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Contributo di FalceMartello per l’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Prc
Torino 9 febbraio
Vogliamo con questo breve testo dare il nostro contributo al dibattito
per noi urgente sulla costruzione del partito nel movimento operaio. È
nota la perdita di radicamento nei luoghi di lavoro e di militanza
operaia.
Le analisi del nostro partito sulla condizione operaia si limitano a registrare alcuni fenomeni: la deindustrializzazione dei grandi centri urbani, la frammentazione della classe, la precarietà delle condizioni, ecc. Queste analisi però non tengono mai conto delle vertenze politiche e sindacali che conducono a questo deterioramento della condizione operaia e nelle quali anche noi possiamo intervenire per provare a mutare il corso degli eventi.
Anche alla luce dei recenti sviluppi politici, riteniamo improrogabile una autentica svolta operaia da parte del partito per ricostruire quel solido radicamento nei luoghi di lavoro che ci emancipi dalla miserevole condizione di partito di opinione, la cui influenza risulta facilmente marginalizzabile.
Il nostro partito oggi
Il lavoro fatto dal dipartimento nazionale inchiesta ci offre importanti spunti di riflessione. La composizione sociale del nostro partito è prevalentemente da lavoro dipendente. Gli operai sono il 12,7% degli iscritti, impiegati e tecnici il 24%, gli insegnanti il 6,5%. Se aggiungiamo i disoccupati (4,8%) il lavoro dipendente è quasi metà del partito.
A questo si aggiunga che il 48% dei nostri iscritti è anche iscritto a un sindacato (il 40% alla Cgil) e che sulla platea degli intervistati (i partecipanti la scorsa conferenza di organizzazione) ben il 63,6% degli iscritti alla Cgil non considera il sindacato il suo terreno privilegiato di impegno politico.
L’80% degli intervistati fra gli iscritti ai sindacati conferma che il terreno principale di battaglia politica è il Prc.
Questo ci dimostra che il nostro partito ha già al suo interno quelle forze sul quale può appoggiare un solido riorientamento verso il mondo del lavoro.
Se guardiamo alle informazioni raccolte rispetto alla strutturazione del nostro intervento politico scopriamo un aspetto molto interessante.
Il 48% della platea dichiara di sentire il mondo del lavoro come area di interesse politico principale, le questioni ambientali seguono con il 37,2%. Diversamente, alla domanda sui terreni di intervento scopriamo che solo il 4,9% degli interventi sono legati a lotte operaie, mentre il 35,2 sono vertenze territoriali (prevalentemente di carattere ambientale, inceneritori, rigassificatori, centrali termoelettriche, speculazione edilizia, ecc.)
Emerge stridente la contraddizione fra i desideri e l’interesse predominante della nostra militanza verso le tematiche del lavoro e la sostanziale irrilevanza dell’intervento pratico nei conflitti di lavoro.
Non possiamo non registrare un certo disinteresse verso questo intervento da parte del gruppo dirigente.
Prova ulteriore ne è la parte cospicua dell’inchiesta dedicata alla certamente importante questione di genere, all’innovazione e ai Giovani Comunisti e non una riga per citare (neppure per citare) i nostri circoli di luoghi di lavoro.
È necessario impostare una svolta anche perché la nuova situazione politica ce lo impone.
Parte essenziale della svolta nella costruzione del partito deve essere un lavoro sistematico, costante e di lungo periodo verso i luoghi di lavoro e le organizzazioni sindacali, a partire dalla Cgil.
Ogni struttura, a tutti i livelli (circoli, Cpf, Regionali), dovrebbe lavorare sistematicamente alla conoscenza del tessuto economico-produttivo del proprio territorio, alla elaborazione di proposte di intervento, di piattaforme rivendicative, di stimolo e intervento nelle vertenze più significative.
I dipartimenti lavoro (oggi terreno privilegiato per scontri fra le diverse componenti sindacali o, nel migliore dei casi, per organizzare campagne di breve durata) dovrebbero vedere aumentare le proprie risorse umane e finanziarie e stringere rapporti sistematici con circoli e federazioni. Non può accadere che una lotta significativa, il rinnovo contrattuale di una categoria importante, la vertenza di un gruppo di lavoratori precari, passi senza essere conosciuta, discussa nei dettagli dalle nostre strutture e senza che da questa discussione nascano proposte d’intervento in grado di coinvolgere la militanza nel modo più ampio possibile.
Allo stesso modo la politica sindacale sui temi principali dovrebbe essere oggetto di discussione sistematica fra tutti i compagni coinvolti nelle organizzazioni sindacali.
