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Maggio 1948 - Nasce lo stato d'Israele, inizia la tragedia del popolo palestinese Stampa E-mail
Scritto da Francesco Merli   

Ricorre il sessantesimo anniversario di un avvenimento che ha cambiato completamente la storia del Medioriente: la nascita dello Stato d’Israele e la “nakba” (catastrofe), l’espulsione contemporanea di 850mila palestinesi dalla propria terra.
In Italia si è scatenato negli scorsi mesi un dibattito, soprattutto a sinistra, riguardo la decisione degli organizzatori della fiera del Libro di Torino di invitare Israele come ospite d’onore, in occasione appunto dei sessant’anni dalla sua nascita. Diversi centri sociali, il Forum Palestina e varie altre forze hanno invitato al boicottaggio della manifestazione, promuovendo un corteo per lo scorso 10 maggio che ha visto la partecipazione di diverse migliaia di persone.

I vertici del Prc non hanno partecipato alle contestazioni. Come spiega un comunicato della segreteria: “Qualunque forma di boicottaggio del salone del libro di Torino sarebbe del tutto sbagliata, in quanto trasformerebbe una manifestazione culturale, al centro della quale è la scrittura, in una occasione per introdurre artatamente una polemica politica del tutto fuori contesto”.

Credere che esista un mondo della cultura separato dalla politica, questo è “del tutto sbagliato”. La fiera di Torino è probabilmente uno dei principali appuntamenti mondiali per tutte le case editrici. Una grande vetrina dove sono in gioco interessi economici miliardari, e dove si tessono relazioni diplomatiche e politiche. È forse un caso che la presidente della Fondazione fiera del Libro sia la presidente della Regione, Bresso, e i copresidenti siano il sindaco di Torino e il presidente della provincia? E che tra gli sponsor ci siano i principali gruppi industriali e bancari italiani?

Ogni scelta fatta dalla Fiera del libro risponde a precisi criteri politici ed economici: la scelta di Israele come paese ospite è una legittimazione chiara e semplice della politica reazionaria portata avanti dal governo israeliano nei confronti dei palestinesi, che continua da sessant’anni. Se intellettuali ed accademici “progressisti” come Oz o Grossman si rendono complici del proprio governo reazionario, è giusto contestare questi “intellettuali”. La cultura non è stata mai super partes, tanto meno al giorno d’oggi.

Proprio per questo era del tutto corretto contestare questa decisione di Bresso e Chiamparino, e scendere in piazza.

Questo non esaurisce il dibattito, anzi. Chi sostiene i diritti del popolo palestinese deve discutere su quale siano le proposte più efficaci per la sua effettiva liberazione. I marxisti si opposero alla creazione dello stato d’Israele nel 1948, a differenza dell’imperialismo Usa e anche dell’Unione Sovietica di Stalin, che votò a favore nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Le ragioni sono efficacemente spiegate nell’articolo di Francesco Merli in queste stesse pagine.

Tuttavia, a sessant’anni dalla sua nascita, non si può eludere il problema che oggi abitano in Israele oltre sei milioni di persone. Non costituiscono un unico blocco reazionario, ci sono capitalisti e lavoratori, sfruttatori e sfruttati. Chi propone la distruzione di Israele non considera questo problema: su basi capitaliste, all’interno di una nuova entità statale dominata dalla borghesi arabo-palestinese, sarebbero gli ebrei ad essere una minoranza oppressa. Allo stesso tempo, l’esperienza dell’Autorità nazionale palestinese dimostra come l’esistenza di due stati capitalisti, Israele e Palestina che possano convivere in armonia non sia possibile.

Per decenni la borghesia israeliana ha potuto legare a sé il proletariato israeliano: c’era la crescita economica e Israele pareva invincibile. Oggi l’economia del paese è in crisi e l’esercito è stato sconfitto due anni fa in Libano. Sull’altro versante, scioperi e lotte di massa stanno mettendo a soqquadro paesi come Egitto e Libano. È dall’unità nella lotta dei lavoratori d’Israele e di Palestina che si può trovare la soluzione, sulla base di una comune politica rivoluzionaria.

