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Terzo settore: basta con lo sfruttamento! Stampa E-mail
Scritto da Simone Raffaelli   
luned́ 07 aprile 2008
I lavoratori del terzo settore scendono in lotta
 
Per la prima volta nella loro storia, Cgil, Cisl e Uil hanno rotto il tavolo delle trattative con le centrali cooperative nazionali (Legacoop, Confcooperative, AGCI), indicendo per lo scorso 4 aprile lo sciopero nazionale dei lavoratori delle cooperative sociali.

Siamo tra i lavoratori più sfruttati e sottopagati dell’intero paese, con un contratto scaduto il 31 dicembre del 2005.

I sindacati hanno proposto aumenti di 110 euro per il 6° livello, più 60 euro per il mancato rinnovo del contratto nel biennio 2006-07, una nuova classificazione dei livelli che permetta un autentico riconoscimento della professionalità, riduzione dell’orario di lavoro da 38 a 36 ore settimanali, il riconoscimento della maggiorazione per il lavoro nei giorni festivi.

La risposta delle centrali cooperative è stata la più arrogante possibile:

hanno detto che le rivendicazioni della piattaforma confederale avrebbero rovinato le cooperative sociali, e hanno dichiarato di essere disponibili a trattare sul rinnovo contrattuale solo nel caso di un contratto quadriennale (2006-2009), pagando peraltro solo i soldi del biennio 2008-09.

Come se non bastasse, si sono rifiutate di accettare l’aumento richiesto dai sindacati, affermando di essere disposte ad erogare una cifra inferiore, del resto mai definita.

Lo sciopero ha visto una partecipazione molto alta nei territori (cifre vicino all’80%) e  alla manifestazione a Roma sono venute diverse migliaia di lavoratori.

L’adesione è stata alta, nonostante la bassa sindacalizzazione del settore, gli atteggiamenti paternalistici e antisindacali che molto spesso dominano nelle cooperative e l’enorme dispersione territoriale (la maggior parte dei servizi non contano mai più di 10-15 lavoratori concentrati nello stesso luogo di lavoro).

Quello che veniva fuori dal presidio di venerdì mattina era un’enorme rabbia accumulata, alcuni lavoratori sono scesi in piazza mostrando le loro buste paga da 900-950 euro mensili, altri hanno raccontato di situazioni allucinanti, anni e anni passati a fare lavori altamente usuranti dal punto di vista fisico e psicologico (come l’assistenza ad anziani e disabili), senza alcun riconoscimento.

Oppure gli educatori impiegati in servizi di 24 ore al giorno (come i soggiorni con l’utenza) ma retribuibili solo per 12 ore, che in realtà per molti sono solo 8 alla fine del mese, perché le altre 4 vanno nella famosa “banca ore”, uno dei più perversi sistemi di flessibilità presenti nel mondo del lavoro.

In questo contesto, il fatto che i sindacati confederali - Cgil in primis- abbiano rotto le trattative con la controparte è senz’altro un fatto positivo.

Resta però il fatto che le proposte della piattaforma sindacale non puntano a risolvere alcuni dei nodi principali nelle condizioni dei dipendenti del cosiddetto “terzo settore”.

Innanzitutto quelli della precarietà e della flessibilità.

In moltissime cooperative sociali (se non in tutte) vige il meccanismo della banca ore, ossia il meccanismo per cui ogni ora fatta al di fuori di quelle previste dal contratto  non viene pagata come straordinario ma viene accumulata in un monte ore che il lavoratore dovrà poi utilizzare nei mesi estivi o in tutti quei “tempi morti” in cui molti servizi cessano praticamente di funzionare. Questo meccanismo fa sì che in certi mesi molti educatori, operatori, assistenti di base lavorino per grandi quantità di ore

(questo perchè la nostra presenza è sempre sottodimensionata rispetto alle reali esigenze del servizio), stressandosi e usurandosi, per ricevere una retribuzione uguale a quella di qualsiasi altro mese.

Inoltre i volantini dei confederali non dicono nulla sulla possibilità di mettere fine alla precarietà.

Si critica genericamente il sistema degli appalti al ribasso, ma non si dice la cosa decisiva, cioè che è lo stesso meccanismo degli appalti che provoca la gara fra le cooperative a chi offre il servizio al costo inferiore.

Il sistema degli appalti è figlio della privatizzazione e dell’esternalizzazione dei servizi socio-sanitario-assistenziali, che dovrebbero essere gestiti direttamente dalle Ausl e dagli enti locali.

Invece nel 2006 il 33% della spesa sociale prevista nei bilanci comunali è stata affidata alla cooperazione sociale.Perché?

Innanzitutto, in regime di tagli alla spesa pubblica, gli amministratori cercano la soluzione più economica, e cioè far gestire il servizio da imprese che possono applicare un regime contrattuale più vantaggioso per enti e datore di lavoro, ma non certo per i dipendenti.

I lavoratori del “privato sociale” sono infinitamente più precari, flessibili e ricattabili dei dipendenti pubblici.

La responsabilità dei sindacati confederali in questo campo è grande, perché non solo hanno avvallato il processo di privatizzazione dei servizi, ma hanno accettato contratti ad hoc, infinitamente più concorrenziali di quelli applicati nel pubblico.

In virtù di queste possibilità, la cooperazione sociale si è sviluppata e ha esteso la sua influenza politica all’interno delle giunte e dei partiti politici.

Lo sviluppo del settore è andato di pari passo con le privatizzazioni degli ultimi dieci-quindici anni: nel 2005, risultava che il 54,8% delle cooperative sociali erano state fondate dopo il 1996, mentre se i dipendenti erano 161.000 nel 2003, appena due anni dopo erano ben 211.000 (dati Istat). Del resto, questa è solo una piccola fetta delle 350.000 imprese che campano sulle esternalizzazioni della pubblica amministrazione.

