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Per un partito di lotta e di opposizione Stampa E-mail
Scritto da FalceMartello   

 Materiali per il settimo congresso del Prc

Il documento che qui pubblichiamo è stato scritto nel novembre 2007 come prima bozza di una mozione da presentare nel prossimo congresso nazionale del Prc. Come è noto, il congresso inizialmente fissato per marzo 2008 è stato poi rimandato con una decisione assunta dal Comitato politico nazionale del 16 dicembre scorso, una decisione alla quale ci siamo opposti, ma senza trovare sostegno al di fuori delle aree di opposizione.

Abbiamo valutato tuttavia che valesse la pena di pubblicare ugualmente la bozza, con l’avvertenza che si tratta di una base solo parzialmente elaborata, sulla quale nei prossimi mesi ci proponiamo di sviluppare un dibattito approfondito che permetta di completarla e migliorarla in tutti i suoi aspetti. In particolare i capitoli internazionali erano ancora largamente incompleti e avvenimenti importanti quali la sconfitta del referendum promosso da Chavez in Venezuela e la crisi apertasi in Pakistan dovranno vedere una ulteriore elaborazione nei mesi a venire fino al congresso, così come la sezione sul partito, appena accennata.

Il perché di questa pubblicazione è presto spiegato. Il rinvio del congresso non è stato casuale, ma riflette il profondo stato confusionale nel quale versa il gruppo dirigente del partito. Due sono i nodi centrali che il congresso dovrà sciogliere: 1) quale rapporto con il governo Prodi e soprattutto con il Partito democratico. 2) La proposta della cosiddetta “Cosa rossa”, ovvero il “processo di costruzione di una sinistra unitaria e plurale” o, più prosaicamente, la federazione (o fusione, o partito unico, o chissà che altro) fra Prc, Pdci, Verdi e Sinistra democratica.

Ebbene, su nessuno di questi due punti dirimenti la maggioranza che dirige il Prc è stata in grado di produrre una posizione chiara e univoca, sulla quale chiamare i militanti a dibattere e a decidere. Prova ne è il fatto che nella verbosa bozza presentata dalla segreteria nella prima e unica riunione plenaria della commissione politica, si parlava del governo e della “Cosa Rossa” nei termini più evasivi e circonlocutori, usando le classiche formule ambigue che permettono a chiunque di sottoscriverle, salvo poi darne interpretazioni diametralmente opposte.

Né le cose vanno meglio se guardiamo alle posizioni assunte dalle diverse aree di minoranza, che ad oggi non hanno prodotto alcun contributo chiaro riguardo a questi due problemi. Non vogliamo ripetere qui cose già scritte nel documento che vi presentiamo, ci limitiamo ad aggiungere alcuni altri materiali che possono contribuire a chiarire la nostra posizione: in primo luogo, l’articolo di Claudio Bellotti pubblicato su Liberazione del 4 dicembre, nel quale si argomenta la nostra contrarietà al rinvio del congresso; seguono il testo della mozione finale che abbiamo presentato nella riunione del Cpn del 16 dicembre, nonché un breve resoconto del Cpn stesso già pubblicato sul nostro sito.

Non abbiamo la pretesa di avere risposto ad ogni problema nel testo che qui pubblichiamo; tuttavia ci permettiamo di segnalare sommessamente come ad oggi la nostra sia l’unica componente del Prc che sia in grado di pubblicare una propria piattaforma politica e di sottoporla ad un dibattito pubblico.

Mentre scriviamo, il gruppo dirigente si appresta ad andare alla famigerata “verifica” col governo Prodi: ennesimo appuntamento annunciato come decisivo, al punto che proprio in nome della “verifica” e della “consultazione” si è giustificato il rinvio del congresso, ma che con ogni probabilità si sgonfierà nell’ennesima farsa, lasciando una volta di più il partito con i cocci in mano.

A questa deriva si può rispondere solo sulla base di un’analisi chiara e di proposte che, una volta per tutte, rompano con la lunga serie dei pii desideri, delle belle parole che rivestono una brutta realtà, dell’Italia che “cambia davvero”, dei “ricchi che piangono” quando a piangere sono sempre gli stessi.

Il partito in carne e ossa, il partito del 20 ottobre, che nonostante tutto e tutti è ancora cosa diversa dalla cupola istituzionale e governista, ha diritto a risposte chiare e a un dibattito trasparente, onesto, e soprattutto ha diritto non solo a essere “consultato”, ma a decidere in piena autonomia se il Prc debba continuare ad agonizzare in questo governo (fino a quando non sarà Veltroni a liquidarci) o se ricostruirlo come partito di lotta e di opposizione.


8 gennaio 2008 


Per un partito di lotta e di opposizione

 

1. Premessa. L’oggetto di questo congresso

È convinzione diffusa che il nostro congresso debba discutere in primo luogo dell’esistenza stessa del nostro partito e della sinistra in generale. Si propone, quindi, una discussione dominata da una logica da “anno zero” della sinistra, dalla necessità di rispondere al dilemma “Essere o non essere?”

Questa rappresentazione del nostro dibattito costituisce il primo avversario da battere. La discussione attuale non nasce dal nulla, non siamo appunto all’“anno zero” della sinistra, ma dibattiamo sulla base della strada percorsa fin qui, delle scelte passate, di una crisi che ha radici profonde. Per capire cosa possiamo e vogliamo essere dobbiamo partire dal capire cosa siamo stati sin qui.

