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La crisi dei mercati finanziari e il brusco rallentamento dell’economia
mondiale stanno attraversando l’Atlantico, investendo con forza
l’economia europea. Particolarmente colpita risulterà l’economia
italiana che nell’ultimo decennio ha galleggiato tra le onde impetuose
della globalizzazione. Gli effetti sociali e politici di questa crisi
si profilano importanti.
Nel 2007 il Pil italiano è aumentato dell’1,5%, ancor meno che nel 2006. Frenano gli investimenti ma vanno male anche i consumi. Le previsioni per quest’anno sono di una crescita dello 0,5% e dello 0,8% per il 2009. Il rallentamento si è avvertito in primo luogo nell’industria, che già ristagnava negli ultimi mesi del 2007 e ha ora cominciato ad avvertire in pieno i sintomi della crisi. Cala il fatturato (-4,3% a marzo), calano gli ordini (-3,7%), cala la produzione industriale (-7,4% a marzo, -1,6% su base trimestrale). Particolarmente male vanno le esportazioni e il settore delle costruzioni. Ciò si riflette ovviamente sul mercato del lavoro. Se nel 2007 l’occupazione è cresciuta dell’1%, nel quarto trimestre ha cominciato a calare, soprattutto nel centro-sud. Tuttavia ciò avviene dopo un periodo di crescita: la forza-lavoro italiana ha raggiunto la cifra record di 23,3 milioni, con, in particolare, un forte aumento del lavoro dipendente (che supera ora il 75% del totale). L’aumento degli occupati è avvenuto in una fase di stagnazione delle retribuzioni reali e di abnorme aumento delle ore lavorate.
A fronte di salari fermi, l’inflazione è giunta ad aprile al 3,6%, il livello più alto dal settembre del ‘96. Molto forte è stato l’aumento per le merci che più interessano i lavoratori: prezzi dei prodotti alimentari 5,6%, tariffe energetiche 6,1%. L’ampliamento della forbice tra prezzi e salari spiega perché i consumi delle famiglie degli italiani ristagnano (nel 2007 +1,4%), come confermano i dati sulle vendite al dettaglio e sul clima di fiducia dei consumatori, mentre aumenta l’indebitamento: il rapporto medio tra debito e reddito delle famiglie ha superato il 95% (era il 60% nel 2000).
Calo degli investimenti
Ancor più grave per le prospettive dell’economia italiana è la situazione degli investimenti e dell’export. Le aziende italiane hanno investito poco in tutto il decennio e di recente stanno ulteriormente rallentando l’accumulazione di capitale fisico. Lo scorso anno gli investimenti sono cresciuti dell’1%, quelli in macchine e attrezzature si sono fermati. Emergono forti segnali di ridimensionamento dei piani d’investimento. Nonostante ciò, il grado di utilizzo della capacità produttiva, che cala da metà 2007, è ora sceso ai livelli degli anni ’90. Schiacciati dall’impetuosa crescita dei paesi asiatici, i produttori italiani non riescono a mantenere le posizioni sui mercati esteri. La crescita delle vendite all’estero è inferiore di circa 2 punti a quella del commercio mondiale a causa dell’apprezzamento dell’euro che, se per Germania e Francia è un problema, per le aziende italiane, abituate alle periodiche svalutazioni della lira, è un dramma. Ciò spiega la riduzione del peso dell’Italia nel commercio mondiale persino verso altri paesi europei e il persistente disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti che ha raggiunto, l’anno scorso, il 2,4% del Pil.
Occorre infine sottolineare che anche dal lato delle finanze pubbliche sarà difficile che arrivi un aiuto all’economia: i conti pubblici, per alcuni anni leggermente migliorati, segnalano un netto peggioramento a causa delle spese addizionali e dei tagli di tasse. Addio tesoretto.
Da questo quadro si conferma la situazione che ogni lavoratore percepisce anche senza statistiche: l’unica via che le aziende italiane perseguono per tirarsi fuori dalla crisi è scaricarla su di noi.
I problemi vengono da lontano
Questa situazione non è certamente figlia della crisi dei mutui sub-prime, ma viene da lontano. I problemi strutturali dell’economia italiana si possono riassumere nel crolo della produttività del lavoro, da cui poi derivano a cascata un’inflazione più alta e il calo delle quote di mercato.