La necessità di una politica internazionalista, di indipendenza di classe: è su questo che il dibattito fra i comunisti e i difensori dei diritti dei popoli oppressi si dovrebbe concentrare.

Riportiamo un ampio estratto di un articolo pubblicato nel numero 7 (novembre 2003) della nostra rivista In difesa del marxismo. Il testo completo è reperibile sul nostro sito sotto il titolo Dalla nascita di Israele alla prima Intifada.



Come fu creato lo Stato d’Israele


Ben prima della proclamazione dello Stato d’Israele (14 maggio 1948) il sogno sionista di formare uno Stato che desse nuova vita alla biblica terra d’Israele si era rivelato alla prova dei fatti, come aveva predetto Trotskij, una “trappola mortale” per centinaia di migliaia di ebrei, un’utopia reazionaria densa di tragiche conseguenze.

Il mito di una “terra senza popolo, per un popolo senza terra”, coniato da Lord Shafetsbury nel 1854 e ripreso dalla letteratura sionista, era una mistificazione priva di alcun fondamento salvo giustificare l’immigrazione ebraica e l’espropriazione progressiva delle terre dei palestinesi.

I dirigenti sionisti capivano fin troppo bene che prima o poi si sarebbe giunti ad uno scontro con la maggioranza araba per il predominio sulla Palestina. “C’è un contrasto fondamentale. Noi e loro vogliamo la stessa cosa. Vogliamo entrambi la Palestina” si trovò a dichiarare il leader sionista David Ben-Gurion. “Se fossi arabo… insorgerei contro un’immigrazione che prima o poi finirà col mettere il paese… nelle mani degli ebrei” (cit. in B. Morris, Vittime). Nella mente dei dirigenti sionisti ogni colono approdato in Palestina rappresentava un soldato in più nella guerra per la conquista della terra. Ogni loro azione era finalizzata all’allontanamento della maggioranza della popolazione araba dalla Palestina per determinare di fatto la nascita dello Stato israeliano.

La realizzazione di questo progetto provocò ferite che sono ancora aperte a 55 anni di distanza e la deportazione di 800mila palestinesi dalle proprie terre.

In 50 anni la storia d’Israele è stata costellata di guerre (guerra “d’indipendenza” del 1948-49, guerra di “Suez” del 1956, guerra dei “sei giorni” del 1967, guerra del “Kippur” del 1973, oltre alle due invasioni del Libano nel 1978 e 1982 e la successiva ventennale guerra di logoramento con gli Hezbollah), e di insurrezioni (prima Intifada 1987-1992 e seconda Intifada 2000-2003) di una popolazione dei Territori occupati nel 1967 mai doma. Più che un “porto sicuro” la terra promessa fin dall’inizio assunse per gli ebrei i connotati di un fortilizio sotto assedio, accerchiato da popoli e nazioni ostili.

Nel 1944 le terre acquistate dagli ebrei in Palestina non superavano il 6,6% del territorio del Mandato, ma le strutture armate del sionismo si erano notevolmente rafforzate nel corso della guerra e l’Agenzia ebraica era diventata di fatto, almeno in forma embrionale, un’entità statale quasi autonoma, dotata di una propria economia separata, di proprie istituzioni e di un vero e proprio esercito.

Esplosione del terrorismo sionista


Durante la Seconda guerra mondiale sionisti e nazionalisti arabi avevano collaborato con l’esercito britannico. Le industrie dello Yishuv ebraico furono messe al servizio dello sforzo bellico e una brigata ebraica di 23.000 uomini combattè sotto il comando Alleato. La partecipazione araba fu pari a 9.000 uomini. La linea di collaborazione bellica non fu accettata da un settore della destra sionista, rappresentato dalla banda Stern che nel 1944 assassinò al Cairo il residente britannico Lord Moyne.

