Il documento che qui pubblichiamo è stato scritto nel novembre 2007
come prima bozza di una mozione da presentare nel prossimo congresso
nazionale del Prc. Come è noto, il congresso inizialmente fissato per
marzo 2008 è stato poi rimandato con una decisione assunta dal Comitato
politico nazionale del 16 dicembre scorso, una decisione alla quale ci
siamo opposti, ma senza trovare sostegno al di fuori delle aree di
opposizione.
Abbiamo valutato tuttavia che valesse la pena di pubblicare ugualmente la bozza, con l’avvertenza che si tratta di una base solo parzialmente elaborata, sulla quale nei prossimi mesi ci proponiamo di sviluppare un dibattito approfondito che permetta di completarla e migliorarla in tutti i suoi aspetti. In particolare i capitoli internazionali erano ancora largamente incompleti e avvenimenti importanti quali la sconfitta del referendum promosso da Chavez in Venezuela e la crisi apertasi in Pakistan dovranno vedere una ulteriore elaborazione nei mesi a venire fino al congresso, così come la sezione sul partito, appena accennata.
Il perché di questa pubblicazione è presto spiegato. Il rinvio del congresso non è stato casuale, ma riflette il profondo stato confusionale nel quale versa il gruppo dirigente del partito. Due sono i nodi centrali che il congresso dovrà sciogliere: 1) quale rapporto con il governo Prodi e soprattutto con il Partito democratico. 2) La proposta della cosiddetta “Cosa rossa”, ovvero il “processo di costruzione di una sinistra unitaria e plurale” o, più prosaicamente, la federazione (o fusione, o partito unico, o chissà che altro) fra Prc, Pdci, Verdi e Sinistra democratica.
Ebbene, su nessuno di questi due punti dirimenti la maggioranza che dirige il Prc è stata in grado di produrre una posizione chiara e univoca, sulla quale chiamare i militanti a dibattere e a decidere. Prova ne è il fatto che nella verbosa bozza presentata dalla segreteria nella prima e unica riunione plenaria della commissione politica, si parlava del governo e della “Cosa Rossa” nei termini più evasivi e circonlocutori, usando le classiche formule ambigue che permettono a chiunque di sottoscriverle, salvo poi darne interpretazioni diametralmente opposte.
Né le cose vanno meglio se guardiamo alle posizioni assunte dalle diverse aree di minoranza, che ad oggi non hanno prodotto alcun contributo chiaro riguardo a questi due problemi. Non vogliamo ripetere qui cose già scritte nel documento che vi presentiamo, ci limitiamo ad aggiungere alcuni altri materiali che possono contribuire a chiarire la nostra posizione: in primo luogo, l’articolo di Claudio Bellotti pubblicato su Liberazione del 4 dicembre, nel quale si argomenta la nostra contrarietà al rinvio del congresso; seguono il testo della mozione finale che abbiamo presentato nella riunione del Cpn del 16 dicembre, nonché un breve resoconto del Cpn stesso già pubblicato sul nostro sito.
Non abbiamo la pretesa di avere risposto ad ogni problema nel testo che qui pubblichiamo; tuttavia ci permettiamo di segnalare sommessamente come ad oggi la nostra sia l’unica componente del Prc che sia in grado di pubblicare una propria piattaforma politica e di sottoporla ad un dibattito pubblico.
Mentre scriviamo, il gruppo dirigente si appresta ad andare alla famigerata “verifica” col governo Prodi: ennesimo appuntamento annunciato come decisivo, al punto che proprio in nome della “verifica” e della “consultazione” si è giustificato il rinvio del congresso, ma che con ogni probabilità si sgonfierà nell’ennesima farsa, lasciando una volta di più il partito con i cocci in mano.
A questa deriva si può rispondere solo sulla base di un’analisi chiara e di proposte che, una volta per tutte, rompano con la lunga serie dei pii desideri, delle belle parole che rivestono una brutta realtà, dell’Italia che “cambia davvero”, dei “ricchi che piangono” quando a piangere sono sempre gli stessi.
Il partito in carne e ossa, il partito del 20 ottobre, che nonostante tutto e tutti è ancora cosa diversa dalla cupola istituzionale e governista, ha diritto a risposte chiare e a un dibattito trasparente, onesto, e soprattutto ha diritto non solo a essere “consultato”, ma a decidere in piena autonomia se il Prc debba continuare ad agonizzare in questo governo (fino a quando non sarà Veltroni a liquidarci) o se ricostruirlo come partito di lotta e di opposizione.
8 gennaio 2008
Per un partito di lotta e di opposizione
1. Premessa. L’oggetto di questo congresso
È convinzione diffusa che il nostro congresso debba
discutere in primo luogo dell’esistenza stessa del nostro partito e della
sinistra in generale. Si propone, quindi, una discussione dominata da una
logica da “anno zero” della sinistra, dalla necessità di rispondere al dilemma
“Essere o non essere?”
Questa rappresentazione del nostro dibattito costituisce il
primo avversario da battere. La discussione attuale non nasce dal nulla, non
siamo appunto all’“anno zero” della sinistra, ma dibattiamo sulla base della
strada percorsa fin qui, delle scelte passate, di una crisi che ha radici
profonde. Per capire cosa possiamo e vogliamo essere dobbiamo partire dal
capire cosa siamo stati sin qui.
Il bilancio della nostra permanenza nel governo Prodi è
impietoso. Oggi è fin troppo facile dirlo, se persino il Presidente della
Camera dichiara essere fallita l’ipotesi della “riforma dall’alto”. Nessuno
sforzo tuttavia viene fatto per spiegare le cause di questo fallimento che
chiama in causa l’intera linea dello scorso congresso.
Nel 2007 è stata approvata una finanziaria da oltre 35
miliardi di euro, la più pesante degli
ultimi dieci anni, mentre la manovra del 2008 sarà di “soli” 11
miliardi.
L’Unione aveva vinto le elezioni promettendo di abrogare le
leggi più odiose approvate da Berlusconi: la legge 30, appunto, ma anche la
Bossi-Fini e la riforma Moratti. Nulla è stato fatto.
La totale flessibilità e precarietà del mercato del lavoro è
stata confermata dal pacchetto sul welfare, che ha al suo interno una nuova
controriforma delle pensioni. Allo scalone Maroni si sostituiscono gli scalini.
Il risultato è sempre l’aumento dell’età pensionabile.
