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Una “democratica” repressione Stampa E-mail
Scritto da Dario Salvetti   
lunedì 04 febbraio 2008

13 maggio 1999: a Firenze il corteo dei sindacati extraconfederali contro la guerra nella ex-Jugoslavia giunge fin sotto il consolato americano.

 

Di fronte al consolato c’è un esiguo gruppo di celerini i quali, preoccupati evidentemente che gli insulti dei manifestanti possano danneggiare gravemente l’edificio di cui sono messi a protezione, reagiscono con una carica. La rapidità e la violenza della loro reazione è impressionante: colpiscono con i calci del fucile e un celerino si allunga in avanti sparando un lacrimogeno ad altezza d’uomo a due metri massimo di distanza dal corteo. Tutto questo viene ampiamente documentato da un filmato amatoriale girato a pochi metri dai fatti. Le immagini vengono subito mostrate ai giornalisti in una conferenza stampa, senza che alcuna emittente decida di utilizzarle. Seguono poi azioni di protesta per l’episodio tra cui l’occupazione pacifica della sede Ds.

A distanza di otto anni gli unici imputati sono appunto i manifestanti: 13 compagni di realtà come il Cpa Firenze Sud, Movimento di Lotta per la Casa e il Csa Next Emerson per cui sono stati chieste condanne che oscillano tra i 4 ed i 5 anni di reclusione.

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, ma dell’ennesimo tassello del mosaico di condanne, processi, requisitorie a sfondo politico che si sta tenendo in Italia in questo momento. Secondo lo stesso comunicato in solidarietà agli imputati di Firenze, gli ultimi anni hanno visto novemila compagni coinvolti in procedimenti penali ed inchieste. Si va dagli anarchici di Spoleto arrestati senza alcun fondamento il 23 ottobre scorso e tutt’ora in carcere, dall’inquisizione di due operai di Melfi per il materiale sindacale prodotto in sostegno alla lotta del 2004, fino ai processi per il Global Forum di Napoli e Genova del 2001.

Le requisitorie dei pubblici ministeri sarebbero spesso comiche, se le circostanze non fossero tragiche: queste cariatidi (anche se l’età anagrafica non è spesso così avanzata) del diritto a contatto con volantini e materiale politico iniziano a vedere ovunque trame sovversive. A Cosenza il Pm cita come prova nella propria requisitoria un racconto di narrativa scritto da uno degli imputati. A tutto questo va poi aggiunta una fitta rete di casi minori, fatti di sensazionalismo, arresti, perquisizioni il cui scopo è fare rumore sui giornali per qualche giorno, screditare qualche attivista o organizzazione sindacale per poi far ripiombare la vicenda nell’ombra. Basta un volantino, un articolo o una frase detta male al telefono per passare qualche giorno in carcere o per guadagnarsi le prime pagine dei giornali. Di fronte a tanta impunita arbitrarietà, gli elementi più fanatici interni all’apparato dello Stato tornano a sentirsi le mani libere: alle violenze organizzate si aggiungono quelle gratuite. Così puoi entrare per una ragione puerile in carcere e morirvi, com’è successo ad Aldo Bianzino arrestato per possesso di droghe leggere il 12 ottobre e morto pestato in carcere la notte del 13. Aldo si aggiunge a casi simili come quelli di Federico Aldrovandi e Marcello Lonzi.

Non è questa la sede per dibattere sulle varie teorie sulla fascistizzazione della società o altre suggestioni simili che non condividiamo. Sia sufficiente dire che il contesto è già abbastanza drammatico senza bisogno di creare una sindrome di “carboneria” tra gli attivisti di sinistra. È certo che esiste un forte tentativo di restringere l’agibilità politica e sindacale. È un’esigenza di qualsiasi società in crisi quella di reprimere il dissenso. Non riteniamo che sia casuale il nesso tra nascita del Pd e accelerazione del contesto di repressione che abbiamo descritto. A differenza di vecchie forme socialdemocratiche che alternavano nei confronti della propria sinistra il bastone e la carota, il Pd con le sue mire di eterno garante della stabilità del paese conosce solo il linguaggio del bastone. Bastone che viene agitato dal Pd per poi essere naturalmente impugnato con più padronanza dalla destra.

Il punto è che la repressione si nutre dell’isolamento degli attivisti, della loro distanza dalle masse (inevitabile in alcuni contesti), cerca di presentarli agli occhi della cosiddetta gente comune come elementi pericolosi ed estranei.

Questa logica si sconfigge legando sempre più strettamente la battaglia contro la repressione e per i diritti democratici a piattaforme sociali e generali. Per questo il 26 gennaio, 2000 persone sono scese in piazza a Firenze in solidarietà con gli imputati, e per questo il 2 febbraio saremo nuovamente in piazza a Cosenza.


Mentre andiamo in stampa apprendiamo che per i fatti di Firenze sono stati condannati a 7 anni di reclusione (più di quanto chiesto dal Pm) 12 dei 13 imputati.

 

 
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