi di rialzi. Tuttavia il calo avviene per un motivo tutt’altro che positivo, ossia il rallentamento dell’economia reale in Usa, che riduce la domanda e genera timori di una recessione su scala mondiale. La disoccupazione in Usa è salita al 6,1% e tutte le analisi parlano ormai di recessione in atto anche in Europa.
L’Italia, già fanalino di coda della crescita europea, è a crescita zero, dopo che nel secondo trimestre il Pil era calato. Con gli Usa in crisi, la Germania che arranca, con gli investimenti fermi e con le famiglie che riducono sistematicamente le spese, non c’è modo che l’economia sfugga alle conseguenze della crisi internazionale. Si fa la spesa al discount, si sostituisce il pacchetto di sigarette col più economico tabacco, si riducono ferie e spese di ogni genere, mentre la crisi finanziaria si trasmette alla produzione, con la Cassa integrazione alla Fiat, con Nokia che prevede 17mila esuberi in Europa, con l’aumento delle scorte invendute e la stagnazione degli investimenti.
La crescita degli scorsi anni ha portato poco e nulla ai lavoratori e alle loro famiglie. Oggi dobbiamo prepararci ad affrontare una crisi destinata a ridisegnare la mappa economica e politica del mondo intero. Primo compito, aprire nel Prc e nella sinistra un dibattito politico e programmatico all’altezza della sfida. Domani è già troppo tardi…
16 settembre 2008
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