Il bilancio della nostra permanenza nel governo Prodi è impietoso. Oggi è fin troppo facile dirlo, se persino il Presidente della Camera dichiara essere fallita l’ipotesi della “riforma dall’alto”. Nessuno sforzo tuttavia viene fatto per spiegare le cause di questo fallimento che chiama in causa l’intera linea dello scorso congresso.

Nel 2007 è stata approvata una finanziaria da oltre 35 miliardi di euro, la più pesante degli  ultimi dieci anni, mentre la manovra del 2008 sarà di “soli” 11 miliardi.

L’Unione aveva vinto le elezioni promettendo di abrogare le leggi più odiose approvate da Berlusconi: la legge 30, appunto, ma anche la Bossi-Fini e la riforma Moratti. Nulla è stato fatto.

La totale flessibilità e precarietà del mercato del lavoro è stata confermata dal pacchetto sul welfare, che ha al suo interno una nuova controriforma delle pensioni. Allo scalone Maroni si sostituiscono gli scalini. Il risultato è sempre l’aumento dell’età pensionabile.

La Bossi-Fini è ancora la legge che regola l’immigrazione verso l’Italia, costringendo centinaia di migliaia di immigrati alla clandestinità e allo sfruttamento. Il nuovo disegno di legge, peraltro ancora da discutersi, si inserisce all’interno delle stesse logiche, limitandosi ad allargare le maglie e a razionalizzare l’afflusso degli immigrati in base alle necessità delle imprese; non si rompe con la logica dei flussi, indissolubilmente legata alla clandestinità e ai Cpt.

La riforma Moratti non è stata affatto cancellata, Fioroni ha conservato  il “doppio binario” tra licei ed istituti tecnici e professionali, sancendo una chiara selezione di classe tra gli alunni ed ha trasformato nei fatti gli istituti in fondazioni, aprendo totalmente al finanziamento delle scuole pubbliche ai privati. I finanziamenti alle scuole private aumentano di anno in anno.

L’Italia si è ritirata dall’Iraq, ma ha aumentato la sua presenza in Afghanistan e inviato 2500 soldati in Libano, dove il nostro contingente è il più numeroso della forza multinazionale. Le spese militari sono aumentate sia nel 2007 (+11%) che nel 2008 (+13%), mentre quelle per la scuola e l’università sono diminuite. La posizione di sottomissione del governo nei confronti degli Usa riguardo alla base di Vicenza è sotto gli occhi di tutti, per non parlare dell’adesione segreta e neppure discussa dal parlamento al progetto Usa di scudo antimissile rivolto contro la Russia

Sui diritti civili il pur timido provvedimento dei Dico ha trovato un opposizione feroce da parte delle gerarchie ecclesiastiche e dei loro partiti di riferimento all’interno del centrosinistra ed è stato rapidamente affossato, così come ogni ipotesi di cancellazione della Fini-Giovanardi sulle droghe.

Mentre i salari italiani sono i più bassi d’Europa, le imprese fanno profitti da favola, aiutate dal governo: oltre cinque miliardi di euro di cuneo fiscale (il 60%) nella finanziaria 2007, mentre gli istituti finanziari hanno applaudito entusiasticamente la destinazione del Tfr ai fondi pensione privati.

Una vera e propria Caporetto, per il nostro partito e per le classi meno abbienti che intendevamo rappresentare con la nostra entrata nella coalizione governativa.

Il governo Prodi si è dimostrato impenetrabile alle istanze dei lavoratori, dei precari, degli immigrati, delle donne, dei giovani, dei movimenti; in pochi, rari casi, l’azione del nostro partito ha potuto ritardare alcuni provvedimenti, mitigarne altri, introdurre correttivi. Questo, va ribadito, nel migliore dei casi.

I salari italiani sono fra i più bassi d’Europa e sono quelli che crescono meno, la precarizzazione non ha freni; si allarga la fascia della povertà, in particolare nel Mezzogiorno, dove in molte regioni viene devastato quel che resta del tessuto produttivo mentre un’intera generazione di giovani, spesso altamente scolarizzati, deve riprendere la via dell’emigrazione.

Questo arretramento si è prodotto in condizioni di sostanziale pace sociale, grazie all’effetto combinato del collaborazionismo dei vertici sindacali e della presenza della sinistra al governo. Si arretra, e per giunta si arretra senza combattere: non è difficile capire perché si diffondono sentimenti di disillusione e cinismo, perché si aprono spazi per una demagogia a buon mercato (Grillo) che ha gioco fin troppo facile nell’additare una sinistra complice della politica ufficiale, corrotta e corruttrice, lontana anni luce dalle esigenze delle masse.

