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Alcuni interventi all'assemblea nazionale dei lavoratori del Prc Stampa E-mail
Scritto da FalceMartello   
marted́ 12 febbraio 2008

Pubblichiamo qui di seguito alcuni fra gli interventi più significativi dell'assemblea di sabato scorso a Torino: Paolo Brini, comitato centrale Fiom-Cgil, Antonio Santorelli, delegato rsu Fiom Avio e segretario del circolo Prc Avio, Ugo Bolognesi, operaio Fiat Mirafiori e Patrizia Granchelli, segretaria del Circolo delle Poste, Prc Milano.


 

Intervento di Paolo Brini – Comitato centrale Fiom Cgil

 

Compagni,

non posso che cominciare esprimendo non solo solidarietà ai compagni della Thyssen Krupp, ma dicendo che dobbiamo essere uniti nella lotta coi lavoratori della Thyssen Krupp e con tutti coloro che sono in queste condizioni.

Quando ci è arrivata la notizia di questa tragedia non abbiamo fatto altro che fischiare e fermarci per fare sciopero. Perché è una vergogna quello che è successo. (applausi)

Se le fabbriche chiudono, vanno in crisi, vanno in degrado è colpa dei padroni non degli operai. Devono essere i padroni a pagare non i lavoratori. I lavoratori tutti i giorni vanno in fabbrica e versano il loro sangue e non possono essere loro a pagare. (applausi)

Detto questo, essendo metalmeccanico e avendo seguito in prima persona la trattativa per il rinnovo del Contratto nazionale dei metalmeccanici, non posso che partire da qui perché come sempre, nel bene e nel male, è a partire dalla vertenza dei metalmeccanici che si decidono le sorti della classe lavoratrice nel paese.

Io credo che il nostro partito abbia sbagliato ad assumere una posizione di approvazione al contratto nazionale metalmeccanici che è stato firmato. (applausi)

Non solo perché questo è un accordo che peggiora significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei metalmeccanici ma per il significato politico che questo accordo ha per tutti i lavoratori.

In questo accordo si è accettato lo scambio orario-salario. Per pochi soldi, si è accettato di aumentare l’orario di lavoro. Quest’anno se un operaio metalmeccanico è fortunato, rischia di vedersi aumentare l’orario di 80 ore.

Dopo quello che è successo alla Thyssen Krupp, dove è emerso chiaramente il rapporto che c’è tra carichi di lavoro, turni massacranti e infortuni, come si può firmare un accordo di questo genere? (applausi prolungati).

Non è chiara la portata politica di questa cosa?

Sulla questione della flessibilità non abbiamo portato a casa nulla, se non sdoganare la legge 30. Perché il tetto dei 44 mesi vale solo se un lavoratore li effettua nella stessa azienda e per le stesse mansioni. Se è interinale ad esempio, può rimanere interinale tutta la vita, e per quanto riguarda la proroga non ne è specificata la durata. L’altra questione, compagni, è che della piattaforma che noi abbiamo presentato, che è stata votata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori,  non abbiamo portato a casa un punto che sia uno. Abbiamo accettato di trattare non sulla nostra piattaforma, ma su quella che ci ha imposto Federmeccanica con il suo ultimatum

Il significato politico di questa vertenza è che ci siamo piegati al ricatto di Federmeccanica. Federmeccanica ha minacciato che se non avessimo firmato il contratto entro il 20 gennaio avrebbero elargito soldi unilateralmente, e noi anziché basarci sui lavoratori, anziché inasprire le lotte, anziché avere fiducia una buona volta nella classe operaia, ci siamo piegati. (applausi)

Ho sentito dire che firmando quell’accordo abbiamo difeso il contratto nazionale, siamo sicuri compagni? Badate che non basta firmare un contratto nazionale per difendere il contratto nazionale, bisogna vedere cosa c’è scritto in quel contratto nazionale. Basta vedere quello che scrivono i giornali il giorno dopo: sono tutti assieme, Bonanni, Montezemolo, ecc, a dire: rivediamo il sistema contrattuale.

Firmato questo andiamo avanti, dicono. E quando ti dicono che bisogna legare il salario alla produttività e tu scambi l’orario con il salario, che cosa stai dicendo?

