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Domenica prossima, 4 maggio, si terrà un referendum per sancire lo "Statuto autonomo" della regione orientale di Santa Cruz, in Bolivia. Ciò rappresenta una sfida chiara da parte dell'oligarchia e dell'imperialismo al governo di Evo Morales. Infatti, se i Sì vincessero in questo referendum, la regione di Santa Cruz potrebbe legiferare autonomamente, avere il controllo delle risorse naturali, il proprio bilancio e creare proprie forze dell'ordine. Davanti alla possibilità di una divisione della paese, lo scontro tra rivoluzione e reazione si acuisce. In questo articolo i compagni de El Militante Bolivia tracciano un'analisi della situazione.
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In un ordine del
giorno che alcuni compagni de El Militante – Bolivia hanno presentato alla
assemblea nazionale della gioventù del MAS il 23 marzo scorso affermavamo
“prendiamo atto che il dialogo con la oligarchia che ancora oggi settori del
governo e del partito difendono ha fallito miserabilmente: 1) cercavamo
appoggio [nella borghesia nazionale e nell’imperialismo] per sviluppare la
economia e abbiamo ottenuto il sabotaggio e la inflazione; 2) cercavamo un
cambiamento democratico della struttura dello Stato e abbiamo ottenuto la
minaccia separatista delle regioni orientali della mezza luna”. La
presentazione dell’ordine del giorno che chiamava il partito a mobilitarsi
contro il referendum autonomico di Santa Cruz de la Sierra e per la
nazionalizzazione delle imprese alimentari è stato tra gli interventi più
applauditi di tutta l’assemblea, aprendo un dibattito fino a quel momento
puramente propagandistico. Davanti alla precipitazione degli eventi e alla incapacità
del governo di Morales di cambiare rotta anche nella base del MAS sorgono dubbi
e comincia a riconsiderarsi la politica del partito e del governo.
Il 4 maggio a
Santa Cruz de la Sierra si celebrerà un referendum per approvare lo Statuto
Autonomico della regione. Sono già pronti Statuti Autonomici a Beni, Pando,
Tarija, Chuquisaca, Potosì, mentre si raccolgono firme per un referendum simile
a Cochabamba e perfino a La Paz. Con l’attuale situazione la battuta che
circola è che se dovesse realizzarsi il referendum, per ora rinviato, che
approva la nuova Costituzione Politica, questa sarebbe nient’altro che lo
Statuto Autonomico di Oruro, unica regione del paese a non aver intrapreso la
strada autonomista, almeno finora. Che dice questo Statuto? Che a Santa Cruz ha
diritto al voto e alla vita politica solo “chi detiene proprietà nella
regione”; che il governo regionale, saldamente in mano alla borghesia agro –
industriale, è quello che decide in materia agraria, forestale, di relazioni
sindacali e anche in materia di risorse naturali, gas, petrolio, minerarie e
riserve forestali; che lo Statuto è superiore a “qualsiasi altra legge
regionale o dello stato”. Como scrivevamo nell’ordine del giorno “la borghesia
nazionale ci sta dando un messaggio chiaro: prima di perdere il controllo del
paese, lo distruggeremo”.
La debolezza del
governo è dimostrata dall’affiorare ogni giorno più drammatico delle divisioni
al suo interno: il portavoce del Presidente, Alex Contreras, si è dimesso
minacciando “uno tsunami politico” se lo lasciano parlare. La Centrale Operaia
Regionale (COR) di El Alto, motore della insurrezione dell’Ottobre 2003 e del
maggio – giugno 2005 chiede la testa dei ministri Quintana, San Miguel, Rada e
Villegas, uomini legati al vecchio sistema politico che il MAS ha imbarcato
quando è diventato governo. Il giorno prima il Vice Presidente Garcìa Linera e
il ministro Quintana affermano che “saremo durissimi nell’impedire questo
referendum illegale”, lasciando aperta anche la possibilità di militarizzare Santa
Cruz, il giorno dopo Garcìa Linera e lo stesso Morales affermano la propria
disponibilità a rivedere tutto, compresa la nuova Costituzione che tanto sangue
è costata a lavoratori e contadini boliviani, pur di risedersi al tavolo della
conciliazione. Un generale, due colonnelli (uno in pensione) e un paio di
ufficiali hanno dichiarato alla stampa che le Forze Armate non sono disponibili
ad essere utilizzate nella battaglia politica, come al contrario la sicurezza
dimostrata da Evo in questi anni lasciava intendere, che “sperano in soluzioni
politiche, ma allo stesso tempo difenderanno l’unità nazionale”. Un messaggio
al governo e un messaggio ancora più minaccioso al paese dove si sono
verificati più colpi di stato che anni di indipendenza.