L’arretramento si misura anche sul terreno ideologico, dei diritti, dei rapporti che attraversano la società. Ondate di aria irrespirabile attorno alle campagne xenofobe, razziste, omofobe, al rinnovato oscurantismo della gerarchia ecclesiastica, alle politiche repressive, sembrano soffocare ogni tentativo di critica da sinistra, ogni protagonismo di classe, sia nella lotta sociale e politica che nella battaglia ideologica. A poco serve sottolineare l’irrazionalismo di queste “risposte” (peraltro pesantemente alimentate da un gigantesco apparato di mistificazione e propaganda mediatica): non si tratta qui di “illuminare” masse ignoranti, ma di capire che questo clima avvelenato, che indebolisce e scoraggia tanti attivisti della sinistra, che rende complesso e difficile portare avanti la battaglia quotidiana, ha una causa ben precisa: il crollo verticale nella credibilità e nell’autorità politica di tutte le forze della sinistra, in primo luogo del nostro partito. È sbagliato attribuire le nostre difficoltà a sole cause oggettive, e tantomeno alla perfidia dei nostri avversari. È l’intreccio tra una crisi sociale e la mancanza di risposte credibili a sinistra che crea questa situazione.

Se ne esce solo con una coraggiosa rottura politica, strategica, rimettendo onestamente in discussione il percorso che ci ha portato fin qui.

Ad essere sconfitta non è solo la linea che fu maggioritaria al congresso di Venezia, della “grande riforma della società italiana”, della “pervasione” del governo, del “governo leggero, movimento pesante”. È sconfitta nei fatti anche l’ipotesi dei “paletti”, della trattativa sui punti qualificanti. Tale di fatto è stata in effetti la pratica condotta dal partito nell’ultimo anno: tentare di aggrapparsi ai punti “qualificanti” del programma dell’Unione per tentare di giustificare i nostro ruolo. Superamento dello scalone, della Legge 30, commissione d’inchiesta sul G8… ad ogni tentativo, questi “paletti” si sono dimostrati dei fili d’erba che regolarmente ci sono rimasti in mano ogni volta che abbiamo tentato di aggrapparci ad essi per frenare lo slittamento a destra del governo.

 

2. Il futuro del Prc

Una delle manifestazioni più significative della difficoltà del nostro partito è la ricerca, da parte di diversi settori dei gruppi dirigenti, di panacee, scorciatoie miracolistiche che hanno il comune denominatore della sfiducia nel partito e della disperata attesa che qualcosa o qualcuno al di fuori del partito stesso possa indicare una via d’uscita. La proposta della “cosa rossa” ricade indubbiamente in questo errore: la linea dell’unità a tutti i costi, del “pochi maledetti e subito” (dove l’accento va posto sul “pochi”…), a prescindere da contenuti, strategie, programmi, senza basi politiche che non siano quelle dell’elettoralismo più deteriore, altro non può essere definita se non come disperata.

Sul versante opposto, settori del partito hanno creduto e credono che la soluzione della crisi sia da cercarsi nella fuga settaria; ogni settimana e ogni mese si dichiara che il Prc è ormai morto, che è stato perpetrato l’ultimo tradimento, e che non resta che ricostruire da zero. Poco cambia che questa ricostruzione si concretizzi in minipartiti dei quali nessuno si accorge (Ferrando) o in tardive rivisitazioni delle posizioni movimentiste delle “reti”, dei “forum”, dei “patti” (Sinistra critica), la logica rimane la stessa.

Altri ancora cercano nel Pdci l’ipotetico aggancio per trovare la fantomatica “massa critica”, questa volta in una logica di “unità comunista”. Nonostante pretenda di fondarsi su basi ideologiche salde, la proposta di “nuova unità dei comunisti” è priva di basi politiche tanto quanto le altre già citate. Su che basi si ritiene che sia stato superato e messo da parte il governismo incancrenito che ha segnato il gruppo dirigente del Pdci fin dalle sue origini? Per non parlare poi del fatto che concretamente tali proposte “unitarie” si fondano non su un reale processo di aggregazione a sinistra, ma sui due scontri di corrente paralleli che hanno lacerato da un lato lo stesso Pdci (Diliberto contro Rizzo) e dall’altro la ex mozione 2 del Prc (divisa tra Essere comunisti e Ernesto).

Su più lati dunque si manifesta una tendenza deteriore a costruire geografie politiche immaginarie, ossia a pensare che si possano “smontare” e “riassemblare” a proprio piacimento i partiti e le tendenze oggi esistenti: nessun riferimento all’analisi concreta della situazione concreta, alla lotta di classe in carne e ossa e alle battaglie politiche reali che su di essa vanno costruite, ai partiti e alle diverse tendenze per ciò che rappresentano realmente, per come si sono storicamente costituiti e per come si possono e debbono evolvere: sogni e desideri al posto dell’azione politica reale. Su questa strada non c’è alcun futuro!

La nostra tesi è esattamente opposta: nulla di valido può essere costruito se non si parte da quello che realmente esiste, dal partito e dai suoi militanti, dal suo insediamento, dalla volontà di lottare che la manifestazione del 20 ottobre 2007 ha messo così chiaramente in evidenza. Nessuna ingegneria organizzativa o peggio elettoralistica può sostituire la necessità di un programma, di un’analisi e di un’azione basate fermamente sugli interessi di classe.

Si deve partire da ciò che è, non da ciò che si vorrebbe, e innanzitutto da un’analisi scrupolosa dello scenario politico e sociale attorno a noi.

 

3. La nascita del Partito democratico

La fondazione del Partito democratico rappresenta un punto di svolta importante, destinato a ridisegnare per un periodo di anni il panorama politico italiano e il contesto nel quale il nostro partito si troverà ad agire.