La Bossi-Fini è ancora la legge che regola l’immigrazione
verso l’Italia, costringendo centinaia di migliaia di immigrati alla
clandestinità e allo sfruttamento. Il nuovo disegno di legge, peraltro ancora
da discutersi, si inserisce all’interno delle stesse logiche, limitandosi ad
allargare le maglie e a razionalizzare l’afflusso degli immigrati in base alle
necessità delle imprese; non si rompe con la logica dei flussi,
indissolubilmente legata alla clandestinità e ai Cpt.
La riforma Moratti non è stata affatto cancellata, Fioroni
ha conservato il “doppio binario” tra
licei ed istituti tecnici e professionali, sancendo una chiara selezione di
classe tra gli alunni ed ha trasformato nei fatti gli istituti in fondazioni,
aprendo totalmente al finanziamento delle scuole pubbliche ai privati. I finanziamenti
alle scuole private aumentano di anno in anno.
L’Italia si è ritirata dall’Iraq, ma ha aumentato la sua
presenza in Afghanistan e inviato 2500 soldati in Libano, dove il nostro
contingente è il più numeroso della forza multinazionale. Le spese militari
sono aumentate sia nel 2007 (+11%) che nel 2008 (+13%), mentre quelle per la
scuola e l’università sono diminuite. La posizione di sottomissione del governo
nei confronti degli Usa riguardo alla base di Vicenza è sotto gli occhi di
tutti, per non parlare dell’adesione segreta e neppure discussa dal parlamento
al progetto Usa di scudo antimissile rivolto contro la Russia
Sui diritti civili il pur timido provvedimento dei Dico ha
trovato un opposizione feroce da parte delle gerarchie ecclesiastiche e dei
loro partiti di riferimento all’interno del centrosinistra ed è stato
rapidamente affossato, così come ogni ipotesi di cancellazione della
Fini-Giovanardi sulle droghe.
Mentre i salari italiani sono i più bassi d’Europa, le
imprese fanno profitti da favola, aiutate dal governo: oltre cinque miliardi di
euro di cuneo fiscale (il 60%) nella finanziaria 2007, mentre gli istituti
finanziari hanno applaudito entusiasticamente la destinazione del Tfr ai fondi
pensione privati.
Una vera e propria Caporetto, per il nostro partito e per le
classi meno abbienti che intendevamo rappresentare con la nostra entrata nella
coalizione governativa.
Il governo Prodi si è dimostrato impenetrabile alle istanze
dei lavoratori, dei precari, degli immigrati, delle donne, dei giovani, dei
movimenti; in pochi, rari casi, l’azione del nostro partito ha potuto ritardare
alcuni provvedimenti, mitigarne altri, introdurre correttivi. Questo, va
ribadito, nel migliore dei casi.
I salari italiani sono fra i più bassi d’Europa e sono quelli
che crescono meno, la precarizzazione non ha freni; si allarga la fascia della
povertà, in particolare nel Mezzogiorno, dove in molte regioni viene devastato
quel che resta del tessuto produttivo mentre un’intera generazione di giovani,
spesso altamente scolarizzati, deve riprendere la via dell’emigrazione.
Questo arretramento si è prodotto in condizioni di
sostanziale pace sociale, grazie all’effetto combinato del collaborazionismo
dei vertici sindacali e della presenza della sinistra al governo. Si arretra, e
per giunta si arretra senza combattere: non è difficile capire perché si
diffondono sentimenti di disillusione e cinismo, perché si aprono spazi per una
demagogia a buon mercato (Grillo) che ha gioco fin troppo facile nell’additare
una sinistra complice della politica ufficiale, corrotta e corruttrice, lontana
anni luce dalle esigenze delle masse.
L’arretramento si misura anche sul terreno ideologico, dei
diritti, dei rapporti che attraversano la società. Ondate di aria irrespirabile
attorno alle campagne xenofobe, razziste, omofobe, al rinnovato oscurantismo
della gerarchia ecclesiastica, alle politiche repressive, sembrano soffocare
ogni tentativo di critica da sinistra, ogni protagonismo di classe, sia nella
lotta sociale e politica che nella battaglia ideologica. A poco serve
sottolineare l’irrazionalismo di queste “risposte” (peraltro pesantemente
alimentate da un gigantesco apparato di mistificazione e propaganda mediatica):
non si tratta qui di “illuminare” masse ignoranti, ma di capire che questo
clima avvelenato, che indebolisce e scoraggia tanti attivisti della sinistra,
che rende complesso e difficile portare avanti la battaglia quotidiana, ha una
causa ben precisa: il crollo verticale nella credibilità e nell’autorità
politica di tutte le forze della sinistra, in primo luogo del nostro partito. È
sbagliato attribuire le nostre difficoltà a sole cause oggettive, e tantomeno
alla perfidia dei nostri avversari. È l’intreccio tra una crisi sociale e la
mancanza di risposte credibili a sinistra che crea questa situazione.
Se ne esce solo con una coraggiosa rottura politica,
strategica, rimettendo onestamente in discussione il percorso che ci ha portato
fin qui.
Ad essere sconfitta non è solo la linea che fu maggioritaria
al congresso di Venezia, della “grande riforma della società italiana”, della
“pervasione” del governo, del “governo leggero, movimento pesante”. È sconfitta
nei fatti anche l’ipotesi dei “paletti”, della trattativa sui punti
qualificanti. Tale di fatto è stata in effetti la pratica condotta dal partito
nell’ultimo anno: tentare di aggrapparsi ai punti “qualificanti” del programma
dell’Unione per tentare di giustificare i nostro ruolo. Superamento dello
scalone, della Legge 30, commissione d’inchiesta sul G8… ad ogni tentativo, questi
“paletti” si sono dimostrati dei fili d’erba che regolarmente ci sono rimasti
in mano ogni volta che abbiamo tentato di aggrapparci ad essi per frenare lo
slittamento a destra del governo.
2. Il futuro del Prc
Una delle manifestazioni più significative della difficoltà
del nostro partito è la ricerca, da parte di diversi settori dei gruppi
dirigenti, di panacee, scorciatoie miracolistiche che hanno il comune
denominatore della sfiducia nel partito e della disperata attesa che qualcosa o
qualcuno al di fuori del partito stesso possa indicare una via d’uscita. La
proposta della “cosa rossa” ricade indubbiamente in questo errore: la linea
dell’unità a tutti i costi, del “pochi maledetti e subito” (dove l’accento va
posto sul “pochi”…), a prescindere da contenuti, strategie, programmi, senza
basi politiche che non siano quelle dell’elettoralismo più deteriore, altro non
può essere definita se non come disperata.