Mentre le borghesie degli altri paesi europei affrontavano la competizione investendo massicciamente, la borghesia italiana ha soprattutto attaccato direttamente le condizioni di vita della classe lavoratrice confidando nella passività sindacale. Paradossalmente ciò spiega perché, al contrario dei precedenti episodi di riorganizzazione (primi anni ottanta e inizio anni novanta), l’occupazione è rimasta stabile (l’occupazione nell’industria in senso stretto è scesa dello 0,6% all’anno a fronte di cadute del 2,7% nelle precedenti occasioni) anche se ciò è avvenuto mentre la quota del reddito che va al lavoro dipendente scendeva al minimo storico pur in presenza di un aumento massiccio dei salariati. Oggi quasi l’80% della forza-lavoro (i lavoratori dipendenti) mette assieme appena il 40% del reddito nazionale. Secondo l’Istat metà delle famiglie vive con un’entrata complessiva inferiore ai 1900 euro mensili.
In questo contesto, il “modello italiano di specializzazione”, cioè i settori industriali trainanti, sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Alcuni si sono ridimensionati (tessile, abbigliamento, cuoio, calzature, mobili), altri sono cresciuti (meccanica strumentale), ci sono state delocalizzazioni, ma nessuna novità di rilievo. Non entrando nei settori a più alta tecnologia e non investendo nemmeno nei settori maturi, è inevitabile che la produttività ristagni o addirittura arretri, come è successo nel 2006-2007, così aumentando il costo del lavoro per unità di prodotto ben oltre quello delle aziende europee e asiatiche. L’economia italiana è dunque finita in una strettoia da cui le strategie del passato (svalutazioni, mano pubblica) non possono tirarla fuori.
Salari, investimenti e produttività
Il recente rapporto Istat mette il dito nella piaga, spiegando quello che tutti gli economisti sanno ma fanno finta di non sapere: bassi salari e precarizzazione non aumentano la produttività, perché le imprese tendono a non immobilizzare capitali in attrezzature tecnologicamente avanzate, ma fanno fronte alle necessità usando braccia a poco prezzo. Citiamo la sintesi del Rapporto annuale Istat 2007: “L’attuale crisi di produttività [dipende] soprattutto da altri elementi quali l’uso più intenso del fattore lavoro (legato anche alla diffusione di forme di lavoro più flessibili)”. Non solo la precarizzazione, ma anche il dilagare delle esternalizzazioni è causa di questo processo. Non a caso fra i settori che vedono il maggior incremento dell’occupazione c’è quello dei servizi alle imprese: grazie alle varie cessioni di ramo d’azienda e altre forme di esternalizzazione le industrie si liberano di lavoratori qualificati e relativamente ben pagati sostituendoli con ditte esterne che impiegano manodopera sottopagata.
Altro settore che vede un boom dell’occupazione è quello delle costruzioni (+ 28% nel 1999-2005): non perché il sistema si stia preoccupando di risolvere il problema abitativo, ma per la gigantesca ondata speculativa che investe soprattutto le aree metropolitane (ma non solo), alimentata anche dalle grandi opere.
Emerge il quadro di un capitalismo che si ripara nei settori protetti, speculativi, monopolistici (le imprese del settore petrolifero sono fra quelle che hanno le migliori performances), in cui i tratti parassitari sono sempre più evidenti.
Il nuovo modello contrattuale
Non perseguendo altra via che l’aumento dello sfruttamento assoluto, le aziende italiane cercano in ogni modo margini di flessibilità a scapito della forza-lavoro. Esemplare è il nuovo modello contrattuale, che facendo a pezzi il contratto collettivo consegna i lavoratori legati mani e piedi ai padroni. Esemplare è anche la proposta del governo di detassazione dello straordinario e delle componenti variabili del salario, ulteriore spinta al decentramento della contrattazione salariale con in più un calo, delle entrate fiscali che aiuta a disarticolare i servizi sociali universali.
È inutile dire che superata l’età della pietra, “adeguare” il salario alla produttività, significa semplicemente subordinare i salari alle scelte di investimento delle imprese che in Italia sono state quelle che abbiamo visto. I padroni, non avendo fiducia nel proprio sistema non investono. Si vuole far ricadere tale sfiducia sulle spalle dei lavoratori. Che cosa potrà o meglio non potrà recuperare il secondo livello di contrattazione con il sindacato in ginocchio e l’economia in crisi è facile intuirlo. In sintesi, con queste misure i lavoratori guadagneranno meno, lavoreranno di più con meno tutele e con, dunque, più incidenti e morti bianche, avendo infine meno servizi. Tali scorciatoie non invertiranno il declino economico, serviranno solo a renderlo più duro per i lavoratori. Governo, Confindustria, vertici sindacali e Partito democratico si apprestano entusiasti a questo massacro. Fermarli è il primo compito che si deve porre Rifondazione.
9 giugno 2008
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