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Russia 1917
La prima rivoluzione operaia vittoriosa
Il lettore si può domandare: che senso ha parlare oggi della rivoluzione russa? Diciamo subito che non vogliamo farne un mito, un’icona da commemorare. Serve parlare della rivoluzione russa perché è stata la prima occasione nella storia in cui le classi sfruttate hanno abbattuto il dominio della nobiltà e della borghesia.
Malgrado le tonnellate di menzogne e di calunnie questo
fatto fondamentale è stato compreso dagli oppressi di tutto il mondo già nelle
settimane dopo l’Ottobre.
La borghesia mondiale, sorpresa e terrorizzata, si era
voluta convincere che la rivoluzione avrebbe avuto vita breve, giacché -
dicevano - si era trattato di un putsch, di un colpo di stato contro il volere
della maggioranza del popolo russo! La storia ha dimostrato che si sbagliavano.
La rivoluzione sopravvisse all’invasione di ben 17 eserciti stranieri, alla
guerra civile e trasformò il paese ad una velocità mai vista nella storia.
La Russia contadina del 1917 si trovò invasa dalla Germania
nazista che aveva dietro di sé le risorse di tutta l’Europa e malgrado ciò
vinse. La sconfitta della Germania nella II Guerra mondiale fu al 60% opera
dell’Urss.
In questi avvenimenti si dimostrò nella pratica la
superiorità della pianificazione socialista - anche se mostruosamente
burocratizzata - sull’anarchia capitalista.
Non è lo scopo di questo articolo parlare della
degenerazione della rivoluzione, della repressione accanita degli stalinisti contro
i vecchi bolscevichi, fino all’assassinio di Trotskij in Messico.
Ci interessa evidenziare come la rivoluzione fu fatta alla
luce del sole e in che modo la teoria stalinista delle due tappe (prima il
consolidamento della rivoluzione borghese e solo dopo quella socialista) aveva
le sue radici nel comportamento della direzione bolscevica nel febbraio-marzo
1917. Solo Lenin, con un appello alla base del partito durante il mese
d’aprile, fu in grado di invertire la rotta. Altrimenti l’Ottobre non ci sarebbe
stato!
Tratto dal libro Storia della
Rivoluzione russa di Lev Trotskij:
"Il 23 febbraio era la
"giornata internazionale della donna". Nei circoli socialdemocratici
si pensava di celebrare questa giornata nelle forme abituali: riunioni,
discorsi, manifestini (…). Non una sola organizzazione aveva preconizzato uno
sciopero per quel giorno. Di più, un’organizzazione bolscevica tra le più
combattive, il comitato del rione essenzialmente proletario di Vyborg,
sconsigliava qualsiasi sciopero.
Ma l’indomani mattina, nonostante
tutte le direttive, gli operai tessili abbandonarono il lavoro in molte
fabbriche e inviarono delegazioni agli operai metallurgici per chiedere il loro
appoggio allo sciopero. (…) La rivoluzione di febbraio fu scatenata da elementi
di base che superarono la resistenza delle loro stesse organizzazioni
rivoluzionarie e l’iniziativa fu presa spontaneamente da un settore del
proletariato oppresso e sfruttato più di tutti gli altri — i lavoratori tessili
— tra cui indubbiamente si contavano non poche mogli di soldati. L’ultimo
impulso venne dalle interminabili attese dinanzi ai forni. Il numero degli
scioperanti, uomini e donne, fu quel giorno di circa 90.000. Lo stato d’animo
combattivo si tradusse in manifestazioni, comizi, scontri con la polizia. (…)
Una folla di donne, non tutte operaie, si diresse verso la Duma municipale per
chiedere pane. In vari quartieri comparsero bandiere rosse e cartelli, le cui
scritte dimostravano che i lavoratori esigevano pane e non volevano più saperne
dell’autocrazia e della guerra.
La "giornata della
donna" era riuscita, era stata piena di slancio e non aveva causato
vittime. Ma di che cosa fosse gravida, in serata nessuno ancora sospettava.
All’indomani, il movimento, lungi dal calmarsi, raddoppia di energia: circa la
metà degli operai industriali di Pietrogrado sono in sciopero il 24 febbraio.
Sin dal mattino gli operai si presentano nelle fabbriche e, invece di mettersi
al lavoro, tengono comizi, e successivamente si dirigono verso il centro della
città. Nuovi quartieri, nuovi settori della popolazione vengono trascinati nel
movimento. La parola d’ordine: "Pane" è lasciata cadere o è soffocata
da altre: "Abbasso l’autocrazia! Abbasso la guerra!". Continuano le
manifestazioni sulla prospettiva Nevsky: prima, masse compatte di operai che
cantano gli inni rivoluzionari; poi, una moltitudine disparata di cittadini, di
studenti con i berretti blu. La gente che passeggiava ci manifestava la propria
simpatia e dalle finestre di molti ospedali i soldati ci salutavano agitando in
aria quello che capitava loro sottomano.
(…) La folla cerca in tutti i modi
di evitare scontri con l’esercito, tenta di conquistare i soldati, di
convincerli, di attirarli, di unirli a sé, di averli dalla propria parte. (…)
In questi incontri tra soldati e operai, le operaie hanno una parte importante.
Più audacemente degli uomini,
avanzano verso le schiere dei soldati, si aggrappano ai fucili, supplicano e
quasi ordinano:
"Togliete le baionette!
Unitevi a noi!". I soldati si commuovono, provano un senso di vergogna, si
scambiano occhiate ansiose, esitano ancora: alla fine, uno si decide prima
degli altri e le baionette si alzano con moto di ravvedimento sopra le spalle
della folla che preme, lo sbarramento si apre, l’aria risuona di evviva gioiosi
e riconoscenti, i soldati sono circondati, da tutte le parti si accendono
discussioni, si odono rimproveri, appelli: la rivoluzione ha fatto un altro
passo avanti (…).
Un sollevamento rivoluzionario,
che si prolunga per molti giorni, può avere uno sbocco vittorioso solo se,
passando da una fase all’altra, registra sempre nuovi successi. Un arresto
nell’andamento favorevole degli avvenimenti è pericoloso; segnare il passo
significa perdere. Per di più, i successi non sono di per se stessi sufficienti:
bisogna che la massa ne sia informata tempestivamente e sappia valutarli. Ci si
può lasciar sfuggire una vittoria quando basterebbe allungare la mano per
afferrarla. Ciò è accaduto nella storia.
I primi tre giorni erano stati
caratterizzati da un’ascesa e da una acutizzazione costante della lotta. Ma
appunto per questo il movimento era giunto a un livello in cui successi
significativi erano insufficienti.
(…) Nella notte tra il 25 e il 26,
in vari quartieri, furono arrestati un centinaio di militanti rivoluzionari,
tra cui cinque membri del Comitato dei bolscevichi di Pietrogrado.
(…) Poiché il Comitato di
Pietrogrado è stato arrestato, la direzione delle operazioni in città è
affidata al distretto di Vyborg. Forse è meglio così. La direzione suprema del
partito era disperatamente in ritardo. Solo al mattino del 25 la Segreteria del
Comitato Centrale dei bolscevichi decideva di pubblicare un volantino che
faceva appello allo sciopero generale in tutta la Russia (...).
La direzione osserva dall’alto, esita,
ritarda, cioè non dirige. Si trova a rimorchio del movimento.
Più ci si avvicina alle fabbriche
e più grande è la decisione. Tuttavia il 26 (...) i dirigenti di Vyborg
tenevano conciliaboli, fuori città, negli orti, scambiandosi le loro
impressioni, cercando di fissare insieme un piano. Quale? Una nuova
manifestazione? A che cosa avrebbe portato una dimostrazione di gente disarmata
se il governo avesse deciso di andare sino in fondo?
(…) Nelle ore in cui esitavano
anche i rivoluzionari più vicini alle masse, il movimento, di fatto, era andato
assai più lontano di quanto non immaginassero i protagonisti. Già alla vigilia,
la sera del 25, i quartieri di Vyborg erano completamente in mano agli insorti.
I commissariati di polizia erano stati saccheggiati; alcuni agenti erano stati
massacrati, i più si erano eclissati. Il mattino del 26 apparve chiaro che non
solo questo settore, ma anche i quartieri di Peski, sin quasi alla prospettiva
Litejny, erano in mano ai ribelli.
(…) I soldati hanno ricevuto
l’ordine severo di sparare e sparano soprattutto gli appartenenti alle scuole
di sottufficiali. Secondo i dati ufficiali ci furono quel giorno circa quaranta
morti e altrettanti feriti, senza contare quelli che la folla trasporta via con
sé. La lotta giunge alla fase decisiva. Sotto i colpi la massa rifluirà forse
verso i sobborghi? No, non rifluisce affatto. Vuole guadagnare la partita.
La Pietrogrado dei funzionari, dei
borghesi, dei liberali, è spaventata.
