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Né con Veltroni, né con Berlusconi Stampa E-mail
Scritto da La redazione   

Per una sinistra di opposizione!


Il 13-14 aprile voteremo e chiederemo di votare per le liste della Sinistra arcobaleno. Lo faremo senza esitazioni, perché basta osservare il Partito democratico e il Pdl in questo scorcio di campagna elettorale per capire che semplicemente non esiste altra scelta.

Questo non significa che dimentichiamo la sconfitta disastrosa subìta dal nostro partito, Rifondazione comunista, e dalla sinistra tutta in questi due anni. Non vogliamo dimenticare il disastro compiuto lungo i 20 mesi di vita del governo, né possiamo rimuovere le enormi responsabilità di un gruppo dirigente che sulla base di premesse irrealistiche (condizionare l’Unione, compiere la “grande riforma della società italiana”, l’“Italia che cambia davvero”…) ha condotto Rifondazione nel pantano.

Non accettiamo quindi certi appelli un po’ troppo “pelosi” a mettere da parte le differenze, a rimandare i bilanci e le discussioni a dopo il voto. Lo ha chiesto il segretario del Prc Giordano in apertura di campagna elettorale: per quanto ci riguarda la risposta è negativa. Sosterremo il partito e la lista nelle elezioni, ma nessuno ci chieda di andare a chiedere nuovi assegni in bianco a un elettorato e a una base di partito che per due anni è stata completamente ignorata, marginalizzata, mortificata e ridotta al silenzio.

La sinistra è uscita malconcia dall’esperienza di governo. Ora si tratta di lavorare per avviare il lavoro di ricostruzione di una sinistra che possa avere credibilità, autorevolezza e soprattutto capacità di organizzazione del conflitto.


Il programma di Confindustria


Che di conflitto ci sarà gran bisogno nei prossimi anni è facile capirlo. Che sia Berlusconi a vincere le elezioni, che sia Veltroni o che ci sia un pareggio conta poco: il programma del prossimo governo è già scritto, a prescindere da chi dovrà metterlo in pratica.

La situazione economica internazionale va rapidamente peggiorando; la crisi americana potrebbe aprire una lunga fase di stagnazione dei consumi e degli investimenti negli Usa e gli effetti non mancheranno di farsi sentire anche in Italia, dove la ripresa economica è stata più breve e più debole che nella maggior parte dei paesi europei.

Montezemolo ha già dettato il suo “decalogo” per il futuro governo. Ecco alcuni dei punti salienti richiesti da Confindustria: privatizzazione del patrimonio immobiliare degli enti locali, liberalizzazioni e privatizzazioni a livello nazionale e locale; “decisivi, drastici, impopolari tagli strutturali alla spesa pubblica” per arrivare entro al 2010 al pareggio del bilancio. Naturalmente in questi tagli “impopolari” non sono comprese le aziende, che invece rivendicano la riduzione dell’Ires, l’abolizione delle addizionali regionali Irap, altri 5 punti di cuneo fiscale, una riduzione delle aliquote fiscali, la detassazione degli straordinari e dei premi di risultato, crediti d’imposta per le imprese che investono in ricerca e al sud, ulteriore frantumazione concorrenziale del sistema scolastico universitario… Non manca naturalmente la tradizionale colata di cemento: Torino Lione, Corridoio 5, Pedemontana, ecc. si affiancano alla richiesta di ritorno al nucleare, dei rigassificatori, ecc.

Che governi Berlusconi o che governi Veltroni, non si discosteranno più di tanto da questo programma. Né le cose cambieranno, sotto un nuovo governo, per quanto riguarda la politica estera. Non solo non si ritirano le missioni militari, ma si aprono nuovi fronti di conflitto, primo fra tutti quello del Kosovo, dove il governo Prodi riconoscendo l’indipendenza del Kosovo prosegue la stessa politica che nove anni fa portò un altro governo di centrosinistra, quello di D’Alema, a partecipare alla criminale guerra contro la Jugoslavia.

Sul fronte dei diritti democratici non solo non si vede alcun miglioramento, ma anzi si fa sempre più pesante il clima repressivo nei confronti degli immigrati, delle donne, degli omosessuali.