Sul versante opposto, settori del partito hanno creduto e
credono che la soluzione della crisi sia da cercarsi nella fuga settaria; ogni
settimana e ogni mese si dichiara che il Prc è ormai morto, che è stato
perpetrato l’ultimo tradimento, e che non resta che ricostruire da zero. Poco
cambia che questa ricostruzione si concretizzi in minipartiti dei quali nessuno
si accorge (Ferrando) o in tardive rivisitazioni delle posizioni movimentiste
delle “reti”, dei “forum”, dei “patti” (Sinistra critica), la logica rimane la
stessa.
Altri ancora cercano nel Pdci l’ipotetico aggancio per
trovare la fantomatica “massa critica”, questa volta in una logica di “unità
comunista”. Nonostante pretenda di fondarsi su basi ideologiche salde, la
proposta di “nuova unità dei comunisti” è priva di basi politiche tanto quanto
le altre già citate. Su che basi si ritiene che sia stato superato e messo da
parte il governismo incancrenito che ha segnato il gruppo dirigente del Pdci
fin dalle sue origini? Per non parlare poi del fatto che concretamente tali
proposte “unitarie” si fondano non su un reale processo di aggregazione a
sinistra, ma sui due scontri di corrente paralleli che hanno lacerato da un
lato lo stesso Pdci (Diliberto contro Rizzo) e dall’altro la ex mozione 2 del
Prc (divisa tra Essere comunisti e Ernesto).
Su più lati dunque si manifesta una tendenza deteriore a
costruire geografie politiche immaginarie, ossia a pensare che si possano
“smontare” e “riassemblare” a proprio piacimento i partiti e le tendenze oggi
esistenti: nessun riferimento all’analisi concreta della situazione concreta,
alla lotta di classe in carne e ossa e alle battaglie politiche reali che su di
essa vanno costruite, ai partiti e alle diverse tendenze per ciò che
rappresentano realmente, per come si sono storicamente costituiti e per come si
possono e debbono evolvere: sogni e desideri al posto dell’azione politica
reale. Su questa strada non c’è alcun futuro!
La nostra tesi è esattamente opposta: nulla di valido può
essere costruito se non si parte da quello che realmente esiste, dal partito e
dai suoi militanti, dal suo insediamento, dalla volontà di lottare che la
manifestazione del 20 ottobre 2007 ha messo così chiaramente in evidenza.
Nessuna ingegneria organizzativa o peggio elettoralistica può sostituire la
necessità di un programma, di un’analisi e di un’azione basate fermamente sugli
interessi di classe.
Si deve partire da ciò che è, non da ciò che si vorrebbe, e
innanzitutto da un’analisi scrupolosa dello scenario politico e sociale attorno
a noi.
3. La nascita del Partito democratico
La fondazione del Partito democratico rappresenta un punto
di svolta importante, destinato a ridisegnare per un periodo di anni il
panorama politico italiano e il contesto nel quale il nostro partito si troverà
ad agire.
Le basi ideologiche e programmatiche del Pd sono emerse in
questi mesi già con sufficiente chiarezza. Il Pd assume come proprio fulcro
ideologico l’impresa, il profitto, la competizione capitalistica. Il preteso
interclassismo di Veltroni, la sbandierata equidistanza fra lavoro e impresa,
l’assunzione del concetto liberale della sovranità del consumatore, non sono
altro che la veste ideologica con la quale il Pd ricopre la propria missione di
fondo: annullare fin nel profondo ogni concetto di conflitto di classe,
riportare la coscienza dei lavoratori allo stato di “classe in sé”, come avrebbe
scritto Marx, ossia di una classe atomizzata, frantumata dalla concorrenza,
materia prima per lo sfruttamento capitalistico, incapace di riconoscere i
propri interessi e di costituirsi in quanto classe attraverso la lotta
collettiva.
Impedire che si manifesti qualsiasi conflitto tra lavoro e
impresa: questo lo scopo dichiarato di Veltroni e del suo partito. Ciò che da
oltre un secolo distingue il “modello americano”, al fondo, non è un
determinato sistema elettorale o istituzionale, ma l’assenza di un partito
politico che possa essere considerato espressione, in modo più o meno diretto,
dei lavoratori organizzati. A questo tende il Pd, e non a caso vengono ora
suggeriti modelli organizzativi che aboliscano il tesseramento introducendo il
concetto del “cittadino elettore” contrapposto all’iscritto e al militante, il
tutto ovviamente sostenuto dall’organizzazione di tipo lobbistico che
contraddistingue le campagne elettorali negli Usa, nelle quali la forza dei
diversi candidati viene misurata in termini di capacità di autofinanziamento
attraverso il rapporto diretto con i poteri forti.
Come si vede sarebbe riduttivo quindi limitarsi a un’analisi
puramente ideologica della nuova formazione. La piena comprensione del ruolo
del Pd deve tenere conto del suo insediamento, delle sue basi sociali, dei suoi
punti d’appoggio: tutti elementi indispensabili a comprenderne la strategia e a
fronteggiarla.
Si schiera oggi dietro al Pd la parte decisiva del sistema
economico italiano. Manifestano interesse o adesione al Pd grandi nomi della
finanza, da Corrado Passera (AD Intesa-San Paolo) ad Alessandro Profumo
(Unicredit); con la scalata di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di
Siena il Pd si ritrova ad avere al suo fianco anche la terza banca italiana. Il
Pd può contare su rapporti assai ramificati nel settore edilizio-immobiliare,
anche se i “furbetti” sono caduti in disgrazia non viene meno l’intreccio in
uno dei settori che più accumula profitti e potere in questi anni; e non a caso
ogni volta che si aprono conflitti riguardo grandi opere o speculazioni
edilizie, questi legami emergono con particolare chiarezza: si pensi a
operazioni come la Tav, o come il gigantesco progetto legato all’asse
Fiera-Expo di Milano, dove la rendita immobiliare e i costruttori gestiscono in
modo perfettamente bipartisan i rapporti con le amministrazioni. Né all’appello
del Pd mancano i nomi dell’industria privata e di Stato (Merloni, Moratti,
Tronchetti Provera, l’ex presidente di Confindustria Abete, Bernabè, Cipolletta
e Moretti, De Benedetti…), delle potenze emergenti nel campo delle utilities
quali Hera, Acea, Iride…
Ma la forza del Pd non si limita al sostegno del grande
capitale. Dalla fusione di Ds e Margherita nasce un partito con un apparato
massiccio, con una capillare presenza istituzionale a tutti i livelli (non solo
nelle assemblee e negli esecutivi, ma anche nei diversi gangli del potere e
della burocrazia statale), fiancheggiato da pesanti strutture economiche e
associative come le due centrali cooperative.
