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Opposizione dal basso per difendere il contratto nazionale! Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   
La conferenza di organizzazione della Cgil, chiusa il 31 maggio a Roma, ha visto un duro scontro tra la maggioranza di Epifani e la Fiom. I metalmeccanici, la Rete 28 aprile e Lavoro Società hanno sostenuto nel voto finale un emendamento del segretario della Fiom Rinaldini al documento conclusivo, proponendo una rimessa in discussione dei contenuti principali della piattaforma con cui Cgil, Cisl e Uil andranno a breve a trattare con Confindustria. 


Epifani ormai da tempo dichiara apertamente di voler portare tutta la Cgil su quelle posizioni che hanno contraddistinto da tempo la Cisl: un sindacato che si occupi in primo luogo di servizi (Caf, pensioni integrative, e quant’altro), un sindacato dove gli iscritti e i lavoratori contino poco o ancora meglio nulla, e dove le decisioni che siano relative a un accordo aziendale o nazionale vengano prese da organismi sempre più ristretti. Soprattutto si vuole un sindacato “in linea coi tempi”, che in una fase di rallentamento economico, con un padronato che non investe, si faccia carico di aumentare la competitività e la produttività delle aziende italiane.

In questo percorso la Fiom rappresenta un ostacolo, nonostante le incertezze e le incoerenze nelle posizioni assunte dal suo gruppo dirigente. Non basta alla maggioranza della Cgil che l’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici firmato da Rinaldini fosse più arretrato di quelli che la stessa Fiom rifiutò di sottoscrivere nel 2001 e nel 2003, come non basta il fatto che l’opposizione della stessa Fiom al protocollo sul welfare del 23 luglio 2007 non si sia tradotta in una vera e propria mobilitazione nelle fabbriche. Si vuole una Fiom normalizzata, allineata alle altre categorie, nelle quali da tempo non si sente alzare mai una voce critica verso quanto la Cgil decide e porta avanti.

Il dissenso interno nella Cgil, in particolare negli ultimi due anni, è sempre meno tollerato. L’ultimo caso eclatante è stata la sospensione di quattro dirigenti della Fiom di Milano (tra cui la segretaria generale), episodio a seguito del quale, per protesta, Rinaldini uscì dall’aula del direttivo nazionale riunito per licenziare la piattaforma per il rinnovo della contrattazione.

A una settimana dall’insediamento in Confindustria di Emma Marcegaglia, che nel suo discorso ha annunciato un nuovo ciclo di attacchi ai lavoratori, a due settimane dalla nascita del nuovo governo di destra, che come primo atto ha caricato con poliziotti in assetto antisommossa, per ordine del ministro degli interni leghista, lavoratori, donne e bambini inermi a Chiaiano, vediamo  una Cgil che a colpi di maggioranza (l’emendamento di Rinaldini è stato bocciato con  582 voti contro e 140 a favore), si avvia a un tavolo che peggiorerà pesantemente le condizioni con cui i lavoratori potranno difendere nei rinnovi contrattuali i propri diritti e i propri salari.

La Cgil a rimorchio della Cisl


Nonostante la gravità della situazione il segretario della Fiom invece di bocciare il documento finale di Epifani si è astenuto (lo stesso ha fatto Lavoro Società), lasciando sola la Rete 28 aprile a votare contro (582 voti per Epifani, 129 astenuti, 16 contrari).

La piattaforma di partenza è estremamente negativa, i lavoratori non ne sanno nulla o quasi, anche le assemblee tanto sbandierate dalla Cgil sono in realtà una farsa (tra l’altro nella maggioranza dei pochi luoghi di lavoro dove si sono tenute le assemblee i lavoratori non hanno potuto esprimere un parere con un voto); i padroni sentono che è la loro grande occasione per affondare il colpo. Cisl e Uil in particolare negli ultimi mesi, hanno intrapreso un vero e proprio lavoro ai fianchi di questa trattativa prima ancora della sua apertura ufficiale, promuovendo in modo aperto e disinvolto le istanze padronali.

