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Il Governo riparte con l'attacco all'articolo 18 Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Villari   
marted́ 22 luglio 2008
A pochi mesi dalle elezioni, l’asse Governo-Confindustria prosegue a passo di marcia nella sua opera di smantellamento dei diritti dei lavoratori. Dopo le modifiche della disciplina dell’orario di lavoro, delle assunzioni, delle dimissioni, degli appalti, è la volta di un nuovo attacco alle condizioni dei lavoratori precari (e non solo) che, come nelle peggiori tradizioni, avviene proprio a ridosso delle ferie estive, quando l’attenzione e le possibilità di una reazione immediata sono minori.

Tra i provvedimenti del già famigerato “Decreto 112”, c’è infatti una nuova norma che modifica le sanzioni a carico delle aziende che assumano lavoratori a tempo determinato fuori dai limiti concessi dalla legge.

Fino a oggi, la conseguenza in caso di contratti a termine “abusivi” era che, accertata da un giudice la violazione, il contratto si considerava a tempo indeterminato fin dal momento in cui era stato stipulato e l’azienda era condannata a versare tutte le retribuzioni perdute. La “riforma” prevede invece che la sola conseguenza per l’azienda sia il pagamento al lavoratore di un indennizzo compreso tra 2,5 e 6 mensilità di retribuzione.

Si tratta evidentemente di una modifica devastante per milioni di lavoratori precari. Se già oggi un numero enorme di contratti erano stipulati a termine fuori dai limiti consentiti, nonostante l’esistenza di sanzioni teoricamente significative, la nuova legge crea i presupposti per utilizzo praticamente senza limiti del lavoro a tempo determinato: mal che vada, il padrone “beccato” ad abusare del lavoro precario se la caverà pagando poche migliaia di euro (considerato anche che lo stipendio medio di un precario è inferiore a quello di un lavoratore a tempo indeterminato).

È di fatto anche una poderosa, benché indiretta spallata all’art. 18. Il governo, nonostante le pressioni di settori di Confindustria, non osa ancora un attacco diverso per paura  della reazione dei lavoratori: in questo modo però ottiene un effetto molto simile, perlomeno per i contratti non ancora stipulati. In pratica, infatti, alle aziende con più di 15 dipendenti (soggette alla severa disciplina dell’art. 18 in caso di licenziamento illegittimo di lavoratori a tempo indeterminato) converrà sempre, con la nuova legge, assumere lavoratori a termine anche in assenza dei presupposti di legge: la conseguenza sarà identica a quella di un licenziamento illegittimo fuori dal campo di applicazione dell’art. 18, e cioè il pagamento del ridicolo indennizzo invece dell’obbligo di riassunzione!

Non è difficile immaginare che una simile “liberalizzazione” del lavoro precario avrà conseguenze a cascata sulle condizioni di lavoro di tutti i lavoratori, dal momento che uno strumento di ricatto così formidabile nelle mani dei padroni sbilancia ulteriormente i rapporti di forza a loro favore: “Non ti piace? Stai a casa”.

Di fronte a questo nuovo, potente attacco del padronato, è evidente che nessun soccorso può giungere dalla “opposizione” parlamentare – e infatti nessuna protesta si è levata dal PD o dall’Italia dei Valori su questo punto. Del resto, il programma economico di questi partiti non è molto diverso da quello delle destre.

L’unico modo per fermare questa offensiva è organizzare le lotte operaie del prossimo autunno. Il sindacato deve abbandonare ogni illusione concertativa e tornare ad assumere una chiara prospettiva di classe e di conflitto sociale: nessun accordo è possibile con chi vuole smantellare pezzo per pezzo ogni conquista ottenuta dai lavoratori con le lotte del passato. Quelle lotte devono essere l’esempio: la storia ci ha già mostrato che quando i lavoratori scendono in piazza pronti a dare battaglia, i padroni e i loro lacché hanno la strada sbarrata!

 
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