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Gaza, martirio senza fine Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   
martedì 11 marzo 2008

La tragedia del popolo palestinese sembra non avere fine. In questi ultimi giorni l’esercito israeliano ha lanciato una massiccia offensiva nei confronti della popolazione di Gaza. È stato l’attacco più pesante da quando Israele si ritirò ufficialmente dalla zona nell’agosto 2005, lasciandone il controllo all’Autorità nazionale palestinese (Anp). Si calcola che in cinque giorni di attacchi di Israele, via terra e via aria, abbia fatto oltre cento morti, danneggiando gravemente anche l’ufficio del primo ministro di Hamas, Haniyeh.

Olmert, il premier israeliano ha spiegato che “Israele esercita il suo diritto all’autodifesa”, il governo Usa ne appoggia l’operato  e i governi dell’Ue lasciano fare. Nient’altro che ipocrisia sono le dichiarazioni di D’Alema, quando chiede ad ambedue le parti di cessare le ostilità, come se ci ritrovassimo in uno scontro tra pari. La sproporzione tra le perdite palestinesi e quelle israeliane, infatti,  non potrebbe essere più grande. Di fronte al massacro compiuto nelle città palestinesi, due soldati israeliani sono stati uccisi e i razzi Kassam, lanciati dai militanti di Hamas sulle città di Ashqelon e Sderot hanno fatto solo alcuni feriti.


Il fallimento di Annapolis


Il governo israeliano sembra deciso ad usare tutti i mezzi a propria disposizione per strangolare sia a livello militare che a livello economico il governo di Hamas, che dal giugno scorso ha preso possesso della Striscia di Gaza. Mesi di embargo hanno lasciato il milione e mezzo di palestinesi che vivono in quei territori senza medicinali, cibo, benzina, elettricità e perfino senza acqua potabile, una catastrofe sociale solo parzialmente lenita dall’apertura dei confini con l’Egitto alla fine di gennaio per alcuni giorni. Un grande carcere circondato da migliaia di soldati israeliani, uno dei più grandi crimini nei confronti del genere umano in atto attualmente.

Credendo forse di dar prova di grande coraggio, il Presidente dell’Anp Abu Mazen ha deciso di sospendere i colloqui di pace avviati nel novembre scorso ad Annapolis, negli Usa, sotto il patrocinio di George Bush. I vertici israeliani hanno ignorato questa decisione delle autorità palestinesi spiegando che le operazioni militari “non si fermeranno certo per questo”.

Ancora una volta osserviamo nei fatti il fallimento delle conferenze di pace sponsorizzate dall’imperialismo, da noi previsto già alcuni mesi fa (vedi FalceMartello no. 206).  Da quando si è tenuta la conferenza di Annapolis le forze armate israeliane hanno ucciso circa 300 palestinesi, di cui almeno il 30% erano civili. La pace che vuole la classe dominante israeliana è solo quella che contempla la più totale sottomissione da parte dei palestinesi. Il governo Bush è disposto ad accettare ogni crimine perpetrato da Tel Aviv, essendo quest’ultimo il principale alleato dell’imperialismo americano nell’area.

L’escalation militare israeliana si spiega da una parte con la necessità di recuperare qualche briciolo di popolarità tra le masse israeliane da parte del governo Olmert, travolto dagli scandali e dalla sconfitta nella guerra contro il Libano di due anni fa. Questa volta tuttavia la chiamata alle armi non sembra convincere la popolazione israeliana, visto che secondo gli ultimi sondaggi, il 64 per cento vuole arrivare a una tregua con Hamas.

D’altra parte l’offensiva nei confronti di Gaza va inserita nel contesto più generale delle pressioni crescenti sull’Iran da parte di Washington. Per il momento Bush non può procedere ad un attacco militare diretto contro Teheran, ed allora prende di mira i movimenti appoggiati dall’Iran, come Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. Proprio in questi giorni gli Usa hanno deciso di posizionare diverse navi da guerra di fronte alle coste del Libano, tra cui il cacciatorpediniere Uss Cole per “rafforzare la stabilità del paese” che da tre mesi è senza presidente. La mossa in realtà è rivolta chiaramente contro Hezbollah e la Siria. La situazione a Beirut non è per nulla stabilizzata e da mesi si rincorrono le voci di un possibile nuovo attacco da parte di Israele.