È il “socialismo”
della nuova Costituzione politica a impaurire la borghesia nazionale? Quella di
Morales non è la riforma costituzionale che proponeva Chavez, tutt’altro. Non
solo si continua a riconoscere la proprietà privata, ma si sancisce per esempio
la priorità del sistema cooperativo nel settore minerario, quando le
cooperative non sono altro che imprese al servizio dell’imperialismo dove le
condizioni di lavoro, anche infantile, sono tanto drammatiche da aver
assassinato 22 minatori solo nella prima metà dell’anno passato, e solo a
Potosì. Si sancisce la volontà di rifondare l’impresa nazionale degli
idrocarburi (YPFB), quando in realtà il fallimento della nazionalizzazione –
che lo stesso ex ministro Soliz Rada ha definito “abrogada” dai contratti
firmati lo scorso anno – induce la YPFB a permettere alle multinazionali la
esplorazione e lo sfruttamento delle aree idrocarburifere cosiddette “fiscali”,
ossia appartenenti allo Stato. Come promise a suo tempo Alvaro Garcìa Linera i
cambiamenti costituzionali non sono radicali, si concentrano soprattutto nella
costruzione delle autonomie territoriali e indigene, nella inclusione sociale
della popolazione indigena e della sua organizzazione, e soprattutto nel tema
agrario. Secondo la nuova Costituzione la estensione massima del latifondo
produttivo ammessa è di 5000 o 10000 ettari. I latifondisti boliviani
possiedono estensioni di terreno mai inferiori ai 50000 ettari: questo è il
vero tema della contesa. Tanto è vero che lo stesso Statuto Autonomico di Santa
Cruz riconosce una forma di autonomia indigena, che ha permesso tra l’altro
alla oligarchia di contare sull’appoggio di un settore delle organizzazioni
indigene delle cosidette “terre basse” della media luna.
La borghesia
nazionale si è unita a difesa dei suoi privilegi, il sabotaggio dell’economia
ha seminato rabbia che la politica del governo ha tradotto in disorientamento e
passività. L’olio commestibile sfuso è aumentato in pochi mesi da 7,50
bolivianos a 13 bolivianos, la carne da 22 bolivianos al kilo a più di 30, il
riso lo stesso, il trasporto è aumentato mediamente del 30%, l’inflazione,
secondo le stime della Banca Centrale, potrebbe superare il 20% a fine anno. Il
governo si è dimostrato impotente di fronte al sabotaggio della economia, le
sue misure, come l’importazione di prodotti alimentari argentini o il divieto
alla esportazioni, hanno avuto un effetto molto parziale o addirittura
controproducente. La reazione delle masse è stata in alcuni casi furiosa: una
marcia organizzata da un partito di centro a Potosì ha visto la partecipazione
di 50000 persone, principalmente casalinghe, che alla fine, dopo aver fischiato
e quasi linciato gli organizzatori della marcia si sono lanciate, per 3 giorni,
nel saccheggio dei principali mercati della città.
L’inflazione
però ha prodotto anche un effetto indesiderato per la oligarchia, chiamando
alla lotta il movimento operaio boliviano, il fattore decisivo tanto nella
elezione di Evo quanto nei prossimi avvenimenti che si preparano. La
confederazione nazionale degli operai industriali ha indetto per il passato 3
aprile marce nazionali in tutto il paese. Il congresso dei minatori si è chiuso
con battagliere dichiarazioni contro la speculazione della oligarchia. Il
governo dovrebbe sostenere e appoggiarsi nella mobilitazione operaia per
affrontare la offensiva della destra. Lo stesso Evo comincia a rendersene
conto: dopo due anni di governo passati dribblando le rivendicazioni della
classe lavoratrice e lui stesso oggi a chiedere riunioni ai dirigenti della
COB. La stessa oligarchia teme il risveglio della lotta di classe. Il 2 aprile
hanno organizzato una marcia a Santa Cruz che per la prima volta aveva il
proprio epilogo nel grande Parco Industriale della città. Qui il governatore di
Santa Cruz, Ruben Costa, ha pronunciato il discorso più a sinistra di tutta la
sua vita, promettendo demagogicamente aumenti salariali e maggiori investimenti
nella salute se passa lo Statuto Autonomico. La classe operaia cruceña ha
risposto il giorno dopo con una “piccola ma rumorosa marcia” chiedendo
l’abrogazione del 21060, la legge che permette agli industriali di assumere e
licenziare liberamente e impedisce il controllo statale sui prezzi. Santa Cruz
non è una citta “bianca” opposta a una maggioranza “india”, è una città
proletaria. Continuare a leggere in una prospettiva razziale quanto accade in
Bolivia significa continuare a preparare la sconfitta. Nel 2002 Evo con il voto
dei lavoratori del campo ottenne il 20% dei suffragi, nel 2005 con il massiccio
voto delle città industriali, Santa Cruz, El Alto, Cochabamba, e dei distretti
minerari di Oruro e Potosì arrivò al 54%.
Quello
che succede in Bolivia rappresenta per noi la conferma di quanto andiamo
dicendo da tempo: il conflitto sociale è inevitabile, la conciliazione tra gli
interessi della borghesia nazionale e dell’imperialismo da un lato e della
massa operaia, di minatori e contadini dall’altra è impossibile. Quasi con le
stesse parole di un nostro volantino dello scorso novembre la classe operaia
boliviana, in un documento pubblico, rivendica a sè il ruolo di “ricostruire
l’unità di classe della lotta” e chiede a viva voce a Evo di defenestrare tutto
il marciume di destra annidato nel suo governo e nel MAS. E come noi
rivendichiamo da tempo i lavoratori boliviani cominciano a chiedere la
nazionalizzazione delle imprese produttrici di alimenti. Nel governo e nel MAS
in molti credono ancora nella possibilità del dialogo, della concertazione come
via di uscita dalla crisi. Questo sta solo ritardando la esplosione di un nuovo
Ottobre, come nel 2003, e la sta mettendo in condizioni sfavorevoli per le
masse oppresse. Come marxisti, comunisti, il nostro compito è al contrario fare
chiarezza, indicare il cammino, organizzarci alla battaglia. Tra movimenti
separatisti, possibilità ancora aperte di colpi di stato, indecisioni, la
mobilitazione della classe lavoratrice rappresenta ancora una volta l’unica
speranza per gli oppressi del nostro paese.
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