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100mila lavoratori coinvolti dall’inchiesta della Fiom Stampa E-mail
Scritto da Davide Bacchelli (Rsu Fiom-Cgil, Ima Bologna)   

In fabbrica una situazione insostenibile

Il 15 e 16 maggio alla conferenza nazionale di organizzazione della Fiom è stata distribuita la prima sintesi generale dei risultati dell’inchiesta nazionale sulla condizione delle metalmeccaniche e metalmeccanici in Italia significativamente intitolata “La voce di 100.000 lavoratrici e lavoratori”. Le risposte date da 96.607 metalmeccanici alle 118 domande del questionario esprimono una forte domanda di rivincita sociale rivolta al proprio sindacato.

 


Il corposo documento – 100 pagine, 75 di analisi e commenti e 25 con i risultati generali per ogni domanda – è corredato da una introduzione di Giorgio Cremaschi che fotografa con precisione la condizione dei metalmeccanici che emerge dall’indagine partendo dal dato di fatto che coloro che hanno risposto al questionario lavorano necessariamente in aziende sindacalizzate, visto che la gestione dei questionari non era possibile se non laddove esistono delegati Rsu. Il 58,6% è iscritto a un sindacato, il 38,5% alla Fiom, e soprattutto il 78,6% percepisce un premio di risultato contrattato in azienda: stiamo quindi parlando dei lavoratori con le condizioni contrattuali fra le migliori.I metalmeccanici sono circa due milioni tra industria e artigianato, 360 mila gli iscritti alla Fiom (18%).

Un’indagine rappresentativa


Chi ha risposto al questionario Fiom rappresenta 4.000 imprese di tutti i comparti produttivi e le tutte le aree territoriali del paese con una distribuzione che ricalca i dati ufficiali dell’Istat sulla presenza di aziende metalmeccaniche, fatta eccezione per una parziale sottorappresentazione del Sud con il 9,5% (13,8% Istat 2001). Il 70% sono operai, il 17% impiegati, l’8% tecnici e il restante 5% è composto da coordinatori, preposti e un centinaio di dirigenti.
Le donne coinvolte nell’indagine sono il 22%, 600 delle quali immigrate, molto vicino al dato Istat generale di 20,5% di lavoratrici tra i metalmeccanici nel 2001.
Gli immigrati sono il 3,4%, quando l’Inail fa una stima nazionale del 12% tra i metalmeccanici. Questo dato è condizionato da un lato dai problemi di lingua nel poter rispondere al questionario, dall’altro dal fatto che gran parte degli immigrati lavora nelle aziende a più bassa sindacalizzazione, non toccate dall’indagine.
I precari intervistati sono il 9,4% del totale, un quarto dei quali ha già avuto con l’attuale datore di lavoro tre o più contratti. Quindi la stabilizzazione del rapporto di lavoro è difficile anche nelle aziende più sindacalizzate.
Altro dato generale interessante sono i 4.600 lavoratori (5,2%) che negli ultimi 5 anni sono immigrati dal Sud al Nord Italia, in prevalenza operai (80%) con meno di 35 anni d’età (55,7%).

Organizzazione e orario di lavoro

Fumi, sostanze tossiche, temperature estreme e rumori. Il tutto in postazioni di lavoro scomode e con ritmi dettati da macchine che impongono operazioni ripetitive anche sotto il minuto. Questa è la fabbrica dove lavora l’operaio nell’epoca della “qualità totale”, dove alla catena o linea di montaggio si affianca l’ideologia della “missione” aziendale, la retorica della grande famiglia per il profitto del solo “padre-padrone”. E se le metalmeccaniche sono escluse dalla siderurgia e metallurgia, la loro concentrazione nella produzione dei beni di massa – elettrodomestici e apparecchi elettronici – le sottopone ai ritmi e rumori più intensi con il più rapido peggioramento delle condizioni fisiche. Tra i dati sulle condizioni di lavoro è interessante quello della percezione del peggioramento delle condizioni fisiche. A dire che il lavoro ha compromesso la loro salute sono il 39% dei lavoratori, in particolare il 47% delle donne contro il 36,8% degli uomini; il 54% delle operaie contro il 40% degli operai, che arriva al 61,4% delle operaie che fanno lo stesso lavoro da più di 10 anni contro il 44,4% degli operai. Tra gli impiegati, sono il 34,2% delle donne contro il 26% degli uomini a denunciare danni permanenti alla loro salute, soprattutto alla vista per l’uso di videoterminali. In generale non si tratta solo di danni fisici muscolo-scheletrici - denunciati da un’operaia su due -, ma anche psichici, tanto che il 19% delle lavoratrici soffre di insonnia.
Il tutto si inserisce in orari di lavoro che normalmente per il 64% degli intervistati è di 40 ore alla settimana, per il 15% è di 44 ore, per l’11% oltre le 44 ore, mentre il restante 10% lavora meno di 40 ore alla settimana. Tra questi ultimi ci sono soprattutto i part-time che interessano in prevalenza le donne con figli piccoli. Comunque, sia per loro che per le lavoratrici a tempo pieno vanno aggiunte le ore di lavoro domestico che per il 46% delle madri operaie e il 37% delle madri impiegate arriva a 20 e più ore alla settimana. Questo aspetto della condizione di sfruttamento delle lavoratrici si collega al fatto che solo il 32,5% delle donne con figli piccoli li porta all’asilo nido – pubblico nel 64% dei casi –, e solo il 40% con figli più grandi utilizza il tempo pieno. Purtroppo dai dati non emerge in che misura il limitato utilizzo dei servizi per i figli sia legato alla loro crescente indisponibilità dell’offerta pubblica.
Comunque, uomini e donne metalmeccaniche dichiarano al 48% che vorrebbero lavorare meno ore alla settimana, il 46% lo stesso numero di ore e solo il 6% è disponibile a lavorare più ore, in larga maggioranza impiegati e immigrati dalle cui rimesse spesso dipendono totalmente le famiglie nel paese di origine.
Soprattutto per il 60% dei metalmeccanici non sarà possibile fare lo stesso lavoro di adesso a 60 anni, e il 20% non sa rispondere.

