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Contratto metalmeccanici: 130mila No che pesano! Stampa E-mail
Scritto da Paolo Brini (Comitato centrale Fiom Cgil)   
luned́ 03 marzo 2008
Tra lunedì 25 e mercoledì 27 febbraio si è svolto il referendum nel quale i lavoratori metalmeccanici sono stati chiamati ad esprimere il loro giudizio sull’accodo raggiunto da Fim-Fiom-Uilm e Federmeccanica in merito al rinnovo del contratto nazionale.

Il risultato vede prevalere i Sì con il 74,86% (pari a 385.267 voti), mentre i No sono il 25,14% (pari a 129.401). 7.723 sono le schede bianche, mentre le nulle sono 3.009. Dal momento che nelle assemblee di fabbrica sono state esposte solamente le ragioni del Sì ma non quelle del No, l’esito pare abbastanza scontato. Tuttavia se si considerano le dimensioni del risultato e si pesano i voti, emerge un quadro tutt’altro che plebiscitario.

Il primo dato che salta all’occhio è la differenza abissale tra il 5% si voti contrari all’accordo espressi nei gruppi dirigenti di Fim-Fiom-Uilm ed il 25% emerso nella consultazione nelle fabbriche, ovvero ben cinque volte superiore. Questo elemento dovrebbe far riflettere sulla sempre minore rappresentatività e contatto con la realtà di fabbrica che hanno i vertici sindacali.

In secondo luogo vediamo come nelle grandi fabbriche il No o prevale o comunque raggiunge percentuali estremamente elevate. È il caso di Fiat, Piaggio, Aprilia, Ferrari, della cantieristica e delle lavorazioni di massa. In alcuni casi come per esempio in Maserati e Avio di Torino il voto di impiegati e dirigenti mandati espressamente dall’azienda ha avuto un ruolo determinante nel far vincere i Sì. All’Avio di Torino addirittura i cosiddetti “Professionals”, cioè figure poste in posizione elevata nella scala gerarchica aziendale, sono andati a votare Si e nonostante questo il no ha avuto il 44% dei consensi. Di certo il fatto che le aziende mandino i propri preposti a far approvare l’accordo nel referendum è abbastanza indicativo di quanto poco favorevole ai lavoratori sia il contratto firmato.

A questo si aggiunga il fatto che, tra i soli operai, il No si attesta complessivamente ad oltre il 35%, mentre nelle medie e grandi aziende esso raggiunge ben il 50% dei voti. Da ciò risulta chiaro come l’accordo non sia stato approvato da una fetta preponderante di quella fascia di lavoratori che è stata protagonista delle lotte di questi mesi per il contratto e che rappresenta la spina dorsale del sindacato e della sua forza. In questo senso è più che emblematico il 90% di No ottenuto alla Fiat Sata di Melfi, protagonista di tante lotte negli ultimi anni, o i 1255 No su 1973 votanti alle carrozzerie di Mirafiori. In ugual modo devono essere letti pure il risultato del Piemonte (zona metalmeccanica per eccellenza) e quello di Brescia (zona in cui non vi era alcun delegato di grandi aziende o funzionario contrario all’accordo) dove il No raggiunge complessivamente oltre il 33%.

Nell’analisi del voto va inoltre tenuto conto un altro elemento non secondario. Infatti una parte significativa di coloro che hanno dato il proprio assenso all’accordo, indotti a tale scelta dalla tesi più frequentemente usata nelle assemblee dai funzionari sindacali ovvero “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”, non hanno comunque lesinato critiche nel merito dell’intesa. Non è un caso d’altronde che il compagno Rinaldini, pur registrando la vittoria dei Sì al referendum, dichiari che “intanto, dalla consultazione che abbiamo svolto e dalle assemblee nei luoghi di lavoro, viene confermato, al di là dell’espressione di voto, un diffuso disagio sociale sulle condizioni di lavoro e sulle condizioni retributive, a partire dalle grandi fabbriche.”

A tali cifre il gruppo dirigente della Fiom (ad eccezione del compagno Cremaschi) risponde, quasi consolandosi, che tutto sommato uno strato di No ai referendum c’è sempre stato e che nel 1999, quando è stato rinnovato l’ultimo contratto normativo unitario, i contrari furono molti di più, circa il 30%. Ci pare che tale argomentazione e soprattutto il riferimento al 1999 siano poco indicativi. Infatti dal 1999 ad oggi la classe operaia di questo paese, ed in particolare il settore metalmeccanico, ha conosciuto un ricambio generazionale di grandi proporzioni. Le nuove generazioni di lavoratori hanno cominciato solo in questi anni a fare esperienza sindacale e di lotta, iniziando a maturare una propria coscienza politica e di classe. Pertanto risulta molto più significativo un raffronto con il rinnovo del biennio economico del 2006 e col referendum del 2007 sulla piattaforma di ingresso di questa vertenza. Rispetto ad entrambi i casi citati il No è più che raddoppiato. Non solo: se si tiene conto che nel referendum appena concluso il numero di votanti è sensibilmente aumentato e che le aziende più importanti hanno mandato orde di quadri e dirigenti a votare Sì, la dimensione del dissenso risulta ancor più palese.