Le basi ideologiche e programmatiche del Pd sono emerse in questi mesi già con sufficiente chiarezza. Il Pd assume come proprio fulcro ideologico l’impresa, il profitto, la competizione capitalistica. Il preteso interclassismo di Veltroni, la sbandierata equidistanza fra lavoro e impresa, l’assunzione del concetto liberale della sovranità del consumatore, non sono altro che la veste ideologica con la quale il Pd ricopre la propria missione di fondo: annullare fin nel profondo ogni concetto di conflitto di classe, riportare la coscienza dei lavoratori allo stato di “classe in sé”, come avrebbe scritto Marx, ossia di una classe atomizzata, frantumata dalla concorrenza, materia prima per lo sfruttamento capitalistico, incapace di riconoscere i propri interessi e di costituirsi in quanto classe attraverso la lotta collettiva.

Impedire che si manifesti qualsiasi conflitto tra lavoro e impresa: questo lo scopo dichiarato di Veltroni e del suo partito. Ciò che da oltre un secolo distingue il “modello americano”, al fondo, non è un determinato sistema elettorale o istituzionale, ma l’assenza di un partito politico che possa essere considerato espressione, in modo più o meno diretto, dei lavoratori organizzati. A questo tende il Pd, e non a caso vengono ora suggeriti modelli organizzativi che aboliscano il tesseramento introducendo il concetto del “cittadino elettore” contrapposto all’iscritto e al militante, il tutto ovviamente sostenuto dall’organizzazione di tipo lobbistico che contraddistingue le campagne elettorali negli Usa, nelle quali la forza dei diversi candidati viene misurata in termini di capacità di autofinanziamento attraverso il rapporto diretto con i poteri forti.

Come si vede sarebbe riduttivo quindi limitarsi a un’analisi puramente ideologica della nuova formazione. La piena comprensione del ruolo del Pd deve tenere conto del suo insediamento, delle sue basi sociali, dei suoi punti d’appoggio: tutti elementi indispensabili a comprenderne la strategia e a fronteggiarla.

Si schiera oggi dietro al Pd la parte decisiva del sistema economico italiano. Manifestano interesse o adesione al Pd grandi nomi della finanza, da Corrado Passera (AD Intesa-San Paolo) ad Alessandro Profumo (Unicredit); con la scalata di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena il Pd si ritrova ad avere al suo fianco anche la terza banca italiana. Il Pd può contare su rapporti assai ramificati nel settore edilizio-immobiliare, anche se i “furbetti” sono caduti in disgrazia non viene meno l’intreccio in uno dei settori che più accumula profitti e potere in questi anni; e non a caso ogni volta che si aprono conflitti riguardo grandi opere o speculazioni edilizie, questi legami emergono con particolare chiarezza: si pensi a operazioni come la Tav, o come il gigantesco progetto legato all’asse Fiera-Expo di Milano, dove la rendita immobiliare e i costruttori gestiscono in modo perfettamente bipartisan i rapporti con le amministrazioni. Né all’appello del Pd mancano i nomi dell’industria privata e di Stato (Merloni, Moratti, Tronchetti Provera, l’ex presidente di Confindustria Abete, Bernabè, Cipolletta e Moretti, De Benedetti…), delle potenze emergenti nel campo delle utilities quali Hera, Acea, Iride…

Ma la forza del Pd non si limita al sostegno del grande capitale. Dalla fusione di Ds e Margherita nasce un partito con un apparato massiccio, con una capillare presenza istituzionale a tutti i livelli (non solo nelle assemblee e negli esecutivi, ma anche nei diversi gangli del potere e della burocrazia statale), fiancheggiato da pesanti strutture economiche e associative come le due centrali cooperative.

La nascita del Pd crea le condizioni di una ristrutturazione anche del campo del centrodestra, con la possibilità di nuove aggregazioni favorite da una opportuna legge elettorale. Il “taglio delle ali”, ossia la marginalizzazione del Prc, da tempo perseguito dalla classe dominante, diventa ora possibile.

Per 15 anni la classe dominante ha dovuto gestire una doppia anomalia: se governava il centrosinistra, questo implicava la partecipazione del Prc e la necessità di trovare dei compromessi con la sinistra, sia pure ai danni di quest’ultima, con le conseguenti trattative; accordi, tempi dilatati, ecc. Dall’altra parte, i governi di centrodestra implicavano lo strapotere di Berlusconi, il prevalere dei suoi affari privati, e soprattutto una forte conflittualità nelle piazze e nei luoghi di lavoro, come ha dimostrato l’esperienza del 2001-2005.

Oggi con la formazione del Pd e la conseguente ristrutturazione del quadro parlamentare, i padroni di questo paese tentano di risolvere questo doppio problema: aspirazione riassunta da Veltroni quando ha dichiarato che è ora di finirla di parlare di “Berlusconi e comunisti”.

 

4. Verso un “sindacato unico democratico”?

Elemento decisivo nel disegno del Pd è la conquista della piena egemonia sul movimento sindacale e una profonda trasformazione del sindacato stesso e della struttura delle relazioni sindacali.

Il modello per anni propugnato dalla Cisl diventa oggi strategia del Pd in una vera e propria guerra di conquista avviata all’interno della Cgil. Punti centrali di questo modello sono:

- Forte riduzione del ruolo del contratto nazionale di lavoro.

