Sabato 1 marzo si è svolta una clamorosa azione di protesta contro
Esselunga, con sciopero in tutte le filiali e un presidio davanti al
negozio di viale Papiniano di Milano, che ha visto anche l’irruzione
dei manifestanti fin dentro il negozio, con corteo interno dei
lavoratori con cori pieni di rabbia contro l'azienda.
La protesta è proseguita anche nella giornata del 4 marzo, con un volantinaggio sempre in viale Papiniano. A far scattare la mobilitazione è stato il pestaggio di una cassiera avvenuto all’interno del negozio, la stessa lavoratrice che qualche settimana prima aveva avuto il coraggio di denunciare i soprusi dell’azienda nei suoi confronti.
La vicenda ha il suo inizio sabato 2 febbraio, quando una cassiera dell’Esselunga di viale Papiniano è costretta a ricorrere alle cure del pronto soccorso. Nonostante la cassiera, una donna italoperuviana di 44 anni, soffrisse di disturbi renali documentati, gli veniva più volte negata dalla caporeparto la possibilità di andare in bagno. Si sa, di sabato ci sono tanti clienti a far la fila davanti alle casse e, ovviamente, prima di tutto vengono i profitti, non si può rischiare di perdere neppure un euro di incasso. Tant’è, dopo un’ora di ripetute sollecitazioni, avviene l’inevitabile e la lavoratrice è costretta a farsi la pipì addosso. Scandalosamente, con un intento platealmente punitivo, alla lavoratrice non viene neppure concesso di andarsi a cambiare! Cosicché la lavoratrice è rimasta seduta fino alla fine del turno, le 21.30, in una condizione emotiva e psicologica umiliante e con forti dolori causati dall’aver trattenuto a lungo l’esigenza fisiologica. Finito il lavoro “umiliata e piangente”, la donna decide di farsi vedere in ospedale, dove le viene diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi.
Prima di questa brutta esperienza la lavoratrice non era iscritta al sindacato, ma si decide a farlo, iscrivendosi alla Uil, in quanto: “Le colleghe che hanno aderito all’organizzazione sono le uniche che hanno avuto il coraggio di raccontare come mi hanno fatto fare la pipì addosso”. La lavoratrice prende fiducia e attraverso il sindacato la vicenda viene denunciata pubblicamente e finisce sui giornali e in tv (“Le iene” hanno dedicato un riuscito servizio sulla vicenda, che visibilmente Esselunga non ha gradito).
La cassiera torna a lavorare dopo la malattia, ma giovedì 28 febbraio avviene il grave fatto. Erano le 16.30 e la lavoratrice si trovava in pausa negli spogliatoi quando viene aggredita alle spalle e picchiata selvaggiamente. Il racconto della lavoratrice è agghiacciante, sembrerebbe uscito da un film thriller, ma purtroppo è reale, per giunta accaduto all’interno del proprio posto di lavoro: “Ero nello spogliatoio – ha raccontato ai microfoni di Radiopopolare – quando una persona che non ho visto in faccia mi ha messo una fascia nera sugli occhi e ha cercato di mettermi qualcosa in bocca per non farmi gridare, gli ho dato un morso e ho notato che non era pelle, forse portava guanti di plastica. Mi ha preso per i capelli, mi ha trascinata in bagno e mi ha picchiato la testa dappertutto, ha chiuso la porta e mi ha detto ‘così impari’ e ‘piscia’ e mi ha infilato la testa nel bagno”. La voce maschile gli dice: “Hai parlato troppo”. La lavoratrice verrà trovata svenuta, piena di lividi sui glutei e sulla schiena, sarà il direttore del negozio a portarla all’ospedale. Inizialmente, l’azienda ha anche la brillante idea di insinuare che la lavoratrice si era fatta male da sola, si sa prima di tutto viene la buona immagine dell’azienda. Dopodiché, di fronte all’evidenza delle contusioni, alla polizia e al referto del medico, il direttore della filiale ritratta e si scusa con la lavoratrice. Prescritti 10 giorni di prognosi, tecnicamente per infortunio visto che l’episodio è avvenuto sul lavoro.