Vogliamo qui di seguito tracciare quelle che a nostro avviso sono le priorità di intervento, nelle quali è necessario rivedere il nostro ruolo anche alla luce di un bilancio negativo dell’esperienza del nostro dipartimento nazionale lavoro.
La questione salariale
Il livello dei salari in Italia, in termini di potere d’acquisto è tra i più bassi d’Europa, inferiori a quelli della Grecia e superiori solo a quelli del Portogallo.
Gli ultimi sono i dati di Bankitalia che ci dicono per l’ennesima volta che i redditi da lavoro dipendente dal 2000 al 2006 sono rimasti fermi, mentre quelli da lavoro autonomo sono cresciuti del 13%.
Ma il reddito non è tutto. La sperequazione vera si legge nella pessima distribuzione della ricchezza: il 10% delle famiglie possiede quasi il 45% del patrimonio totale e facendo uguale a 100 la ricchezza media delle famiglie, emerge che se il capofamiglia è un operaio, il suo indice di ricchezza è pari a 46,9, mentre nel 1995 era pari a 65.
Secondo una ricerca di Mediobanca tra il 1995 e il 2006 i salari sono cresciuti dello 0,4%, i profitti dell’8,1 (venti volte in più).
Il trasferimento di ricchezza da reddito da lavoro dipendente ai padroni è cospicuo e dovrebbe spingere i vertici sindacali a promuovere piattaforme contrattuali all’altezza della situazione, ma siamo ben lontani da questo.
Bonanni ha addirittura dichiarato che “deve finire la convinzione che ci sia un salario a prescindere”. Le ore lavorate, secondo Bonanni, non hanno un diritto in sé ad essere retribuite. Una dichiarazione del genere meriterebbe una rottura immediata della cosiddetta unità sindacale, invece anche i vertici della Cgil si sentono pienamente conquistati ai cosiddetti “interessi generali del paese”, abbindolati dal serpente a sonagli Cordero di Montezemolo, che li ha condotti alla sottoscrizione dello sciagurato protocollo sul welfare e presto al tavolo nel quale Confindustria vuole lo smantellamento del contratto nazionale.
Montezemolo si associa alle lacrime di coccodrillo dei benpensanti sul calo dei salari, sui drammi della democrazia italiana, salvo poi promuovere provvedimenti disciplinari nella sua fabbrica a Maranello contro gli operai che hanno scioperato per il contratto dei metalmeccanici e addirittura contro i delegati che hanno dichiarato che voteranno no al referendum sull’accordo siglato.
Un vero democratico, negli interessi generali del paese!
Salario e contratto nazionale
Guardiamoli bene questi padroni che si lamentano dei bassi salari e denunciamo quali sono i loro reali intenti. Hanno intrapreso, con l’autunno scorso, la strategia degli anticipi sui contratti.
Ha cominciato il pastaio di Ascoli, poi Marchionne, fino all’associazione degli agenti Ina-Assitalia, che ha elargito ai suoi 2500 dipendenti un’una tantum di 300,00 euro e un aumento unilaterale del 4% (a fronte di una richiesta sindacale dell’8,4%), “come gesto di magnanimità”. Anche il padrone amico del centrosinistra Della Valle ha elargito ai suoi 1700 dipendenti un “bonus” di 1400 euro spalmato su 12 mensilità. Sono cifre irrisorie con lo scopo di distruggere il senso stesso della lotta sindacale e dell’organizzazione autonoma dei lavoratori.
Questa è la linea padronale: “il sindacato non serve, vi diamo noi quello di cui avete bisogno”, un’offensiva a tutto campo contro ogni minima insorgenza non solo del conflitto, ma persino dell’organizzazione sindacale.
Il dibattito che Montezemolo chiede per ristrutturare la contrattazione nazionale (leggi: distruggere) ha precisamente questo scopo.
D’altra parte questo è il momento migliore per loro per portare avanti questo affondo: il sindacato e la sinistra sono profondamente screditati nel paese. È difficile per i dipendenti dei centri commerciali, fra i settori operai oggi più sfruttati, essere affezionati a un sindacato che propone loro aumenti salariali medi lordi di 78,00 euro!
Il contratto dei metalmeccanici di cui si prolunga la durata a 30 mesi, nel quale si accetta di scambiare flessibilità e ore di straordinario per pochi soldi in più in busta è stato salutato con entusiasmo dai padroni. Non è casuale, Federmeccanica ha addirittura imposto che si discutesse sulla sua contro-piattaforma e non su quella sindacale; ha aperto una voragine nella diga e ora con questa vittoria andranno avanti a sostenere la necessità di superare questo “vecchio arnese” del contratto nazionale.