- Spostamento del centro di gravità sulla contrattazione aziendale (e/o territoriale), secondo la logica della piena variabilità del salario e dell’orario in funzione delle esigenze d’impresa.

- Trasformazione del sindacato in “ente bilaterale” impegnato nella gestione congiunta assieme alle organizzazioni padronali del sistema pensionistico (all’interno del quale il ruolo della pensione pubblica deve essere ridotto a quello di una pura assistenza sociale ai livelli più bassi mentre la previdenza integrativa deve assumere un ruolo centrale), della flessibilità (si veda il capitolo relativo del protocollo del 23 luglio 2007), ecc.

La logica di fondo di questo programma è già pienamente contenuta nel protocollo sul welfare del 23 luglio, come lo era nell’operazione Tfr. L’aspetto più rilevante è il pieno coinvolgimento del vertice della Cgil, che si è posto in prima fila particolarmente nella consultazione sul welfare nel farsi promotore e “garante” di questa linea nei luoghi di lavoro. Non è fuori luogo quindi parlare di un processo di “cislizzazione” della Cgil.

Tale processo non può compiersi in modo indolore e molecolare, senza suscitare resistenze; precisamente per questo motivo il suo corollario necessario è lo scatenamento di una vera e propria guerra all’interno della Cgil, che nelle intenzioni del gruppo dirigente dovrebbe ridurre al silenzio o spingere al di fuori della confederazione stessa le due aree di minoranza (Lavoro Società e Rete 28 aprile) e il gruppo dirigente della Fiom.

Solo se si vede il disegno complessivo è possibile comprendere la durezza dell’attacco e la sua profondità. La Fiom è stata attaccata come se la sua posizione contraria al protocollo sul welfare fosse espressione di un qualche salotto radical-chic e non di un sindacato di massa, principale categoria industriale, che organizza centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Il disprezzo per ogni forma di reale controllo democratico, la ricorrente accusa di contiguità col terrorismo rivolta contro delegati o dirigenti periferici “colpevoli” di non accettare le direttive del vertice, tutto questo non si spiega se non si comprende la profondità della svolta in atto.

Sarebbe del tutto illusorio pensare che un conflitto del genere possa risolversi attraverso un semplice dibattito, al termine del quale una tesi prevale sull’altra, ma non cambia nel profondo la natura dell’organizzazione, la sua vita e i suoi rapporti interni, la sua pratica. La normalizzazione alla quale punta il gruppo dirigente implica la demolizione dell’attuale gruppo dirigente della Fiom e la completa marginalizzazione delle aree critiche: piegarsi e tacere, oppure opporsi ed essere egualmente emarginati e forse anche estromessi dalla Cgil. Questa è l’alternativa di fronte alla quale Epifani pone i suoi oppositori usando contro la Fiom la formula della “scarsa confederalità”.

I militanti del Prc nella Cgil e in generale nei luoghi di lavoro devono assumere fino in fondo le responsabilità derivanti da questo conflitto. Deve essere rettificato il grave errore di prospettiva che ha spinto il gruppo dirigente del Prc ad estraniarsi, di fatto, prima dal dibattito legato alla scelta della destinazione del Tfr e successivamente, in modo ancora più grave, dalla consultazione nei luoghi di lavoro sul protocollo del welfare.

Il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici costituisce un nuovo terreno di scontro, forse decisivo. Questa volta a scendere in campo a sostegno di una linea concertativa fondata sull’aziendalismo (più che non sulla concertazione centralizzata) è la stessa Fiat. I 30 euro messi sul piatto da Marchionne (seguito poi da altre aziende del settore significative anche sul piano “politico” come la Brembo di Bombassei) non sono banalmente destinati solo a indebolire il fronte degli scioperi. Lo scopo è far filtrare tra i lavoratori il messaggio che quando i soldi in azienda ci sono (e in Fiat ve ne sono a iosa, anche grazie ai cospicui regali del governo) è sterile aspettare i “tempi lunghi” della contrattazione nazionale centralizzata quando si potrebbe rapidamente trovare l’accordo a livello aziendale.

Nel 2001 e 2003 la Fiom per due volte rifiutò di firmare il contratto nazionale; già allora il gruppo dirigente della Cgil sopportò con evidente fastidio il “massimalismo” dei metalmeccanici. Un quadro del genere, oggi, nel pieno dell’offensiva del Pd nella Cgil, sarebbe probabilmente impossibile da ricomporre. Il gruppo dirigente della Fiom avrebbe a quel punto la scelta tra piegarsi o assumersi l’onere di quella battaglia a tutto campo che nello scorso congresso della Cgil di fatto venne rifiutata da Rinaldini.

Non di “quarto sindacato” si tratterebbe, quindi, come molti commentatori definiscono la Fiom, ma della lotta indispensabile contro la prospettiva di un “sindacato unico democratico” concertativo, aziendalista, votato al completo soffocamento di ogni spinta di classe nei luoghi di lavoro.

Parlare di “sindacato unico democratico” non significa necessariamente parlare di una vera e propria unificazione di apparati e di sigle tra Cgil, Cisl e Uil, ma più in generale segnalare il processo di convergenza burocratica tra i vertici delle tre confederazioni, indotto dalla formazione del Pd.

