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I lavoratori
del terzo settore scendono in lotta
Per la prima
volta nella loro storia, Cgil, Cisl e Uil hanno rotto il tavolo delle
trattative con le centrali cooperative nazionali (Legacoop, Confcooperative,
AGCI), indicendo per lo scorso 4 aprile lo sciopero nazionale dei lavoratori
delle cooperative sociali.
Siamo tra i
lavoratori più sfruttati e sottopagati dell’intero paese, con un contratto
scaduto il 31 dicembre del 2005.
I sindacati
hanno proposto aumenti di 110 euro per il 6° livello, più 60 euro per il
mancato rinnovo del contratto nel biennio 2006-07, una nuova classificazione
dei livelli che permetta un autentico riconoscimento della professionalità,
riduzione dell’orario di lavoro da 38 a 36 ore settimanali, il riconoscimento
della maggiorazione per il lavoro nei giorni festivi.
La risposta
delle centrali cooperative è stata la più arrogante possibile:
hanno detto
che le rivendicazioni della piattaforma confederale avrebbero rovinato le
cooperative sociali, e hanno dichiarato di essere disponibili a trattare sul
rinnovo contrattuale solo nel caso di un contratto quadriennale (2006-2009),
pagando peraltro solo i soldi del biennio 2008-09.
Come se non
bastasse, si sono rifiutate di accettare l’aumento richiesto dai sindacati,
affermando di essere disposte ad erogare una cifra inferiore, del resto mai
definita.
Lo sciopero ha
visto una partecipazione molto alta nei territori (cifre vicino all’80%) e alla manifestazione a Roma sono venute
diverse migliaia di lavoratori.
L’adesione è
stata alta, nonostante la bassa sindacalizzazione del settore, gli
atteggiamenti paternalistici e antisindacali che molto spesso dominano nelle
cooperative e l’enorme dispersione territoriale (la maggior parte dei servizi
non contano mai più di 10-15 lavoratori concentrati nello stesso luogo di
lavoro).
Quello che
veniva fuori dal presidio di venerdì mattina era un’enorme rabbia accumulata,
alcuni lavoratori sono scesi in piazza mostrando le loro buste paga da 900-950
euro mensili, altri hanno raccontato di situazioni allucinanti, anni e anni
passati a fare lavori altamente usuranti dal punto di vista fisico e
psicologico (come l’assistenza ad anziani e disabili), senza alcun
riconoscimento.
Oppure gli
educatori impiegati in servizi di 24 ore al giorno (come i soggiorni con
l’utenza) ma retribuibili solo per 12 ore, che in realtà per molti sono solo 8
alla fine del mese, perché le altre 4 vanno nella famosa “banca ore”, uno dei
più perversi sistemi di flessibilità presenti nel mondo del lavoro.
In questo
contesto, il fatto che i sindacati confederali - Cgil in primis- abbiano rotto
le trattative con la controparte è senz’altro un fatto positivo.
Resta però il
fatto che le proposte della piattaforma sindacale non puntano a risolvere
alcuni dei nodi principali nelle condizioni dei dipendenti del cosiddetto
“terzo settore”.
Innanzitutto
quelli della precarietà e della flessibilità.
In moltissime
cooperative sociali (se non in tutte) vige il meccanismo della banca ore, ossia
il meccanismo per cui ogni ora fatta al di fuori di quelle previste dal
contratto non viene pagata come
straordinario ma viene accumulata in un monte ore che il lavoratore dovrà poi
utilizzare nei mesi estivi o in tutti quei “tempi morti” in cui molti servizi
cessano praticamente di funzionare. Questo meccanismo fa sì che in certi mesi
molti educatori, operatori, assistenti di base lavorino per grandi quantità di
ore
(questo perchè
la nostra presenza è sempre sottodimensionata rispetto alle reali esigenze del
servizio), stressandosi e usurandosi, per ricevere una retribuzione uguale a
quella di qualsiasi altro mese.
Inoltre i
volantini dei confederali non dicono nulla sulla possibilità di mettere fine
alla precarietà.
Si critica
genericamente il sistema degli appalti al ribasso, ma non si dice la cosa
decisiva, cioè che è lo stesso meccanismo degli appalti che provoca la gara fra
le cooperative a chi offre il servizio al costo inferiore.
Il sistema
degli appalti è figlio della privatizzazione e dell’esternalizzazione dei
servizi socio-sanitario-assistenziali, che dovrebbero essere gestiti
direttamente dalle Ausl e dagli enti locali.
Invece nel
2006 il 33% della spesa sociale prevista nei bilanci comunali è stata affidata
alla cooperazione sociale.Perché?
Innanzitutto,
in regime di tagli alla spesa pubblica, gli amministratori cercano la soluzione
più economica, e cioè far gestire il servizio da imprese che possono applicare
un regime contrattuale più vantaggioso per enti e datore di lavoro, ma non
certo per i dipendenti.
I lavoratori
del “privato sociale” sono infinitamente più precari, flessibili e ricattabili
dei dipendenti pubblici.
La
responsabilità dei sindacati confederali in questo campo è grande, perché non
solo hanno avvallato il processo di privatizzazione dei servizi, ma hanno
accettato contratti ad hoc, infinitamente più concorrenziali di quelli
applicati nel pubblico.
In virtù di
queste possibilità, la cooperazione sociale si è sviluppata e ha esteso la sua
influenza politica all’interno delle giunte e dei partiti politici.
Lo sviluppo
del settore è andato di pari passo con le privatizzazioni degli ultimi
dieci-quindici anni: nel 2005, risultava che il 54,8% delle cooperative sociali
erano state fondate dopo il 1996, mentre se i dipendenti erano 161.000 nel
2003, appena due anni dopo erano ben 211.000 (dati Istat). Del resto, questa è solo una piccola fetta delle 350.000
imprese che campano sulle esternalizzazioni della pubblica amministrazione.