E quando questi signori ti dicono che vogliono allungare il contratto a tre anni e tu accetti che il contratto per la seconda volta si è allungato a due anni e mezzo, che cosa stai dicendo, se non che dai il semaforo verde a questa riforma contrattuale che sarà pure peggio della contrattazione.

Io la domanda che faccio, la faccio su un editoriale di Liberazione, che mi ha colpito e mi ha fatto molto male. Si dice che, quei delegati che stanno dicendo che questo contratto va respinto in realtà, stanno inconsapevolmente favorendo una svolta a destra nel paese

Torino106
 Paolo Brini interviene dal palco di Torino

A questi compagni chiedo, siamo noi che eravamo in prima fila nelle lotte, siamo noi a spingere a destra? O chi ha detto scioperate perché non accetteremo mai lo scambio orario salario e poi ha firmato questo scambio?

Che fiducia ci può essere tra i lavoratori in dirigenti di questo genere?

Se alle prossime elezioni tornerà a vincere la destra di chi è la responsabilità? Se per due anni, diciotto mesi, per quanto è durato questo governo votato soprattutto da lavoratori e i lavoratori che si aspettavano che potesse fare cose per loro stessi, questo governo ha portato avanti una politica confindustriale, 'chi semina vento raccoglie tempesta'. (applausi)

La responsabilità è di queste persone e da questo dovremmo trarre la conclusione, come Rifondazione, che la linea che avevamo discusso al congresso, cioè andiamo al governo per spostarne l’asse a sinistra, è stata completamente sbagliata. Si è verificato l’opposto, è stato il governo che ha spostato a destra il nostro asse.

Ci hanno fatto ingoiare tutto quello che volevano farci ingoiare, creando un vuoto politico a sinistra enorme, creando disorientamento dei lavoratori, che non sanno più che pesci pigliare.

Allora proprio per questo credo che noi oggi dobbiamo lasciare un po’ perdere la logica elettoralista, dobbiamo riprendere il radicamento del nostro partito nella classe operaia.

Questo significa legare due elementi fondamentali fra loro. Il primo è quello di avere una piattaforma generale che risponda alle esigenze dei lavoratori e il secondo è che si organizzino i nostri compagni, i nostri militanti per portare avanti le battaglie, le vertenze di tutti i giorni anche nel sindacato.

Leggendo i giornali, vedendo come sta partendo questa campagna elettorale, ho sentito parlare di coalizioni, di leader, ma non di contenuti. L’unico contenuto di cui ho sentito parlare e che mi pare, messo così, sia molto pericoloso, è che gli aumenti salariali devono arrivare con gli sgravi fiscali

Dobbiamo allora essere noi a finanziarci gli aumenti salariali, magari tagliando poi la sanità, la scuola?

Allora va bene sulla questione salariale la restituzione del fiscal drag ma noi su questo dobbiamo rivendicare il ripristino della scala mobile. (applausi) 

Sulla questione della precarietà noi dobbiamo ricominciare a dire che vogliamo l’abolizione della legge 30 e del Pacchetto Treu. Sulla questione della casa dobbiamo lottare per avere nuovamente l’equo canone.

Mussi non è d’accordo con noi? Tanto non è venuto nemmeno in piazza il 20 ottobre... Io dico ma chi se ne frega!

Abbiamo avuto il numero maggiore di parlamentari della nostra storia in questa legislatura e non siamo riusciti a fare nulla, perché eravamo ostaggio di quegli altri. Saremo più forti se partiamo dalle fabbriche, dai posti di lavoro.

Avevo altre cose da dire non ho più tempo, voglio dire solo un ultima cosa. Io mi auguro che questa assemblea non sia un rituale, ma sia un punto di partenza.

Riportare al centro della politica della nostra politica, il radicamento nella classe operaia, perché i lavoratori sono stati lasciati soli per troppo tempo

È nostro compito, è nostro dovere ritornare a riprendere questo radicamento, riportare al centro del nostro partito la classe operaia e la lotta di classe.



 

Intervento di Antonio Santorelli - delegato Rsu Fiom Avio e segretario del circolo Prc Avio


Care compagne e cari compagni

Penso che il fatto che finalmente Rifondazione dia la possibilità ai lavoratori di riprendere la parola e dire la propria su ciò che sta accadendo intorno a noi significa che in questo paese, e quindi anche per il nostro partito, qualcosa non va. Non va perché penso che soprattutto in questi due anni è stato dato poco spazio al lavoro. Ci siamo ricordati, ci ricordiamo, si ricordano del lavoro nel momento in cui ci sono i morti, cioè nel momento in cui gli operai fanno notizia in questo paese.