(…) La pressione esercitata dagli
operai sull’esercito si accentua, contrapponendosi all’azione delle autorità
sulle forze militari(...) Il periodo di attesa, durato quasi tre giorni,
durante i quali la grande maggioranza della guarnigione poté ancora mantenere
un atteggiamento di amichevole neutralità nei confronti degli insorti, volgeva
alla fine. "Sparate sul nemico!" ordina la monarchia. " Non
sparate sui vostri fratelli e sulle vostre sorelle!" gridano gli operai e
le operaie. E non solo questo: "Marciate con noi!". Così, nelle
strade, sulle piazze, dinanzi ai ponti, alle porte delle caserme, si svolgeva
una lotta incessante, ora drammatica, ora impercettibile, ma sempre accanita,
per la conquista dei soldati. In questa lotta, in queste violente prese di
contatto tra i lavoratori e i soldati, sotto il crepitare continuo dei fucili e
delle mitragliatrici, si decidevano le sorti del potere, della guerra e del
paese.
Le sparatorie contro i
manifestanti accrescono l’inquietudine dei dirigenti. La stessa vastità del
movimento comincia a essere pericolosa ai loro occhi. Persino alla seduta del
Comitato di Vyborg della sera del 26 febbraio, cioè dodici ore prima della
vittoria, alcuni arrivarono a chiedersi se non fosse il momento di por fine
allo sciopero. Il fatto può sembrare sorprendente. Ma bisogna rendersi conto
che è più facile constatare una vittoria l’indomani che il giorno prima. Per di
più gli stati d’animo mutano spesso in relazione agli avvenimenti e alle
notizie ricevute. Alla prostrazione succede ben presto un nuovo slancio.
Ai Kajurov e ai Ciugurin, operai
bolscevichi, il coraggio certo non manca, ma, a momenti, li tormenta il senso
di responsabilità verso le masse. Ci sono meno esitazioni nelle file operaie.
Sullo stato d’animo degli operai abbiamo un rapporto diretto all’autorità
suprema da un agente di polizia bene informato, Surkanov, infiltrato
nell’organizzazione bolscevica: "Dato che le truppe non hanno ostacolato
la folla — scriveva il provocatore — e che anzi, in certi casi, hanno preso
certe misure per paralizzare le iniziative della polizia, le masse si sono
sentite sicure della loro impunità e ora, dopo aver scorrazzato liberamente per
due giorni nelle strade, mentre i circoli rivoluzionari hanno lanciato parole
d’ordine come ‘Abbasso la guerra!’ e ‘Abbasso l’autocrazia!’, il popolo si è
persuaso che la rivoluzione era cominciata, che il successo delle masse era
sicuro, che il potere sarebbe stato incapace di reprimere il movimento, visto
che le truppe si schieravano dalla parte degli insorti, che la vittoria
decisiva era prossima (...). Giudizio di una notevole chiarezza e concisione!
Questo rapporto è un documento storico del massimo valore. Naturalmente, ciò
non impedì agli operai di fucilare l’autore dopo la vittoria.
(…) Nelle alte sfere dei due campi
si esitava e si facevano congetture, perché, a priori, nessuno poteva calcolare
i rapporti di forza. Gli indici esteriori, ormai, non servivano più: una delle
caratteristiche principali di una crisi rivoluzionaria consiste, infatti, in un
acuto contrasto tra la coscienza che si viene creando e le vecchie forme dei
rapporti sociali.
(...) E fu appunto l’offensiva del
governo, stimolata e preceduta da quella delle masse rivoluzionarie a far sì
che i nuovi rapporti di forze da potenziali divenissero effettivi. L’operaio
guardava bene in faccia il soldato, avidamente e imperiosamente: e il soldato,
inquieto e imbarazzato, distoglieva lo sguardo; il che significava che il
soldato già non era più del tutto sicuro di sé. L’operaio avanzava più
audacemente verso il soldato. Il soldato, esitante, ma non più ostile, e
piuttosto tormentato dal rimorso, si difendeva tacendo e a volte — sempre più
spesso — rispondeva con un tono di affettata severità per dissimulare
l’angoscia che lo opprimeva. Così avveniva la trasformazione: era chiaro che il
soldato stava spogliandosi del suo spirito soldatesco. Eppure, mentre questo
avveniva, egli non era immediatamente consapevole.
I capi dicevano che il soldato era
ubriacato dalla rivoluzione: al soldato sembrava invece di riprendere coscienza
dopo l’oppio della caserma. Così si preparava la giornata decisiva: il 27
febbraio.
Tuttavia, già alla vigilia si era
verificato un fatto che, pur essendo episodico, gettava nuova luce su tutti gli
avvenimenti del 26 febbraio: verso sera si era ammutinata la quarta compagnia
del reggimento Pavlovsky, della guardia del corpo di sua maestà. Nel rapporto
scritto di un commissario di polizia, la causa di questa rivolta è indicata in
termini assolutamente categorici: "Si tratta di un moto di indignazione
nei confronti degli allievi sottufficiali che, trovandosi di servizio sulla
prospettiva Nevsky, hanno sparato sulla folla".
Da chi fu informata la quarta
compagnia? Su questo punto abbiamo una testimonianza conservata per caso. Verso
le due del pomeriggio, un piccolo gruppo di operai era accorso alle caserme del
reggimento Pavlovsky: con frasi spezzate, davano informazioni sulla sparatoria
della prospettiva Nevsky: "Dite ai compagni che anche i vostri sparano
contro di noi: sulla prospettiva abbiamo visto soldati con la vostra uniforme!".
(...) Sin dal mattino gli operai
affluiscono verso le fabbriche e in assemblee generali decidono di continuare
la lotta. Come al solito, sono quelli del quartiere di Vyborg a mostrarsi i più
decisi. Ma anche in altri distretti i comizi di quella mattina sono pieni di
slancio. Continuare la lotta! Ma, oggi, che cosa significa? Lo sciopero
generale è sfociato in immense manifestazioni rivoluzionarie di massa, le
manifestazioni hanno portato la folla a scontrarsi con le truppe. Continuare la
lotta, oggi, significa fare appello all’insurrezione armata. Tuttavia, questo
appello non è lanciato da nessuno.
(…) Di fatto, i quartieri della
città e le caserme erano abbandonati a se stessi. (...) Per quanto riguarda il
centro dei bolscevichi, Sljapnikov, su richiesta di Ciugurin, uno dei migliori
dirigenti operai del febbraio, redasse un appello ai soldati solo nella
mattinata del 27. Fu stampato questo appello? Nel migliore dei casi, poté
uscire solo a festa finita. È impossibile che abbia avuto un’influenza
qualsiasi sugli avvenimenti del 27 febbraio. Si può stabilire come regola che
in quei giorni i dirigenti quanto più in alto erano, tanto più si trovarono in
ritardo.
Ma l’insurrezione, che nessuno
chiamava ancora con il suo vero nome, era iscritta all’ordine del giorno. Tutti
i pensieri degli operai erano rivolti all’esercito. (…) Nessuna profonda crisi
nazionale può fare a meno di colpire, in una misura o l’altra, anche
l’esercito, di modo che, nel caso di una rivoluzione veramente popolare, si
apre la possibilità - naturalmente senza garanzie - di una vittoria del
movimento. Ma il passaggio dell’esercito dalle parte degli insorti non avviene
automaticamente e non è il risultato solo dell’agitazione. L’esercito è
eterogeneo e i suoi elementi antagonisti sono tenuti assieme dalla disciplina.
I soldati rivoluzionari, alla vigilia dell’ora decisiva non sanno ancora quale
sia la loro forza.
(…) Il momento psicologico nel
quale i soldati passano alla rivoluzione è preparato da un lungo processo
molecolare che, come ogni processo naturale, raggiunge il suo punto critico. Ma
dove collocare esattamente questo punto? (…) Ricordiamo ancora che la
guarnigione era costituita principalmente da battaglioni della riserva, forti
di molte migliaia di uomini destinati a completare i reggimenti al fronte.
Questi uomini, per lo più padri di famiglia, dovevano prevedere il loro invio
al fronte, quando al fronte la partita era perduta e il paese era in rovina.
Non volevano la guerra, volevano tornarsene a casa, riprendere la vita
famigliare.
Erano abbastanza informati su
quanto si tramava a Corte e non si sentivano affatto legati alla monarchia. Non
volevano combattere contro i tedeschi e ancora meno contro gli operai di
Pietrogrado. Detestavano la classe dirigente della capitale che se la spassava
in tempo di guerra.
Tra loro c’erano degli operai, che
avendo un passato rivoluzionario, sapevano trovare un’espressione generalizzata
di tutti questi stati d’animo.
Portare i soldati da un
malcontento rivoluzionario profondo, ma non ancora espresso, ad atti di aperta
ribellione o, almeno, per cominciare, a un sedizioso rifiuto di ubbidienza,
questo era il problema."