È nostro compito prioritario porci al centro di questo conflitto, sia nel dibattito interno alla Cgil che nell’azione quotidiana nei luoghi di lavoro. Nessuna prospettiva credibile di rilancio del partito può essere tracciata se non si parte da questa linea di conflitto e demarcazione, destinata ad assumere un carattere decisivo rispetto alle precedenti divisioni e articolazioni del dibattito sindacale.

Sarebbe del tutto illusorio pensare di poter respingere l’offensiva del Pd nella Cgil attestandosi su una difesa della cosiddetta “autonomia sindacale”. Se mai questa posizione è esistita, è stata travolta dagli avvenimenti successivi alla firma degli accordi sul welfare. Tra l’Epifani del 23 luglio, che dichiara il protocollo appena firmato essere un tentativo di umiliare la Cgil e proclama la fine della concertazione con tanto di lettera a Prodi, e l’Epifani di settembre, che scatena l’apparato nella caccia alle streghe contro chiunque non aderisca al “Sì convinto” al protocollo stesso, è il secondo a prevalere.

Il successivo dibattito parlamentare sul welfare ha confermato cosa significhi l’“autonomia delle parti sociali”: autonomia dell’apparato burocratico del sindacato rispetto ai lavoratori, completa subordinazione ai dettami di Confindustria.

Su un altro versante, la consultazione sul welfare ha prodotto un ulteriore riallineamento nei sindacati di base, separando chi ha scelto correttamente di fare campagna per il No da chi, con manifestazione di settarismo cieco, ha proposto l’astensione, rinunciando a proporsi come punto di riferimento alternativo e limitandosi ad aspettare che passasse sul fiume il cadavere della Fiom.

Così gli avvenimenti seguiti alla firma del protocollo del 23 luglio, se letti correttamente, ci forniscono una chiave di comprensione di quello che sarà il conflitto centrale nel quale dovremo agire nella prossima fase.

Un primo asse di intervento riguarda la battaglia nella Cgil. Deve essere abbandonata la linea suicida sin qui seguita dal partito, che ha di fatto rinunciato a un serio lavoro di collegamento e organizzazione dei propri militanti nella Cgil; è necessario di partecipare nel modo più incisivo e organizzato alla costruzione di una opposizione di sinistra che non si limiti a battaglie di apparato, di organismi, ma che si ponga l’obiettivo di intervenire sistematicamente e direttamente nei luoghi di lavoro, nelle vertenze, nelle elezioni delle Rsu, nonché di aggregare le forze per una battaglia aperta su una piattaforma alternativa, battaglia che fu assente allo scorso congresso della Cgil e che è una necessità imprescindibile per aggregare e rafforzare le posizioni di classe nella confederazione.

Ma neppure questa battaglia oggi può essere sufficiente a dare voce alle esigenze dei lavoratori, compresse da una pesante cappa burocratica. È necessario andare ancora più alla base, nelle aziende, e contribuire a costruire, laddove se ne crei la possibilità, strumenti di espressione diretta dei lavoratori: comitati di lotta, coordinamenti di delegati, strutture autoconvocate, riprendendo la migliore tradizione consiliare del movimento operaio italiano per dare possibilità di espressione e dei punti di riferimento alle esigenze e alle vertenze che sorgono dai luoghi di lavoro e che vengono sistematicamente soffocate dagli apparati burocratici.

 

5. La “questione salariale” e la precarietà

I dati pubblicati dall’Ires-Cgil sui salari italiani confermano il totale disastro prodotto dalla concertazione basata sugli accordi del luglio 1992-93. Nel 1993-2006 i salari lordi di fatto tengono a malapena il passo dell’inflazione (ufficiale), mentre quelli contrattuali perdono in media lo 0,5% all’anno. Negli anni 2002-2007 la perdita del potere d’acquisto è pari a oltre 1200 euro l’anno, ai quali vanno aggiunti quasi 700 euro di mancata restituzione del fiscal drag che portano la perdita complessiva a 1900 euro. Mentre i padroni strillano contro le imposte, l’aliquota Irpef effettiva pagata dai lavoratori sale dal 18,5 del 2000 al 19,6 del 2006.

L’arretramento generale si accompagna a un aumento delle differenze: nel 2006 il “lavoratore standard” guadagnava 1171 euro, che scendono a 969 nel mezzogiorno, a 961 per le donne, a 866 nelle piccole imprese, a 856 per gli immigrati, a 854 per i giovani.

I giovani risultano particolarmente colpiti: un collaboratore fra i 15 e i 34 anni guadagna in media 768 euro mensili; un apprendista 736. Il tasso di povertà fra i lavoratori giovani (18-34 anni) è superiore alla media nazionale.

I profitti, viceversa, schizzano alle stelle. Il modesto aumento della produttività creato in questi 13 anni è andato per il 13 per cento ai salari, per l’87 per cento alle imprese. Secondo il campione di Mediobanca (1000 imprese con circa un milione di dipendenti), tra il 1995 e il 2006 i salari aumentano in media dello 0,4% annuo, i profitti dell’8,1 per cento: oltre venti volte di più!

È quindi necessario sviluppare una campagna di massa generale, di lungo periodo attorno ai temi oggi decisivi nei luoghi di lavoro.