Santorelli
 Antonio Santorelli

Questo probabilmente è uno dei motivi per il quale c’è questo allontanamento tra la politica, l’istituzione e il cittadino comune, il lavoratore.

Vorrei fare un passaggio che secondo me è importante per il nostro partito.

Vorrei accennare alla questione dell’Avio, che ha la direzione nazionale proprio qui a Torino, questa azienda che nel giro di pochi anni passa da un fondo di investimento ad un altro fondo di investimento.

Azienda che sta vendendo a pezzi settori importanti, settori di nicchia e Pomigliano per esempio, per quanto riguarda le revisioni dei motori civili, era l’unico reparto che c’era in Italia, non c’erano altri reparti di revisione nel nostro paese per motori medio grandi. Il profitto ha fatto decidere a questo scellerato gruppo dirigente di distruggere un lavoro di alta qualità. Questo perché non ricavavano dal lavoro profitti del 20% e in tutto questo io lavoratore, io e i miei compagni, ci rendiamo conto che la politica non riesce assolutamente a connettersi, a stare insieme a noi, insieme ai nostri problemi, insieme alle nostre esigenze, insieme ai nostri bisogni, insieme alle nostre prospettive.

Essendo un lavoratore del napoletano, della Campania e del mezzogiorno dico che  non c’è solo il problema della monnezza che tocca Napoli e  la Campania. In questo ti accorgi che non solo manca una politica industriale nazionale ma manca soprattutto a livello locale. Mi riferisco al livello regionale della Campania, Giunta che noi  appoggiamo da anni, dove manca una politica di indirizzo industriale, o meglio c’è una politica espressa dall’assessore alle attività produttive di Antonio Bassolino ed è quella di chiudere le fabbriche ed aprire centri commerciali. Non si può assolutamente pensare che i centri commerciali possano dare lo sviluppo al mezzogiorno, al sud, a Napoli alla Campania.

Rispetto a tutto questo, caro Franco Giordano, tu ricorderai quando sono stato licenziato - cito le parole testuali - dicesti: “la democrazia non si deve fermare ai cancelli della fabbrica”. A Napoli e in Campania abbiamo non solo un problema di lavoro ma abbiamo e c’è, fino in fondo, la questione della democrazia. Nelle fabbriche napoletane non c’è più democrazia e la dimostrazione è quello che è accaduto pochi giorni fa in Fiat Auto, stabilimento poco distante dal mio. Altro che illuminato Marchionne, altro che illuminato…un altro illuminato come De Benedetti.

Io penso che in tutto questo manca la determinazione soprattutto del MIO partito, del NOSTRO partito, rispetto ad una visone altra da quella che è del capitale. Questo ci riporta, perché un minimo di analisi la voglio fare insieme a voi, al Protocollo sul Welfare del 23 Luglio 2007.

C’è in questo Protocollo innanzitutto una svolta moderata non solo delle strategie del sindacato confederale, ma si accetta il quadro delle compatibilità date dal Ministro del Tesoro del nostro paese e, badate bene, ogni miglioramento di un settore sociale del mondo del lavoro deve essere pagato dal peggioramento e dalla rinuncia di un altro settore sociale.

E’ questo che ha messo al centro il Protocollo del 23 Luglio. E’ questo uno dei motivi per i quali quel Protocollo ha consolidato la legge 30 e ha dato un ulteriore ridimensionamento ai contratti e al contratto nazionale collettivo di lavoro, quindi è un progressivo smantellamento e questo è uno dei motivi  per i quali io sto facendo la battaglia per dire un No alla chiusura di questo contratto dei metalmeccanici, perché allunga di ulteriori mesi la validità del contratto nazionale collettivo di lavoro. Di slittamento in slittamento noi arriveremo alla cancellazione ed allo smantellamento del contratto nazionale collettivo di lavoro. Il governo Prodi in questi anni ha fatto una sola cosa: ha messo al centro il liberismo sociale e non è un caso che questo ha creato sfiducia, un clima di sfiducia, di rassegnazione che è pesantissimo tra i lavoratori perché se da un lato il sindacato esprime una linea concertativa moderata e scambia diritti e conquiste dei lavoratori lo fa per una sola questione, per il riconoscimento del ruolo dell’organizzazione sindacale.