Quanto è successo attorno alla vicenda del contratto dei metalmeccanici ci deve essere di monito:
se vogliamo parlare di difesa del salario, è necessario difendere non un qualsiasi contratto nazionale, ma un contratto che tuteli realmente i lavoratori e garantisca un reale aumento del potere d’acquisto. Se il contratto diventa “l’offerta” padronale, possiamo e dobbiamo rispedirla al mittente.
Oggi portare avanti una campagna perché nel referendum che si terrà il 25/27 febbraio prevalga o quanto meno raggiunga un buon risultato il NO è decisivo per tentare di fermare questo processo.
Assurdamente il gruppo dirigente del partito è determinato a perdere anche questo treno, dopo che, in nome della fedeltà al governo Prodi, abbiamo perso quello della battaglia sul welfare e sulla riforma del Tfr. Zipponi si è addirittura spinto a dichiarare in un suo articolo di bilancio sul contratto, pubblicato su Liberazione a gennaio, che un voto contrario favorisce inconsapevolmente una svolta a destra del paese.
Come possiamo essere visti coerentemente dai lavoratori quando parliamo della necessità di mettere al centro della nostra battaglia il salario, se nei passaggi decisivi eludiamo questa battaglia per quieto vivere con gli apparati sindacali?
Precarietà e morti bianche
E vogliamo parlare degli infortuni sul lavoro? Su questo tema navighiamo in un mare di lacrime e di buone intenzioni.
L’Italia è il paese in Europa dove ci sono più infortuni soprattutto mortali. Oltre 1300 morti sul lavoro, di cui 300 per malattie professionali, un’impennata di incidenti fra i lavoratori immigrati. L’Inail stima 200mila infortuni non denunciati ed è stato calcolato che il costo economico degli infortuni e della cura delle malattie professionali è attorno ai 70 miliardi di euro, quasi due finanziarie.
Il governo si è anche vantato di aver assunto quasi 800 ispettori del lavoro, oltre ai ben 2300 attuali: in realtà, di questi solo una settantina sono tecnici, il resto sono amministrativi. Un fatto grave, invece, è stato quello di aver inserito nella finanziaria 2007 l’articolo 1198 che esenta le aziende che ”emergono dal nero” da qualsiasi ispezione e controllo sanitario per un anno. E in progetto, fra le nuove “liberalizzazioni” di Bersani, c’era anche quella di permettere che controlli decisivi di sicurezza sui macchinari siano effettuati da società private anziché, com’è stato finora, da istituzioni pubbliche (l’Ispesl). I casi Enron e Parmalat hanno già dimostrato quanto sia efficiente la “privatizzazione del controllo”…
D’altra parte, dopo i morti alla Thyssen, il ministro Damiano ha pensato bene di proporre sgravi fiscali alle aziende virtuose.
Compagni, anche per rispetto degli operai morti nella fabbrica qui di fronte dobbiamo essere sinceri in primo luogo con noi stessi.
Gli infortuni e i morti sul lavoro ci sono perché è necessario fare gli straordinari per arrivare a fine mese, perché non c’è freno al lavoro precario e non formato, perché l’organizzazione del lavoro significa per i padroni massimo sfruttamento della forza lavoro.
È altamente ipocrita pontificare sulle fantomatiche battaglie contro le morti bianche, sulla necessità di intensificare i controlli, quando non si è conseguenti nel contrastare quegli accordi sottoscritti dalle parti sociali e avallati dal governo che peggiorano le condizioni di lavoro e inesorabilmente, seppur indirettamente, contribuiscono all’aumento degli infortuni sul lavoro.
L’accordo sul welfare del luglio scorso, oltre a suggellare il lavoro precario così come previsto dalla legge 30, prevede l’abolizione della contribuzione aggiuntiva sulle ore di lavoro straordinario introdotta nel 1995: un incentivo per le aziende ad aumentare l’orario di lavoro.
Il dipartimento nazionale lavoro invitava i lavoratori ad esprimersi nella consultazione dell’autunno scorso senza dare esplicitamente indicazione di votare NO. Su quali basi? Per non precludersi la possibilità come partito di poter modificare in parlamento il protocollo, ci avevano detto. I fatti hanno dimostrato che o le battaglie si conducono nella società reale, conquistando l’appoggio dei lavoratori, oppure si perdono miserevolmente. Anche quelle secondarie modifiche che il partito aveva proposto di inserire sono state brutalmente cassate. D’altra parte i rapporti di forza parlamentari non avrebbero mai potuto portare ad un esito diverso.
Così, mentre i militanti hanno dovuto portare avanti una campagna contro il protocollo praticamente a titolo personale, ancora una volta i vertici di Cgil, Cisl e Uil e Confindustria hanno nei fatti dettato la linea del Prc.