La nascita del Pd crea le condizioni di una ristrutturazione
anche del campo del centrodestra, con la possibilità di nuove aggregazioni
favorite da una opportuna legge elettorale. Il “taglio delle ali”, ossia la
marginalizzazione del Prc, da tempo perseguito dalla classe dominante, diventa
ora possibile.
Per 15 anni la classe dominante ha dovuto gestire una doppia
anomalia: se governava il centrosinistra, questo implicava la partecipazione
del Prc e la necessità di trovare dei compromessi con la sinistra, sia pure ai
danni di quest’ultima, con le conseguenti trattative; accordi, tempi dilatati,
ecc. Dall’altra parte, i governi di centrodestra implicavano lo strapotere di
Berlusconi, il prevalere dei suoi affari privati, e soprattutto una forte
conflittualità nelle piazze e nei luoghi di lavoro, come ha dimostrato
l’esperienza del 2001-2005.
Oggi con la formazione del Pd e la conseguente
ristrutturazione del quadro parlamentare, i padroni di questo paese tentano di
risolvere questo doppio problema: aspirazione riassunta da Veltroni quando ha
dichiarato che è ora di finirla di parlare di “Berlusconi e comunisti”.
4. Verso un “sindacato unico democratico”?
Elemento decisivo nel disegno del Pd è la conquista della
piena egemonia sul movimento sindacale e una profonda trasformazione del
sindacato stesso e della struttura delle relazioni sindacali.
Il modello per anni propugnato dalla Cisl diventa oggi
strategia del Pd in una vera e propria guerra di conquista avviata all’interno
della Cgil. Punti centrali di questo modello sono:
- Forte riduzione del ruolo del contratto nazionale di
lavoro.
- Spostamento del centro di gravità sulla contrattazione
aziendale (e/o territoriale), secondo la logica della piena variabilità del
salario e dell’orario in funzione delle esigenze d’impresa.
- Trasformazione del sindacato in “ente bilaterale”
impegnato nella gestione congiunta assieme alle organizzazioni padronali del
sistema pensionistico (all’interno del quale il ruolo della pensione pubblica
deve essere ridotto a quello di una pura assistenza sociale ai livelli più
bassi mentre la previdenza integrativa deve assumere un ruolo centrale), della
flessibilità (si veda il capitolo relativo del protocollo del 23 luglio 2007),
ecc.
La logica di fondo di questo programma è già pienamente
contenuta nel protocollo sul welfare del 23 luglio, come lo era nell’operazione
Tfr. L’aspetto più rilevante è il pieno coinvolgimento del vertice della Cgil,
che si è posto in prima fila particolarmente nella consultazione sul welfare
nel farsi promotore e “garante” di questa linea nei luoghi di lavoro. Non è
fuori luogo quindi parlare di un processo di “cislizzazione” della Cgil.
Tale processo non può compiersi in modo indolore e
molecolare, senza suscitare resistenze; precisamente per questo motivo il suo
corollario necessario è lo scatenamento di una vera e propria guerra
all’interno della Cgil, che nelle intenzioni del gruppo dirigente dovrebbe
ridurre al silenzio o spingere al di fuori della confederazione stessa le due
aree di minoranza (Lavoro Società e Rete 28 aprile) e il gruppo dirigente della
Fiom.
Solo se si vede il disegno complessivo è possibile
comprendere la durezza dell’attacco e la sua profondità. La Fiom è stata
attaccata come se la sua posizione contraria al protocollo sul welfare fosse
espressione di un qualche salotto radical-chic e non di un sindacato di massa,
principale categoria industriale, che organizza centinaia di migliaia di
lavoratrici e lavoratori.
Il disprezzo per ogni forma di reale controllo democratico,
la ricorrente accusa di contiguità col terrorismo rivolta contro delegati o
dirigenti periferici “colpevoli” di non accettare le direttive del vertice,
tutto questo non si spiega se non si comprende la profondità della svolta in
atto.
Sarebbe del tutto illusorio pensare che un conflitto del
genere possa risolversi attraverso un semplice dibattito, al termine del quale
una tesi prevale sull’altra, ma non cambia nel profondo la natura
dell’organizzazione, la sua vita e i suoi rapporti interni, la sua pratica. La
normalizzazione alla quale punta il gruppo dirigente implica la demolizione
dell’attuale gruppo dirigente della Fiom e la completa marginalizzazione delle
aree critiche: piegarsi e tacere, oppure opporsi ed essere egualmente
emarginati e forse anche estromessi dalla Cgil. Questa è l’alternativa di
fronte alla quale Epifani pone i suoi oppositori usando contro la Fiom la
formula della “scarsa confederalità”.
I militanti del Prc nella Cgil e in generale nei luoghi di
lavoro devono assumere fino in fondo le responsabilità derivanti da questo
conflitto. Deve essere rettificato il grave errore di prospettiva che ha spinto
il gruppo dirigente del Prc ad estraniarsi, di fatto, prima dal dibattito
legato alla scelta della destinazione del Tfr e successivamente, in modo ancora
più grave, dalla consultazione nei luoghi di lavoro sul protocollo del welfare.
Il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici costituisce un
nuovo terreno di scontro, forse decisivo. Questa volta a scendere in campo a
sostegno di una linea concertativa fondata sull’aziendalismo (più che non sulla
concertazione centralizzata) è la stessa Fiat. I 30 euro messi sul piatto da
Marchionne (seguito poi da altre aziende del settore significative anche sul
piano “politico” come la Brembo di Bombassei) non sono banalmente destinati
solo a indebolire il fronte degli scioperi. Lo scopo è far filtrare tra i
lavoratori il messaggio che quando i soldi in azienda ci sono (e in Fiat ve ne
sono a iosa, anche grazie ai cospicui regali del governo) è sterile aspettare i
“tempi lunghi” della contrattazione nazionale centralizzata quando si potrebbe
rapidamente trovare l’accordo a livello aziendale.
Nel 2001 e 2003 la Fiom per due volte rifiutò di firmare il
contratto nazionale; già allora il gruppo dirigente della Cgil sopportò con
evidente fastidio il “massimalismo” dei metalmeccanici. Un quadro del genere,
oggi, nel pieno dell’offensiva del Pd nella Cgil, sarebbe probabilmente
impossibile da ricomporre. Il gruppo dirigente della Fiom avrebbe a quel punto
la scelta tra piegarsi o assumersi l’onere di quella battaglia a tutto campo
che nello scorso congresso della Cgil di fatto venne rifiutata da Rinaldini.