Cosa che avviene di rado, è stato subito indetto da Cgil-Cisl-Uil uno sciopero in tutte le filiali del gruppo per il sabato successivo, con presidio davanti al negozio dove è accaduto l’episodio. Alla protesta hanno partecipato circa 200 lavoratori, in maggioranza lavoratori di vari negozi di Esselunga, ma non è mancata la solidarietà di delegati di altre catene del commercio (Ikea, Coop, Gs, Upim e altri). Nonostante provocazioni e spintoni nei confronti dei manifestanti, la polizia non ha potuto far nulla di fronte alla rabbia del presidio, che è riuscito persino a fare irruzione all’interno del negozio, improvvisando un corteo interno tra corsie e scaffali al grido di “vergogna” e con cori contro Caprotti (fondatore e tutt’ora padrone di Esselunga). L’azione ha avuto il suo effetto, era clamoroso vedere diversi clienti che leggendo il volantino del sindacato, abbandonavano lì gli acquisti in solidarietà ai manifestanti. C’è anche chi si è messo a distruggere, ripreso dai fotografi, la propria fidaty card di Esselunga. Il danno di immagine per Esselunga è stato senz’altro enorme.
Un’altra iniziativa sempre di fronte al negozio di viale Papiniano c’è stata anche martedì 4 marzo, questa volta solo un presidio con volantinaggio. L’azienda, per non rischiare di fare la figuraccia della volta scorsa, aveva chiamato in forza la polizia per farsi proteggere: c’erano ben sette tra camionette e volanti della polizia ben piazzate davanti al negozio, più un nutrito schieramento di poliziotti con scudi e caschi barricati all’ingresso a “protezione della proprietà privata”. Facevano entrare solo i (pochissimi) clienti.
Tutta la vicenda non necessita di molti commenti. Solo va fatto presente una questione importante: l’episodio accaduto alla lavoratrice di viale Papiniano è solo la punta di un iceberg. Un episodio di ingiustizia palese, che è potuto emergere solo per la presenza di due fattori che spesso mancano: una lavoratrice che trova il coraggio di dire basta e denunciare gli abusi dell’azienda e altri lavoratori che hanno assistito a tali abusi e sono pronti a testimoniare a favore della lavoratrice.
La verità è che le vessazioni dell’azienda contro i lavoratori sono continue, ma il clima di ricatto è tale che spesso si preferisce rinunciare a lottare. La mancata concessione di una pausa, oppure dell’alternanza di cassa (anche a stare sempre alla cassa ci si ammala!), i trasferimenti di filiale (non richiesti!), le lettere di contestazione (con multa disciplinare in busta paga!), i favoritismi sui turni o i giorni di permesso… sono tanti gli strumenti di ricatto di cui dispone l’azienda. Ma su tutto ci sono le tipologie di contratto precarie e buste paga da fame. Quando sei assunto a termine, oppure quando il tuo contratto è a part-time, con uno stipendio ben sotto i mille euro - che è la condizione della maggioranza dei lavoratori del commercio – l’azienda ha gioco facile a ricattare il lavoratore con l’arma della non conferma o degli straordinari (concessi a discrezione dei vari capetti, fanno la differenza tra l’arrivare o meno alla fine del mese). Sono questi i ricatti su cui fanno leva le aziende e che creano quel clima intollerabile di paura tra i lavoratori, che rende possibile episodi gravi come quelli accaduti in Esselunga.
La donna italoperuviana protagonista di questa vicenda riferendosi alla sua denuncia di mobbing ha detto: “Voglio lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho dovuto subire io”. Il coraggio di questa lavoratrice deve essere preso a esempio della voglia di riscatto di tanti lavoratori comuni stufi di subire le vessazioni dei padroni. Al coraggio va aggiunta una consapevolezza, che va detta chiaramente: finché si metterà il profitto sopra ogni cosa, episodi tremendi come quelli qui descritti non potranno che accadere di nuovo. La consapevolezza di questa semplice verità deve guidare i lavoratori più coscienti a trovare la strada dell’organizzazione e della lotta.
5 marzo 2008
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