Gli operai e tutto il lavoro dipendente sono stati lasciati soli davanti alla crescente arroganza padronale.
È necessario partire da questa consapevolezza per cercare di recuperare terreno. Il governo Prodi è finito ingloriosamente, come era prevedibile dopo 19 mesi di vita affannata, ma nella quale ha coerentemente difeso gli interessi confindustriali.
In attesa di una futura e non realizzata redistribuzione del reddito il nostro partito ha sostenuto una finanziaria che ha approvato pesanti sgravi fiscali al padronato (5mld di euro di cuneo fiscale); la riforma del Tfr, da noi solo parzialmente avversata ha promosso il trasferimento di reddito operaio agli squali della finanza privata e ha suggellato il disinteresse dello Stato verso le pensioni pubbliche. Abbiamo ingoiato un aumento del 24% delle spese militari a scapito di continui tagli allo stato sociale e della riforma del welfare di cui abbiamo parlato sopra.
Giordano ha sostenuto che con il voto sul welfare si era consumata una rottura politica con il governo. Il governo ora non c’è più, ma quella dichiarazione di rottura deve restare e deve riguardare il centrosinistra nel suo complesso, il quale ha promosso e promuove una politica diametralmente opposta alla nostra, proprio sui temi per noi centrali: il lavoro, lo stato sociale, la politica sull’immigrazione, le donne, ecc.
Veltroni sogna fra i suoi candidati Montezemolo, noi non possiamo essere della stessa partita.
Recuperare il nostro radicamento operaio
La nostra conferenza operaia di Torino non può essere un’iniziativa formale, l’incontro fra i lavoratori del nostro partito deve rappresentare l’inizio della svolta verso il radicamento operaio.
È necessario recuperare la fiducia della nostra classe.
Non possiamo liquidare la difficoltà nella nostra militanza con analisi semplicistiche sulla cosiddetta “antipolitica”.
Il problema è che la sinistra si è screditata, ha “fatto” cose diverse da quelle che “diceva”; dunque per recuperare credibilità è necessario dare valore alle parole attraverso un’azione conseguente, attraverso i fatti.
Certamente non possiamo pensare di essere solo noi, militanti di Rifondazione, coloro che invertiranno i rapporti di forza nel paese a favore del lavoro dipendente, ma il nostro partito nel suo complesso, non nei singoli individui o nelle singole realtà, deve impegnarsi in un sostegno attivo nelle vertenze di lavoro principali, offrendosi come sostegno a quei lavoratori e delegati sindacali che spesso trovano avversari non solo nella controparte aziendale, ma anche nel sindacato.
Dobbiamo lavorare coerentemente in questo ambito coinvolgendo tutte le strutture del partito per uscire da una dinamica esclusiva nella quale il terreno privilegiato di attività politica è quello istituzionale a tutti i livelli e, a livello più alto, quello concesso dai massmedia.
Se, come è probabile e come noi auspichiamo e rivendichiamo, il nostro partito si troverà collocato all’opposizione e in contrapposizione anche al centrosinistra, quegli ambiti saranno prevalentemente preclusi.
Sarà obbligatorio recuperare una dimensione del lavoro politico orientata ai conflitti sociali e in particolare al radicamento operaio.
Ripartire dalla classe operaia non significa ripartire da zero. Per quanto il rapporto coi lavoratori in questi anni si è deteriorato non bisogna dimenticare che i compagni del nostro partito sono stati presenti in tutti i conflitti che in questi mesi e anni hanno attraversato il paese.
È necessario affrontare le difficoltà che abbiamo avuto finora in relazione a questo orientamento a partire da una scelta che deve essere operata dall’insieme del partito e dal suo gruppo dirigente.
La scelta riguarda la necessità di rimuovere ogni remora nell’aprire un conflitto con gli apparati di Cgil-Cisl-Uil, laddove questi apparati agiscono per arginare la rabbia e la mobilitazione operaia.
La Fiom ha rappresentato in questi anni un’organizzazione sindacale pungolo dei vertici concertativi ed è stata oggetto di attacchi inaccettabili. Con il contratto dei metalmeccanici si è operata quella che in molti definiscono la normalizzazione della Fiom, tanto auspicata da Epifani.
Non possiamo essere silenti contro queste logiche che vogliono asfissiare il conflitto operaio, che bollano ogni protesta e ogni dissenso come sovversivo e alieno al movimento operaio. È vitale per noi sostenere questo dissenso, a partire da quello del contratto dei metalmeccanici appena siglato e partire da qui per promuovere, insieme ai settori operai più disponibili alla lotta, quella riscossa operaia di cui tutti abbiamo urgente bisogno.
8 febbraio 2008
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