Gli Stati Uniti dichiarano con l’invio della propria flotta che stavolta non staranno a guardare. La forza multinazionale inviata dall’Onu, in cui l’Italia gioca un ruolo di primissimo piano, assiste impotente, perché succube ai voleri dell’imperialismo Usa, a questa nuova radicalizzazione dello scontro.

La tragedia del popolo palestinese rappresenta anche una condanna della condotta dei vertici dell’Olp, che ora sono a capo dell’Anp. Le cifre economiche sono chiare: negli ultimi cinque anni il Prodotto interno lordo procapite è sceso del 23%. Il 30% della popolazione palestinese vive sotto i livelli di povertà e tale cifra sale all’87% a Gaza. La borghesia palestinese è stata incapace in questi anni di sviluppare i territori da essa amministrati, svendendo le pur limitate risorse industriali e naturali e raggiungendo clamorosi livelli di corruzione. La tattica del divide et impera promossa dalla borghesia israeliana è stata facilitata dai vertici di Hamas ed Al Fatah, resisi protagonisti di una guerra civile che ha portato alla separazione di fatto tra Cisgiordania e Gaza.

Il movimento di massa che aveva caratterizzato gli anni ottanta e novanta è stato così soffocato nello scontro armato tra gli apparati militari dei due schieramenti.


Il ruolo di Hamas


Hamas è un movimento islamico totalmente reazionario che è riuscito ad ottenere una grande popolarità a Gaza proprio a causa del fallimento della politica dell’Anp. Salito al potere Hamas ha amministrato la striscia di Gaza seguendo la logica del “buon governo” dello status quo esistente nei territori occupati, seguendo cioè i consigli di Arabia saudita ed Iran, grandi finanziatori del movimento islamico. Individua la distruzione dello Stato d’Israele come la soluzione ai problemi delle masse palestinesi, senza mettere affatto in discussione il sistema economico capitalista che è la vera causa dell’oppressione delle masse arabe. Le esecuzioni sommarie, l’arresto e la tortura degli oppositori sono all’ordine del giorno, facendo propria una pratica usata anche da Al Fatah in Cisgiordania.

I razzi lanciati contro le città israeliane o il sequestro di soldati di Tel Aviv, non hanno fatto avanzare di un millimetro la causa palestinese, anzi. Non ci sono mai stati così tanti palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane come oggi: senza che si levi alcuna protesta della comunità internazionale, un terzo dei deputati e dei ministri dell’Anp sono detenuti. La tattica degli attentati e del lancio dei missili erige un muro invalicabile tra le ragioni dei palestinesi e le masse israeliane: non dimentichiamo che i razzi lanciati da Hamas hanno come obiettivo quartieri popolari abitati da lavoratori e dalle loro famiglie.

L’obiettivo di uno Stato per la nazione palestinese forse non è mai stato così lontano dal 1948 e su questo un ruolo fondamentale lo hanno giocato i governi delle altre nazioni arabe, che anche oggi non alzano un dito contro l’embargo di Gaza. Le borghesie arabe sono molto più terrorizzate dalle conseguenze sulle masse dei propri paesi che avrebbe una Palestina libera piuttosto che dalla fame e dalla miseria sofferte dai bambini di Gaza o Ramallah.

Il sentimento dominante che oggi prevale fra le masse palestinesi  è il disprezzo verso i governi del Cairo, di Damasco o di Amman e il disgusto per la guerra fratricida scatenata dalle leadership di Hamas e Fatah.

La Palestina potrà essere libera solo attraverso la lotta di massa. Oggi una mobilitazione della classe lavoratrice sembra molto lontana, ma bisogna ricordarsi che, in sessant’anni di storia, è stato solamente grazie al meraviglioso movimento dell’Intifada del 1987-88 che lo Stato d’Israele è entrato in crisi ed ha fatto qualche concessione ai palestinesi.

Oggi con la crisi economica che colpisce duramente Israele, abbiamo assistito a scioperi importanti da parte dei lavoratori israeliani contro il proprio governo. Il progetto sionista è in crisi come mai dalla sua nascita, oltre cento anni fa. Solo partendo da un programma rivoluzionario e dai comuni interessi di classe delle masse oppresse arabe ed israeliane contro le rispettive classi dominanti si può prospettare una reale liberazione della Palestina, all’interno di una federazione socialista con Israele e il resto dei popoli del Medio oriente.

 
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