Nella notte tra giovedì 17 e venerdì 18 gennaio, Paolo Ferrara e Denis Zanon, due operai che stavano lavorando nelle stive della nave World Trader attraccata a Porto Marghera, sono morti per asfissia a causa dell’alta concentrazione di anidride carbonica nella stiva 4 che conteneva soia.
Secondo le prime ricostruzioni, verso l’una di notte, i due operai si sono calati nella stiva con una ruspa cingolata collegata a una gru sulla banchina. Il gas presente sul fondo li ha uccisi in pochi minuti. Accertamenti fatti subito dopo la sciagura dai Vigili del Fuoco hanno rilevato una presenza di ossigeno nell’aria pari al 5% contro un minimo per la sopravvivenza del 17%. Un terzo lavoratore è finito all’ospedale nel tentativo di salvare i due colleghi. Un primo tentativo di soccorrere i due operai sarebbe andato a vuoto a causa di una bombola di ossigeno scarica.
Appena si è diffusa la notizia della morte, i lavoratori hanno occupato le banchine del porto bloccando tutta l’attività di carico e scarico merci. Successivamente, i portuali in corteo sono usciti dallo stabilimento paralizzando le strade che arrivano al complesso industriale.
“Quando arriva una nave si corre. La merce è più importante dell’uomo. Una nave più sta ferma e più costa, e quindi bisogna fare in fretta”.
“Ci mandano a morire tutti i giorni e non vogliono darci quattro soldi in più. Questi sono i padroni! Ora basta”. Questi alcuni dei commenti raccolti da Liberazione.
Porto Marghera viene descritto dai lavoratori come una realtà produttiva frammentata dove regna la flessibilità e il sistema dei subappalti. Ci sono 23 aziende di servizi diverse e ciò significa che su una banchina ci sono contemporaneamente dipendenti di anche cinque o sei società diverse. Molti fra questi lavoratori sono giovani interinali che vengono messi a lavorare al porto, senza alcuna conoscenza, magari per solo pochi giorni.
Tutti e sette i terminal del porto sono gestiti da società diverse tutte in concorrenza esasperata fra loro, una nave ferma al porto di Venezia costa circa diecimila dollari al giorno. “In questi momenti di carenza di lavoro – dice un giovane terminalista – le regole non esistono. Esiste solo chi offre di meno. Chi è disposto a fare il lavoro al prezzo più basso. A noi ci hanno fregato una nave il giorno prima del suo arrivo”. La calma del mare si trasforma in frenesia sulle banchine e la parola d’ordine è “fare in fretta”.
“È inutile che ci raccontiamo storie – dice Roberto in un intervento molto appassionato – qui ormai nessuno parla perché se parliamo veniamo puniti. Sappiamo tutti che le condizioni di lavoro, dei macchinari, dei ritmi sono insostenibili. Ma per uno che parla c’è un altro che è disposto a fare il lavoro, magari un interinale che spera di essere assunto”.
“Rivendichiamo – dice Tony Cappiello – il diritto a fermarci. È un sacrosanto diritto del lavoratore fermarsi quando pensa di non poter operare in condizioni di sicurezza. E non ci possono essere rappresaglie da parte dei padroni”. E non sempre il sindacato difende come dovrebbe chi si espone e denuncia le condizioni in cui si è costretti a lavorare: “Non è vero che noi non denunciamo – dicono in diversi – ma quando l’abbiamo fatto il sindacato non ci ha sostenuti abbastanza”.
A Genova è stata completa l’adesione dei 3mila lavoratori del porto allo sciopero di 24 ore. “Non si è mosso un chilo di merce in 24 ore” ha detto Ivano Bosco, responsabile trasporti della Cgil. Sono state assicurate solo le operazioni per le merci deperibili e per i passeggeri nei traghetti per le isole. Altissima, il 90% secondo i sindacati, l’adesione a Trieste dove è rimasta completamente bloccata l’attività del Molo settimo (container). Molto alta, quasi il 100% anche la partecipazione allo sciopero a Ravenna e in Toscana. Ore di sciopero sono state proclamate anche a Napoli, a Gioia Tauro, in Puglia e Sicilia.
“Sono morti perché la stiva andava sbarcata, perché l’attracco costa, perché non c’è una banchina pubblica. Perché la merce è regina, è la mia padrona. Infatti è la merce che deve riconoscermi la flessibilità, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno”. È questo il pensiero di Luca, un portuale da diversi anni in porto. L’avviso dello sciopero a Genova si è sparso tramite sms, con lo stesso sistema con cui avviene la chiamata dei lavoratori.
Una quarantina di lavoratori genovesi davanti ai cancelli di Ponte Etiopia si trovano in presidio, i camion non riescono a scaricare, vengono bruciati dei copertoni e su di uno striscione i lavoratori scrivono “Genova, Torino, Marghera. Resistenza operaia”. Il ricordo va immediatamente ai fatti di aprile quando morì a Genova in porto Enrico Formenti.
Da allora in porto i problemi non sono stati risolti. Alcuni imprenditori non riconoscono il contratto unico del porto, il salario basso e i turni massacranti continuano ad essere motivo di sofferenza e difficoltà per chi lavora.
La lotta di aprile produsse un accordo che aveva un forte contenuto innovativo: veniva creato un comitato di 8 lavoratori distaccati eletto direttamente dai portuali che aveva la facoltà di intervenire in ogni terminal. I lavoratori avrebbero avuto un numero di telefono per chiamare ad ogni ora questo comitato che avrebbe avuto libero accesso nel porto per un controllo tempestivo delle eventuali condizioni precarie di sicurezza. Da aprile questo comitato sta facendo ancora corsi di formazione e non è ancora operativo. È necessario invece adoperarsi perché si attivi al più presto.
Non è casuale l’ostilità con cui le associazioni padronali hanno parlato di questo comitato, dicendo che non volevano il ritorno delle “guardie rosse” in porto, e chiedendo che prima di entrare nei terminal il comitato debba ricevere almeno l’autorizzazione delle aziende.
Le ispezioni della Guardia Costiera alle navi che hanno fatto scalo nei porti liguri hanno portato al fermo di 31 navi sulle 198 ispezionate. Queste le principali deficienze riscontrate: equipaggiamento e protezione antincendio; dispositivo antinquinamento per la separazione delle acque oleose di sentina; mezzi e dotazioni di salvataggio; preparazione dell’equipaggio alla gestione delle emergenze (Il Secolo XIX, 21 gennaio).
È necessario che i lavoratori tornino ad essere protagonisti nel sindacato, nelle assemblee, con la partecipazione e con lo strumento dello sciopero, affinché una nuova stagione di protagonismo operaio possa strappare ai padroni delle conquiste importanti che partano da un salario dignitoso, contratti stabili e da un sistema di turni che metta i lavoratori nelle migliori condizioni psicofisiche per lavorare. Il porto pubblico sotto controllo dei lavoratori sarà lo sbocco ultimo che potrà assicurare definitivamente la sicurezza sul lavoro. Il benessere del lavoratore al centro del sistema produttivo al posto della “merce regina”.
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