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Roma da Rutelli a Rutelli Stampa E-mail
Scritto da Alessio Vittori   
martedì 11 marzo 2008

 Mentre Rifondazione assiste passiva

I dirigenti romani del Prc hanno elevato grandi proteste per il passaggio di testimone da Veltroni a Rutelli, celebrato con una kermesse dalla quale, dicono, la sinistra è stata volutamente esclusa. Una sinistra, proseguono, che da anni governa la città assieme al centrosinistra. Invece che preoccuparsi dei riflettori, forse farebbero bene ad aprire un serio dibattito sul bilancio di 15 anni di governo.

Roma è oggi, dopo Milano, la seconda città in Italia per morti sul lavoro, una città che ha visto un aumento impressionante della precarietà nell’edilizia, nel commercio e nel turismo, cioè i settori su cui si è costruito il “miracolo economico” che l’ha portata al terzo posto dietro a Milano e Torino, in una scalata economica che è stata pagata dai lavoratori con un drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.

Rutelli si presenta oggi come lo strenuo difensore della Legge 30 e il rappresentante più schietto, in seno al governo Prodi, di una linea apertamente filo confindustriale e vicina al Vaticano. E le anticipazioni sul suo programma si collocano in perfetta continuità con le politiche portate avanti da Veltroni negli ultimi cinque anni, nonché con i due precedenti mandati dello stesso Rutelli.

Politiche che hanno segnato la sconfitta del nostro partito nell’”alleanza competitiva” con il neo-segretario del Pd e di cui valgano come esempio, e monito per il futuro, gli sgomberi dei campi rom, il rifiuto di istituire il registro delle unioni civili e le gigantesche speculazioni edilizie portate avanti con e in deroga al Prg, come quelle che interessano alcuni depositi dell’Atac (tra cui quello storico di Porta Maggiore), o nel quartiere de La Bufalotta, contro le quali i nostri circoli si stanno significativamente battendo.


Morte del diritto alla casa


Dal 1991 ad oggi 300mila abitanti sono stati costretti ad uscire dalla cintura metropolitana. Ogni giorno ci sono 800mila lavoratori che debbono raggiungere Roma per lavorare e sono sottoposti ad un pendolarismo estenuante, su pullman o treni regolarmente in ritardo, sovraffollati e invivibili.

Oggi a Roma, se si vuole registrare l’affitto, non si trova un posto letto a meno di 400 euro al mese, una stanza ne costa in media più di 600 e le case popolari non si costruiscono più! Gli affitti sono aumentati del 150% e il prezzo delle case è nei fatti il più alto in Italia, statisticamente secondo solo a quello che si registra a Venezia; 10mila famiglie sono sotto sfratto: questa è la situazione che si trovano di fronte i 400mila immigrati che sono venuti a vivere a Roma negli ultimi anni: in balia del “libero mercato” e costretti ad alimentare il giro d’affari degli affitti in nero.

Cifre impressionanti, alla luce del fatto che Rifondazione in questi anni è sempre stata in giunta e negli ultimi sette ha avuto l’assessorato alla casa prima, e alle periferie poi.

Eppure a Roma in questi 15 anni di case ne sono state costruite tante, tantissime anzi! Il problema è che non si è tenuto minimamente in considerazione il fabbisogno reale della città e si sono privilegiati esclusivamente alcuni segmenti di mercato (quelli di medio e alto valore) facendo contemporaneamente regali su regali alla rendita fondiaria, tra cui si trovano i maggiori beneficiari del miracolo economico sbandierato a destra e a sinistra da Veltroni.

A Roma c’è un fabbisogno di 42mila case. Un piano per la casa che andasse incontro a queste esigenze avrebbe bisogno di un finanziamento di 4,5 miliardi di euro. 400 milioni di euro basterebbero per gli interventi più urgenti necessari alle case popolari. Eppure di questi soldi non si vede neanche un centesimo.

L’Ater (ex Istituto Autonomo delle Case Popolari) affoga nei debiti e la destra lo vuole chiudere per mettere tutte le case di cui è proprietario sul mercato, sbattendo fuori tutti quelli che non si potranno permettere di comprarsi a prezzi di mercato la casa in cui abitano (alla faccia della propaganda di An sul diritto alla casa!).


Una colata di cemento e speculazione


Nello stesso tempo su Roma sono stati riversati ufficialmente 20 milioni di metri cubi di edilizia privata; calcoli meno ufficiali ma più realistici, arrivano alla impressionante cifra di 60 milioni di metri cubi, con un giro di affari di 18 miliardi di euro, più del triplo di quello che servirebbe per risolvere l’emergenza abitativa a Roma, soldi che sono andati ai più grandi costruttori romani, naturalmente agguerriti sostenitori delle giunte Rutelli e Veltroni.