Sull’altro versante, sul versante politico, la cosiddetta sinistra radicale è entrata nella logica della riduzione del danno, cioè non si possono rivendicare politiche economiche e sociali alternative al liberismo. Mi domando - e chiudo - è per questo che deve scomparire dalla storia del movimento operaio il nostro simbolo? E' forse questo il superamento degli esami? L’egemonia culturale del liberismo, dell’impresa, della cultura del mercato è passata nel sindacato confederale ma è passata anche nella sinistra. Nessuno a mio modestissimo modo di leggere e di vedere ciò che è davanti ai nostri occhi, oggi esprime un punto di vista alternativo. E’ in auge il sindacalismo di mercato, come lo definiva il compagno Sabbatini. Penso - e concludo - che abbiamo la necessità come Rifondazione Comunista di andare un po’ a guardare gli anni ’80 a rivedere un po’ cosa è stato l’Eur e che cosa è stata la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat. Bisogna farci i conti perché impresa e politica parlano la stessa lingua.

Infatti la crisi politica e crisi di pratica rivendicativa si intrecciano, non a caso, con la legge 30 e la flessibilità salariale. Io penso che bisogna rompere con gli anni ’80. Ripartire dalle condizioni reali dei lavoratori, dalla precarietà, dal disagio sociale. Bisogna forzare le compatibilità date, ciò significa riportare al centro l’ambizione, i sogni, la passione che è propria dei comunisti. Qualcuno potrà dire: vuoi la luna? Sì voglio la luna. Gli operai comunisti rivogliono la luna, senza se e senza ma, con un forte e chiaro percorso della Rifondazione Comunista ed il tentativo e la pratica della costruzione del Partito Comunista di massa a partire ai luoghi di lavoro, a partire dalle fabbriche.

 


 

Intervento di Ugo Bolognesi (operaio Fiat Mirafiori)


Buongiorno a tutti,

provo anch’io a dare il mio contributo per capire come stare in questa fase così drammatica e di crisi profonda della politica.

Dopo due anni di governo Prodi siamo di fronte ad un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e le peggiori leggi antioperaie del governo delle destre sono ancora lì, non sono state cancellate. Soprattutto, è in atto una marginalizzazione costante del lavoro, che viene spinto in un cono d’ombra e di rassegnazione, e che torna a fare notizia soltanto quando ci sono persone che perdono la vita, assassinate, come qui alla Thyssen. Oppure quando ci tocca sentire un coro unanime, dalla Banca d’Italia, all’Istat, passando per i più prestigiosi sociologi ed economisti, che ci vengono a raccontare come siamo i peggio pagati d’Europa e come da 15 anni abbiamo perso potere d’acquisto, dalla cancellazione della scala mobile.

Ci raccontano come una porzione sempre più grande della ricchezza prodotta da noi viene diretta sempre di più verso la rendita e il profitto del capitale. Dunque il problema salariale, la questione delle condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati, andavano affrontate da subito.

A vederla oggi, con il senno di poi, il disfacimento della coalizione dell’Unione, il fallimento, la brutta fine del governo Prodi, fatto cadere da quel nanetto politico, sulla riforma elettorale, nel momento in cui cominciava a profilarsi la discussione sui salari, perché ci sono i 12 miliardi di recupero dell’evasione fiscale, questo non mi sorprende.

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 Un'immagine dei partecipanti alla conferenza

Dal primo giorno di governo si dovevano portare le istanze del mondo del lavoro, e invece abbiamo di nuovo subito la logica dei due tempi: il primo tempo, risanamento dei conti pubblici; secondo tempo, redistribuzione. Solo che il secondo tempo non arriva mai! Il risarcimento sociale non c’è stato. Non siamo riusciti ad aprirci un varco. Ci troviamo come atto conclusivo di questa esperienza di governo un intervento pesantissimo come il protocollo sul welfare del 23 luglio.

Per citare i punti più incisivi: si recepisce la legislazione sul lavoro di tutti gli ultimi anni, ovvero si sancisce la precarietà come condizione per milioni di lavoratrici e di lavoratori, specie tra i giovani. Si peggiorano nel medio e lungo periodo le condizioni di accesso alla pensione, senza intervenire significativamente su nessuna delle ingiustizie introdotte dalla riforma Dini del ’95, come il sistema di calcolo contributivo, per citarne una.