Si è davvero difeso il contratto nazionale?

Uno dei “cavalli di battaglia” usati per giustificare la firma del contratto è stato che in questo modo si è difeso l’istituto del contratto nazionale che altrimenti sarebbe stato messo in discussione. In realtà quanto accaduto nei giorni successivi al raggiungimento di questa intesa dimostra l’esatto opposto. Infatti a nemmeno di 24 ore dall’accordo è partita la trattativa per il rinnovo del modello contrattuale. Una trattativa che ha visto Cgil-Cisl-Uil stendere un documento unitario che nella sostanza prevede un indebolimento del contratto nazionale a favore di quello aziendale, un legame sempre maggiore tra salario e produttività ed un allungamento della durata del contratto nazionale da due a tre anni. Come volevasi dimostrare il contratto dei meccanici non è stato un argine, bensì il semaforo verde al rinnovo del modello contrattuale alle condizioni che Cisl e Confindustria esigono. Del resto quando nel contratto della categoria più importante si scambia l’orario col salario e si accetta di allungare per la seconda volta consecutiva la durata del contratto non si va esattamente nella direzione voluta dalla controparte?

Più volte si è voluto giustificare questo epilogo nascondendosi dietro alla scusa che in grandi fabbriche come Mirafiori gli scioperi articolati, cioè quelli più efficaci e che “fanno male”, non riescono e perciò era impensabile continuare ad inasprire la lotta. Quei lavoratori, questa sarebbe la tesi, che si mobilitano solo quando si va ad occupare una strada o una ferrovia, non ci avrebbero seguito su questo terreno di lotta.

Lungi da noi pretendere di interpretare il pensiero e la volontà dei lavoratori, ci pare tuttavia che questa argomentazione sia un po’ troppo di comodo. In primo luogo ci pare infatti che non si voglia tener in considerazione un fatto incontestabile: nessuna delle 52 ore di sciopero fatte per questo contratto può dirsi essere andata male o al di sotto delle aspettative. Al contrario, la stragrande maggioranza di esse, ed in un crescendo continuo, sono state ben al di sopra di ogni più rosea previsione. A questo si aggiunga il fatto che nell’ultima settimana prima della firma del contratto, alla provocazione di Federmeccanica che minacciava di far saltare la trattativa e di erogare aumenti unilaterali, i lavoratori in tutto il paese hanno risposto con grande coraggio e determinazione, senza segnale alcuno di cedimento o di paura.

A Mirafiori gli scioperi interni non riescono? Riescono solo le 4 ore di sciopero con blocco della strada? Innanzitutto bisognerebbe chiedersi perché il sindacato oggi ha, in fabbriche come questa, così poca autorità politica rispetto al passato, specie nei settori dove il lavoro è più duro e ripetitivo. È ovvio che se si accetta, proprio a Mirafiori, di far passare l’introduzione dei 17 turni (poi bocciata sonoramente dai lavoratori) di sicuro non si può pretendere di conquistare consenso. Ma se è vero, come è vero, che in grandi aziende come Mirafiori e Ilva di Taranto gli scioperi articolati non riescono, un sindacato responsabile e maturo non dovrebbe “piangersi addosso”. Dovrebbe al contrario porsi una domanda molto semplice: come faccio a convincere i lavoratori, che pure sono così “incazzati” ed insoddisfatti delle loro condizioni di lavoro, a piegare l’azienda con scioperi articolati? La risposta non sta in una critica accademica del fatto che non si possono fare solo scioperi con blocchi stradali, ma sta nell’esperienza che i lavoratori devono fare e che il sindacato deve aiutare a fare. Certo i blocchi stradali sono più semplici che stare a scioperare in fabbrica sfidando il proprio capo reparto guardandolo negli occhi. Ma se vogliamo portare i lavoratori a fare scioperi che colpiscano seriamente la produzione dobbiamo far sì che, sulla base delle indicazioni del sindacato, siano loro a trarre questa conclusione durante la lotta, sulla base della loro esperienza; altro che fermare le lotte, firmando un contratto pessimo per poi scaricare sui lavoratori colpe che loro non sono!

I 130mila No di questo referendum dimostrano non solo che c’è malcontento nelle fabbriche, ma che c’è una grande potenzialità. Questi 130mila No devono essere la leva per cambiare la Fiom ed indurla ad iniziare una offensiva contro l’arroganza dei padroni e per ricostruire una Cgil sempre più alla deriva. Questo deve essere l’ambizioso compito della Rete 28 aprile.

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