Si sono perse le tracce dei progetti solidali di edilizia economica che dovevano assicurare un tetto ai più poveri, ai lavoratori più in difficoltà e ai disoccupati. Progetti che facevano parte del programma del “Laboratorio Roma” che tanto aveva abbagliato il nostro partito e che è stato presto spedito in soffitta.

Invece i privati hanno costruito 400mila case proprio mentre 300mila romani erano costretti ad andarsene da Roma: misteri della rendita e della speculazione!

L’ideatore di tutto questo? Francesco Rutelli, colui che ha permesso alla speculazione edilizia di allungare i suoi tentacoli sui primi quindicimila ettari di agro romano (che ormai rischia di scomparire) e che ha elaborato il “Piano delle certezze” che è alla base di questo scempio. Questo piano sanciva dei diritti edificatori, che dovevano essere obbligatoriamente compensati: se si tagliava da qualche parte bisognava costruire altrove. Così si è innescato un meccanismo devastante di irrazionale crescita urbana, di cui il caso del comprensorio di Tormarancia è esemplificativo: erano previsti 1 milione e 800 mila metri cubi, si è arrivati a 5,2 milioni!

Una politica devastante che Rutelli e Veltroni avevano mutuato da quelle attuate dalla destra a Milano e in Lombardia, dove si è arrivati addirittura ad istituire la borsa del cemento; anche sull’urbanistica hanno introiettato le concezioni più liberiste e se ne vedono bene i risultati. Se si imita la destra poi non ci si può lamentare se nelle periferie siamo praticamente scomparsi e l’estrema destra può trovare il diritto di cittadinanza che fino ad un po’ di anni fa nemmeno poteva sognare.

Nella seconda metà degli anni ’90, con la presidenza Di Carlo all’Atac, la giunta Rutelli ha iniziato la ristrutturazione del trasporto pubblico a Roma, a partire dalla privatizzazione parziale del servizio notturno, che è stato solo il primo passo della cessione ai privati di milioni di km di linee del trasporto su gomma.

Rutelli è anche il sindaco della precettazione agli autisti che scioperavano contro l’accordo firmato da Di Carlo coi sindacati che, oltre ad aprire ai privati, aumentava i carichi di lavoro e peggiorava la turnazione.

Nello stesso tempo non veniva realizzato nessuno degli annunciati progetti di miglioramento del servizio. Problemi di equilibri finanziari, si disse all’epoca, che naturalmente non valevano nel momento in cui c’erano da spendere miliardi per organizzare il Giubileo del 2000 a Roma, evento per la cui organizzazione, in ogni caso, su Roma sono piovuti seimila miliardi di lire, senza che neanche la benché minima parte di questa cifra rimanesse nelle casse del comune per le politiche sociali.

Roma è una città con una lunga tradizione di sindaci del Pci prima, di centrosinistra poi. Se ora, nonostante le divisioni ed i ritardi della destra, che ha presentato Alemanno solo 50 giorni prima del voto, ci si viene a dire di non essere sicuri della vittoria è perché Rutelli non gode poi di tutta questa simpatia nei quartieri più popolari.

Per questo Rifondazione comunista si deve contrapporre alla destra con un profilo chiaramente alternativo al Partito democratico. Il piano di edilizia pubblica, la lotta alla precarietà, il no all’ingresso dei privati nella gestione dei trasporti e i diritti civili sono temi che non entrano nell’agenda di Rutelli ma che potrebbero evitare di far cadere la gente in braccio ai discorsi dei fascisti.

Nessuno dentro Rifondazione a Roma nega il calo della nostra presenza organizzata nei quartieri più popolari come possono essere, a titolo di esempio, Casal Bertone ed i quartieri più periferici sulla Tiburtina, dove nella nostra assenza si sono verificate le più terribili guerre tra poveri tra abitanti di palazzi fatiscenti contro i campi rom che avevano sotto casa.

Ma ancora una volta si è rinunciato a una chiara posizione di sinistra per non perdere uno o due presidenti di municipio. Il compagno Sandro Medici, che non vogliamo mitizzare come si fa spesso a Roma, comunque rappresenta una esperienza di governo considerata chiaramente come più a sinistra. Sarebbe stato più utile se attorno a lui il partito avesse investito per rimettere in campo a Roma un’idea di sinistra alternativa a Rutelli, piuttosto di essere tenuto nel suo Municipio e comunque sottoposto anche lì ai limiti e ai condizionamenti del governo con il Partito democratico.

Va segnalato infine come nel Comitato federale del Prc che ha deliberato sull’alleanza, solo i nostri compagni e quelli dell’area dell’Ernesto hanno votato contro, a ulteriore dimostrazione come anche diversi di quei dirigenti che magari fanno fuoco e fiamme nei circoli con appelli contro la liquidazione del partito sono poi ben lontani dal trarre tutte le conseguenze necessarie e assistono passivamente a questo ulteriore passo nella palude del governismo.

 
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