Siamo venuti meno all’impegno preso in campagna elettorale di cancellare lo scalone Maroni. Abbiamo constatato una volta di più la sostanziale subalternità e mancanza di autonomia anche dei governi di centrosinistra rispetto ai poteri forti e in primis alla Confindustria, e la crisi profonda di autonomia e di rappresentanza del sindacato confederale, che con grave responsabilità non ha mobilitato i lavoratori durante la trattativa con il governo e non è neppure riuscito ad appoggiare piccoli interventi di miglioramento, minimi nella sostanza, portati avanti dalla sinistra in parlamento.

Tutto questo, insieme alla totale inadeguatezza dei salari, ha portato allo scoraggiamento di tanta parte della classe operaia, alla sfiducia crescente nei confronti del sindacato e dei rappresentanti politici della sinistra. Questi sono gli stati d’animo che io vedo ogni giorno entrando in fabbrica. Non sono diversi da quelli che si sono visti un anno fa, quando ci fu la visita del compagno Giordano ai cancelli di Mirafiori: rabbia, sfiducia, rassegnazione, indifferenza sarà quello che ci troveremo di fronte ai cancelli di Mirafiori in questa campagna elettorale.

Vedo dunque tempi duri, difficili, in cui ci sarà da ricominciare a pensare a essere davvero una espressione del movimento dei lavoratori, organizzazione e rappresentanza politica dei lavoratori, con una proposta che io credo deve guardare al futuro più che al passato, che non deve essere vecchia. Come si fa a non vedere e a non capire che i cittadini (lo vedo in fabbrica, ma lo vedo dappertutto), non ne possono più di vedere le stesse facce, bisogna cambiare! È un’impresa ardua anche solo da elaborare. Sicuramente penso che il partito si debba dare delle priorità: una su tutte, stare e vivere nei luoghi di lavoro. Per dirla con uno slogan, dobbiamo dire e praticare che è importante tanto e più stare nei consigli di fabbrica rispetto ai consigli comunali, provinciali, regionali.

Si deve andare nelle istituzioni per portare le istanze del mondo del lavoro. Ma se queste condizioni non si conoscono e soprattutto non si vivono, come si fa? Il lavoro non si immagina, si vive! E poi, come diceva prima giustamente anche Ciro, si deve stare nella rappresentanza sindacale per cambiarla, perché così non va.

La vicenda del contratto nazionale dei metalmeccanici mette in luce alcuni aspetti importanti.

L’attacco duro dei padroni – perché Federmeccanica la lotta di classe la fa, eccome se la fa! – favorito da una legislazione che gli dà mano libera sulla precarietà come la legge 30, e sugli orari di lavoro (la legge 66), è arrivato fino alla minaccia di agire unilateralmente, mettendo di fatto la parola fine al contratto nazionale.

Di fronte a questo attacco la risposta dei lavoratori è stata quantomeno altalenante, vista la posta in gioco. Ma non mi pare purtroppo che altre categorie di lavoratori abbiano espresso capacità contrattuali migliori.

L’isolamento dei metalmeccanici, l’assenza, ancora una volta, del sindacato confederale, ha portato a una conclusione della vertenza in sostanza difensiva. A mio parere è fuori dal mondo parlare di vittoria. La valutazione del maggiore sindacato industriale italiano, la Fiom, alla quale mi onoro di appartenere, spazia da una posizione, maggioritaria, che parla di compromesso accettabile, ma con grandi sofferenze, a una minoritaria, che parla di arretramento. A Mirafiori la piattaforma fu bocciata in partenza, per cui penso che il referendum avrà una conclusione simile.

Comunque oggi tutti nella Fiom sono concordi nel dire che bisogna cambiare, che così non si può andare avanti, a partire dalla rappresentanza.

Un’altra grande assente degli ultimi anni, ma anche degli ultimi decenni, è stata la politica industriale. Lo Stato interviente solo e soltanto per finanziare le imprese, direttamente o indirettamente attraverso la riduzione fiscale. Invece le imprese investono poco e continuano a picchiare sulla riduzione del costo del lavoro, e questo vuol dire bassi salari, precarietà, sfondamento sugli orari e sulla sicurezza.

