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L’anno scorso il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato una legge che impone di dare sepoltura ai feti e che prevede, qualora i genitori non intendano provvedere, che sia l’ospedale stesso a farlo.
Dare la sepoltura ai feti significa sostanzialmente attribuire un riconoscimento giuridico all’embrione, cioè conferirgli lo status di “essere umano”. In questo modo, oltre a colpevolizzare la donna e a rendere ancor più drammatica e dolorosa la scelta dell’interruzione di gravidanza, si cerca di equiparare i diritti del feto a quelli della donna, come se fossero diritti paritari e contrapposti tra loro. In realtà l’embrione non può essere considerato un “corpo” a sé stante: il suo sviluppo è necessariamente legato alla cura, all’accettazione e al desiderio della madre che lo porta in grembo e non ci può essere tutela dell’uno contro la volontà dell’altra!
Recentemente poi la giunta Formigoni ha varato le linee guida della Legge 194, fissando il limite di tempo entro cui si può ricorrere all’aborto terapeutico a 22 settimane e 3 giorni. Ricordiamo che l’aborto terapeutico è quello a cui una donna può ricorrere se la prosecuzione della gravidanza mette in serio pericolo la sua vita o, in caso di patologie, la sua salute psico-fisica: ancora una volta si antepone la vita di un essere la cui “umanità” è tutta da appurare a quella della madre. Vale la pena notare inoltre che, stando ai dati nazionali, le interruzioni di gravidanza entro i primi 90 giorni sono il 97,3% del totale, quelle praticate tra la 13esima e la 20esima settimana sono il 2%, mentre quelle che avvengono dopo la 21esima settimana sono solo lo 0,7% del totale. È chiaro che il provvedimento della Regione non mira ad arginare un reale problema sociale ma vuole solo essere un simbolo ideologico e un atto preparatorio ad ulteriori attacchi al diritto all’aborto.
Oggi, in Lombardia, stando alle parole dell’assessore alla Famiglia e alla Solidarietà Sociale Gian Carlo Abelli, i consultori pubblici sarebbero in tutto 225. Peccato che non sia dello stesso avviso il database della Regione Lombardia, aggiornato al 31 gennaio, secondo il quale ne esistono solo 150. Anche prendendo il numero massimo dichiarato dall’assessore (284 consultori, di cui 225 pubblici e 59 privati) ci sarebbe una struttura ogni 33.610 abitanti e saremmo ben lontani dalla cifra stabilita dalla legge 34/96, che ne prevede una ogni 20.000 abitanti. Già togliendo i consultori privati, molti dei quali sono di ispirazione cattolica e dunque contrari all’aborto, il numero degli abitanti per struttura sale a 42.424, più del doppio di quello previsto. Se poi teniamo fede ai dati della Regione, arriviamo alla drammatica cifra di 63.636 abitanti per consultorio.
Anche rispetto alla presenza di medici obiettori, i dati che riguardano gli ospedali della nostra regione sono preoccupanti: in Lombardia i ginecologi disposti a praticare l’interruzione volontaria di gravidanza sono, secondo dati recentemente pubblicati sul Corriere, il 31%: oltre due ginecologi su tre sono obiettori di coscienza. Ci sono casi di interi reparti di ginecologia dove tutti i medici sono obiettori di coscienza (un’inchiesta di meno di 2 anni fa ne individua 12). Una situazione del genere si ha nel comune di Busto Arsizio (in provincia di Varese), dove solo da pochi mesi è arrivata una ginecologa non obiettrice e fino ad agosto l’interruzione volontaria di gravidanza era praticata solo ricorrendo a medici esterni.
All’Università Statale di Milano il Collettivo Pantera ha per questo iniziato una campagna in difesa della 194 producendo manifesti, organizando banchetti, distribuendo volantini e materiale informativo. Oltre alla difesa del diritto all’aborto, si rivendicano misure per avere diritti reali per le donne: consultori che permettano un’assistenza medica accessibile e gratuita, pari diritti e salario fra uomini e donne, tutela della maternità sul lavoro, contratti stabili che diano la sicurezza necessaria per poter scegliere di avere dei figli, asili nido gratuiti anche per i figli di immigrati, ora di educazione sessuale obbligatoria nelle scuole e contraccettivi gratuiti nelle scuole e nei quartieri. Da parte degli studenti la risposta è stata buona: dopo una partecipata riunione in molti hanno dato la propria disponibilità a contribuire alla campagna, che mira anche a creare una numerosa partecipazione della Statale al corteo dell’8 marzo, con partenza da Largo Cairoli alle 14:30. Per citare un volantino distribuito in università: “Altro che mimose, l’8 marzo è una giornata di lotta!”.
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