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Prodi affonda nei rifiuti della politica Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

E ora, all’opposizione!

Il governo Prodi affonda sempre più rapidamente nell’immondizia, da quella che sommerge le strade di Napoli a quella che dilaga nel mondo della politica parlamentare e ministeriale. È bastata l’inchiesta che ha colpito la moglie del ministro della Giustizia rivelando un sistema di gestione clientelare e illegale del potere per far saltare il tappo di una crisi lungamente maturata e ormai marcia.

Con sprezzo del pericolo – e del ridicolo – la maggioranza dirigente del Prc afferma in un comunicato della Segreteria nazionale (22 gennaio) che il governo cade in primo luogo perché “era posto all’ordine del giorno del governo il tema dell’incremento dei salari”. Nessun vero “risarcimento sociale” era né è in vista, nessuna “svolta riformatrice”, nessun allargamento dei diritti.

A chi vende la favola che si fosse alla vigilia della “svolta” consigliamo di ripercorrere gli avvenimenti non solo degli ultimi due anni, ma anche delle ultime settimane. Per puntellare un governo in agonia il Prc ha dovuto mettere la faccia per difendere scelte che definire inaccettabili è dire poco: dal “pacchetto sicurezza”, legge repressiva che mette gli immigrati alla mercé dell’arbitrio di qualsiasi giudice, alla difesa a spada tratta di Bassolino prima e del piano Prodi per i rifiuti in Campania, con annessa nomina di De Gennaro a supercommissario al di sopra della legge; niente ci è stato risparmiato: neppure l’iniziale solidarietà allo stesso Mastella, con tanto di applausi del gruppo parlamentare alla Camera. È stata una grandinata, che ha mostrato fino a che punto il nostro partito sia stato messo all’angolo.

Fra tre giorni si riunirà la Direzione nazionale del partito. In quella sede proporremo che il Prc si ricollochi immediatamente all’opposizione di qualsiasi governo possa scaturire da questa crisi, e che in caso di elezioni anticipate si lavori fin da subito per presentarci come forza autonoma e senza alcun accordo con il Partito democratico, che sia nella versione di Prodi o di Veltroni.

Ormai non è un segreto per nessuno che il vertice del Prc è diviso, con Bertinotti che preme per la continuazione della legislatura (e quindi per un governo istituzionale se Prodi cadrà) mentre altri, come il ministro Ferrero, hanno assunto posizione contraria. Il comunicato della Segreteria del partito decide di mettere la testa sotto la sabbia e di non assumere alcuna posizione sulla crisi di governo. L’unica rivendicazione chiara è la legge elettorale tedesca: il che però, fino a prova contraria, implica che la legislatura continui, presumibilmente con un governo istituzionale; per varare appunto tale legge.

Per il resto, buio profondo: ci si rimette a Napolitano, come se fosse compito del Presidente della repubblica stabilire la linea del nostro partito.

Ma quali sono concretamente le ipotesi in campo? Sostanzialmente tre: sopravvivenza “acrobatica” di Prodi; governo “istituzionale”; elezioni anticipate.

La prima ipotesi è la meno probabile, ma se si materializzasse con un qualche gioco di prestigio al Senato, cosa ne verrebbe di positivo per il Prc e per le ragioni dei lavoratori? Per quale motivo un Prodi azzoppato e ridotto a cercarsi la maggioranza volta per volta al Senato facendo compravendita di cariche (pare che abbiano già offerto a Dini di subentrare come ministro della Giustizia…) dovrebbe essere più permeabile alle rivendicazioni – per quanto timide ed educate – della sinistra?

Quanto al governo istituzionale, si tratta di un pericolo ancora maggiore. Solo chi è in cattiva fede può sostenere che tale governo si limiterebbe a qualche riforma elettorale: sarebbe inevitabile anche che assuma misure di politica economica, sociale, estera. Da sempre questi governi, proprio per la loro relativa autonomia dal parlamento, sono stati i protagonisti dei peggiori attacchi ai diritti dei lavoratori. Chi ha un po’ di memoria si ricorderà i governi Amato, Ciampi, Dini nei primi anni ’90: abolizione della scala mobile, controriforma delle pensioni, finanziarie lacrime e sangue, privatizzazioni… le cicatrici si sentono ancora. Non a caso in quegli anni il Prc fu sempre all’opposizione.

Ma c’è di peggio: i numeri dicono che con ogni probabilità un governo del genere avrebbe bisogno dei voti del Prc per reggersi in piedi. Che Bertinotti sia disposto anche a questo pur di ottenere una legge elettorale (che peraltro non sarebbe affatto democratica) che favorisca l’operazione della Cosa Rossa non stupisce, considerato che da mesi accenna a tale possibilità. Crediamo tuttavia che nel Prc esistano anche altri oltre a noi che non sono disposti ad accettare uno scempio del genere senza reagire. Senza contare poi l’ipotesi peggiore, cioè quella che il partito getti nella pattumiera quel poco di credibilità che gli rimane rendendosi disponibile a tale ipotesi, per poi vederla fallire e aprire la strada al referendum…

Infine le elezioni con la legge attuale. Che in questo caso la stabilità non sia garantita, ci sembra francamente l’ultimo dei problemi di cui si debba fare carico il nostro partito, considerato che l’invocata stabilità dovrebbe servire, per esplicita ammissione generale, a mettere mano con tanto maggiore celerità e durezza a tutte le controriforme che sono già pronte nei cassetti del governo e di Confindustria, a partire dalla demolizione dei contratti nazionali di lavoro.

È invece ora di ricominciare a camminare su una nuova strada, seppellire il cadavere del governo Prodi e di una linea politica fallimentare come poche altre mai – Cosa rossa inclusa – chiamare a raccolta i militanti e ricostruire un forte partito di lotta e di opposizione, libero finalmente dalla gabbia governista e istituzionalista che ci ha condotti fino all’orlo del precipizio.

Le legislature, i parlamenti (e i loro presidenti) vanno e vengono. Ma le ragioni per una coerente battaglia di classe sono forti oggi più che mai!

 

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