Finita la guerra la tattica sionista mutò e, tra il 1945 e il 1948, Haganah e Irgun si unirono agli attentati terroristici contro i britannici e la popolazione araba. Il 22 luglio del 1946 un attentato dinamitardo dell’Irgun Zwai Leumi (formazione armata vicina alla destra sionista), organizzato dal futuro premier israeliano Menahem Beghin, distrusse un’ala dell’Hotel King David a Gerusalemme, sede del quartier generale britannico e dell’amministrazione civile del Mandato, uccidendo 91 persone fra inglesi, arabi e alcuni ebrei.

La radicalizzazione dello scontro tra arabi e sionisti, e tra sionisti e amministrazione britannica convinse definitivamente la Gran Bretagna a rinunciare al Mandato, annunciando nell’aprile del 1947 il suo disimpegno dalla Palestina entro un anno per rimettere la questione nelle mani delle Nazioni Unite, erede della vecchia Società delle Nazioni.

La decisione britannica mutò il quadro generale, scatenando il dibattito su quale status riservare alla Palestina dopo il Mandato. In particolare gli Stati Uniti interpretavano correttamente la posizione britannica come un segnale di debolezza di un impero scricchiolante e presero l’iniziativa imbracciando la questione ebraico-palestinese come una clava per assestare colpi all’influenza dell’ex alleato sulla zona mediorientale, in ciò seguiti dall’Urss per specifiche ragioni. Gli Usa dal 1947 diventarono i maggiori avvocati della partizione della Palestina ed esercitarono indicibili pressioni sulle delegazioni di una serie di paesi latinoamericani per far passare all’Onu la risoluzione da loro caldeggiata, raggiungendo il proprio obiettivo.

La proposta dell’Onu è contenuta nella Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, sintetizzabile nella partizione della Palestina in tre zone: uno Stato arabo (superficie: 11.500 Kmq per 804.000 arabi e 10.000 ebrei), uno ebraico (14.000 Kmq per 558.000 ebrei e 405.000 arabi) e una zona (Gerusalemme) sotto il controllo internazionale. La proposta era ammantata di utopismo se si considera che i due Stati avrebbero dovuto aderire ad una Unione economica palestinese che avrebbe dovuto mettere in comune la moneta, le risorse e le infrastrutture (porti, poste, ferrovie, strade) e gestirle in un clima di parità ed amicizia, come se non fosse in corso da oltre due decenni una guerra tra arabi ed ebrei senza esclusione di colpi. La risoluzione venne accettata dai sionisti e rifiutata dagli arabi.

Di fatto il piano dell’Onu era ben lontano dal poter portare ad una soluzione conciliatoria, al contrario rinvigorì le aspettative dei sionisti che vedevano riconosciuto il loro diritto ad uno Stato in Palestina, si sentivano forti di una migliore organizzazione militare e più compatti dei nazionalisti palestinesi.

Come se il piano dell’Onu fosse il segnale a lungo atteso, alla fine del 1947, Haganah, Irgun e banda Stern, che ormai rispondevano ad un unico comando, scatenarono una campagna di terrore con attacchi contro i villaggi palestinesi: 12 dicembre, un villaggio presso Haifa, 12 morti; 14 dicembre, un villaggio presso Tel Aviv, 18 morti e 100 feriti; attacchi analoghi a Safad, Qazaza, Giaffa, Balad el Cheikh.

Gli attacchi aumentarono d’intensità nei primi mesi del 1948. Tannoura, Tireh, Saasa, Haifa, Hfar Husseinia, Sarafand, con centinaia di vittime palestinesi. Il 9 aprile il villaggio di Deir Yassin presso Gerusalemme viene massacrato dall’Irgun. Gli abitanti del villaggio avevano mantenuto buone relazioni con gli ebrei, originari della Palestina, ma non vengono risparmiati. La Croce Rossa rinviene 254 cadaveri di uomini, donne, bambini, mutilati e gettati nei pozzi mentre Menahem Begin si vanta pubblicamente del massacro.