Il progetto di Veltroni


Potremmo continuare a lungo, ma crediamo non serva: l’insostenibilità della situazione economica di milioni di famiglie, la sensazione generale di degrado sociale, sono realtà che tocchiamo tutti con mano ogni giorno.

Di cosa sia capace Berlusconi lo sappiamo bene, i cinque anni del suo governo hanno titoli che si chiamano Legge 30, Legge Bossi-Fini, Legge Moratti… Ma oggi l’avversario si presenta anche – e per certi versi soprattutto – con il volto di Walter Veltroni.

Il progetto del leader democratico è trasparente: vincere le elezioni nel campo del centrosinistra che fu; fare il vuoto alla sua sinistra, espellere o ridurre ai minimi termini la sinistra sul piano elettorale, blindare, grazie alla legge elettorale e soprattutto alla collaborazione degli apparati sindacali, ogni pericolo di conflitto sociale; estirpare fino alla radice ogni prospettiva di reale cambiamento sociale. Nel magico mondo di Veltroni chiunque abbia una protesta o una rivendicazione deve essere posto di fronte all’alternativa tra essere relegato alla più completa impotenza oppure mendicare qualche briciola alla mensa del Partito democratico.

Chi dice che Veltroni ha un approccio “ecumenico” che cerca di rappresentare tutto e tutti, dice una sciocchezza colossale.

Veltroni rappresenta in modo coerente e fino in fondo gli interessi padronali, i cosiddetti poteri forti, le banche, la rendita, la grande industria. Che poi prenda un ambientalista come patacca per coprire la sua politica fatta di grandi opere, inceneritori e rigassificatori, o che prenda un operaio della Thyssen per fare da contrappeso agli industriali (e che industriali!) che ha messo in lista, è cosa che può incantare solo gli ingenui.


I “volti nuovi” del Pd


La giovane ricercatrice, la precaria, l’ambientalista… dietro queste figurine da famiglia felice del Mulino Bianco ci sono i veri carri armati della politica padronale.

Matteo Colaninno rappresenta degnamente la condizione giovanile del nostro paese, essendo stato presidente dei Giovani industriali. Il papà si comprò la Telecom a credito (che poi rivendette con lauto margine a Tronchetti, patteggiando fra l’altro una mega sanzione col fisco) grazie ai buoni uffici di Massimo D’Alema; il figlio si è per ora accontentato del posto da parlamentare offerto da Veltroni.

Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, è un padrone di pasta un po’ diversa; da sempre rappresentante dell’ala più oltranzista degli industriali metalmeccanici, lo si ricorda fra l’altro per le sue prese di posizione in materia di flessibilità e salario. La sua candidatura, che se Veltroni vincesse potrebbe preludere ad un incarico ministeriale, rappresenta un incursione del Pd in quella borghesia del Nordest che in questi anni ha rappresentato una delle roccheforti del potere berlusconiano e leghista.

Sotto il governo Berlusconi ci furono otto scioperi generali e un conflitto di due anni per la difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, compresa la famosa manifestazione milionaria a Roma organizzata dalla Cgil il 23 marzo 2002. Dopo di allora, anche i più ottusi fra i padroni avevano capito che era meglio abbandonare il terreno, optando per una strategia di aggiramento culminata con l’approvazione della Legge 30.

Ci voleva proprio Veltroni per riaprire il capitolo articolo 18 attraverso la candidatura di Pietro Ichino, che per il fatto che 36 anni fa è stato un funzionario della Fiom viene ancora considerato come uomo di sinistra; è noto che Ichino ha solo due pensieri in testa: si addormenta pensando a come abolire l’articolo 18, e si risveglia pensando a come licenziare il maggior numero possibile di dipendenti pubblici. L’uomo giusto nel partito giusto.

In un mondo pieno di pericoli è necessario uno sguardo competente sulle vicende internazionali. Ecco allora la candidatura del generale Del Vecchio, ex comandante di una brigata multinazionale della Nato in Kosovo e successivamente della missione Isaf in Afghanistan. Con la candidatura di Achille Serra, al generale si aggiunge il poliziotto. Le liste si completeranno poi con figure come Veronesi, paladino della sanità privata, con i radicali (che ci entrano non certo per cacciare la Binetti, ma per sostenere le loro classiche posizioni liberiste), ecc.

