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Usa verso la recessione Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Esposito   
luned́ 04 febbraio 2008

I crolli delle Borse e il nuovo precipitoso taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve sono una nuova indicazione dei problemi da tempo accumulati nell’economia mondiale, e che con ogni probabilità si apprestano ad esplodere.

Negli ultimi anni, decisive vicende politiche, per tutte l’11 settembre, hanno spinto le autorità statunitensi a rimandare con ogni mezzo una crisi economica. Questo ritardo non è stato indolore. Non solo, infatti, il peso della crisi è stato in buona parte spostato sull’Europa e sui creditori degli Usa, tramite la svalutazione del dollaro, ma soprattutto, ha accresciuto le contraddizioni e gli squilibri dell’economia americana. Comunque sia, queste manovre sono arrivate al capolinea: una recessione nel 2008 è data per scontata.

Nei loro rapporti di alcune settimane fa, Merril Lynch e Goldman Sachs, tra le principali banche d’affari americane, hanno scritto che il paese è già in recessione. Un sondaggio di dicembre rivela che il 60% degli americani pensa che la recessione sia già in atto da tempo. Sui giornali si parla però di una recessione breve e leggera. Non è detto che andrà così.


Rallentamento e inflazione


I dati negativi riguardano vari fronti, innanzitutto il mercato del lavoro, la cui situazione è rapidamente peggiorata. A dicembre il tasso di disoccupazione è salito al 5%, un livello non alto di per sé, ma il salto è stato brusco, soprattutto nell’industria e nelle costruzioni, che in un anno hanno perso, rispettivamente, 210.000 e 240.000 posti di lavoro. I disoccupati sono un milione più di un anno fa e considerato che è diminuito anche il tasso di occupazione (ad esempio gli “scoraggiati”, coloro cioè che non cercano più attivamente lavoro sono aumentati del 30%) la vera disoccupazione è ancor più elevata. Quanto alla produzione, il settore manifatturiero ha toccato a dicembre il punto più basso da 5 anni.

Particolarmente grave è poi la situazione del mercato immobiliare. La costruzione di case sta calando da sette trimestri. A novembre le vendite di casa sono scese del 19% rispetto a un anno fa. Anche i prezzi si sono ridotti di cifre simili. Poiché le case costituiscono la principale garanzia dei crediti delle famiglie, questi cali comportano difficoltà crescenti nel ripagare i debiti, con conseguenze sulle banche. Il tasso di non pagamento sui mutui “subprime” è al 16%, il più alto del decennio. In questa situazione è comprensibile perché Countrywide, il più grande istituto di mutui del paese, ormai sull’orlo del fallimento, abbia accettato il salvataggio di Bank of America.

A questo vistoso rallentamento dell’economia si unisce l’aumento dell’inflazione. Sospinti dal petrolio, che ha superato la fatidica soglia dei 100 dollari al barile, i prezzi alla produzione sono aumentati a novembre al tasso più alto da 34 anni (il 3,2%), mentre l’inflazione ha toccato il 4,1%, il massimo da 17 anni. In queste condizioni, la banca centrale dovrebbe raffreddare i prezzi alzando i tassi, ma ciò non è possibile. La Federal Reserve, al contrario, ha tagliato a più riprese i tassi e ha chiarito di essere pronta a tagliare ancora. Non ha alternative per evitare il crollo di qualche grosso istituto di credito esposto, direttamente o via derivati finanziari, sul settore immobiliare. Si consideri che finora le prime dieci banche americane hanno svalutato crediti per oltre 50 miliardi di dollari e iscritto perdite in bilancio per oltre 30. Molti commentatori ritengono che il peggio debba ancora emergere. Questo spiega perché in alcune giornate questo o quel titolo finanziario perda in borsa anche il 10-20%. Intanto, la prima settimana di borsa del 2008 è stata la peggiore dall’82 e Wall Street è tornata ai livelli del 2006.


Politiche keynesiane in vista?


Considerata la gravità della situazione, si moltiplicano le voci a favore di un robusto intervento statale, si parla di 100 miliardi di dollari. Ma l’azione non si presenta facile. Rispetto ad altre epoche, l’indebitamento è enormemente maggiore. Questo vale sia per i privati sia per il governo. Solo negli ultimi tre mesi del 2007 il buco del bilancio federale è stato di 105 miliardi (80 l’anno prima) e per il primo trimestre del 2008 si prevede un aumento del 30%. Peggiora anche il debito con l’estero: nonostante l’aumento dell’export dovuto al calo del dollaro, il deficit corrente è passato da 760 a 780 miliardi, toccando a novembre il record di sempre.

Trovare fondi per interventi significativi implicherebbe inondare il mondo di titoli di Stato americani. Bisogna vedere se i principali creditori degli Stati Uniti saranno pronti a rimettere mano al portafoglio, tanto più se si considera che i tassi di questi titoli stanno scendendo e che il dollaro sta crollando. Non si vede perché mai qualcuno dovrebbe correre a comprare attività finanziarie il cui valore è destinato a calare bruscamente. Non potendo agire sulla leva fiscale, non rimane che la leva monetaria. Non a caso la banca centrale ha tagliato tre volte i tassi da settembre. Tuttavia, anche le banche centrali non hanno risorse illimitate, anche perché per salvare le grandi banche hanno immesso sui mercati, a partire da quest’estate, una massa di denaro senza precedenti, si parla di diverse centinaia di miliardi di euro senza risultati. Infatti, nonostante i tagli, i tassi a cui le banche si prestano i soldi tra loro è più alto che in marzo; prevale la paura di non rivedere i propri prestiti.


Il “decoupling”


Per ora tengono, anche se con difficoltà, i consumi delle famiglie, ma con salari in calo, la disoccupazione in aumento e le banche sempre più timorose di prestare denaro, la cosa non potrà durare. Non resta che aspettare, ci spiegano gli esperti, che sia il resto del mondo a trascinare l’economia (il famoso “decoupling”) e a questo serve la svalutazione del dollaro. Certo, l’Europa potrebbe crescere più degli Stati Uniti, anche se non mancano i problemi nemmeno da questa parte dell’oceano. Tuttavia non è pensabile che semplicemente vi sia uno “sganciamento” dall’economia americana dal resto del mondo. Innanzitutto, l’imperialismo americano non accetterà certo di essere messo in un angolo senza colpo ferire.  Di qui i segnali di guerra verso l’Iran. In secondo luogo, le locomotive asiatiche (e non solo) continuano a crescere rapidamente nella misura in cui possono esportare e insieme attrarre capitali, condizioni che verranno meno se la recessione americana sarà sufficientemente profonda. Questo potrebbe aprire la strada a una crisi di sovrapproduzione su scala planetaria.

Il 10 gennaio l’agenzia di rating Moody’s ha annunciato che i titoli degli Stati Uniti rischiano in un decennio di perdere il rating tripla A (cioè il giudizio migliore), a meno che il governo non tagli massicciamente le spese. Quel rating gli Usa ce l’hanno dal 1917, cioè da quando esiste Moody’s. Se continua così, dieci anni potrebbero rivelarsi un tempo ottimisticamente lungo.

 
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