Dopo tre giorni di lotte di strada
i soldati non potevano più mantenere la neutralità nei confronti
dell’insurrezione senza cadere sotto la repressione degli ufficiali. Erano ad
un bivio e ognuno di loro spesso in modo incosciente si dibatteva tra
l’accettazione della disciplina militare e il richiamo della rivolta che lo
aveva contagiato in quei giorni. La risolutezza dei lavoratori, la loro voglia
di vincere e il loro atteggiamento amichevole furono decisivi. A partire del
mattino del quarto giorno di sciopero i battaglioni si ammutinarono uno dopo
l’altro. Una volta che il processo ebbe inizio, i soldati insorti ebbero tutto
l’interesse alla vittoria dell’insurrezione. Sapevano che altrimenti erano
condannati! Verso mezzogiorno Pietrogrado era un campo di battaglia. Sul calar
della notte la guarnigione (150.000 uomini) era passata dalla parte della
rivoluzione. Lo zarismo era spacciato.
La piccola borghesia intellettuale
e la rivoluzione
Se la rivoluzione fosse avvenuta
in un’epoca di pace, il proletariato avrebbe occupato già dall’inizio una
posizione dirigente e avrebbe attirato dietro di sé gradualmente i contadini. Ma
la guerra modificò la logica degli avvenimenti. I contadini erano organizzati
militarmente nell’esercito; lì i raggruppamenti non erano su basi politiche ma
militari. Prima che le rivendicazioni rivoluzionarie saldassero le masse
contadine, esse avevano già messo radici all’interno dei reggimenti e dei corpi
d’armata.
Nelle unità i primi militari
delegati eletti nei comitati (soviet, d’ora in poi) erano intellettuali e
piccoli borghesi, gli unici con un minimo di conoscenza politica e che
"sapevano parlare". Così d’improvviso i cosiddetti "ceti
medi" acquisirono una grandissima importanza. Medici, ingegneri, avvocati
che fino alla guerra avevano vissuto una vita mediocre si trovarono
improvvisamente rappresentanti di corpi d’armata e si sentirono "i capi"
della rivoluzione.
La loro politica vaga e generica
rispondeva perfettamente allo stato d’animo delle masse nei primi mesi della
rivoluzione. Questi signori si consideravano "socialisti", ma
conservavano un atteggiamento rispettoso verso i capitalisti. Perciò tentarono
ad ogni costo di arrivare ad un’alleanza coi liberali borghesi, i cadetti.
Il programma del Partito
socialista rivoluzionario, pieno di formule di vago umanitarismo e di
espressioni sentimentali invece di una chiara analisi di classe attirava
naturalmente tutti questi signori.
Anche le posizioni dei menscevichi
che pensavano che la Rivoluzione doveva avere un carattere borghese e che di
conseguenza doveva esserci un governo di coalizione con la borghesia.
L’egemonia degli intellettuali della piccola borghesia era il diretto risultato
dell’entrata massiccia nell’arena politica dei contadini e quindi di una
schiacciante maggioranza dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi nei
soviet.
Il ritorno di Lenin
Il 3 aprile 1917 Lenin torna dall’esilio.
Arriva a Pietrogrado, dopo aver attraversato la Germania viaggiando sul celebre
"vagone piombato", messo a sua disposizione dal comando tedesco.
"Il primo mese della rivoluzione era stato per il bolscevismo un periodo
di disorientamento e tergiversazioni —racconta Trotskij nella Storia della
Rivoluzione russa — Il due marzo, alla seduta del soviet di Pietrogrado solo 19
su 400 votarono contro la trasmissione del potere al governo provvisorio a
maggioranza borghese; mentre la minoranza bolscevica aveva già 40
delegati."
Alla fine di marzo ebbe luogo la
conferenza dei bolscevichi di tutta la Russia. Nella relazione di Stalin
leggiamo: "Il potere è diviso tra due organi, nessuno dei quali detiene
tutto il potere. Tra di essi esistono e devono esistere frizioni e lotte. Le
funzioni sono suddivise. Il Soviet ha preso di fatto l’iniziativa delle
trasformazioni rivoluzionarie: è l’organo che controlla il governo provvisorio.
Ma il governo provvisorio ha assunto di fatto la funzione di consolidare le conquiste
del popolo rivoluzionario. (…) Il governo provvisorio, con la sua resistenza
imbarazzata, assume questa funzione (…). Non è strano che la Pravda scrivesse:
"Il "disfattismo" è morto nel momento in cui è comparso nelle
vie di Pietrogrado il primo reggimento rivoluzionario". Ciò era il
contrario di quello propugnato da Lenin: "La sconfitta della Russia è il
male minore". La comparsa dei reggimenti rivoluzionari non mutava la
natura imperialistica della guerra. La Pravda fu presto costretta a pubblicare
una protesta veemente dei militanti di Vyborg.
Il 4 aprile — racconta Trotsky —
Lenin presenta al partito un breve riassunto scritto che diventerà uno dei più
importanti documenti della rivoluzione con il nome di Tesi di aprile. "Le
tesi — aggiunge — esprimevano idee semplici, in termini semplici e accessibili
a tutti. La repubblica che è uscita dalla rivoluzione di febbraio non è la
nostra repubblica e la guerra che conduce non è la nostra guerra. Il compito
dei bolscevichi è di rovesciare il governo imperialista". E, a scanso di
equivoci, prosegue: "Le tesi di Lenin furono pubblicate a suo nome e solo
a suo nome. Le istanze del partito le accolsero con un’ostilità temperata solo
dalla stupefazione. Nessuna organizzazione, nessun gruppo, nessun singolo militante
vi appose la sua firma…"
Quattro giorni dopo, scendeva in
campo la "Pravda", cioè l’organo centrale del partito, per tirare le
somme del dibattito, aperto dalle "sconcertanti" tesi di aprile.
"Per quanto riguarda lo schema generale del compagno Lenin — dichiarava —
ci sembra inaccettabile nella misura in cui (...) mira a una immediata
trasformazione di questa rivoluzione in rivoluzione socialista".
Ma quando le proposte di Lenin
furono note agli attivisti operai si generò un’ondata di radicalizzazione a
sinistra. Uno dopo l’altro i distretti appoggiarono le Tesi. Il 20 aprile tutta
l’organizzazione di Pietrogrado si pronunciava a favore! Entro la fine del mese
le appoggiava tutto il partito.
La questione della guerra
La rivoluzione era nata direttamente
dalla guerra e il comportamento verso di essa divenne la pietra di paragone di
tutte le forze rivoluzionarie. Era diverso essere contro la guerra se si
avevano responsabilità di governo o meno. Praticare la politica del socialismo
rivoluzionario richiedeva in queste condizioni di rompere apertamente con la
borghesia russa e con quella dell’Intesa. Ma siccome la piccola borghesia
cercava innanzitutto un’alleanza coi liberali, essa ebbe un ruolo triste sulla
questione della guerra. Il risultato fu una politica impotente che provocava la
rabbia dei soldati e l’impazienza dei governi dell’Intesa.
In questo contesto tutta la stampa
russa di maggio-giugno era piena di articoli che tentavano di preparare lo
spirito della popolazione per un’offensiva contro i tedeschi. Nel primo
congresso dei soviet di tutta la Russia scoppiò la tempesta. I bolscevichi
avevano progettato una manifestazione armata a Pietroburgo per il 10 giugno con
lo scopo di fare pressione sul Congresso stesso.
La parola d’ordine era: Tutto il
potere ai soviet, che voleva dire ai socialisti rivoluzionari e ai menscevichi
arrivati da tutto il paese: fate a meno della borghesia, abbandonate ogni idea
di coalizione e prendete nelle vostre mani le redini dello Stato.
Era evidente per i bolscevichi che
una rottura della coalizione al governo avrebbe obbligato i socialisti
rivoluzionari e i menscevichi a cercare l’appoggio tra le fasce più avanzate
del proletariato. Ma proprio ciò faceva paura ai capi della piccola borghesia.
Appena saputo del corteo ci fu una campagna brutale contro di esso e siccome i
bolscevichi erano una minoranza nel congresso, furono costretti a
indietreggiare e sospendere la manifestazione.
A sua volta il Congresso annunciò
una manifestazione non armata per il 18 giugno. Ci fu una presenza massiccia e
gli operai e i soldati - malgrado fosse stata una convocazione ufficiale del
Soviet - scrissero sugli striscioni le parole d’ordine dei bolscevichi: Abbasso
i trattati segreti! Abbasso la politica dell’offensiva! Viva una pace onesta!
Abbasso i dieci ministri capitalisti! Tutto il potere ai soviet!
Non c’erano che tre striscioni
favorevoli al governo di coalizione. Uno di questi era di un reggimento di
cosacchi. La manifestazione dimostrò a tutti che i bolscevichi avevano a Pietrogrado
una forza che nemmeno loro stessi credevano di avere.