Non di “quarto sindacato” si tratterebbe, quindi, come molti
commentatori definiscono la Fiom, ma della lotta indispensabile contro la prospettiva
di un “sindacato unico democratico” concertativo, aziendalista, votato al
completo soffocamento di ogni spinta di classe nei luoghi di lavoro.
Parlare di “sindacato unico democratico” non significa
necessariamente parlare di una vera e propria unificazione di apparati e di
sigle tra Cgil, Cisl e Uil, ma più in generale segnalare il processo di
convergenza burocratica tra i vertici delle tre confederazioni, indotto dalla
formazione del Pd.
È nostro compito prioritario porci al centro di questo
conflitto, sia nel dibattito interno alla Cgil che nell’azione quotidiana nei
luoghi di lavoro. Nessuna prospettiva credibile di rilancio del partito può
essere tracciata se non si parte da questa linea di conflitto e demarcazione,
destinata ad assumere un carattere decisivo rispetto alle precedenti divisioni
e articolazioni del dibattito sindacale.
Sarebbe del tutto illusorio pensare di poter respingere
l’offensiva del Pd nella Cgil attestandosi su una difesa della cosiddetta
“autonomia sindacale”. Se mai questa posizione è esistita, è stata travolta
dagli avvenimenti successivi alla firma degli accordi sul welfare. Tra
l’Epifani del 23 luglio, che dichiara il protocollo appena firmato essere un
tentativo di umiliare la Cgil e proclama la fine della concertazione con tanto
di lettera a Prodi, e l’Epifani di settembre, che scatena l’apparato nella
caccia alle streghe contro chiunque non aderisca al “Sì convinto” al protocollo
stesso, è il secondo a prevalere.
Il successivo dibattito parlamentare sul welfare ha confermato
cosa significhi l’“autonomia delle parti sociali”: autonomia dell’apparato
burocratico del sindacato rispetto ai lavoratori, completa subordinazione ai
dettami di Confindustria.
Su un altro versante, la consultazione sul welfare ha
prodotto un ulteriore riallineamento nei sindacati di base, separando chi ha
scelto correttamente di fare campagna per il No da chi, con manifestazione di
settarismo cieco, ha proposto l’astensione, rinunciando a proporsi come punto
di riferimento alternativo e limitandosi ad aspettare che passasse sul fiume il
cadavere della Fiom.
Così gli avvenimenti seguiti alla firma del protocollo del
23 luglio, se letti correttamente, ci forniscono una chiave di comprensione di
quello che sarà il conflitto centrale nel quale dovremo agire nella prossima
fase.
Un primo asse di intervento riguarda la battaglia nella
Cgil. Deve essere abbandonata la linea suicida sin qui seguita dal partito, che
ha di fatto rinunciato a un serio lavoro di collegamento e organizzazione dei
propri militanti nella Cgil; è necessario di partecipare nel modo più incisivo
e organizzato alla costruzione di una opposizione di sinistra che non si limiti
a battaglie di apparato, di organismi, ma che si ponga l’obiettivo di
intervenire sistematicamente e direttamente nei luoghi di lavoro, nelle
vertenze, nelle elezioni delle Rsu, nonché di aggregare le forze per una
battaglia aperta su una piattaforma alternativa, battaglia che fu assente allo
scorso congresso della Cgil e che è una necessità imprescindibile per aggregare
e rafforzare le posizioni di classe nella confederazione.
Ma neppure questa battaglia oggi può essere sufficiente a
dare voce alle esigenze dei lavoratori, compresse da una pesante cappa
burocratica. È necessario andare ancora più alla base, nelle aziende, e
contribuire a costruire, laddove se ne crei la possibilità, strumenti di
espressione diretta dei lavoratori: comitati di lotta, coordinamenti di
delegati, strutture autoconvocate, riprendendo la migliore tradizione
consiliare del movimento operaio italiano per dare possibilità di espressione e
dei punti di riferimento alle esigenze e alle vertenze che sorgono dai luoghi
di lavoro e che vengono sistematicamente soffocate dagli apparati burocratici.
5. La “questione salariale” e la precarietà
I dati pubblicati dall’Ires-Cgil sui salari italiani
confermano il totale disastro prodotto dalla concertazione basata sugli accordi
del luglio 1992-93. Nel 1993-2006 i salari lordi di fatto tengono a malapena il
passo dell’inflazione (ufficiale), mentre quelli contrattuali perdono in media
lo 0,5% all’anno. Negli anni 2002-2007 la perdita del potere d’acquisto è pari
a oltre 1200 euro l’anno, ai quali vanno aggiunti quasi 700 euro di mancata
restituzione del fiscal drag che portano la perdita complessiva a 1900 euro.
Mentre i padroni strillano contro le imposte, l’aliquota Irpef effettiva pagata
dai lavoratori sale dal 18,5 del 2000 al 19,6 del 2006.
L’arretramento generale si accompagna a un aumento delle
differenze: nel 2006 il “lavoratore standard” guadagnava 1171 euro, che
scendono a 969 nel mezzogiorno, a 961 per le donne, a 866 nelle piccole
imprese, a 856 per gli immigrati, a 854 per i giovani.
I giovani risultano particolarmente colpiti: un
collaboratore fra i 15 e i 34 anni guadagna in media 768 euro mensili; un
apprendista 736. Il tasso di povertà fra i lavoratori giovani (18-34 anni) è
superiore alla media nazionale.
I profitti, viceversa, schizzano alle stelle. Il modesto
aumento della produttività creato in questi 13 anni è andato per il 13 per
cento ai salari, per l’87 per cento alle imprese. Secondo il campione di
Mediobanca (1000 imprese con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il
2006 i salari aumentano in media dello 0,4% annuo, i profitti dell’8,1 per
cento: oltre venti volte di più!
È quindi necessario sviluppare una campagna di massa
generale, di lungo periodo attorno ai temi oggi decisivi nei luoghi di lavoro.
Salario: di fronte alla continua erosione del potere
d’acquisto dei salari e alla difficoltà crescente nel rinnovare i contratti
nazionali, in opposizione ai tentativi di controriforma del modello
contrattuale, va rivendicato un salario minimo legale: nessun lavoratore a
tempo pieno deve lavorare per meno di 1000 euro al mese. Tale cifra, articolata
anche su base oraria e per i part-time, deve diventare la base minima di
qualsiasi rapporto di lavoro, dei contratti nazionali, e deve essere
indicizzata all’inflazione reale.
Precarietà: abolizione della Legge 30 e del Pacchetto Treu,
trasformazione di tutti i contratti a termine in tempo indeterminato.
