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No Tav - Lo stato del movimento e i compiti del Prc Stampa E-mail
Scritto da Maria Lucia Bisetti   

Com’è la situazione in Val di Susa? È davvero così pacificata e pronta ad accogliere il treno ad alta velocità/capacità come ha fatto credere l’ex-ministro Di Pietro all’Unione Europea?

Ripercorriamo gli ultimi avvenimenti. I quasi due anni di governo del centro-sinistra hanno avuto sulla parte istituzionale del movimento No Tav (sindaci e comunità montane) lo stesso pernicioso effetto che hanno avuto sul sindacato confederale: quello di smorzare le lotte in cambio della sopravvivenza del governo “amico”. In questo periodo il movimento è stato attraversato da non poche tensioni, stante la forte simbiosi tra movimento popolare e movimento dei sindaci esistita fino a un passato assai recente.

L’Osservatorio Virano


Se il primo momento di confronto duro risale all’inizio della legislatura, con l’insediamento dell’Osservatorio “Virano” (dal nome del suo coordinatore), successivamente si sono moltiplicati i motivi di attrito, vista la pervicacia con cui Di Pietro ha sponsorizzato la realizzazione dello sciagurato progetto e la debolezza dei sindaci di centrosinistra della valle a rintuzzare tale entusiasmo.

Alla presentazione da parte del ministro all’Ue nel luglio 2007 di un dossier per il finanziamento dell’opera, il movimento ha risposto con la consegna, il 25 settembre a Strasburgo, di quasi 32.000 firme raccolte in soli due mesi. Eurodeputati e commissari hanno esibito in quell’occasione stupore e sorpresa, dicendosi convinti che ormai, grazie al lavoro di Virano, ci fosse un progetto condiviso sia dalle amministrazioni locali che dalla stragrande maggioranza dei cittadini interessati. Il fantomatico dossier è stato reso noto al pubblico solo nel gennaio 2008 suscitando l’ira del movimento valsusino per lo stravolgimento che lì viene fatto dell’azione dell’Osservatorio, passato da organismo tecnico a procacciatore di consenso. Ma non solo il movimento si è infuriato: anche 87 amministratori valsusini hanno sottoscritto un documento con cui chiedevano ufficialmente ai tecnici di uscire dall’Osservatorio, visto l’uso strumentale che ne era stato fatto.

Questo documento ha provocato un bel po’ di scompiglio, risvegliando anche una parte consistente della popolazione che si era assopita al suono delle nenie del centrosinistra: in un’assemblea assai affollata tenuta al polivalente di Bussoleno sono stati criticati gli atteggiamenti opportunisti di molti amministratori, richiamandoli al mantenimento delle posizioni contro il Tav che avevano espresso al momento della loro elezione. Poi la caduta del governo Prodi ha spostato l’attenzione dei valsusini sulla difficile scelta elettorale, improba soprattutto per loro, stretti tra l’opzione astensionista (“se a livello nazionale tutti vogliono il Tav chi diavolo possiamo votare?” si chiedevano sgomenti) e la consapevolezza che negare il voto non avrebbe comunque fatto avanzare di un passo la lotta.

Il ruolo del Partito democratico


Durante la campagna elettorale l’atteggiamento del Pd è stato spesso contraddittorio: se gli esponenti locali si sono sgolati a spiegare che è vero che il Tav piace alla loro dirigenza nazionale, ma non è detto che quello che piace a Roma piaccia anche a loro (soprattutto se non piace ai loro elettori), gli attuali caporioni piemontesi (Saitta, presidente della Provincia, Chiamparino, sindaco di Torino, Bresso, presidente della Regione) hanno deciso che era il momento di venire in valle e precisamente ad Almese  per confrontarsi con gli amministratori locali. Per tutta risposta il movimento ha organizzato per “i tre re magi” una kermesse (eravamo un migliaio circa) davanti al polivalente di Almese con tanto di presepe e di ironiche proposte per lo sviluppo della valle; loro si sono sentiti minacciati e, su consiglio della Digos, hanno fatto dietrofront rinunciando all’iniziativa. Il giorno dopo ci hanno pubblicamente trattato da fascisti, cosa che non è andata giù agli avvocati No Tav che hanno subito imbastito una querela per diffamazione che è già stata firmata da 134 valsusini.