L’offensiva del 18 giugno
Mentre gli operai a Pietrogrado
chiedevano la pace, Kerenskij aveva avviato l’offensiva. La stampa borghese
dichiarava che indipendentemente dai risultati militari si era raggiunto
l’obiettivo principale, perché si era ristabilita nell’esercito la vecchia
disciplina. I bolscevichi pensavano il contrario. Nel primo congresso dei
soviet avevano presentato una dichiarazione spiegando che l’offensiva avrebbe
distrutto l’unità dell’esercito e che ciò avrebbe dato una preponderanza agli
elementi reazionari nel suo seno perché il tentativo di mantenere la disciplina
in un esercito in via di disfacimento avrebbe dato luogo a una repressione
severa.
Le notizie vittoriose durarono
poco tempo. La sconfitta era totale, intere unità si rifiutavano di combattere.
Agli insuccessi militari si
aggiungevano le difficoltà economiche del paese, nell’agricoltura,
nell’industria, nei rapporti tra le diverse nazionalità dell’impero zarista.
Tutto era in crisi. I ministri "socialisti" chiedevano alle masse di
aspettare. Tutte le decisioni e tutte le misure urgenti, a cominciare
dall’assemblea costituente venivano ritardate un mese dopo l’altro. Sempre più
chiaramente si delineava un bivio: o la borghesia veniva cacciata dal governo e
la rivoluzione andava avanti o sarebbe cominciata la repressione contro le
masse insoddisfatte.
Quando i cadetti, che difendevano
chiaramente gli interessi della borghesia videro i risultati dell’offensiva di
giugno essi si ritirarono del governo lasciando tutta la responsabilità ai suoi
alleati "di sinistra". Il due luglio si apri la crisi; il pretesto fu
la questione ucraina. Nella sessione del soviet di Pietrogrado i ministri
socialisti erano venuti a rendere conto della crisi. I lavoratori gridavano:
"approfittate dell’uscita dei ministri borghesi e prendete in mano tutto
il potere". I bolscevichi appoggiarono coscientemente queste proposte. Non
si trattava di ipocrisia: il loro calcolo era che col governo nelle loro mani e
sotto la pressione delle masse in rivolta i socialisti rivoluzionari e i
menscevichi sarebbero stati sempre più attratti dalle posizioni rivoluzionarie.
Non c’era nessuna illusione in questo, ma la consapevolezza che nella politica
le masse imparano solo in base all’esperienza e che ancora dovevano mettere
alla prova i socialisti rivoluzionari e i menscevichi.
Questi però dichiararono che la
loro intenzione era costruire un’altra coalizione, il che scatenò
l’indignazione dei lavoratori e preparò le "giornate di luglio", le
grandiose manifestazioni semi-insurrezionali del 3, 4 e 5 di luglio.
Le giornate di luglio
Secondo Trotskij: "(…) fummo
informati telefonicamente che il reggimento delle mitragliatrici si preparava
per attaccare. Demmo subito disposizioni per fermarli, ma nelle fasce profonde
della città c’era una grossa attività. Dal fronte erano arrivati delegati dei
reggimenti sciolti per insubordinazione portando notizie inquietanti sulle
rappresaglie e incitando la guarnigione. (…) Gli operai e i soldati
esercitavano una pressione sempre più forte. Loro esprimevano lo scontento nei
confronti della politica ufficiale dei Soviet e richiedevano al nostro partito
un’azione più energica.
Noi pensavamo che data
l’arretratezza della provincia non c’erano le condizioni per una politica più
radicale. Allo stesso tempo avevamo paura che gli avvenimenti del fronte
producessero un caos mostruoso e seminassero la frustrazione tra le masse. (…)
Da una parte tentavamo di non isolare Pietrogrado dalla provincia, ma
dall’altra parte sapevamo che solo un intervento energico della capitale della
Rivoluzione l’avrebbe potuta salvare; gli attivisti del partito, ben inseriti
nella classe, marciavano con le masse e fomentavano un’agitazione senza mezze
misure.
Queste giornate dimostrarono
chiaramente che i partiti dirigenti del Soviet di Pietrogrado erano sospesi nel
vuoto. Essi, credendo alle loro menzogne sul complotto bolscevico, cercarono le
truppe per difendersi e furono costretti a richiamarle dal fronte. Tranne gli
allievi ufficiali nessuna unità era disposta a battersi contro i bolscevichi.
Trotskij spiega così la scena
della notte del 4 luglio: "(…) Durante la sessione del Comitato esecutivo
all’interno del Palazzo di Taurida suonarono le note della Marsigliese. Le
facce dei membri dell’esecutivo si trasformarono immediatamente. La sicurezza,
che gli era mancata nei giorni passati, era ritornata. Si trattava del
reggimento di Volynia che entrava nel palazzo, lo stesso reggimento che alcuni
mesi dopo marciava sotto le nostre bandiere all’avanguardia della Rivoluzione
d’Ottobre. (…) Da allora tutto cambiò. Dall’alto della tribuna volavano i
discorsi sulla rivolta armata che ‘le truppe fedeli alla rivoluzione’ avevano
appena represso. I bolscevichi furono dichiarati partito
controrivoluzionario".
L’offensiva contro i bolscevichi
proseguì implacabile. Fermi, perquisizioni, assassinii si moltiplicavano.
Furono "pubblicati" i documenti che confermavano come i bolscevichi
erano agenti della Germania! Trotskij fu imprigionato, Lenin e altri dirigenti
furono costretti alla clandestinità.
Le prigioni erano piene di soldati
e operai rivoluzionari. I vecchi magistrati zaristi furono impiegati per
realizzare le inchieste giudiziarie sugli avvenimenti di luglio!
Il nuovo governo di coalizione
entra apertamente nella via delle rappresaglie. Viene ristabilita la pena di
morte per i soldati. I giornali bolscevichi furono chiusi e gli attivisti
imprigionati, ma ciò provocava tra le masse una crescente simpatia verso di loro.
Malgrado tutti i tentativi del comitato esecutivo del soviet di Pietrogrado i
delegati che appoggiavano le posizioni dei bolscevichi crescevano giorno dopo
giorno; in alcune questione fondamentali avevano la maggioranza. Lo stesso
succedeva nel soviet di Mosca.
Solo un organismo come il soviet,
dove i delegati erano revocabili in ogni momento dalla base, poteva riflettere
così puntualmente i cambiamenti nella coscienza delle masse. Perciò è diventato
da allora insostituibile in un processo rivoluzionario rappresentando
l’applicazione diretta della democrazia operaia contro la democrazia
parlamentare, dove il rapporto tra eletti ed elettori è ostacolato da mille
rivoli e procedure.
Il colpo di stato di Kornilov
Come i bolscevichi avevano
previsto, il tentativo di disciplinare l’esercito, aveva dato slancio agli
elementi più reazionari nel suo seno. Alla fine di agosto il generale Kornilov
provò a risolvere a suo modo la situazione di stallo tra un governo sempre più
sospeso in aria e le masse che attraverso i soviet proponevano un altro governo
con altri programmi.
Così un governo che non aveva più
l’appoggio dell’esercito, e meno ancora delle masse operaie per poter
difendersi da Kornilov, fu costretto a far appello ai bolscevichi. I marinai di
Kronsdtat, che nelle giornate di luglio erano stati vilipesi come sabotatori
della rivoluzione, furono chiamati ad occupare i posti più pericolosi.
Proprio nella resistenza al
tentativo di Kornilov le organizzazioni sovietiche dimostrano sul campo la loro
vitalità e potenza. Infatti non ci fu una vera battaglia. Come un elefante che
mette da parte una mosca la marea imponente delle masse in movimento liquidò
Kornilov. Egli non poté trovare neanche un soldato disposto a marciare contro
la Rivoluzione. Provò a ingannare i soldati, ma appena questi venivano a
conoscenza di come stavano le cose, rivoltavano i fucili contro di lui.
L’offensiva disastrosa di giugno e
il golpe di Kornilov furono due avvenimenti fondamentali per l’evoluzione della
coscienza delle masse operaie e dei contadini-soldati nell’esercito. Nel primo
caso il governo e i generali li avevano portati al massacro. Nel secondo il
governo non era stato in grado di difendere la rivoluzione contro il generale
golpista. In tutti e due i casi i bolscevichi avevano giocato un ruolo decisivo
interpretando nelle loro parole d’ordine i più profondi desideri delle masse.
Esse si potevano convincere in base all’esperienza della validità dei loro
argomenti. Il mese di settembre sarebbe stato caratterizzato da una calma tesa
provocata dalla consapevolezza crescente che "le cose non potevano più
andare avanti così", che la rivoluzione aveva bisogno di andare fino in
fondo, ma che tutto ciò non era facile da farsi.
La lotta per la maggioranza nei
soviet
Finché i socialisti rivoluzionari
e i menscevichi ebbero la maggioranza nei soviet fecero di tutto per isolare i
bolscevichi. Anche quando questi ultimi arrivarono ad avere un terzo dei
delegati non disponevano di nessun rappresentante nell’esecutivo del soviet.