Centinaia di migliaia di palestinesi disarmati fuggirono dalle proprie case, successivamente rase al suolo per renderne impossibile il rientro. I profughi palestinesi passarono da 60.000 a 350.000 in un solo mese.

Perché tanta ferocia? Il calcolo cinico dei dirigenti sionisti era quello di conquistare sul campo quanta più terra fosse possibile e rendere irreversibile la fuga della popolazione palestinese con ogni mezzo: spaventare, anzi terrorizzare e costringere alla fuga i palestinesi e radere al suolo le loro case, questo era in sostanza il piano, il tutto per imporre una partizione della Palestina più favorevole al futuro Stato israeliano.

Israele nasce il 14 maggio del 1948 grondante di sangue palestinese. Tutti i principali leader sionisti furono coinvolti nei massacri e nel terrorismo su larga scala praticato dalle forze armate ebraiche. Sotto questo aspetto non vi sono differenze rilevanti tra laburisti e destra sionista. Moshe Levin, Golda Meir, David Ben-Gurion, Menahem Beghin e i giovani Ariel Sharon e Yitzhak Rabin, i principali leader del futuro Stato, impararono dall’esperienza concreta in che misura siano i rapporti di forza sul campo a determinare il quadro degli scenari possibili sul terreno della diplomazia internazionale, una lezione che avrebbero assimilato bene applicandola ad ogni svolta della vita israeliana fino ad oggi.

La “Nakba”


La reazione dei paesi arabi alla dichiarazione dello Stato israeliano fu immediata e già il 15 maggio entrarono in Palestina forze armate egiziane, irachene, siriane, libanesi e transgiordane che ottennero nella prima fase qualche successo.

Una tregua proposta dall’Onu a giugno e accettata dalle due parti, ma violata sistematicamente da Irgun e banda Stern, servì alle milizie ebraiche per organizzarsi e riarmarsi.

Il contrattacco delle forze sioniste dopo l’8 luglio infranse la resistenza delle forze arabe, mal coordinate e spesso poste sotto la guida di ufficiali britannici (che dopo aver addestrato i migliori combattenti dell’Haganah ora si trovavano a contenere l’espansionismo ebraico che rischiava di destabilizzare altri domini della Corona) o di dirigenti corrotti che non esitavano durante la lotta a trattare segretamente con i sionisti. Abdallah, re di Transgiordania, si incontrò più volte con Golda Meir e Moshe Dayan, per trattare l’annessione della Cisgiordania al suo regno (che avvenne nel dicembre del 1948); gli egiziani si attestarono nella striscia di Gaza.

I dirigenti sionisti erano determinati a travolgere ogni ostacolo. L’inviato dell’Onu, conte Folke Bernadotte, ingiunse il 13 settembre a Israele di riammettere i rifugiati e ricostruire le loro abitazioni ma quattro giorni dopo fu assassinato dalla banda Stern insieme al suo assistente, il colonnello francese Serot.

Gli armistizi di Rodi del 1949 tra lo Stato d’Israele e la maggior parte degli Stati arabi sancirono la disfatta araba chiudendo quella che gli israeliani considereranno la loro “guerra d’indipendenza”. Ancora una volta la “Storia” scritta dai vincitori negò e rimosse dalla liturgia ufficiale ogni riferimento alle stragi e alle atrocità commesse. Per i palestinesi il 1948 sarà la “Nakba”, la catastrofe, una sconfitta che avrebbe gettato le masse palestinesi per oltre vent’anni in uno stato di profonda prostrazione.