Questo quadro ha permesso la nascita di vere e proprie “major” del sociale, come CODESS, oltre cinquemila dipendenti in tutta l’Italia settentrionale, sparsi in centinaia di strutture.

In questa situazione, le centrali cooperative che accusano i sindacati di “far fallire” le coop sono semplicemente ridicole: non solo il “privato sociale” dispone di enormi legami politici (soprattutto nel Pd, nelle cui liste sono presenti diversi presidenti di cooperative sociali), ma il terzo settore ha sempre accettato il meccanismo degli appalti, consapevole che questa era la chiave per sviluppare la propria forza economica e politica, mentre i costi sono sempre ricaduti sulla testa dei lavoratori (e di conseguenza sull’utenza).

Se le cooperative falliscono o vengono emarginate, è perché il mercato del sociale non funziona in maniera molto diversa da tutti gli altri mercati, in cui a farla da padrone sono le imprese più grandi, che sono in grado di ottimizzare i costi e sviluppare i legami politici maggiori.

Molte piccole strutture l’hanno capito e sono sorti come funghi i consorzi, in cui più cooperative si riuniscono per collaborare, far fronte ai pescecani più grossi e dividersi il mercato.

Questo non cambia di una virgola il problema, perchè più grandi sono le difficoltà in cui versa la Coop, maggiori saranno le vessazioni a cui costringerà i dipendenti: mobbing, ricapitalizzazioni fatte costringendo i soci-dipendenti ad autotassarsi, nessuna democrazia interna e chi più ne ha più ne metta.

Il tutto ben nascosto dietro fiumi di retorica, in cui si parla di “mission” della cooperativa,  di qualità dei servizi, di obiettivi.

Moltissimi di noi lavorano in servizi appaltati alle cooperative dal pubblico, come asili nido, interventi scolastici, ecc…

I lavoratori che operano su queste strutture hanno un impiego garantito solo da settembre a giugno, mentre nei mesi estivi sono a spasso, proprio perché questi appalti vengono fatti con la logica del massimo risparmio.

Era necessario fare un quadro delle nostre condizioni di lavoro, siamo un settore molto poco conosciuto ma esemplifichiamo le conseguenze delle politiche di precarizzazione, esternalizzazione dei servizi e privatizzazione che hanno segnato gli ultimi 15 anni, con conseguenze devastanti per la qualità del servizio e per la nostra vita.

È altrettanto necessario portare nei nostri territori e nei luoghi di lavoro l’entusiasmo e la forza organizzata che abbiamo sentito durante lo sciopero, il primo in assoluto di questo genere nella nostra categoria.

Ora non si tratta di aspettare la prossima chiamata del sindacato, ma di organizzarci dal basso nelle strutture della Cgil, perché ci venga reso conto dell’andamento della discussione, in modo da poter utilizzare la grande rabbia presente fra i 250.000 lavoratori della cooperazione sociale.

Solo la nostra forza può impedire che la contrattazione si areni nei meandri degli accordi sottobanco fra cooperative, vertici sindacali e Partito democratico.

I confederali hanno messo un grande accento sulla rivendicazione salariale, com’è giusto che sia, ma c’è da temere che queste dichiarazioni possano nascondere un trabocchetto cioè la disponibilità, in sede di trattative, a scambiare salario (poco) con il sostanziale mantenimento di tutti gli altri meccanismi, e magari l’allungamento della durata del contratto, come è già successo in altre categorie.

Per questo è fondamentale sviluppare la mobilitazione, con un programma che contenga alcune rivendicazioni fondamentali:

  • contratto nazionale unico, che preveda le migliori condizioni di tutti i contratti esistenti (ad oggi sono 10). Un settore già frammentato come il nostro, ha bisogno invece di un solo contratto che regoli i rapporti di lavoro: questo è un passo per avere più potere contrattuale ed essere più incisivi nella lotta per i nostri diritti.
  • parificazione di trattamento contrattuale fra ente appaltante (comuni, Asl) e cooperative che si aggiudicano l’appalto. A uguale mansione uguale retribuzione.
  • invertire il processo di esternalizzazione dei servizi pubblici. Il “privato sociale” non è altro che un mezzo ed un effetto per permettere e aggravare il taglio dei finanziamenti ai servizi sanitari, sociali, assistenziali ed educativi. Servizi che dovrebbero essere garantiti dall’ente pubblico.
  • 36 ore settimanali e riconoscimento della maggiorazione per l’orario notturno e festivo (come già prevede la piattaforma rivendicativa di Cgil, CIsl e Uil)
  • stop ai meccanismi di flessibilità e banca ore. La qualità del servizio che offriamo parte dalla qualità delle nostre condizioni di lavoro.
  • stabilizzazione di tutti i contratti precari. Ritiro di tutte le leggi che hanno introdotto la precarietà,
  • aumenti salariali veramente significativi. Crediamo che la Cgil debba battersi per aumenti di almeno 250 euro. La piattaforma attuale rivendica aumenti insufficienti -80 euro per il 4°livello, 110 per il sesto, più i 60 euro per coprire il biennio 2006/07 - che saranno sicuramente abbassati in sede di trattativa e velocemente mangiati dall’inflazione.

Inoltre è indispensabile battersi per meccanismi di agganciamento automatico dei salari all’inflazione, come ad esempio la scala mobile.
 

Leggi anche:

Il volantino della Rete 28 Aprile diffuso nella manifestazione di Roma

 
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