Quando il soviet di Pietrogrado
decise a maggioranza che tutto il potere doveva passare ai soviet, i
bolscevichi proposero un nuovo esecutivo eletto con criteri proporzionali. Il
vecchio esecutivo non ne volle sentir parlare. A quel punto ci fu una votazione
su due liste e quella presentata dai bolscevichi ottenne una larga maggioranza
di più di 100 voti. Pochi giorni dopo succedeva lo stesso al soviet di Mosca.
Più lentamente i soviet delle province si spostavano nella stessa direzione. La
2ª riunione del Congresso dei soviet di tutte le Russie si avvicinava e il
Comitato Centrale esecutivo cercava di ritardarla. Era sempre più evidente che
questo Congresso avrebbe avuto una maggioranza bolscevica, cambiando la
composizione del Comitato Centrale esecutivo, il che significava
necessariamente le dimissioni del governo di Kerensky. A questo punto, vedendo
persa la battaglia nei soviet, i socialisti rivoluzionari e i menscevichi
tentarono di costituire un contropotere nella forma dell’Assemblea Costituente.
Come primo passo in questa
direzione si convocò una Conferenza democratica che composta in base a criteri
totalmente arbitrari da rappresentanti dei soviet, dei consigli comunali, delle
corporazioni di mestiere e dei sindacati. Lo scopo di questa distribuzione era
di assicurare alla Conferenza una composizione sufficientemente conservatrice,
soffocando i soviet, l’unico organismo che rappresentava giorno per giorno i
cambiamenti nello stato d’animo delle masse, in una miscela disomogenea che
avrebbe permesso di premunirsi contro la rivoluzione.
Più volte prima e dopo l’ottobre i
bolscevichi sono stati accusati di essere poco democratici per aver chiesto che
tutto il potere passasse ai soviet.
Il fatto è che se qualcosa
caratterizza una rivoluzione questo è il cambiamento veloce e radicale della
coscienza delle masse! Organismi come i consigli municipali o il Parlamento
eletti in base alle liste di partito e al suffragio universale sono
infinitamente meno rappresentativi dello stato d’animo delle masse dei soviet,
consigli eletti in base a gruppi organici (la fabbrica, la miniera, l’unità
militare, l’azienda agricola) dove tutti si conoscono, possono controllare il
comportamento del loro delegato, dargli nuove istruzioni e revocarlo
immediatamente se necessario. Invece il deputato eletto a suffragio universale
si appoggia sulla massa inorganica degli elettori, che dopo averlo eletto gli
dà pieni poteri per un dato periodo e poi sparisce fino alle elezioni
successive.
Così, nella futura Assemblea
costituente, le cui elezioni furono fatte mesi prima della convocazione di
novembre, erano maggioranza i socialisti rivoluzionari nelle cui liste figurava
Kerensky, che già da settembre non osava apparire nelle sessioni dei soviet,
tanta era la sua impopolarità, assieme a quelli che pochi mesi dopo avrebbero
dato luogo alla formazione politica dei socialisti rivoluzionari di sinistra,
alleati dei bolscevichi.
Da maggio-giugno in poi la
radicalizzazione delle masse trovava espressione puntuale solo nei soviet,
mentre tutti gli altri organismi rappresentavano piuttosto le opinioni
politiche del passato.
La Conferenza democratica fu
convocata a metà settembre. Era una combinazione eterogenea di soviet e di
organi locali, che assicurava alla fine la preponderanza ai moderati. Lo scopo
era costituire un governo "responsabile" di fronte alla Conferenza.
Ma ciò diventò impossibile. Kerensky e gli altri preferivano dipendere dalla
borghesia russa e internazionale. Venne proposta una coalizione coi cadetti, ma
la conferenza a maggioranza votò contro. Ciò non impedì che appena finita la
conferenza si facesse lo stesso il governo di coalizione col piccolo
accorgimento di cambiare il nome dei cadetti con quello di "lavoratori
sociali".
Il partito cadetto che ormai era
odiato dalle masse entrava ancora nel governo coi socialrivoluzionari e i
menscevichi. La borghesia liberale era stata sconfitta in tutte le elezioni
realizzate dopo la rivoluzione di febbraio, ma nonostante ciò figuravano in
tutti i governi in posizioni fondamentali. Di conseguenza le masse capirono in
base alla propria esperienza il ruolo di servitori della grande borghesia
giocato dai socialrivoluzionari e dai menscevichi. In ondate inarrestabili si
spostarono verso le posizioni dei bolscevichi.
Nel frattempo Pietrogrado era
minacciata dall’avanzata delle truppe tedesche. La borghesia vedeva ciò come
una benedizione. Il vecchio presidente della Duma Rodzianko dichiarava
apertamente che la presa della Pietrogrado rivoluzionaria da parte dei tedeschi
non sarebbe stata una perdita. Il governo la pensava allo stesso modo e non
organizzava seriamente la difesa della città. Le istituzioni era state evacuate
a Mosca.
Nel fronte la situazione
peggiorava di giorno in giorno. Il quarto inverno di guerra era imminente. Non
c’era cibo sufficiente, i reggimenti non venivano sostituiti, il vestiario
invernale non sarebbe arrivato in tempo. Le diserzioni divenivano massicce. I
vecchi comitati dei soldati, eletti nella prima tappa della rivoluzione
continuavano ad appoggiare Kerensky. Non c’erano state nuove elezioni e tra i
comitati e i soldati si stava creando un baratro. Sempre più arrivavano al
soviet di Pietrogrado delegazioni informali dei reggimenti domandando:
"Cosa fare? Come possiamo far finire la guerra?"
La lotta per il potere
Il soviet di Pietrogrado non
restava in silenzio. Conduceva una campagna incessante con queste parole
d’ordine: Tutto il potere ai soviet! La terra ai contadini, controllo operaio
della produzione industriale e inizio immediato di trattative di pace. Mentre i
bolscevichi erano all’opposizione, la loro parola d’ordine era: tutto il potere
ai soviet, come una richiesta propagandistica. Ciò significava tutto il potere
ai socialrivoluzionari e ai menscevichi senza la borghesia liberale. Ma appena
ebbero la maggioranza nei soviet più importanti la parola d’ordine acquistava
ben altro valore. Diventava un obbligo agire per farla diventare realtà.
Nelle campagne, dopo che avevano
atteso per mesi che effettivamente le terre gli fossero consegnate, i contadini
cominciavano ad occuparle. Il governo cominciò a reprimere le occupazioni; i
comitati rivoluzionari dei contadini venivano arrestati; in alcuni distretti
Kerensky dichiarò lo stato di guerra. Tutto ciò portò a una radicalizzazione
crescente nelle campagne e nell’esercito che era all’80% composto da figli di
contadini.
Il soviet di Pietrogrado veniva
sommerso dalle delegazioni di contadini che venivano per protestare perché
erano arrestati per aver applicato il programma del soviet. Chiedevano la
protezione degli operai di Pietrogrado e si sentivano rispondere che ciò non
era possibile finché il potere statale fosse rimasto in mano a Kerensky.
Lo scontro sulla partenza della
guarnigione di Pietrogrado
All’inizio di ottobre si venne a
sapere che lo stato maggiore prevedeva di spedire al fronte due terzi dei
soldati della guarnigione di Pietrogrado allo scopo di… proteggere la città. Lo
stato maggiore chiedeva al soviet di ratificare questa misura. Già alla fine
d’agosto cinque reggimenti erano partiti per il fronte, poco prima del
tentativo di Kornilov di reprimere la rivoluzione.
Il Comitato esecutivo del Soviet
di Pietrogrado rifiutò! Richiese un’analisi dettagliata delle ragioni militari
alla base della richiesta. Per avviare ciò decise la creazione, accanto alla
sezione dei delegati dei soldati - cioè la rappresentanza politica della
guarnigione - di un organo puramente tecnico sotto la forma di un comitato
militare rivoluzionario, organo che poi sarebbe divenuto lo strumento operativo
fondamentale della rivoluzione di Ottobre.
A questo punto mancavano poche
settimane per l’assise del Congresso panrusso dei soviet. Tutti capivano che
esso avrebbe dato la maggioranza ai bolscevichi. Era altrettanto chiaro che un
voto del genere aveva bisogno di diventare realtà immediatamente. La borghesia,
i bolscevichi e tutti i partiti intermedi comprendevano che la data del 25
ottobre era decisiva.
La rivoluzione d’Ottobre aveva una
data che tutti conoscevano; ancora di più! i soviet di Pietrogrado e Mosca
approvarono una risoluzione proponendo che il Congresso panrusso cacciasse
Kerensky e assumesse il potere. Con questa dichiarazione si apriva formalmente
la seconda Rivoluzione di fronte agli occhi di tutto il paese. A dimostrazione
che i bolscevichi non fecero un putsch, un colpo di stato, ma che stavano
interpretando i desideri di milioni di persone! A differenza di una
cospirazione che ha bisogno della segretezza, una rivoluzione dev’essere fatta
alla luce del sole perché altrimenti il dialogo con le masse è impossibile.