Le pessime condizioni di salute e sicurezza e i continui morti…

la presidenza invita a terminare l’intervento

…lasciatemi parlare un attimo, che sono due anni che non ci parliamo e non ci capiamo! Forse è meglio se ci capiamo!

applausi – breve scambio con la presidenza

…parleranno tutti, si può anche perdere un aereo, per una volta!


…dicevo che queste condizioni di salute e sicurezza sono il risultato: lo Stato finanzia senza neppure farsi restituire i soldi quando l’impresa decide di andare dove meglio può sfruttare il lavoro.

Tutto questo è vergognoso. A Torino abbiamo molte situazioni simbolo, la vicenda della Thyssen, la vicenda della Bertone, dove alla fine chi paga il costo più alto sono i lavoratori, che sono lunghi anni che stanno sopravvivendo con la cassa integrazione. Poi abbiamo la Fiat e Mirafiori, dove io lavoro sulla catena di montaggio. Marchionne, il manager in maglioncino, il capace e severo tagliatore di teste di dirigenti inefficienti, che ha ricentrato l’attività del gruppo sull’auto, questo bisogna riconoscerlo, è stato però generosamente finanziato dalle casse pubbliche, sia a livello centrale, per esempio con le mobilità lunghe, sia dalle casse locali; prima il sindaco ricordava la vicenda delle aree di Mirafiori, ma non è l’unica.

Oggi, con il bilancio 2007 decisamente in attivo e prosperoso, mentre festeggia con gli azionisti tenta di imporre un’egemonia in fabbrica proponendo un aziendalismo unilaterale stile Valletta, o al massimo neocorporativismo. Dunque bastone tanto, vedi i licenziamenti per rappresaglia che ci sono stati a Pomigliano, a Melfi, e carota poca, come i 30 euro, l’asilo nido e poco altro.

Intanto pretende e ottiene (perché il bello, per modo di dire, è che i padroni lo riconoscono che c’è il problema dei bassi salari), pretende e ottiene nel contratto nazionale l’aumento degli straordinari, aiutato anche dal protocollo sul Welfare, e pretende un maggiore utilizzo degli impianti.

Insomma, le esigenze dell’impresa sono al di sopra di tutto, si stravolgono i tempi di vita dei lavoratori e delle loro famiglie, si limitano gli spazi di libertà. Questa è una discussione fondamentale, che va fatta a livello generale. Non si può essere così subalterni alle esigenze dell’impresa, non si può lasciare che sia affrontata e risolta da accordi sindacali, magari locali. La politica si deve occupare di questioni così importanti per la vita delle persone.

Dove trovano lavoratori che non ci stanno, come qui in meccanica, alla Powertrain, allora ecco pronto il ricatto: vado dove trovo disponibilità, prendo anche i finanziamenti pubblici, e voi fatevi pure la guerra tra poveri. Oppure vado in Turchia, dove non c’è bisogno di condividere le scelte con il sindacato.

Parlare di aumenti di produttività agli operai di Mirafiori, ma credo valga per tutti gli stabilimenti, farebbe ridere come una battuta, se non ci fosse da piangere. Dopo l’introduzione del Tmc2 e oggi del Vcm le condizioni sulla catena di montaggio sono durissime, i ritmi sono intensi, e le prospettive rimangono oggi incerte. Quali saranno le produzioni del futuro? Dove, come e quando vedremo un piano industriale che vada oltre il 2010?

Duque si percepisce in fabbrica un senso di abbandono, mi ripeto. Sfiducia, rabbia, rassegnazione, anche nei confronti del nostro partito. Il nostro circolo, l’“Emilio Pugno”, è messo male, compagni. Piccola parentesi: anche nel nostro piccolo ha avuto i suoi effetti l’errore madornale (almeno a mio parere) di trattare le questioni politiche aperte da Turigliatto al Senato come un problema disciplinare.

Dobbiamo recuperare per la sinistra unita, non dobbiamo perdere i pezzi. Ricominciare dunque aumentando decisamente l’impegno diretto del partito nei luoghi di lavoro. Il radicamento deve essere la nostra bussola. Positive le iniziative per far ripartire i coordinamenti nazionali a livello di gruppi e di settore. Bisogna arrivare a un coordinamento nazionale del lavoro industriale.