Democrazia sindacale: abolizione delle quote garantite nelle
Rsu, abbassamento del rapporto lavoratori/delegati (aumento del numero dei
delegati), riconoscimento del diritto di tutte le sigle sindacali e di tutti i
lavoratori a candidarsi con pari dignità e diritti; consultazione obbligatoria,
vincolante e con regole democratiche su tutti gli accordi, dei lavoratori
coinvolti.
Salario ai disoccupati, contro la logica degli sgravi
fiscali, che ha dimostrato fin qui la sua totale inefficacia, va rivendicato un
salario per i disoccupati pari all’80 per cento di un 3° livello
metalmeccanico, che permetta di rompere il ricatto della precarietà e del
lavoro nero e dell’emigrazione forzata.
6. Il Prc, Sinistra democratica e la “Cosa rossa”
La scissione dai Ds dalla quale è emersa Sinistra
democratica è stata un evento significativo soprattutto perché ha contribuito a
porre all’attenzione di una vasta fascia di militanti e sostenitori della
sinistra il passaggio qualitativo che si andava compiendo con lo scioglimento
del Ds e la loro definitiva rottura di ogni residuo legame di classe. Oggi i
mesi trascorsi dalla nascita di Sinistra democratica ci permettono di affermare
che le sue potenzialità sono state largamente dissipate. È necessario dare una
valutazione il più possibile esatta e sobria della natura e della funzione di
questa formazione
Anche qui, come nel caso del Pd, non possiamo limitarci agli
aspetti ideologici, al fatto che Sd si proclami interna al campo del socialismo
europeo. Dobbiamo guardare all’evoluzione reale dei processi e alle loro basi
materiali. Mussi ha nei fatti rinunciato a costruire un partito vero e proprio.
Sd vive fondamentalmente come un gruppo parlamentare al quale si affianca un
settore di apparato sindacale. L’attrazione fondamentale che si esercita su Sd
non è verso sinistra, ma verso destra: non appena si è manifestata la
candidatura di Veltroni a segretario del Pd sono cominciati i ripensamenti; poi
si è avuta la defezione di Angius, motivata con l’eccessiva vicinanza di Mussi
al Prc. Infine la vicenda del protocollo sul Welfare ha fatto emergere la
posizione di quel settore di burocrazia sindacale che ha imposto a Mussi di
votare a favore del protocollo in consiglio dei Ministri, che si è schierata
per il Sì nella consultazione, che ha aperto un fuoco di fila contro la
manifestazione del 20 ottobre.
Alla costituzione del “soggetto unico e plurale della
sinistra”, Mussi arriva come un vero e proprio generale senza esercito. Per
molti aspetti pare di assistere a una ripetizione peggiorata del lungo percorso
che ha portato alla formazione della “Sezione italiana della Sinistra Europea”:
un dibattito confuso ed estenuato, il cui unico risultato è stato di creare
grande confusione e disagio nel partito per poi approdare a un nulla di fatto,
ossia all’adesione di pochi soggetti, scarsamente rappresentativi, quasi tutti
collocati su posizioni moderate, incidenti poco o nulla sul piano della
militanza, ma esageratamente presenti nella rappresentanza istituzionale. Non a
caso, nonostante il gran parlare di “processo partecipato e che parte dal
basso”, si procede in realtà per strappi imposti con decisioni dei gruppi
dirigenti ristretti, sottratte a qualsiasi reale verifica democratica dal
basso.
L’effetto concreto della relazione con Sinistra democratica
non è quello di aggregare forze o di allargare il fronte sul quale facciamo
avanzare le nostre proposte, ma è quello di esercitare sul nostro partito una
continua trazione verso destra, di contribuire a vincolarci ancora più
strettamente al Partito democratico. Non a caso Prodi si dichiara fortemente
interessato a un buon esito del processo di aggregazione a sinistra. Non a caso
i settori più avvertiti del Pd, che capiscono che non possono lasciare
completamente scoperto il fianco sinistro, considerano il processo di
aggregazione a sinistra come una utile leva per fare emergere una “cultura di
governo” nella “sinistra radicale”.
La realtà è che oggi il percorso di unificazione a sinistra,
per come si è concretamente sviluppato, costituisce soprattutto un ostacolo
alla discussione principale: quale rapporto fra la sinistra e il Partito
democratico? “Leale competizione”, come è stato fin qui teorizzato e praticato,
o battaglia a tutto campo contro il tentativo di cancellare ogni espressione
indipendente della classe operaia e degli sfruttati? Alleanza o conflitto
strategico? Dalla risposta che diamo a questa domanda derivano tutti gli altri
aspetti della nostra azione futura: strategia, tattica, programma, natura
stessa del nostro partito.
L’unità a sinistra è un obiettivo naturale, qualsiasi
lavoratore, o soggetto impegnato in una vertenza cercherà sempre l’unità contro
l’avversario, quale esso sia.
Ma questa è utile al movimento se si realizza nel conflitto
sociale, nella lotta che lega soggettività diverse che si uniscono su contenuti
radicali e di trasformazione.
Un partito che si batte contro la guerra, contro la povertà,
contro la precarietà, contro la devastazione del pianeta può ricercare
quell’unità che è vitale nella misura in cui è alternativa alle politiche delle
classi dominanti.
In tutti questi mesi, dalla nascita del Pd (e dunque di
Sinistra democratica) abbiamo visto come l’unità a sinistra si sia realizzata
solo quando era tesa a limitare il conflitto sociale. Quando Rifondazione
Comunista ha mobilitato la piazza, come nel caso del 20 ottobre, Sinistra
democratica si è sottratta, mentre è sempre stata presente quando si è trattato
di sostenere il governo Prodi nelle sue misure antipopolari (come sull’accordo
del welfare).
Un nuovo soggetto politico della sinistra alternativa
(confederazione o partito unico che sia) che nasce su queste basi non può che
essere controproducente. L’unità ha un senso se si inserisce in un confronto
politico e programmatico, che non coinvolge settori ristretti delle burocrazie,
ma si rivolge all’insieme del movimento e alla sinistra politica e sociale di
questo paese. Ha senso soprattutto se è volta all’azione, a battaglie comuni,
chiare, riconoscibili sulle quali sia possibile la mobilitazione della nostra
base.
Solo l’unità costruita dal basso e nel corso delle
mobilitazioni può risolvere le resistenze delle cricche e gli egoismi di un
ceto politico che ha acquisito così tanti privilegi da non sapersi più
rapportare in modo sano con i lavoratori e tutti coloro che subiscono le
ingiustizie di questo sistema.