La questione dei profughi e gli “arabi israeliani”


Su un totale di 800.000 profughi palestinesi, il 39% si rifugiarono in Cisgiordania (annessa al regno di Giordania) e un ulteriore 10% proseguì fino alla Giordania, scappando da Haifa, Giaffa e dai villaggi della costa occupata da Israele. Il 26% si rifugiò nella striscia di Gaza occupata dall’Egitto, che vide raddoppiare la sua popolazione in poche settimane. Dalla Galilea (nel settentrione della Palestina) il 14% fuggì nel Libano e il 10% attraversando il Golan sconfinò in Siria. Solo pochi (l’1%) andarono in Egitto. La quasi totalità dei profughi fu ammassata in enormi campi “provvisori” ai confini delle città, in condizioni di totale indigenza e in tali campi è rimasta fino ad oggi con una popolazione di profughi quintuplicata.

Circa 150.000 palestinesi restarono sulla loro terra occupata dagli israeliani, andando a costituire il nucleo degli arabi israeliani che oggi sono il 18% della popolazione israeliana. Si trattava soprattutto di contadini che vivevano in tre zone in cui lo scontro era stato meno violento (nei villaggi rurali della Galilea, in un fazzoletto di terra a ridosso della Cisgiordania e nella zona del Negev, a sud) e ritenevano, restando, di poter mantenere meglio la proprietà della loro terra.

Lo Stato israeliano si appropriò delle terre dei profughi con leggi emanate ad hoc come la legge di presenza/assenza del 1950 e poi procedette sistematicamente ad espropriare le terre dei palestinesi rimasti con leggi tuttora in vigore come la legge sulla cittadinanza del 1952, quella sulla Land Authority del 1953, ed altre. In pochi anni i 550 villaggi palestinesi sopravvissuti alla nakba si erano ridotti a 100. Oltre il 25% dei contadini videro espropriate le proprie terre e dovettero rifugiarsi in villaggi “fantasma”, considerati abusivi da Israele e quindi periodicamente sgombrati con le ruspe per essere ricostruiti successivamente, espulsi persino dalle mappe. Fino al 1966 gli arabi israeliani vissero sotto la legge marziale in uno stato di segregazione con enormi limitazioni alla loro mobilità. Dopo il 1967 il governo israeliano allentò la pressione su questo settore, permettendone una maggiore integrazione, per affrontare il compito di consolidare le nuove conquiste territoriali della guerra dei “sei giorni”.

Per i palestinesi Israele rappresentava un regime ostile, usurpatore delle loro terre, responsabile di genocidio e di deportazioni di massa, per i profughi ebrei che continuavano ad affluire dall’Europa e dal mondo arabo (dove equilibri di convivenza secolari erano stati rotti dalle conseguenze della nakba rendendo impossibile la permanenza per centinaia di migliaia di ebrei), Israele era l’unica patria possibile, l’unica possibilità di ricostruire vite distrutte dalla guerra e dalle persecuzioni.

Tra il 1948 e il 1951 la popolazione israeliana più che raddoppiò (da 650.000 a oltre 1.400.000), per proseguire a crescere velocemente nei decenni successivi grazie all’immigrazione ebraica (Israele raggiunse quasi 2 milioni di abitanti nel 1961, oltre 3 milioni nel 1978, e oggi ha varcato la soglia dei 6 milioni).

La borghesia israeliana e l’imperialismo seppero sfruttare con notevole cinismo negli anni ’50 e ‘60 la determinazione delle masse ebraiche, costruendo una società in stato di guerra permanente ed impiegando la massa dei profughi ebrei come comoda e sempre rinnovabile forza lavoro per le proprie industrie e, all’occorrenza, carne da macello per assicurarsi la supremazia sulla zona. Il notevole sviluppo del capitalismo israeliano, anche grazie alle importanti sovvenzioni nordamericane permise una certa stabilizzazione del nuovo Stato.

9 giugno 2008 

 
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