Importante federarsi con le altre forze politiche della sinistra, a mio parere mantenendo vivo il partito, perché i comunisti non si debbano sciogliere. E soprattutto mettere al centro dell’iniziativa unitaria i lavoratori. Va bene la sinistra, va bene l’arcobaleno, ma bisogna aggiungere, e dargli centralità, il lavoro. Grazie.




Intervento di Patrizia Granchelli, segretaria del Circolo delle Poste, Prc Milano


Buongiorno a tutti, mi chiamo Patrizia Granchelli, sono donna, lavoratrice, e madre,

il mio stipendio è 1186,00 euro al mese, appartengo a quella classe di lavoratori stabili, che pian piano stanno scivolando nella soglia delle nuove povertà. La metà della terza settimana diventa sempre più un miraggio.

Lavoro in Poste Italiane Spa da 22 anni, tutte le mattine esco di casa alle 7,00 per recarmi sul mio posto di lavoro, e il mio tempo libero lo dedico all’attività sindacale e politica, la politica della base.

Cerco di impegnarmi perché, sono convinta che il mondo in cui vivo, mi è stato dato in prestito da mia figlia quando è nata, e io avrei voluto riconsegnarglielo un po’ più bello, e un po’ più giusto.

Oggi è uno di quei momenti in cui ci è data la possibilità di cominciare un cammino di cambiamento: finalmente il lavoro è rimesso al centro, finalmente i LAVORATORI, non come entità astratta, ma come corpi che sudano, che faticano.

Ed è partendo dal concreto, dal mio vissuto, che svilupperò il mio intervento

Ho cominciato a lavorare come portalettere. Molti hanno del postino una visione romantica, l’omino che va in giro con la sua borsetta vuota, quasi da passeggio. Non è così.

La borsa del postino è riempita all’inverosimile, e se la corrispondenza non c’entra tutta nella borsa, vengono usate cassette collocate sul portapacchi posteriore della bicicletta, o della moto. Ci sono colleghi che a causa del carico di lavoro usano (di propria iniziativa) la propria auto.

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  Un'altra immagine dell''intervento di Paolo Brini

I giri a volte sono talmente lunghi, e i tempi di consegna talmente brevi, che chi usa la moto è costretto a superare i limiti di velocità imposti dal regolamento stradale e tante volte a percorrere strade in contro senso.

Il rispetto delle norme stradali e di sicurezza diventa un lusso e non un diritto dovere. Non è minimamente romantico lavorare sulla strada quando diluvia, e nessuno si accorge che sei un uomo o una donna, che sei un lavoratore e non un pezzo d’arredo urbano, parte integrante del paesaggio.

Non c’è niente di poetico, nello spingere una bicicletta talmente carica di posta, che sembra si spezzi, quando le temperature sono siberiane. L’unica cosa che pensi è “prima o poi finirà pure l’inverno”.

E l’inverno finisce, arriva l’estate, 38 gradi all’ombra e ti chiedi “ma dove cavolo è l’ombra, qui c’è solo sole”. E ritorni dal tuo giro sudato da far schifo, il sudore ti bagna talmente tanto, che ti tornano in mente i giorni in cui diluviava e tu eri parte dell’arredo urbano. La cosa buona dell’estate, però, è l’abbronzatura. Ti abbronzi la faccia, parte del collo, e da metà braccio in giù. La tipica abbronzatura dei postini.

Ma in Posta non ci sono solo i postini, ci sono anche gli impiegati cioè gli sportellisti, (ruolo che attualmente svolgo). L’implementazione tecnologica avvenuta in quest’ultimo decennio, in questo settore, ha portato ad un aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro.

La stessa gestione code (cioè i numerini) non è altro che una spia sui tempi di produzione, infatti in molti uffici è automatica, cioè i numeri scattano da soli, ciò significa che è la macchina a stabilire i tuoi tempi di lavoro e no viceversa. Da semplici operatori di sportello, a servizio della comunità, ora siamo diventati (secondo i corsi che ci fa fare l’azienda, preceduti sempre da “privato è bello”) dei veri e propri PROFESSIONISTI, in grado di vendere di tutto: dai libri, agli elettrodomestici, dai BOT, alle obbligazioni, dalle azioni alle assicurazioni, passando attraverso i mutui e i prestiti.