Salario: di fronte alla continua erosione del potere d’acquisto dei salari e alla difficoltà crescente nel rinnovare i contratti nazionali, in opposizione ai tentativi di controriforma del modello contrattuale, va rivendicato un salario minimo legale: nessun lavoratore a tempo pieno deve lavorare per meno di 1000 euro al mese. Tale cifra, articolata anche su base oraria e per i part-time, deve diventare la base minima di qualsiasi rapporto di lavoro, dei contratti nazionali, e deve essere indicizzata all’inflazione reale.

Precarietà: abolizione della Legge 30 e del Pacchetto Treu, trasformazione di tutti i contratti a termine in tempo indeterminato.

Democrazia sindacale: abolizione delle quote garantite nelle Rsu, abbassamento del rapporto lavoratori/delegati (aumento del numero dei delegati), riconoscimento del diritto di tutte le sigle sindacali e di tutti i lavoratori a candidarsi con pari dignità e diritti; consultazione obbligatoria, vincolante e con regole democratiche su tutti gli accordi, dei lavoratori coinvolti.

Salario ai disoccupati, contro la logica degli sgravi fiscali, che ha dimostrato fin qui la sua totale inefficacia, va rivendicato un salario per i disoccupati pari all’80 per cento di un 3° livello metalmeccanico, che permetta di rompere il ricatto della precarietà e del lavoro nero e dell’emigrazione forzata.


6. Il Prc, Sinistra democratica e la “Cosa rossa”

La scissione dai Ds dalla quale è emersa Sinistra democratica è stata un evento significativo soprattutto perché ha contribuito a porre all’attenzione di una vasta fascia di militanti e sostenitori della sinistra il passaggio qualitativo che si andava compiendo con lo scioglimento del Ds e la loro definitiva rottura di ogni residuo legame di classe. Oggi i mesi trascorsi dalla nascita di Sinistra democratica ci permettono di affermare che le sue potenzialità sono state largamente dissipate. È necessario dare una valutazione il più possibile esatta e sobria della natura e della funzione di questa formazione

Anche qui, come nel caso del Pd, non possiamo limitarci agli aspetti ideologici, al fatto che Sd si proclami interna al campo del socialismo europeo. Dobbiamo guardare all’evoluzione reale dei processi e alle loro basi materiali. Mussi ha nei fatti rinunciato a costruire un partito vero e proprio. Sd vive fondamentalmente come un gruppo parlamentare al quale si affianca un settore di apparato sindacale. L’attrazione fondamentale che si esercita su Sd non è verso sinistra, ma verso destra: non appena si è manifestata la candidatura di Veltroni a segretario del Pd sono cominciati i ripensamenti; poi si è avuta la defezione di Angius, motivata con l’eccessiva vicinanza di Mussi al Prc. Infine la vicenda del protocollo sul Welfare ha fatto emergere la posizione di quel settore di burocrazia sindacale che ha imposto a Mussi di votare a favore del protocollo in consiglio dei Ministri, che si è schierata per il Sì nella consultazione, che ha aperto un fuoco di fila contro la manifestazione del 20 ottobre.

Alla costituzione del “soggetto unico e plurale della sinistra”, Mussi arriva come un vero e proprio generale senza esercito. Per molti aspetti pare di assistere a una ripetizione peggiorata del lungo percorso che ha portato alla formazione della “Sezione italiana della Sinistra Europea”: un dibattito confuso ed estenuato, il cui unico risultato è stato di creare grande confusione e disagio nel partito per poi approdare a un nulla di fatto, ossia all’adesione di pochi soggetti, scarsamente rappresentativi, quasi tutti collocati su posizioni moderate, incidenti poco o nulla sul piano della militanza, ma esageratamente presenti nella rappresentanza istituzionale. Non a caso, nonostante il gran parlare di “processo partecipato e che parte dal basso”, si procede in realtà per strappi imposti con decisioni dei gruppi dirigenti ristretti, sottratte a qualsiasi reale verifica democratica dal basso.

L’effetto concreto della relazione con Sinistra democratica non è quello di aggregare forze o di allargare il fronte sul quale facciamo avanzare le nostre proposte, ma è quello di esercitare sul nostro partito una continua trazione verso destra, di contribuire a vincolarci ancora più strettamente al Partito democratico. Non a caso Prodi si dichiara fortemente interessato a un buon esito del processo di aggregazione a sinistra. Non a caso i settori più avvertiti del Pd, che capiscono che non possono lasciare completamente scoperto il fianco sinistro, considerano il processo di aggregazione a sinistra come una utile leva per fare emergere una “cultura di governo” nella “sinistra radicale”.

La realtà è che oggi il percorso di unificazione a sinistra, per come si è concretamente sviluppato, costituisce soprattutto un ostacolo alla discussione principale: quale rapporto fra la sinistra e il Partito democratico? “Leale competizione”, come è stato fin qui teorizzato e praticato, o battaglia a tutto campo contro il tentativo di cancellare ogni espressione indipendente della classe operaia e degli sfruttati? Alleanza o conflitto strategico? Dalla risposta che diamo a questa domanda derivano tutti gli altri aspetti della nostra azione futura: strategia, tattica, programma, natura stessa del nostro partito.