Nel partito bolscevico che
assumeva sempre più una maggior responsabilità, la battaglia politica era
sempre più accesa. Lenin che era nascosto in Finlandia richiedeva in
innumerevoli lettere una tattica più ferma. Le masse, che da settembre avevano
fatto proprie le parole d’ordine dei bolscevichi, cominciavano a perdere la
pazienza perché non le vedevano tradotte in fatti.
Il 10 ottobre ci fu una sessione
segreta del Comitato esecutivo bolscevico. Lenin era presente. All’ordine del
giorno figurava la questione dell’insurrezione. Leggiamo nei verbali del
Partito: Lenin esordisce criticando "l’indifferenza verso il problema
dell’insurrezione" che lui riscontra nella direzione del partito.
"Finora - dice - si è perso molto tempo (…). L’assenteismo e l’indifferenza
delle masse possono essere spiegati col fatto che le masse sono stanche di
parole e risoluzioni. Ormai abbiamo la maggioranza con noi.
Dal punto di vista politico la
situazione è completamente matura per il passaggio del potere. (…) Bisogna
parlare dell’aspetto tecnico. Tutto dipende da questo. Noi invece, ad
imitazione dei difensisti, siamo propensi a considerare la preparazione
sistematica dell’insurrezione come una specie di peccato politico".
Alla fine si riconosce che
l’insurrezione armata è inevitabile e completamente matura con 10 voti a favore
e 2 contro (Kamenev e Zinoviev).
Poche settimane prima Trotskij
aveva presentato una mozione alla frazione bolscevica della Conferenza
Democratica proponendo di abbandonarla sbattendo le porte per rendere chiaro
con un gesto così clamoroso come non poteva esserle riconosciuta nessuna
legittimità. La sua mozione ebbe 50 voti, ma in 70 votarono contrari.
Quando finalmente i bolscevichi
abbandonarono la Conferenza si svolse una riunione dei deputati di Pietrogrado
dove la loro posizione fu appoggiata da una maggioranza schiacciante. Il loro
gesto fu interpretato dalle masse come una dimostrazione che si intendeva
passare dalle parole ai fatti.
In poche settimane il soviet di
Pietrogrado era diventato il punto di riferimento per tutto l’esercito. La
proposta di pubblicare i trattati segreti tra la Russia e le potenze
dell’Intesa e proclamare un’armistizio immediato su tutti i fronti ebbe un
successo enorme.
A Pietrogrado lo stato maggiore si
sentiva mancare la terra sotto i piedi. L’opposizione del soviet all’uscita di
due terzi della guarnigione aveva consolidato la sua influenza sui soldati.
I commissari del Comitato Militare
Rivoluzionario
Nei fatti lo stato maggiore
ufficiale non controllava più la guarnigione. Il Comitato Militare
Rivoluzionario era diventato il vero stato maggiore. I partiti della destra
accusavano i bolscevichi: "L’esistenza di fatto di due stati maggiori
significa la rivolta; il vostro comitato preparerà l’insurrezione contro il governo!".
Queste accuse avevano una base
reale. Era evidente che quella situazione di dualismo di potere non poteva
durare a lungo. Il fatto è che la grande maggioranza del soviet era convinto
ormai che bisognava destituire il governo di coalizione. Più il Comitato
Militare Rivoluzionario veniva attaccato come un’organo dell’insurrezione e più
il soviet lo difendeva!
Il Comitato riceveva rapporti
quotidiani da ogni corpo militare e sapeva come i partiti del governo armavano
le proprie forze. I depositi d’armi fornivano fucili agli allievi ufficiali,
agli studenti e alla borghesia in generale.
A questo punto il Comitato decise
di nominare dei commissari per ogni caserma e deposito d’armi. Questi, con
l’appoggio dei soldati, presero immediatamente e quasi senza resistenza il
controllo della situazione.
Accanto a questo lavoro
organizzativo tra i soldati la massa della popolazione era coinvolta in comizi
e manifestazioni. In queste occasioni, davanti a migliaia di persone, ogni
allusione alla prossima rivoluzione veniva accolta con tempeste d’applausi.
La stampa borghese contribuiva a
creare un ambiente d’inquietudine. L’ordine di Trotsky, come presidente del
Comitato, di consegnare alla guardia rossa operaia 5.000 fucili scatenò il
panico tra i borghesi. Nella stampa si parlava tutti i giorni del massacro che
si preparava. Malgrado ciò la fabbrica d’armi di Sestroretsk consegnò i fucili.
Più la stampa borghese attaccava il soviet è più esso suscitava l’entusiasmo
delle masse.
La "giornata del Soviet di
Pietrogrado"
Il Comitato centrale esecutivo dei
soviet aveva lasciato il soviet di Pietrogrado senza denaro e senza giornali.
Il soviet, che dalla fine di settembre aveva una maggioranza bolscevica, aveva
cercato una tipografia, ma era stato boicottato. Così dall’inizio del mese si
era convocata per il 22 ottobre una giornata di raccolta di fondi per creare un
giornale del soviet. Ora questa coincideva con lo scontro sociale più acuto. La
stampa borghese accusava i bolscevichi di preparare per quella data una ‘insurrezione
armata’. Tutta la città brulicava di rumori. Tutti davano per scontata
l’insurrezione, si discuteva solo sulla data!
La stampa aveva predetto un bagno
di sangue per il 22. Invece la giornata trascorse in modo tranquillo con
un’affluenza di massa a decine di comizi e manifestazioni organizzati dal
soviet. Per ore e ore oratori bolscevichi, delegati in arrivo al prossimo
congresso panrusso dei soviet, rappresentanti del fronte, socialisti
rivoluzionari di sinistra e anarchici parlavano a masse sterminate. Tutti gli
edifici pubblici erano inondati da un’ondata di operai, soldati e marinai.
L’atmosfera era carica di elettricità come in ogni momento critico di una
rivoluzione: Via il governo Kerensky! Fine della guerra! Tutto il potere ai
soviet!
Davanti a questa manifestazione di
forza delle masse la borghesia, i suoi partiti, il governo, lo stato maggiore
restarono muti. Il soviet di Pietrogrado dominava totalmente la situazione. Di
fatto l’insurrezione era già cominciata. Non restava che formalizzare la caduta
di un governo che era già sospeso in aria.
Ufficiali dell’esercito,
sottufficiali, volontari e intellettuali della borghesia erano gli unici che si
opponevano alle parole d’ordine bolsceviche. Le masse operaie e contadine erano
assolutamente a favore. La divisione tra i due campi corrispondeva a una netta
divisione di classe.
Comincia la Rivoluzione
Kerensky non sapeva più cosa fare.
Richiamò dal fronte due battaglioni meccanizzati e la batteria antiaerea.
Questi spedirono un telegramma al soviet: "Siamo diretti a Pietrogrado.
Non sappiamo perché, informateci!".
Il soviet propose loro di fermarsi
ed inviare dei delegati. Quando questi arrivarono e dichiararono il loro
appoggio si scatenò un uragano d’entusiasmo. I battaglioni furono invitati a
entrare in città. Il via vai di delegati del fronte era continuo. Arrivavano,
partecipavano alle riunioni del soviet, prendevano materiale di propaganda e
tornavano al fronte per spiegare a tutti che il soviet di Pietrogrado lottava
per un governo degli operai, dei soldati e dei contadini.
Il Comitato Militare
Rivoluzionario mise commissari in ogni stazione e veniva informato di tutti i
movimenti delle truppe. Si sviluppò una rete di collegamento telefonico e con
le automobili tra la capitale e le città vicine. I soviet di queste città
furono pregati di impedire che qualsiasi unità militare ingannata dal governo
entrasse a Pietrogrado.
Il personale subalterno delle
stazioni riconobbe subito i commissari del soviet. Ma la centrale telefonica fu
occupata il 24 dagli allievi ufficiali e sotto la loro protezione le signorine
telefoniste, che provenivano tutte dalla piccola borghesia, si rifiutarono di
passare le telefonate del soviet. Quest’ultimo riprese il controllo con un
distaccamento di soldati. Per difenderli dal sabotaggio, marinai e guardie
rosse occuparono con piccoli contingenti il telegrafo, la posta e gli altri
servizi pubblici. Si presero misure anche per prendere la Banca statale.
Il 24 ottobre Kerensky andò al
Pre-parlamento e domandò l’autorizzazione a prendere misure repressive contro i
bolscevichi. Ma il Pre-parlamento si trovava in uno stato di decomposizione.
Dopo numerose deliberazioni ed esclusioni fu approvata una risoluzione che
condannava il movimento sedizioso dei Soviet ma gettava la responsabilità di
questo movimento sulla politica antidemocratica del governo!
