È stata licenziata a maggio da Cgil, Cisl e Uil la piattaforma, dal
titolo Linee di riforma della struttura della contrattazione, con cui i
sindacati andranno a trattare con Confindustria nelle prossime
settimane. Il tutto ancora una volta senza il coinvolgimento dei
lavoratori. Anche la cosiddetta consultazione che si è svolta in
pochissime aziende dove non è stato possibile esprimersi neanche con un
voto, si è dimostrata una farsa.
Gli anni 1993-2006 sono stati segnati da un aumento esponenziale della precarietà e dei ritmi di lavoro, sia in termini di carichi sia di ore di lavoro. Ricordiamo che su un 16,7% di crescita di produttività realizzato in Italia, in termini reali le aziende ne hanno incamerato l’87% e solo il 13% è andato ai lavoratori. L’obiettivo dichiarato del documento sarebbe quello di migliorare le condizioni di reddito, sicurezza e qualità del lavoro e al tempo stesso quello di aumentare la competitività e la produttività delle imprese.
Come questo sia possibile lo devono spiegare, visto che negli ultimi 15 anni la competitività delle imprese è migliorata proprio a danno delle condizioni di lavoro. Il documento si profila come un attacco al contratto nazionale di lavoro sotto ogni punto di vista. Si rivendica la riunificazione degli oltre 400 contratti nazionali esistenti: cosa più che condivisibile se non fosse che la bozza non chiarisce a che livello vanno riunificati.
L’esperienza del passato dice che le riunificazioni sono sempre state fatte verso contratti con salari e diritti più bassi. Da quando nel 1992 con un vero e proprio colpo di mano venne abolita la scala mobile, i salari sono stati impegnati in una rincorsa senza fine, senza mai riuscire a tenere il passo dell’aumento reale del costo della vita. Sia le statistiche che l’esperienza quotidiana lo confermano ogni giorno. A questo si sono aggiunte le leggi precarizzanti (pacchetto Treu, legge 30), che hanno permesso di creare forti diseguaglianze nel mondo del lavoro. L’attacco odierno è della stessa portata.
Si passa dal concetto di “inflazione programmata” degli accordi del ’93 a quello di “inflazione realisticamente prevedibile”. Un bell’ingegno per dire la stessa cosa! Tra l’altro è significativo il dato fornito dall’Istat formulato sulla base di un paniere alternativo basato sui prodotti di largo consumo: l’inflazione sarebbe del 4,8% a differenza del 2,9% ufficiale.La bozza prevede il superamento del biennio economico e l’allungamento a tre anni della durata dei contratti. Del resto già diversi contratti nazionali firmati di recente, da quello del pubblico impiego a quello dei metalmeccanici, avevano messo in discussione il biennio.
Quindi, meno contratto nazionale e più contratti di secondo livello che potranno essere regionali, provinciali, aziendali, di settore, di filiera, di comparto, di distretto, di sito e così via. La contrattazione dovrà concentrarsi su obbiettivi legati a parametri di produttività, qualità, redditività, efficacia, efficienza, e dovrà aumentare la competenza della contrattazione di secondo livello sui temi dell’organizzazione del lavoro, l’orario, la flessibilità e la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. In pratica il contratto nazionale verrebbe quasi completamente svuotato (e come se non bastasse da più parti si rivendica che possa venire ulteriormente peggiorato dalla contrattazione articolata) e un lavoratore a seconda di quale sarà il contratto di secondo livello che le parti sociali firmeranno per lui potrà avere un salario e dei diritti diversi.
Questo è il nocciolo della “proposta”. Si tenga presente che la contrattazione aziendale riguarda oggi circa il 10% dei luoghi di lavoro e si capirà dove andremo a cadere: dilagheranno ancora di più le differenze salariali e normative, da una zona all’altra del paese, da un’azienda all’altra, da un settore all’altro, persino fra un lavoratore e l’altro.
Sugli appalti e le cessioni di ramo d’azienda si sostiene che va rafforzata la normativa senza dire in quale direzione. In un contesto in cui le esternalizzazioni e le delocalizzazioni dilagano anche grazie all’attuale normativa c’è da restare interdetti.
Quale democrazia sindacale?
