Prendi i soldi (pubblici) e scappa!
All’inizio di marzo la Ericsson, una delle più grandi multinazionali
del settore della telefonia mobile, ha annunciato la decisione di
delocalizzare il settore “ricerca e sviluppo” del sito di Roma,
arrivando a dichiarare circa 300 esuberi.
Viene trasferito all’estero un settore da sempre caratterizzato da indicatori di qualità e professionalità eccellenti, legato inoltre ad uno dei prodotti di punta per la Ericsson: la centrale telefonica, venduta in oltre 114 paesi nel mondo.
La Ericsson, per mettere in piedi la ricerca e lo sviluppo a Roma, ha usufruito di centinaia di milioni di euro di finanziamenti pubblici, nell’ambito degli incentivi alla ricerca: adesso va via da Roma con un bottino pesante, non solo gli utili fatti in questi anni ma anche tutti i brevetti sviluppati dai 300 lavoratori che ora vuole licenziare, per di più in collaborazione con la facoltà di Ingegneria della Sapienza.
Viene chiuso un settore che va benissimo esclusivamente per motivazioni finanziarie.
In Borsa, se non si assicurano rendimenti superiori al 2% si naviga nei bassifondi delle classifiche azionarie, perché non si garantisce la redditività sufficiente. Inoltre i grandi fondi di investimento entrano in una multinazionale, garantendo un grande afflusso di denaro, solo se c’è aria di licenziamenti perché sanno che, dopo la ristrutturazione, rivenderanno le loro azioni al doppio di quanto l’hanno pagate. I licenziamenti alla Ericsson di Roma rientrano nel quadro di pesanti ristrutturazioni nel settore delle telecomunicazioni avvenute tutte per queste motivazioni.
La Nokia-Siemens ha proclamato 9.000 licenziamenti nei prossimi tre anni, compresi esuberi negli stabilimenti di Cassina de’ Pecchi e Marcianise e la ST ha dichiarato 3.000 esuberi dopo l’entrata del fondo Francisco Partners.
Il settore delle telecomunicazioni in Italia è quello più colpito dalle privatizzazioni. La Olivetti, che ha costruito il primo calcolatore elettronico, è stata affossata, la Telecom distrutta finanziariamente, l’Italtel, che era leader in tutto il mondo nella costruzione delle centraline telefoniche, svenduta. Ed ora lo stato dà centinaia di milioni di euro a multinazionali come la Ericsson che scappano appena vedono arrivare in banca l’ultimo euro di finanziamento pubblico.
I lavoratori della Ericsson, nonostante tutti i discorsi da salotto che troppo spesso si fanno dentro il partito e dentro il sindacato sui lavoratori qualificati che non sarebbero disposti a lottare, si sono mobilitati e sono scesi subito in sciopero.
In due giorni la Fiom ha fatto più di 100 iscritti e gli scioperi hanno avuto una altissima adesione, con presidi di fronte ai cancelli dell’azienda e con un’assemblea all’università, convocata insieme agli studenti del collettivo di ingegneria.
Durante l’ultimo incontro con la delegazione sindacale l’azienda non ha chiarito cosa intende fare nei prossimi mesi, affermando semplicemente che entro aprile avrebbe chiarito la sua proposta. Da parte della Cgil e di esponenti del Prc sono finora arrivati appelli e proposte come quella di convocare tavoli regionali in cui chiedere l’intervento delle istituzioni, della Regione e del Comune per dire “con forza” alla Ericsson di tornare sulle sue decisioni.
A nostro avviso, sulla base dell’esperienza accumulata in questi anni, queste proposte non sono sufficienti e l’unica “forza” che può permettere di impedire i licenziamenti è quella dei lavoratori. Forza che si è espressa con l’organizzazione nel sindacato, che alla Ericsson non aveva neanche una Rsu, e negli scioperi articolati che hanno coinvolto, a più riprese e con modalità diverse, tutti i settori, non solo quello coinvolto dalla ristrutturazione, fermandone prima uno e poi un’altro.
All’Università è necessario con-vocare il blocco della didattica in solidarietà con gli scioperi dei lavoratori rivendicando la proprietà collettiva dei brevetti sviluppati in Ericsson e il ritorno in mani pubbliche della ricerca nelle telecomunicazioni come in tutti gli altri settori, difendendo così tutti i posti di lavoro e dirottando verso l’Università, tutti finanziamenti pubblici che, come nel caso della Ericsson, hanno solo ingrassato i profitti di una multinazionale.
18 aprile 2008
|