La notte più agitata fu quella tra
il 24 e il 25. Al Soviet arrivavano notizie secondo cui il Governo faceva
appello a truppe esterne. Al Palazzo d’inverno erano arrivati gli allievi
ufficiali e le truppe d’assalto del reggimento femminile. Il Soviet diede
ordine di posizionare in tutte le strade posti di controllo e inviare agitatori
tra le truppe del governo. Se le parole non fossero bastate si sarebbero dovute
usare le armi. Tutte le comunicazione erano fatte telefonicamente, in
linguaggio chiaro e dunque erano sicuramente ascoltate dagli agenti del
governo.
Durante quella notte decisiva
tutti i punti principali della città caddero nelle mano del Soviet,
praticamente senza resistenza.
La giornata decisiva
All’alba del 24 ottobre arrivarono
all’Istituto Smolny, sede del Soviet, un operaio e un’operaia della stamperia
del partito bolscevico con la notizia che il governo aveva proibito la stampa
dell’organo centrale del partito e del nuovo giornale del Soviet. Il comitato
militare rivoluzionario prese i due giornali sotto la sua protezione e affidò
"al glorioso reggimento di Volynia il grande onore di difendere la libertà
di parola socialista contro gli attentati controrivoluzionari" (questo
reggimento era lo stesso che nelle giornate di luglio aveva arrestato la
maggioranza dei bolscevichi, NdR). Da allora in poi la tipografia lavorò senza
interruzioni e i due giornali uscirono puntuali. Il governo era riunito permanentemente
al Palazzo d’inverno, ma era solo l’ombra di un governo. Durante la giornata
del 25 ottobre fu poco alla volta accerchiato dalle truppe del Soviet. All’una
del pomeriggio Trotskij annunciava che il governo provvisorio non esisteva più
e che in attesa della decisione del secondo congresso panrusso dei soviet il
potere passava nelle mani del comitato militare rivoluzionario.
Alla sera ebbe luogo una riunione
provvisoria del secondo congresso dei soviet. C’era una folla immensa. John
Reed racconta così la scena: "Ammucchiati sulle panche, sotto i candelabri
bianchi, stringendosi nei passaggi e nei più piccoli angoli, appollaiati sui
davanzali delle finestre e perfino sui parapetti della tribuna, i
rappresentanti dei soldati e degli operai di tutta la Russia attendevano gli
uni in un silenzio pieno di ansietà, gli altri in uno stato di esaltazione
indescrivibile il colpo di campanello del Presidente. La sala era riscaldata
solo dal calore soffocante dei corpi umani non lavati. (...) Petrovskij,
delegato anarchico delle Officine d’Obuchovo, mi fece un po’ di posto accanto a
lui. Con la barba lunga e sporca, egli cadeva di fatica, spossato da tre notti
senza sonno passate al comitato militare rivoluzionario.
Alla tribuna avevano preso posto i
capi del vecchio comitato centrale esecutivo dei soviet, dominando per l’ultima
volta quei soviet turbolenti, che essi dirigevano dall’inizio della
rivoluzione, ma che adesso si erano levati contro di loro. Terminava così il
primo periodo della rivoluzione che quegli uomini avevano tentato di mantenere
nelle vie della prudenza. (...) Erano le 10 e 40 della sera. Dan, menscevico
presse la parola: "Il potere è nelle nostre mani", cominciò con un
accenno di tristezza. (…) In questo momento i miei compagni di partito si
trovano al Palazzo d’Inverno, sotto il bombardamento, sul punto di sacrificarsi
per adempiere alle funzioni di ministri che sono state loro affidate da noi
(Tumulto in sala) La prima seduta del secondo congresso dei soviet degli operai
e dei soldati è aperta".
La votazione per l’elezione del
Comitato esecutivo diede 14 bolscevichi, 7 socialisti rivoluzionari, 3
menscevichi ed un internazionalista (Gruppo Gorky). A quel punto socialisti
rivoluzionari e menscevichi si rifiutarono di partecipare… Poi il vecchio comitato
lasciò la tribuna e si videro salirvi Trotskij, Kamenev, Lunaciarskij, la
Kollontaj, Nogin… La sala si levò in una tempesta d’applausi. Quanta strada
avevano fatto quei bolscevichi, setta disprezzata e perseguitata meno di
quattro mesi prima, giunti oggi al posto supremo, al timone della grande Russia
in piena insurrezione!".
Nel frattempo il Palazzo d’inverno
era sì accerchiato ma non era ancora stato preso. Dalla fortezza di Pietro e
Paolo furono sparati sul palazzo alcuni colpi di cannone che arrivavano fino
all’Istituto Smolny dove erano riuniti i delegati del secondo congresso dei
Soviet. John Reed nel suo libro "I dieci giorni che sconvolsero il
mondo" racconta: "Martov, menscevico internazionalista, prese la
parola: "Sta cominciando la guerra civile, compagni. La prima questione
deve essere la soluzione pacifica della crisi (...). La prima questione che si
pone al congresso è quella del potere, ma questa questione si sta risolvendo
nella strada".
Kuchin delegato della 12° armata e
rappresentante dei Trudovichi disse: "Sono venuto qui solo a scopo
d’informazione. Al fronte, dove tornerò subito, tutti i comitati giurano che la
presa del potere da parte dei soviet, tre settimane prima della costituente, è
una pugnalata nella schiena dell’esercito e un delitto contro la nazione!
Terminiamo qui questa avventura. Prego i delegati di abbandonare tutti questa
sala per la salvezza del paese e della rivoluzione".
Chiuncuk tentò la dolcezza e la
persuasione: "Parlo a nome dei delegati del fronte. L’esercito è
imperfettamente rappresentato in questo congresso ed inoltre esso non crede che
il congresso sia necessario tre settimane prima dell’apertura della
costituente". Le grida e i calpestii dei delegati si facevano sempre più
violenti. Parecchi soldati si levarono nella sala e gridarono: "A nome di
chi parlate? Quando siete stato eletto? Voi rappresentate gli ufficiali e non i
soldati. Si lascino parlare i soldati. Voi parlate a nome dello stato maggiore,
non a nome dell’esercito! Kornilovista, controrivoluzionario,
provocatore!".
Subito dopo salì alla tribuna un
giovane soldato: "Compagni, rappresento il 2° fucilieri lettone. Avete
sentito le dichiarazioni di questi delegati che avrebbero valore se i loro
autori fossero realmente i rappresentanti dell’esercito (applausi frenetici in
sala). Non parlo alla leggera. Costoro non rappresentano i soldati. È molto
tempo ormai che la XII armata reclama le nuove elezioni per il soviet e per il
comitato esecutivo dei soldati. È stato rimandato tutto per permettere a questi
signori di rimanere delegati al congresso dei soviet. Molte volte abbiamo
detto: "Basta con gli ordini del giorno, basta con le parole! Vogliamo dei
fatti! Vogliamo il potere!" Che i delegati impostori lascino pure il
congresso! L’esercito non è con loro!". Gli applausi fecero tremare la
sala. Al principio della seduta, stupiti per la rapidità degli avvenimenti,
sorpresi dal rumore del cannone, i delegati esitavano. (…) Era vero che
l’esercito marciava su Pietrogrado? Poi quel giovane soldato, dallo sguardo
limpido, era venuto e, come in un lampo, essi avevano riconosciuta la verità…
Le sue parole erano la voce dei soldati, i milioni di operai e contadini
brulicanti in uniforme erano uomini come loro, che pensavano e sentivano come
loro."
Poco dopo arrivò la notizia della
presa del palazzo d’Inverno e della fuga di Kerensky.
Una sessantina di socialisti
rivoluzionari di destra e di menscevichi - circa un decimo dei delegati -
lasciarono la sala protestando.
La costituzione del Soviet dei
Commissari del popolo
A Pietrogrado la vittoria era
completa. Uscirono i primi decreti che abolivano la pena di morte,
organizzavano la rielezione di tutti i soviet nell’esercito ecc. Ma da subito
il soviet si trovò ostacolato dal boicottaggio passivo degli impiegati statali.
Allo stesso tempo tutta la stampa borghese scatenò una campagna contro i
bolscevichi. Nella serata del 26 ottobre si realizzò una sessione del Congresso
panrusso dei soviet. Lenin presentò due progetti di decreti. Uno sulla pace e
l’altro sulla divisione della terra. Dopo una breve discussione vennero
approvati all’unanimità. Infine fu costituito il Soviet dei Commissari del
popolo. I bolscevichi proposero ai socialisti rivoluzionari di sinistra di
partecipare. Essi a sua volta legavano la loro partecipazione a quella dei
socialrivoluzionari di destra e dei menscevichi. Ma questi avevano abbandonato
il Congresso prima e rotto qualsiasi rapporto con esso! Così alla fine i
commissari del popolo furono tutti bolscevichi.
____________________________________________
I principali partiti della Russia
alla vigilia della Rivoluzione
Cadetti.