Con queste candidature, che parlano più di un programma di mille pagine, con i fatti già prodotti dal Partito democratico in questi pochi mesi, c’è qualcuno che può prendere sul serio le affermazioni di Giordano e Bertinotti, quando spiegano che un buon risultato dell’Arcobaleno servirebbe a “spostare a sinistra” l’asse del Pd? Non dovrebbe essere chiaro anche a un cieco che il Pd è un partito  completamente fuso con gli interessi prevalenti dei padroni di questo paese (e non solo)?


Rompere con il Pd, per una sinistra di opposizione!


Di fronte a questa offensiva, la sinistra balbetta. È inutile nasconderselo: la risposta è molto lontana da quella che sarebbe necessaria, e non per caso.

Manca innanzitutto un serio bilancio dell’esperienza del governo dell’Unione. Un bel pezzo dell’Arcobaleno, ivi incluso un settore del Prc, rimane ancorato alla prospettiva di un’alleanza di governo col Pd, oggi impossibile, ma da riproporsi in futuro e da mantenere quale stella polare.

Sotto questo aspetto gioca un ruolo decisivo il partito di Mussi, Sinistra democratica. La vicenda di Sd ha aspetti comici. Questa forza, nata fra le speranze di tanti militanti di sinistra che non intendevano rassegnarsi a entrare nel Pd, ha avuto nel suo breve anno di vita la rara capacità di sbagliare quasi tutto.

Hanno comincato rifiutandosi di scendere in piazza contro Bush il 9 giugno, ritenendo che persino l’innocuo (e fallimentare) concerto organizzato dalla maggioranza del Prc fosse cosa troppo radicale per aderirvi. Hanno sostenuto il protocollo sul welfare del 23 luglio, schierandosi con la burocrazia sindacale. Hanno rifiutato di aderire alla manifestazione del 20 ottobre. Quando si è aperta la crisi e ci si è avviati alle elezioni si sono precipitati da “Walter” supplicandolo in ginocchio di accettare una nuova alleanza di centrosinistra “per non consegnare il paese a Berlusconi”.

Come conseguenza di questo opportunismo viscerale, Sinistra democratica ha perso pezzi fin dal giorno successivo alla sua nascita. Il primo ad andarsene è stato Angius, entrato nei socialisti; la pattuglia di alti papaveri della Cgil capitanata da Nerozzi dopo una polemica di alcuni mesi è tornata rapidamente all’ovile e lo stesso Nerozzi sarà candidato del Pd; se ne sono poi andate figure note come Olga D’Antona, e ultimo (per ora…) il direttore della rivista Aprile, Famiano Crucianelli (che in un tempo molto, molto lontano fu un dirigente di Rifondazione, dalla quale uscì nel 1995 per sostenere il governo Dini). Sembra veramente la canzone dei quattro amici al bar…

È in nome dell’alleanza con questa forza che la maggioranza del Prc ha deciso di sostenere la lista unica dell’Arcobaleno, nella quale ovviamente la presenza di candidati di Sd sarà inversamente proporzionale alla loro insignificanza nel conflitto di classe.

Proprio per questo riteniamo che sia nostro compito in questa campagna elettorale sollevare apertamente questo problema, che non è un problema di candidati, liste o simboli, ma è innanzitutto un problema politico che segnerà i prossimi anni.

Che valutazione deve dare la sinistra rispetto all’esperienza del governo Prodi? La sinistra deve puntare a ricostruire l’alleanza col Pd e un “nuovo centrosinistra” o deve viceversa costruire un’alternativa di fondo a Veltroni? Qual è la nostra posizione rispetto alla concertazione: aderiamo alla visione di Mussi e compagnia, o siamo per riaprire una nuova stagione di lotte di classe anche in contrasto frontale con i vertici di Cgil, Cisl e Uil?

Dalla risposta a queste domande dipende il futuro della sinistra e la sua capacità di giocare un ruolo indipendente nelle lotte future.