Il capitolo sulla Democrazia e Rappresentanza è la ciliegina sulla torta della capitolazione della Cgil. Secondo il documento, per temi di valenza generale, i lavoratori e i pensionati sono da “consultare” (e già abbiamo visto quanto valgano certe “consultazioni”) in fase di costruzione delle piattaforme e solo in fase di accordo da sottoscrivere potranno esprimere un voto (solo un Sì o un No) dopo che i vertici sindacali avranno già firmato l’accordo, esattamente come nel 1993 e sul protocollo sul welfare lo scorso anno.
Dal nostro punto di vista la democrazia sindacale è tutta un’altra cosa! Tutte le piattaforme sindacali dovrebbero nascere dai luoghi di lavoro, attraverso un percorso di assemblee fatte prima della scadenza dei contratti e comunque attraverso l’elezione dal basso di delegati, eventualmente revocabili dai lavoratori, che a tutti i livelli costruiscano le piattaforme sulla base delle esigenze concrete dei lavoratori stessi.
Si punta chiaramente ad imbavagliare il dissenso nel sindacato: dopo il voto negli organismi dirigenti verrebbe imposta a chi resta in minoranza una disciplina vincolante, con il divieto di esporre la propria opinione contraria negli organismi di base o nelle assemblee di fabbrica. Di pari dignità e diritti per le diverse opzioni in campo, neanche a parlarne ovviamente.
Per i dirigenti sindacali la democrazia è questa: noi decidiamo, i lavoratori ratificano, e per chi non è d’accordo è già pronta la caccia alle streghe.
Questa bozza di riforma contrattuale è una vera e propria vittoria della concezione di sindacato della Cisl. Già in occasione del Protocollo sul Welfare dello scorso anno si era vista la completa subordinazione della Cgil. Inizialmente Epifani, a differenza di Bonanni e Angeletti, firmò quel documento solo per “presa d’atto” salvo poi in un secondo tempo diventarne il più convinto sostenitore. Questa volta il segretario della Cgil firma questo documento che in buona sostanza fa passare i principali cavalli di battaglia della Cisl in tema di politiche sindacali che possiamo sintetizzare in “meno contratto nazionale più contratti aziendali e territoriali con salari legati alla produttività.” Una sorta di federalismo contrattuale.
Contro la vecchia e la nuova concertazione
In sintesi il pensiero dei vertici sindacali è: il sistema contrattuale deve cambiare perché il salario uguale per tutti come previsto dagli accordi del 1992 non funziona. Merito e andamento del mercato devono essere gli strumenti guida per definire gli aumenti da ridistribuire. Non si può dare lo stesso aumento a lavoratori di aziende che vanno male e lavoratori di aziende che vanno bene.
In realtà gli aumenti salariali uguali per tutti contenuti nelle piattaforme contrattuali li hanno visti solo i dirigenti sindacali: a secondo delle categorie si sono rivendicati aumenti diversi e comunque sempre estremamente insufficienti rispetto alle reali necessità. Aumenti ancora più inadeguati se si considera che sono sempre stati calcolati sui livelli professionali medio alti quando sempre di più la maggior parte dei lavoratori si attestano nelle categorie medio basse. Bassi aumenti scambiati con più precariato e peggiori condizioni di lavoro.
La favola che con questa controriforma i lavoratori riceveranno una fetta più ampia della ricchezza da loro stessi prodotta è destinata a svanire molto velocemente. Sia perché questa controriforma ridistribuisce in modo ancora peggiore le poche briciole che i padroni sono disposti a cedere sia perché nella misura in cui stiamo entrando in una fase di recessione i padroni vorranno tenersi anche quelle.
Il malessere che cova tra i lavoratori è molto, se fatica ad emergere questo è perché sono i vertici sindacali che lo imbavagliano e sistematicamente disincentivano le mobilitazioni che sarebbero necessarie per ottenere migliori condizioni di lavoro e salariali. Gli stessi vertici che poi ci vengono a dire che la controriforma è necessaria perché tra i lavoratori prevale l’individualismo, che i tempi sono cambiati e che misure come la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi produzione di Berlusconi nei fatti mettono già la pietra tombale sul contratto nazionale.
Il contratto nazionale va potenziato, i salari vanno aumentati molto al di la dell’inflazione e slegati dalla produttività. Solo un meccanismo automatico di rivalutazione, come la scala mobile, può adeguare effettivamente i salari all’aumento smisurato del costo della vita. I contratti devono andare ben oltre questo scopo, magari partendo da un salario minimo intercategoriale indicizzato all’inflazione reale, di almeno mille euro che deve diventare la soglia minima di retribuzione di qualsiasi rapporto di lavoro.
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