Così chiamati dalle iniziali del
Partito costituzionale democratico. Il nome ufficiale è: Partito della libertà
del popolo. Composto sotto lo zarismo da liberali delle classi abbienti, era il
grande partito delle riforme politiche, corrispondente grosso modo al Partito
progressista americano. Allo scoppio della rivoluzione nel marzo 1917, i
cadetti formarono il primo governo provvisorio. Il primo ministro cadetto fu
rovesciato in aprile per essersi dichiarato a favore degli obiettivi
imperialistici degli alleati, compresi quelli del governo zarista.
Populisti socialisti o trudovichi
(Gruppo del lavoro).
Partito numericamente esiguo,
composto di intellettuali prudenti, dirigenti di società cooperative e
contadini conservatori. Si dicevano socialisti, ma di fatto i populisti
difendevano gli interessi della piccola borghesia: impiegati, bottegai, ecc.
Eredi per discendenza diretta della tradizione del compromesso, propria del
Gruppo del lavoro, nella quarta Duma imperiale, che fu largamente composta di
rappresentanti dei contadini. Kerenskij era uno dei capi dei trudovichi nella
Duma imperiale, allorché scoppiò la rivoluzione di marzo. I populisti
socialisti erano un partito nazionalista.
Partito socialdemocratico russo
del lavoro.
In origine socialisti marxisti. In
un congresso del partito, tenuto nel 1903, il partito si divise, su una
questione tattica, in due fazioni: la maggioranza (bol'sinstvo) e la minoranza
(men'sinstvo), da cui bolscevichi e menscevichi, membri della maggioranza e
membri della minoranza.
Menscevichi.
Questo partito comprende tutte le
sfumature dei socialisti che credevano che la società dovesse progredire per
naturale evoluzione verso il socialismo. Passati per la scuola del marxismo
avevano imparato certi metodi e abitudini che gli permettevano di orientarsi
abbastanza bene nella situazione politica. Ma siccome partivano dal pregiudizio
che nello sviluppo della Russia fosse necessaria una tappa borghese usavano
queste capacità per falsare il senso della lotta di classe e per assicurare in
ogni modo la supremazia della borghesia liberale. Per questo loro ruolo persero
molto presto l'influenza tra le masse.
Bolscevichi.
Poi denominatisi Partito
comunista, per sottolineare la loro netta separazione dalla tradizione del
socialismo "moderato" o "parlamentare", che dominava i
menscevichi e i così detti socialisti "maggioritari" in tutti i
paesi. Questo partito esprimeva le aspirazioni soprattutto degli operai delle
fabbriche, ma anche di una larga parte dei contadini poveri.
Partito socialista rivoluzionario.
Chiamati esse-erre, dalle iniziali
del loro nome. In origine, partito rivoluzionario dei contadini, partito delle
organizzazioni di lotta, i terroristi. Dopo la rivoluzione di marzo entrarono a
farne parte molti che non erano mai stati socialisti. Kerensky, che sotto lo
zarismo apparteneva ai Populisti socialisti o trudovichi (Gruppo del lavoro)
passò a questo partito nelle prime settimane della rivoluzione; dopo molti
generali e ufficiali lo seguirono. I vecchi socialisti rivoluzionari li
chiamavano "la generazione di marzo", ciò quei membri del partito che
avevano aspettato che la rivoluzione abbattesse lo zarismo per scoprire lo spirito
rivoluzionario. A quel tempo il partito sosteneva l'abolizione della proprietà
privata, ma soltanto della terra, ed era favorevole a indennizzare in qualche
modo i proprietari. Il crescere dei sentimenti rivoluzionari dei contadini
indusse alla fine gli esse-erre ad abbandonare la clausola del
"compenso" e quando nell'autunno 1917 il ministro dell'interno
Avksentiev - un SR - cominciò ad arrestare i comitati dei contadini, composti
sempre da socialisti rivoluzionari; gli intellettuali più giovani e audaci
ruppero col partito principale e formarono un nuovo partito: il Partito
socialista rivoluzionario di sinistra.
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Lenin e le Tesi di aprile
"(...) Un’ora dopo Lenin era
costretto a ripetere il suo discorso a una riunione generale di bolscevichi e
di menscevichi fissata in precedenza e la sua allocuzione sembrò alla maggior
parte degli ascoltatori come una via di mezzo tra lo scherzo e il delirio. I
più indulgenti alzavano le spalle. Quest’uomo, evidentemente, veniva dalla luna:
dopo un’assenza di dieci anni, appena discesi i gradini dei marciapiedi della
stazione di Finlandia, eccolo predicare la presa del potere da parte del
proletariato.
(…) Eppure, con tutta l’audacia
della sua intuizione rivoluzionaria, con tutta la sua inflessibile decisione a
rompere anche con vecchi compagni di idee e di lotta, se si dimostrassero
incapaci di reggere al passo della rivoluzione, il discorso di Lenin,
equilibrato in tutte le sue parti, è imbevuto di un profondo realismo e di un
infallibile senso delle masse. Ma appunto per questo doveva sembrare fantastico
ai democratici che scivolavano alla superficie delle cose.
I bolscevichi sono una piccola
minoranza nei soviet e Lenin medita la presa del potere. Non è spirito
avventuristico? Non lo è affatto, se si considera il modo in cui Lenin poneva
la questione. Neppure per un istante chiude gli occhi sull’esistenza di una
"onesta" inclinazione di larghe masse alla difesa nazionale. Senza
lasciarsi assorbire da queste masse, non si prepara nemmeno ad agire dietro le
loro spalle. " Non siamo ciarlatani — replica alle future obiezioni e alle
future accuse — dobbiamo basarci solo sulla coscienza delle masse. Anche se
dobbiamo restare in minoranza, va bene! Vale la pena di rinunciare per un certo
tempo a una posizione di direzione, non bisogna aver paura di restare in
minoranza". Non aver paura di restare in minoranza, anche solo, come
Liebknecht, contro centodieci! Questo è il motivo conduttore del discorso.
"Il vero governo è il Soviet
dei deputati operai... Al Soviet il nostro partito è in minoranza (...). Niente
da fare! Non ci resta che spiegare con pazienza, con perseveranza,
sistematicamente, l’aberrazione della loro tattica.
Sinché siamo in minoranza,
svolgiamo un lavoro di critica per liberare le masse dall’impostura. Non
vogliamo che le masse ci credano sulla parola. Non siamo ciarlatani. Vogliamo
che le masse si rendano conto dei loro errori sulla base dell’esperienza. Non
aver paura di restare in minoranza! Non per sempre, ma temporaneamente. L’ora
del bolscevismo verrà. "La nostra linea si dimostrerà giusta (...). Tutti
gli oppressi verranno a noi perché la guerra li spingerà verso di noi. Per loro
non vi è altra via d’uscita ".
(…) Le tesi di aprile di Lenin non
solo provocarono l’indignazione stupita dei nemici e degli avversari, ma
respinsero anche un certo numero di vecchi bolscevichi nel campo del
menscevismo oppure nel gruppo intermedio che stava attorno al giornale di
Gorky. Questa evasione non ebbe una seria portata politica. Infinitamente più
grave l’impressione provocata dall’atteggiamento di Lenin su tutto lo strato
dirigente del partito. " Nei primi giorni dopo il suo arrivo — scrive
Sukhanov — non c’è il minimo dubbio che si trovava completamente isolato da
tutti i suoi compagni di partito più coscienti ".
(…) Ma analoghe testimonianze
provengono anche dalle file bolsceviche.
(…) La più importante è la
testimonianza della Pravda. L’8 aprile, quattro giorni dopo la pubblicazione
delle tesi, mentre già c’era stato il tempo sufficiente per certe spiegazioni e
per una certa comprensione, la redazione della Pravda scriveva: "Per
quanto riguarda lo schema generale del compagno Lenin, ci sembra inaccettabile
nella misura in cui presenta come portata a termine la rivoluzione democratico-borghese
e mira a una immediata trasformazione di questa rivoluzione in rivoluzione
socialista".
L’organo centrale del partito
manifestava così, apertamente, dinanzi alla classe operaia e dinanzi ai suoi
nemici, il proprio disaccordo con il leader del partito unanimemente
riconosciuto, sulla questione cruciale della rivoluzione cui i quadri
bolscevichi si erano preparati per lunghi anni. Questa divergenza basta a dare
un’idea della profondità della crisi del partito nell’aprile, crisi determinata
dal contrasto tra due linee inconciliabili. Se questa crisi non fosse stata
superata, la rivoluzione non avrebbe potuto fare un passo avanti."
in Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco
Edizioni, pagg. 223-227
Se vuoi saperne di più:
"I dieci giorni che
sconvolsero il mondo" di John Reed, 1918
"Stato e rivoluzione" di
Lenin, 1917
"La rivoluzione proletaria e
il rinnegato Kautsky" di Lenin, 1918
"Storia della rivoluzione
russa" di Lev Trotskij, 1932
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