Le dichiarazioni del segretario della Cisl Bonanni proprio alla conferenza della Cgil sono significative: oltre ad aver ribadito che con questa riforma si mette fine all’aumento salariale uguale per tutti (che in questi 15 anni ha visto solo lui), ha dichiarato essere finita la storia del sindacato antagonista e che finalmente si apre quella del sindacato collaborativo. Posizioni identiche a quelle della Marcegaglia, la quale il giorno dell’insediamento (avvenuto poche ore dopo la morte di un operaio in una sua fabbrica sul quale ovviamente non ha speso una parola su un discorso di un ora), dopo avere lodato il paese perché finalmente in parlamento ci sono solo forze politiche che condividono i valori del mercato, ha esultato dichiarando finalmente esaurita quell’idea di conflitto di classe che ha segnato la storia degli ultimi 150 anni. Ciò porrebbe le condizioni per un nuovo modo di confrontarsi col sindacato, e non è mancato l’elogio per lo sforzo con cui Cgil, Cisl e e Uil hanno partorito la loro proposta di riforma della contrattazione.

L’attacco è quindi durissimo e dobbiamo fare tesoro della lezione dello scorso anno con il protocollo sul welfare. La Fiom, nonostante avesse ritenuto inaccettabile il protocollo, non organizzò una opposizione nelle fabbriche e tantomeno si rivolse alle altre categorie. Allora il No vinse comunque tra i metalmeccanici anche se di pochissimo. Ma oggi è chiaro che se la Fiom non si spenderà da subito a contrastare la trattativa in corso e poi un eventuale accordo, il rischio che questa volta Epifani riesca a spezzare la resistenza dei metalmeccanici e mettere fine all’esperienza degli ultimi dieci anni della categoria diventa molto più che una semplice ipotesi.

Organizzarsi dal basso


Come delegati e lavoratori dobbiamo mettere in campo una campagna capillare in primo luogo di informazione e di contrasto a questa controriforma. Quel milione di lavoratori che votarono contro il protocollo del 23 luglio dimostrarono che nel paese ci sono tantissimi lavoratori disposti a mobilitarsi contro questi arretramenti e molti di più potrebbero oggi unirsi a questa battaglia. Se la Fiom e Lavoro Società non sono disposti ad andare al di la delle belle parole è nostro compito non solo dare voce al dissenso, ma organizzarlo.

Dobbiamo lanciare iniziative unitarie dal basso di tutti quei delegati, indipendentemente dall’appartenenza, che abbiano come obbiettivo quello di incominciare a raccogliere un’opposizione sul campo che convochi assemblee per informare i lavoratori di quanto sta succedendo.

È importante il fatto che i sindacati di base nell’assemblea nazionale del 17 maggio a Milano abbiano fatto un appello all’unità per contrastare questa controriforma, una posizione che non ripropone la “gara” a chi convoca date di mobilitazione, ma che apre significativamente all’idea di allargare il più possibile il fronte di questa battaglia decisiva.

Dobbiamo proporre quindi forme di autoconvocazione dal basso per cercare di rendere insostenibile la presenza della Cgil a quel tavolo oggi, e per preparare un fronte compatto ed esteso di opposizione nel momento che la trattativa si concluderà. Non possiamo giocare di rimessa pensando di reagire quando tutto sarà compiuto. Da questo punto di vista gli obbiettivi della Rete 28 aprile di lanciare da subito assemblee, meglio se unitarie, ovunque è possibile è importante. Come importante è la campagna di diffusioni del volantino che oltre a promuovere le ragioni del No a questa piattaforma propone anche posizioni alternative.

I dati Istat pubblicati a fine maggio indicano una situazione ormai al limite del sostenibile delle condizioni dei lavoratori. Il conflitto di classe in questo paese è destinato a riesplodere con tutta la forza che i lavoratori in questi decenni hanno saputo più volte dimostrare. Se questo non è successo negli ultimi anni è per il ruolo di boicottaggio operato dai vertici sindacali. Dobbiamo promuovere tra i lavoratori, dalla base, quella battaglia che troppo spesso anche  i dirigenti più radicali non vogliono fare o, peggio, dicono di voler fare e poi non fanno.

In gioco non ci sono solo aumenti di carico di lavoro, peggioramento delle condizioni di vita o la restaurazione delle vecchie gabbie salariali, c’è anche un ulteriore peggioramento dei diritti sindacali e di quell’agibilità dei delegati nei posti di lavoro già tanto ridimensionata in questi anni. Come compagni che sostengono la Rete 28 aprile saremo in prima fila in questa battaglia.

9 giugno 2008 

 

 
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