Sconfitta dell’Arcobaleno


La Sinistra arcobaleno invece ha di fatto disertato la campagna elettorale, non trovando argomenti che potessero indurre gli elettori a votare chi solo un anno prima aveva accettato lo scandaloso dodecalogo di Prodi dove la realizzazione della Tav era sistemata ai primi posti; così, solo la rocciosa tradizione di sinistra della valle ha permesso ai risultati elettorali di non essere catastrofici come quelli del resto d’Italia. Pur perdendo una cospicua quantità di voti, la sinistra arcobaleno si è attestata in bassa valle (quella dove è più forte il movimento) all’8,37%, in alta valle al 4,37% e in val Sangone al 4,10%; nel 2006 i dati erano rispettivamente 26,09%, 14,54% e 11,01%. E dato che la parte del leone l’hanno fatta destra e Lega, il giorno dopo l’esito delle votazioni, la borghesia gongolante poteva rimarcare che il 90% dei valsusini aveva votato partiti favorevoli alla realizzazione dell’alta velocità, e che quindi aveva ragione Virano a sostenere che la valle era pacificamente pronta ad accogliere i cantieri.

Dopo la bruciante sconfitta elettorale le manovre sono ricominciate più intense di prima, soprattutto Ferrentino (Presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa, tessera Sd) non è stato con le mani in mano e ha immediatamente promosso insieme a Giorgio Airaudo (segretario della Fiom) un incontro per la costituzione di una sinistra che sia in grado di dialogare con il Pd. Questo ha sancito il definitivo divorzio tra il movimento e l’ampia parte dei Sindaci che si sono schierati con Ferrentino il quale ha cominciato a partorire le contromanovre per permettere di fare la Tav senza perdere del tutto la faccia e soprattutto la possibilità di accomodarsi su qualche poltrona meno scomoda di quella su cui siede ora.

L’idea è che, per dimostrare che noi non siamo quelli che dicono sempre di no, è necessario studiare, a livello di Osservatorio Virano, uno “scenario” (perché tracciato non si può dire) di rafforzamento dalla linea attuale che, pur bucando, sotterrando, quadruplicando e distruggendo, non si chiami Tav ma ammodernamento della linea storica. Ora, gli studi per raddoppiare la capacità odierna di trasporto merci sulla linea attuale, operando le modificache necessarie e non quelle inventate per far piacere alla lobby della speculazione sulle grandi opere, esistono già e – nel 2000 – stimavano puntigliosamente in meno di 500 milioni di euro il costo totale dell’intervento sulla tratta St. Jean de Maurienne-Bussoleno. Questo significa che, anche ipotizzando il raddoppio dei costi, con altri 300 milioni di euro oltre al finanziamento europeo già concesso (e per la sospensione del quale è stata inviata una circostanziata petizione all’inizio di maggio) si potrebbe avere una linea in grado di trasportare 20 milioni di tonnellate di merci l’anno e di essere saturata non prima del 2020. Inoltre c’è da notare che alcuni di questi interventi sono già stati fatti o sono in corso di attuazione, il che dimostra tutta la mala fede di chi, pur essendo a conoscenza di questi studi, sostiene che senza un intervento massiccio non è possibile realizzare l’auspicabile spostamento di merci da gomma a rotaia.

Altro cavallo di Troia, se già non fosse bastato l’Osservatorio Virano, è stato reinforcato da Saitta riesumando la “cabina di pilotaggio per lo sviluppo della Valle di Susa”, un marchingegno che si dovrebbe più propriamente chiamare “comitato per la spartizione delle compensazioni”, ma che – visto l’ostracismo di facciata per il termine “compensazione” – cambia nome con l’ausilio di qualche altra acrobazia lessicale. Anche qui il fronte dei sindaci fortunatamente non è compatto, e alcuni di loro hanno polemicamente abbandonato le riunioni in cui non si parla assolutamente di idilliaco sviluppo della valle, ma della Tav.

In tutto questo come si muove il Prc? A livello locale con la coerenza che l’ha sempre contraddistinto in questa lotta, dalla parte della popolazione e delle ragioni di chi persegue modelli di sviluppo sostenibili, rispetto del territorio, solidarietà. Ma già a livello provinciale la musica è tutt’altra: l’ipotesi di uscire dalle giunte locali è praticamente scartata a priori e si promette sui giornali la normalizzazione del circolo “scomodo” di Bussoleno, anche perché nella primavera del 2009 quasi tutta la valle andrà alle amministrative, e le eventuali alleanze con il Pd dovranno essere pagate con l’abiura più o meno esplicita delle posizioni intransigentemente No Tav come di fatto successe nel 2006 con l’Unione.

È invece assolutamente necessario e inderogabile promuovere una consultazione vera con tutti coloro che pensano che questo movimento, pur con tutti i limiti che gli si possono addebitare, è una realtà di opposizione concreta e a partire da questo dato di fatto, costruire un programma che rivendichi certo in prima e superiore istanza una coerente posizione No Tav, ma che sia in grado di delineare un’azione di intervento sul territorio a livello delle comunità locali in cui parole come sviluppo sostenibile, solidarietà, governo dal basso, controllo reale della popolazione sulle scelte che vengono operate, si riempiano di contenuti e di pratiche. È necessario che in questo processo il Prc sia in prima fila, e noi daremo senza esitazione il nostro contributo e il nostro appoggio.

9 maggio 2008 


 
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