Il salario

La media salariale dei metalmeccanici intervistati, che, lo ripetiamo, sono il settore più sindacalizzato della categoria è di 1.246 euro netti: 1.170 euro per gli operai; 1.370 euro per gli impiegati; 1.185 euro per gli immigrati; 1.094 euro per i precari. Per le donne, sia operaie che impiegate, a parità di mansione e anzianità il salario è mediamente inferiore di 200 euro al mese rispetto agli uomini! E il fatto che le donne dichiarino redditi familiari maggiori degli uomini è dovuto al fatto che oltre al loro reddito c’è quello del loro compagno di vita, altrimenti non ce la si farebbe ad arrivare a fine del mese.

La condizione femminile in fabbrica

Se in generale la condizione dei metalmeccanici è tragica, quella delle lavoratrici lo è in maniera più netta. Oltre alle discriminazioni su orari, ritmi di lavoro e salari, le lavoratrici sono sempre inquadrate a livelli professionali più bassi indipendentemente dal titolo di studio e dall’anzianità lavorativa. Inoltre subiscono discriminazioni di genere (1’11,4% delle donne intervistate), di preferenze sessuali (5,2%), e il 4,7% è stato oggetto di attenzioni sessuali non desiderate. Per le lavoratrici immigrate la condizione è ancora peggiore: il 32,3% ha subito discriminazioni legate a nazionalità, etnia o religione; il 14,3% di genere; il 18,3% ha subito intimidazioni; il 7,8% ha ricevuto attenzioni sessuali indesiderate; il 4,7% è stata vittima di violenze fisiche da parte dei colleghi.

I metalmeccanici non ce la fanno più!


E con loro tutti i restanti lavoratori italiani. Il protocollo sul welfare del 2007, il nuovo modello contrattuale di Cgil, Cisl, Uil che verrà discusso a breve con Confindustria dopo aver raccolto l’apprezzamento di Montezemolo, ma anche l’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici, tutto dice ai lavoratori: “Se vuoi guadagnare di più bisogna che aumenti la competitività e la produttività della “tua” azienda lavorando di più, più in fretta e meglio. È per il tuo bene”. Infatti il governo Berlusconi è pronto a premiare i lavoratori con sgravi fiscali su straordinari e premi di risultato variabili.
La prefazione di Cremaschi descrive in maniera puntuale i problemi dei metalmeccanici e denuncia l’insufficienza della risposta sindacale. Quello che non dice, o forse è meglio dire che non dice la Fiom che rappresenta, è come risolvere i problemi dei metalmeccanici e di tutti i lavoratori.
I tentativi di peggiorare ulteriormente le condizioni contrattuali vanno a colpire la carne viva dei lavoratori, come dimostra ampiamente questa inchiesta. La risposta non potrà che partire da questa realtà, i lavoratori e le lavoratrici non hanno più niente da dare né da scambiare. Il gruppo dirigente della Fiom dovrà ben presto scegliere se agire coerentemente con quanto espresso dai lavoratori, o se permettere che ancora una volta in nome dei “superiori interessi” aziendali e nazionali i lavoratori vengano lasciati senza difesa e senza organizzazione. Il tempo delle compatibilità deve finire una volta per tutte. L’inchiesta della Fiom lo conferma con la forza dei numeri e dei fatti.
 
9 giugno 2008 
 
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