L’unica alleanza che in questa fase è progressiva è quella
che si forma all’opposizione del sistema tra quelle forze disposte a battersi
contro le politiche del grande capitale. Solo la rottura netta e dichiarata con
il Pd può costituire quella base unitaria per la nascita di un'alleanza delle
sinistre di classe che si battono su ogni terreno (politico, sociale e persino
istituzionale) contro le forze della borghesia, sia reazionarie, che “democratiche”
e progressiste che in ogni caso si sono alternate in questi 15 anni per
perpetuare il massacro sociale a cui tutti abbiamo assistito.
7. All’opposizione, ma per fare cosa?
La necessità di ricollocare il Prc all’opposizione non
deriva quindi solo dai risultati deludenti dell’esperienza del governo Prodi. È
necessario prendere piena coscienza del fatto che la nascita del Pd impone di
riconsiderare non solo la natura del governo Prodi, ma un intero impianto del
dibattito a sinistra che, pur fra differenze anche di fondo, ha fatto per lungo
tempo da cornice comune ai nostri dibattiti.
Sarebbe un errore clamoroso pensare che la semplice
“scomparsa della sinistra” apra uno spazio e di per sé favorisca in modo
automatico l’inserirsi nostro o di altri, quasi si trattasse di occupare un
posto rimasto libero attorno a una tavola imbandita. L’esperienza di Sinistra
democratica già dice qualcosa al riguardo. Nel tracollo di una tradizione
storica, nel ridislocarsi di interi grandi apparati, nel venire meno di punti
di riferimento ideologici e organizzativi, non si crea alcuno spazio. Si crea
semmai un vuoto che sembra rendere inarrestabile l’arretramento di cui siamo
testimoni.
È necessario tuttavia vedere anche l’altro lato della
medaglia, respingendo una visione pessimista, unilaterale, ideologica: Veltroni
può cancellare l’esistenza della divisione della società in classi dal suo
linguaggio; non può però estirpare le contraddizioni di classe dalla società,
né la lotta che continua a derivarne.
Il punto che va assunto è il seguente: non può darsi alcuna
reale avanzata del Prc e della sinistra se non senza e contro il Partito
democratico. Non può essere costruito un consenso significativo né un movimento
di massa attorno a una prospettiva anticapitalista se non attraverso un
conflitto che mini alla radice le basi di consenso del Pd e lo faccia
esplodere.
Questo è il centro del problema. Un blocco di potere come
quello del Pd non si scardina in un giorno. Sono necessarie condizioni
oggettive e soggettive. Parlare di costruire una sinistra all’altezza di
sfidarlo significa parlare di un lavoro di portata strategica, di elaborare una
adeguata piattaforma programmatica e rivendicativa, di lavorare
sistematicamente a un solido insediamento nella classe lavoratrice e negli
altri settori sfruttati della società, di costruire quadri e strutture in grado
di fare fronte a questi compiti e, non ultimo, serve che questo percorso sappia
intrecciarsi con una ripresa delle mobilitazioni di massa tale da erodere le
basi di consenso di cui oggi il Pd può disporre.
Tale compito può essere solo affrontato solo da una
posizione di opposizione strategica, di fondo, a tutti i livelli, nazionale
come locale. Altrimenti il Prc si condanna una esistenza da satellite del Pd,
più o meno vicino a seconda delle condizioni e della fase politica, ma sempre
in ultima istanza condizionato in modo decisivo nelle proprie scelte e
battaglie dal rapporto con il Pd. In questo secondo caso, l’esito non sarebbe
una “leale competizione” fra Pd e sinistra, ma il ritorno in grande stile, in
una fase successiva, di una destra pericolosa
8. Una destra che rialza la testa minacciosa
Di tutte le posizioni sbagliate diffusesi nel nostro partito
negli scorsi tre anni, una delle più platealmente errate era la quella secondo
la quale allearsi con l’Ulivo sarebbe servito a combattere la destra.
Mai come oggi nel nostro paese la destra e l’estrema destra
conquistano facilmente terreno, diffondono la loro ideologia avvelenata, si
muovono con un’impunità e un’agibilità inedite.
Sarebbe infantile attribuire le colpe di questo stato di
cose solo alla spregiudicatezza di Berlusconi che ha accolto le formazioni
neofasciste nella sua coalizione alle scorse elezioni. Abbiamo sicuramente a
che fare con un fenomeno che si ripresenta anche in altri paesi d’Europa.
Va analizzato il ruolo specifico di queste forze.
L’attivismo dei partitini neofascisti, e in particolare di Forza Nuova e della
Fiamma tricolore, risponde in primo luogo, come sempre, all’imperativo di
togliere l’agibilità politica alle forze della sinistra, ma non si esaurisce in
questo, nelle intimidazioni, nelle aggressioni, sempre più numerose a militanti
e sedi della sinistra. Oggi attraverso le campagne xenofobe e razziste condotte
in collaborazione, diretta o indiretta, con i partiti della destra
parlamentare, i neofascisti ottengono lo scopo fondamentale di “sdoganare” idee
e comportamenti che per decenni erano stati considerati accettabili solo
all’interno di ghetti ben delimitati. Decine e decine di episodi, da Opera
(Milano) a Pavia, da Verona a Roma, hanno mostrato fin troppo chiaramente lo
schema di queste campagne nelle quali si stabilisce una perfetta divisione dei
compiti fra l’“attivismo” semisquadrista sul territorio (fiaccolate, “ronde”,
ecc.), che vede protagoniste in particolare Forza Nuova e la Lega Nord, e le
campagne più a vasto raggio che coinvolgono i partiti della destra
“rispettabile” e la grande stampa.
L’importanza di queste campagne consiste quindi soprattutto
nella loro capacità di rendere accettabili e legittime idee le peggiori idee
razziste, xenofobe, omofobe, reazionarie in genere e nel veicolarle attraverso
l’intero spettro della politica ufficiale. Il loro successo non si misura solo
e tanto nei voti raccolti da queste liste (che finora sono in generale pochi),
ma nel fatto che la loro ideologia e i loro contenuti vengano legittimati e
rilanciati su scala più vasta.
Quanto detto qui per la questione immigrazione vale allo
stesso modo per le campagne revisioniste rivolte contro la memoria storica
della sinistra e del movimento operaio, per le campagne di stampo
cattolico/integralista, familista, omofobico, e via di seguito.