Tutti prodotti da pubblicizzare…. mentre in automatico scattano i numeri e dall’alto lato la gente inferocita, ti sparerebbe volentieri un colpo in fronte. I ritmi sono tanto serrati, e la carenza di personale agli sportelli è strutturale, che non riesci nemmeno ad alzarti per andare in bagno, figuriamoci poi parlare di ferie.

Il bello è che periodicamente l’azienda comunica che ci sono migliaia di unità in esubero, per assumere subito dopo migliaia di lavoratori a tempo determinato.

Come mai? Come mai cioè da una parte si assume e dall’altra si dichiarano esuberi? Questa apparente contraddizione noi la riscontriamo in tutti i processi di ristrutturazione, non è una distrazione, è il contenuto della modernità capitalistica, la quale si impone risparmiando sul lavoro: dai tagli occupazionali, alla precarietà, alle esternalizzazioni, sino ai bassi salari.

Ho accennato ai precari delle Poste, faccio una piccola panoramica su di loro, sono uomini e donne che si spostano da un punto all’altro della penisola, con titolo di studio di ogni ordine e grado, di età compresa dai 19 ai 54 anni, disposti a far di tutto pur di lavorar 3 mesi, nella speranza di essere richiamati per altri 3 mesi e così via.

Poste Italiane ha usato tutte le leggi che la giurisprudenza le consentiva, per chiamare manodopera precaria. Tanto che il suo ricorso da strumento straordinario è diventato ordinario e l’unico modo che questi lavoratori hanno per trasformare il loro contratto da tempo determinato a tempo indeterminato è ricorrere tramite il pretore del lavoro.

Ora un piccolo cenno sulle nuove grandi fabbriche delle Poste: i centri di smistamento. Capannoni che concentrano dalle 800 alle 1200 unità. Il lavoro qui è distribuito su otto turni, con turni montanti anche alle 3 di notte. Dal lavoro notturno non sono esentate le donne.

In queste moderne fabbriche la flessibilità è totale, e il lavoro non si ferma nemmeno durante le feste comandate,  non esiste Natale, né Pasqua figuriamoci le domeniche.

E IL TUTTO PER 1186,00 EURO MENSILI.

Questa è la privatizzazione delle Poste, una delle più grandi aziende del paese.

Noi da anni come lavoratori organizzati in Rifondazione, sotto il simbolo falce e martello, da sempre simbolo del lavoro, tramite i suoi circoli e il coordinamento nazionale, conduciamo una battaglia atta a bloccare questo processo, che passa attraverso lo scorporo del bancoposta… dal settore recapito, il primo sarà quotato in borsa, il secondo invece, sempre più marginalizzato, sarà svenduto ai privati.

Insieme ci siamo battuti contro le esternalizzazioni: da quella dei pacchi, ormai di vecchia data, a quella più recente delle raccomandate. Ovunque come lavoratori organizzati, abbiamo fatto sentire la nostra voce.

La nostra è stata voce di lavoratori tra lavoratori, uniti su obbiettivi concreti, la nostra storia non nasce oggi, oggi è solo una tappa di un cammino cominciato circa 15 anni fa, in Rifondazione, come circoli di lavoro rafforzatisi negli ultimi 2 anni come coordinamento nazionale Poste.

Quindi sulla scia della nostra esperienza noi proponiamo che il percorso cominciato oggi, sia un punto di partenza e non un traguardo. Concretamente noi chiediamo che ogni anno si tenga un’assemblea dei lavoratori e che, il tornare tra i lavoratori, diventi una pratica.

Chiediamo che il lavoro, i problemi del lavoro e i diritti del lavoro siano elementi fondanti della sinistra, così come lo furono 60 anni fa per i Padri Costituenti.

Il lavoro, i diritti del lavoro sono alla base di una società più libera e democratica ecco perché fu scritto all’articolo 1 della Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.”

È sul lavoro che la nostra democrazia pone le sue fondamenta.

Dobbiamo fare dell’articolo 4 della nostra carta costituzionale uno dei punti fermi del nostro agire politico e del nostro programma. Esso recita, cito testualmente:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”

Facciamo una campagna martellante affinché sia ben impresso nelle menti dei governanti, nelle menti di chi firma i contratti, affinché sia affisso in ogni luogo di lavoro l’articolo 36 che dice:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.”

RIMETTIAMO AL CENTRO CHE LA VITA E LA DIGNITA’ DEI LAVORATORI NON E’ NEGOZIABILE.

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