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Modello contrattuale, di male in peggio! Stampa E-mail
Scritto da Mario Iavazzi   
marted́ 11 marzo 2008

Gli ultimi 15 anni, per i lavoratori, sono stati di lacrime e sangue. Secondo un campione di Mediobanca, infatti, (mille imprese con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il 2006 i salari sono aumentati in media dello 0,4% annuo, i profitti dell’8,1%: oltre venti volte di più.



Nel periodo 1993-2006 su 16,7 punti percentuali di crescita di produttività realizzati in Italia, in termini reali, al lavoro ne sono andati solo 2,2, vale a dire il 13%, mentre alle imprese 14,5, pari al 87%.

Anni contraddistinti da un aumento esponenziale della precarietà e dei ritmi di lavoro, sia in termini di carichi sia di ore di lavoro.

Di recente è stata siglata dai tre segretari delle confederazioni sindacali una bozza di riforma della struttura della contrattazione. Una bozza che ha la pretesa di peggiorare persino lo scellerato patto firmato nel ’93.


Un peggioramento da tutti i punti di vista


La bozza si profila come un attacco al contratto nazionale di lavoro sotto diversi aspetti. Innanzitutto si afferma che andrebbe favorita la riunificazione dei più di 400 contratti nazionali esistenti. Al di là dell’apparente razionalità della proposta, va ricordato che i precedenti non sono favorevoli e quei contratti che sono stati riunificati hanno livellato al ribasso salari e diritti.

Si passa dal concetto di “inflazione programmata” degli accordi del ’93 a quello di “inflazione realisticamente prevedibile”. Un bel giro di parole per dire la stessa cosa! Tra l’altro proprio in questi giorni l’Istat ha fornito un dato dell’inflazione formulato sulla base di un paniere alternativo basato sui prodotti di largo consumo. L’inflazione sarebbe del 4,8% a differenza del 2,9% che è il dato ufficiale. E probabilmente siamo ancora lontani dalla realtà.

La bozza prevede il superamento del biennio economico e l’unificazione della vigenza contrattuale su base triennale. Del resto già diversi contratti nazionali firmati di recente, dal pubblico impiego ai metalmeccanici, avevano messo in discussione il biennio. In pratica pensano di aumentare i salari da fame lasciando scadere i contratti non dopo due, ma dopo tre anni!

Meno contratto nazionale e più contratti di secondo livello: regionale, provinciale, aziendale, di settore, di filiera, di comparto, di distretto, di sito e chi più ne ha più ne metta. Il documento afferma che “la contrattazione di secondo livello sarà incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività, efficacia, efficienza.”. Nei fatti si ripristinano le vecchie gabbie salariali unite a un aziendalismo che ricorda la Cisl degli anni ‘50.

Si dice anche che va rafforzata la competenza della contrattazione di secondo livello sui temi dell’organizzazione del lavoro, l’orario, la flessibilità, la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

In pratica un lavoratore, se passa questa proposta, potrà avere un salario e dei diritti diversi a seconda del contratto di secondo livello che le parti sociali firmeranno per lui. Un modo originale per contrapporsi ai meccanismi di frammentazione che sono andati avanti in questi anni! Peccato che, aldilà delle intenzioni, oggi solo una ridotta parte di lavoratori sia coperta dal secondo livello di contrattazione.

Questo documento, inoltre, smentisce tutte le lacrime piante dopo i tragici fatti alla Thyssen, legando una volta di più i salari alla produttività. Da un lato si afferma che la sicurezza sul lavoro è una priorità e dall’altro si spinge i lavoratori a ritmi di lavoro sempre più pressanti; flessibilità (precarietà), turni e ore di straordinario, per aumentare la produzione.

Sugli appalti e le cessioni di ramo d’azienda si sostiene che va rafforzata la normativa senza dire in quale direzione. In un contesto in cui le esternalizzazioni e le delocalizzazioni sono all’ordine del giorno grazie all’attuale normativa c’è da restare interdetti.

Non una parola, in questa bozza, sul tema della democrazia sindacale, né per mettere in discussione il sistema delle Rsu che garantisce ai sindacati confederali il 33 per cento a prescindere dalla effettiva rappresentanza né, tantomeno, per imporre per legge il referendum tra i lavoratori per stabilire un mandato vero per la firma di un contratto.


La “cislizzazione” della Cgil


Questa bozza di riforma contrattuale è una vera e propria vittoria delle concezioni della Cisl. Già in occasione del Protocollo sul Welfare dello scorso anno si era vista la completa subordinazione della Cgil.

Il contratto nazionale va potenziato, i salari vanno aumentati molto al di sopra dell’inflazione e vanno slegati dalla produttività. Solo un meccanismo automatico di rivalutazione come la scala mobile può adeguare effettivamente i salari all’aumento smisurato del costo della vita. I contratti nazionali devo andare ben oltre questo scopo, a partire da un salario minimo intercategoriale di mille euro che deve diventare la soglia minima di retribuzione per qualsiasi rapporto di lavoro.

Per conto nostro faremo di tutto per spiegare ai lavoratori il nuovo duro attacco che si sta preparando e contro cui bisogna organizzarsi e reagire.

 
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