Bisogna essere ciechi per non vedere come questo rilancio
della reazione trovi oggi la strada spalancata precisamente grazie al governo
dell’Unione. Da un lato, i vertici del Pd non si fanno nessun problema nel
porsi in prima fila nelle campagne xenofobe, col risultato di legittimarne gli
argomenti senza per questo strappare consensi alla destra. Dall’altro lato, il
fatto che ci siano “i comunisti” al governo, particolarmente un governo con
queste politiche economiche, crea il terreno ideale per il diffondersi della
demagogia razzista precisamente in quei settori popolari più poveri, che più si
sentono traditi e abbandonati da questo governo. La paralisi imposta al
movimento operaio lascia le piazze libere per il diffondersi del veleno del
razzismo.
Tutto questo prepara una ulteriore evoluzione nella destra
italiana. Nei cinque anni del governo Berlusconi molti dei suoi tratti
reazionari erano ben visibili, ma sono rimasti per così dire incompiuti, più
enunciati che praticati fino in fondo. Ma non sarà sempre e necessariamente
così.
Oggi, come già detto, i settori decisivi della classe
dominante privilegiano l’opzione del Partito democratico e non vedono di
particolare buon occhio l’ipotesi di un nuovo governo Berlusconi. La stessa leadership
di Berlusconi sulla Casa della libertà è messa in discussione. Va tuttavia
distinto quello che è un passaggio parlamentare dai movimenti di fondo nella
società: la spinta del Pd, le manovre centriste, la forte pressione della
classe dominante in favore di Veltroni possono per un periodo oscurare
Berlusconi o persino marginalizzarlo dal quadro parlamentare. Tuttavia un
possibile governo del Pd andrà incontro allo stesso logoramento e discredito
sperimentati dal governo Prodi. Quando il Pd abbia esaurito la sua spinta
egemonica, in particolare in condizioni di crisi sociale, sarà inevitabile che
ad esso si contrapponga una destra aggressiva. In assenza di una forte
alternativa a sinistra, quello che con Berlusconi è rimasto spesso a livello di
farsa, può diventare tragedia. Solo il movimento operaio può impedire un simile
sbocco, solo una sinistra che rompa ogni subordinazione al Partito democratico
può proporre una via d’uscita dalla crisi del capitalismo che sbarri la strada
alla demagogia neofascista e alla prospettiva di un nuovo e peggiore governo
delle destre.
9. Razzismo e immigrazione
Al diffondersi di razzismo e xenofobia non si sbarra strada
con la filantropia, né con il solo impegno del volontariato, per quanto possa
essere generoso, ma con una piattaforma rivendicativa avanzata, che possa
dialogare con il crescente protagonismo dei lavoratori immigrati, che sempre
più in futuro lotteranno – come già stanno facendo – per la difesa dei propri
diritti.
Se idee razziste penetrano in certi settori della classe
lavoratrice, questo non si deve a fattori “culturali”, ma in primo luogo alla
sensazione di abbandono e tradimento che tanti lavoratori sentono di fronte
alla politica dei vertici sindacali e di partiti della sinistra. La parola
solidarietà non è credibile se non si accompagna a una azione coerente, con i
fatti e non con le parole, per la difesa dei diritti di tutti.
Dobbiamo in primo luogo rifiutare la logica dei flussi. Le
quote prefissate, che siano più o meno larghe, implicano necessariamente
l’esistenza di una fascia di clandestinità, del conseguente apparato repressivo
(a partire dai Cpt), nonché dei problemi sociali che ad essa si accompagnano,
innanzitutto per gli stessi immigrati. Va riconosciuto il permesso di soggiorno
a tutti coloro che ne fanno richiesta, vanno riconosciuti i diritti politici e
sociali a tutti gli immigrati. Riguardo al problema più bruciante, quello
dell’alloggio, va sviluppato un piano nazionale di edilizia pubblica a prezzi
convenzionati (10% del salario). L’Italia è oggi il paese europeo con meno case
in affitto e con meno edilizia pubblica; questo è il risultato di 10 anni di
liberalizzazione degli affitti e della svendita del patrimonio immobiliare
pubblico. Questa tendenza va invertita con un piano massiccio di investimenti,
nonché con l’esproprio delle grandi immobiliari e degli appartamenti sfitti.
Solo su questa base è possibile garantire un alloggio decente a milioni di
persone, immigrati o italiani, che non hanno altra scelta se non farsi
strozzare dai mutui o rinunciare ad un proprio alloggio.
Oggi, con tre milioni di immigrati legali, gli stranieri
costituiscono una parte importante e in molti settori decisiva della classe
lavoratrice. Il Prc deve investire sistematicamente sull’intervento fra gli
immigrati, favorendo l’autorganizzazione e la partecipazione ai sindacati, ai
movimenti, al partito stesso, non solo contro il razzismo e la xenofobia, ma
anche contro le logiche paternalistiche o clientelari con le quali si tenta di
confinare le rivendicazioni degli immigrati in un ambito innocuo.
10. Un partito basato sulla militanza, sulle lotte, sulla
partecipazione attiva
Uno dei frutti più amari dell’entrata nel governo è
l’istituzionalizzazione dilagante del partito, il calo della militanza e della
partecipazione. Questa involuzione non è né inevitabile, né irreversibile. Il
20 ottobre ha mostrato una volta di più che esistono grandi riserve di energie
militanti, disponibili alla mobilitazione quando venga fornito un terreno
praticabile. L’indispensabile svolta politica deve accompagnarsi a una vera e
propria rivoluzione interna al partito. Le rappresentanze istituzionali,
gonfiatesi a dismisura, vanno poste sotto il rigido controllo dei militanti e
degli organismi democraticamente eletti; va introdotto il salario operaio per
tutti i compagni/e che occupino cariche istituzionali, misura indispensabile
contro il carrierismo. Va garantita una presenza significativa di lavoratori in
produzione negli organismi dirigenti a tutti i livelli. È necessario aprire un
dibattito sulla formazione di un apparato efficace, particolarmente in
periferia, che venga formato e selezionato non a partire dalle rappresentanze
istituzionali e dalle loro appendici, ma che emerga dai settori più militanti e
capaci di stringere autentici rapporti di massa: delegati rsu, attivisti
effettivamente inseriti nei movimenti di lotta sul territorio, ecc.
Va, infine, radicalmente riorganizzato il nostro quotidiano Liberazione,
riguardo al quale è necessario convocare una speciale conferenza del partito
che si ponga l’obiettivo di fare di Liberazione, oggi completamente svincolata
dal dibattito, dalle esigenze e dal lavoro del partito, l’effettiva voce degli
oltre 2000 circoli del nostro partito, strumento di formazione e di
organizzazione del nostro intervento politico, nonché di autentica espressione
democratica del nostro dibattito interno.