Questo quadro
ha permesso la nascita di vere e proprie “major” del sociale, come CODESS,
oltre cinquemila dipendenti in tutta l’Italia settentrionale, sparsi in
centinaia di strutture.
In questa
situazione, le centrali cooperative che accusano i sindacati di “far fallire”
le coop sono semplicemente ridicole: non solo il “privato sociale” dispone di
enormi legami politici (soprattutto nel Pd, nelle cui liste sono presenti
diversi presidenti di cooperative sociali), ma il terzo settore ha sempre
accettato il meccanismo degli appalti, consapevole che questa era la chiave per
sviluppare la propria forza economica e politica, mentre i costi sono sempre
ricaduti sulla testa dei lavoratori (e di conseguenza sull’utenza).
Se le
cooperative falliscono o vengono emarginate, è perché il mercato del sociale
non funziona in maniera molto diversa da tutti gli altri mercati, in cui a
farla da padrone sono le imprese più grandi, che sono in grado di ottimizzare i
costi e sviluppare i legami politici maggiori.
Molte piccole
strutture l’hanno capito e sono sorti come funghi i consorzi, in cui più
cooperative si riuniscono per collaborare, far fronte ai pescecani più grossi e
dividersi il mercato.
Questo non
cambia di una virgola il problema, perchè più grandi sono le difficoltà in cui
versa la Coop, maggiori saranno le vessazioni a cui costringerà i dipendenti:
mobbing, ricapitalizzazioni fatte costringendo i soci-dipendenti ad
autotassarsi, nessuna democrazia interna e chi più ne ha più ne metta.
Il tutto ben
nascosto dietro fiumi di retorica, in cui si parla di “mission” della
cooperativa, di qualità dei servizi, di
obiettivi.
Moltissimi di
noi lavorano in servizi appaltati alle cooperative dal pubblico, come asili
nido, interventi scolastici, ecc…
I lavoratori
che operano su queste strutture hanno un impiego garantito solo da settembre a
giugno, mentre nei mesi estivi sono a spasso, proprio perché questi appalti
vengono fatti con la logica del massimo risparmio.
Era necessario
fare un quadro delle nostre condizioni di lavoro, siamo un settore molto poco
conosciuto ma esemplifichiamo le conseguenze delle politiche di
precarizzazione, esternalizzazione dei servizi e privatizzazione che hanno
segnato gli ultimi 15 anni, con conseguenze devastanti per la qualità del
servizio e per la nostra vita.
È altrettanto
necessario portare nei nostri territori e nei luoghi di lavoro l’entusiasmo e
la forza organizzata che abbiamo sentito durante lo sciopero, il primo in
assoluto di questo genere nella nostra categoria.
Ora non si
tratta di aspettare la prossima chiamata del sindacato, ma di organizzarci dal
basso nelle strutture della Cgil, perché ci venga reso conto dell’andamento
della discussione, in modo da poter utilizzare la grande rabbia presente fra i
250.000 lavoratori della cooperazione sociale.
Solo la nostra
forza può impedire che la contrattazione si areni nei meandri degli accordi
sottobanco fra cooperative, vertici sindacali e Partito democratico.
I confederali
hanno messo un grande accento sulla rivendicazione salariale, com’è giusto che
sia, ma c’è da temere che queste dichiarazioni possano nascondere un trabocchetto
cioè la disponibilità, in sede di trattative, a scambiare salario (poco) con il
sostanziale mantenimento di tutti gli altri meccanismi, e magari l’allungamento
della durata del contratto, come è già successo in altre categorie.
Per questo è
fondamentale sviluppare la mobilitazione, con un programma che contenga alcune
rivendicazioni fondamentali:
- contratto
nazionale unico, che preveda le migliori condizioni di tutti i contratti
esistenti (ad oggi sono 10). Un settore già frammentato come il nostro, ha
bisogno invece di un solo contratto che regoli i rapporti di lavoro: questo è
un passo per avere più potere contrattuale ed essere più incisivi nella lotta
per i nostri diritti.
- parificazione
di trattamento contrattuale fra ente appaltante (comuni, Asl) e cooperative che
si aggiudicano l’appalto. A uguale mansione uguale retribuzione.
- invertire il
processo di esternalizzazione dei servizi pubblici. Il “privato sociale” non è
altro che un mezzo ed un effetto per permettere e aggravare il taglio dei finanziamenti
ai servizi sanitari, sociali, assistenziali ed educativi. Servizi che
dovrebbero essere garantiti dall’ente pubblico.
- 36 ore
settimanali e riconoscimento della maggiorazione per l’orario notturno e
festivo (come già prevede la piattaforma rivendicativa di Cgil, CIsl e Uil)
- stop ai
meccanismi di flessibilità e banca ore. La qualità del servizio che offriamo
parte dalla qualità delle nostre condizioni di lavoro.
- stabilizzazione
di tutti i contratti precari. Ritiro di tutte le leggi che hanno introdotto la
precarietà,
- aumenti
salariali veramente significativi. Crediamo che la Cgil debba battersi per
aumenti di almeno 250 euro. La piattaforma attuale rivendica aumenti
insufficienti -80 euro per il 4°livello, 110 per il sesto, più i 60 euro per coprire
il biennio 2006/07 - che saranno sicuramente abbassati in sede di trattativa e
velocemente mangiati dall’inflazione.
Inoltre è
indispensabile battersi per meccanismi di agganciamento automatico dei salari
all’inflazione, come ad esempio la scala mobile.
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