Un programma per lottare


La linea divisoria che attraversa la sinistra si riflette pesantemente sui programmi e sulle rivendicazioni che si avanzano. I vertici dell’Arcobaleno sono tutt’ora completamente immersi nella logica di governo, quella del famigerato Programma dell’Unione, secondo la quale ogni rivendicazione doveva adattarsi alle compatibibilità economiche delle imprese e alle compatibilità politiche dell’alleanza.

Alcuni esempi. 1) Questione salariale. Posizione del Pd: i salari devono dipendere da un aumento della produzione e della produttività. Posizione dell’Arcobaleno: i salari devono essere tutelati attraverso operazioni fiscali (sgravi sugli aumenti contrattuali), bonus o esenzioni sulle tariffe dei servizi pubblici (ticket, trasporti, ecc.). La nostra posizione: i salari li pagano le imprese, se i salari stanno andando a picco mentre i profitti sono alle stelle, l’unica risposta seria è lottare per consistenti aumenti salariali nei contratti nazionali (da 200 euro in su) su basi egualitarie, e per un meccanismo di recupero automatico dell’inflazione (nuova scala mobile).

2) Precarietà. Posizione del Pd: accettazione della precarietà con qualche ammortizzatore sociale (la cosiddetta flexicurity). Posizione dell’Arcobaleno: regolamentare la precarietà ponendo dei limiti temporali, come ad esempio i 36 mesi più proroga concordata contenuti nel pacchetto sul welfare. La nostra posizione: accettare i 36 mesi con proroga significa già in partenza dire che una percentuale significativa della forza lavoro sarà precaria. Inoltre una parte maggioritaria dei precari non è quella che passa anni e anni di precariato nella stessa azienda, ma è costituita da lavoratori che migrano da un contratto precario all’altro; se si aggiungono tutte le scappatoie che le leggi oggi consentono, dalle esternalizzazioni alle cessioni di ramo d’azienda, è chiaro che questa posizione condanna al precariato milioni di lavoratori. L’unica alternativa è lottare per l’estensione dei diritti, per l’abolizione delle leggi precarizzanti (Legge 30 e Pacchetto Treu), per la stabilizzazione di tutti i precari e per il rilancio di un collocamento pubblico.

Questi due esempi si potrebbero replicare a piacere su tutti i punti decisivi, dalle privatizzazioni all’immigrazione, ai diritti delle donne, alla scuola pubblica… In tutti i casi la linea divisoria è sempre la stessa: è quella che divide una sinistra schiava delle compatibilità e succube del Partito democratico, e una sinistra che intende collocarsi con decisione all’opposizione tanto del Pd come del Pdl, che intende elaborare un programma non per dialogare con Veltroni ma per dialogare con i lavoratori e con tutti gli sfruttati; un programma non per coalizioni di governo, ma per organizzare una seria lotta, oggi di resistenza, domani offensiva, contro il blocco padronale “bicefalo” che oggi tenta di schiacciarci.

Nello scontro che oggi divide la Sinistra Arcobaleno noi vogliamo schierarci apertamente per questa seconda linea. Proprio per questo non ci sfiora la tentazione astensionista né quella dei micro-partiti. Oggi che la linea governista ha dimostrato di essere fallimentare e che chi l’ha sostenuta è in forte crisi, è il momento non di ritirarsi in un angolo o di coltivare orticelli, ma di gettare tutte le forze nel conflitto; la nostra lotta per una sinistra di lotta e di opposizione non ha nulla da guadagnare da un cattivo risultato dell’Arcobaleno nelle elezioni.

Ci sono migliaia di lavoratori e di giovani che di fronte al bipartitismo Veltroni-Berlusconi si domandano “Chi mi rappresenta?” “Che significato ha questa sinistra? Ha senso scegliere la sinistra anziché il Pd o l’astensione?” A tutti loro diciamo: nessuno vi rappresenterà se non prendete voi stessi in mano le sorti di questo dibattito. La sinistra italiana è al bivio: non state a guardare che strada prenderà, buttate giù porte e finestre e fate irrompere le vostre esigenze e le vostre necessità.


10 marzo 2008
 
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