L’unità a sinistra è un obiettivo naturale, qualsiasi lavoratore, o soggetto impegnato in una vertenza cercherà sempre l’unità contro l’avversario, quale esso sia.

Ma questa è utile al movimento se si realizza nel conflitto sociale, nella lotta che lega soggettività diverse che si uniscono su contenuti radicali e di trasformazione.

Un partito che si batte contro la guerra, contro la povertà, contro la precarietà, contro la devastazione del pianeta può ricercare quell’unità che è vitale nella misura in cui è alternativa alle politiche delle classi dominanti.

In tutti questi mesi, dalla nascita del Pd (e dunque di Sinistra democratica) abbiamo visto come l’unità a sinistra si sia realizzata solo quando era tesa a limitare il conflitto sociale. Quando Rifondazione Comunista ha mobilitato la piazza, come nel caso del 20 ottobre, Sinistra democratica si è sottratta, mentre è sempre stata presente quando si è trattato di sostenere il governo Prodi nelle sue misure antipopolari (come sull’accordo del welfare).

Un nuovo soggetto politico della sinistra alternativa (confederazione o partito unico che sia) che nasce su queste basi non può che essere controproducente. L’unità ha un senso se si inserisce in un confronto politico e programmatico, che non coinvolge settori ristretti delle burocrazie, ma si rivolge all’insieme del movimento e alla sinistra politica e sociale di questo paese. Ha senso soprattutto se è volta all’azione, a battaglie comuni, chiare, riconoscibili sulle quali sia possibile la mobilitazione della nostra base.

Solo l’unità costruita dal basso e nel corso delle mobilitazioni può risolvere le resistenze delle cricche e gli egoismi di un ceto politico che ha acquisito così tanti privilegi da non sapersi più rapportare in modo sano con i lavoratori e tutti coloro che subiscono le ingiustizie di questo sistema.

L’unica alleanza che in questa fase è progressiva è quella che si forma all’opposizione del sistema tra quelle forze disposte a battersi contro le politiche del grande capitale. Solo la rottura netta e dichiarata con il Pd può costituire quella base unitaria per la nascita di un'alleanza delle sinistre di classe che si battono su ogni terreno (politico, sociale e persino istituzionale) contro le forze della borghesia, sia reazionarie, che “democratiche” e progressiste che in ogni caso si sono alternate in questi 15 anni per perpetuare il massacro sociale a cui tutti abbiamo assistito.

 

7. All’opposizione, ma per fare cosa?

La necessità di ricollocare il Prc all’opposizione non deriva quindi solo dai risultati deludenti dell’esperienza del governo Prodi. È necessario prendere piena coscienza del fatto che la nascita del Pd impone di riconsiderare non solo la natura del governo Prodi, ma un intero impianto del dibattito a sinistra che, pur fra differenze anche di fondo, ha fatto per lungo tempo da cornice comune ai nostri dibattiti.

Sarebbe un errore clamoroso pensare che la semplice “scomparsa della sinistra” apra uno spazio e di per sé favorisca in modo automatico l’inserirsi nostro o di altri, quasi si trattasse di occupare un posto rimasto libero attorno a una tavola imbandita. L’esperienza di Sinistra democratica già dice qualcosa al riguardo. Nel tracollo di una tradizione storica, nel ridislocarsi di interi grandi apparati, nel venire meno di punti di riferimento ideologici e organizzativi, non si crea alcuno spazio. Si crea semmai un vuoto che sembra rendere inarrestabile l’arretramento di cui siamo testimoni.

È necessario tuttavia vedere anche l’altro lato della medaglia, respingendo una visione pessimista, unilaterale, ideologica: Veltroni può cancellare l’esistenza della divisione della società in classi dal suo linguaggio; non può però estirpare le contraddizioni di classe dalla società, né la lotta che continua a derivarne.

Il punto che va assunto è il seguente: non può darsi alcuna reale avanzata del Prc e della sinistra se non senza e contro il Partito democratico. Non può essere costruito un consenso significativo né un movimento di massa attorno a una prospettiva anticapitalista se non attraverso un conflitto che mini alla radice le basi di consenso del Pd e lo faccia esplodere.

Questo è il centro del problema. Un blocco di potere come quello del Pd non si scardina in un giorno. Sono necessarie condizioni oggettive e soggettive. Parlare di costruire una sinistra all’altezza di sfidarlo significa parlare di un lavoro di portata strategica, di elaborare una adeguata piattaforma programmatica e rivendicativa, di lavorare sistematicamente a un solido insediamento nella classe lavoratrice e negli altri settori sfruttati della società, di costruire quadri e strutture in grado di fare fronte a questi compiti e, non ultimo, serve che questo percorso sappia intrecciarsi con una ripresa delle mobilitazioni di massa tale da erodere le basi di consenso di cui oggi il Pd può disporre.

Tale compito può essere solo affrontato solo da una posizione di opposizione strategica, di fondo, a tutti i livelli, nazionale come locale. Altrimenti il Prc si condanna una esistenza da satellite del Pd, più o meno vicino a seconda delle condizioni e della fase politica, ma sempre in ultima istanza condizionato in modo decisivo nelle proprie scelte e battaglie dal rapporto con il Pd. In questo secondo caso, l’esito non sarebbe una “leale competizione” fra Pd e sinistra, ma il ritorno in grande stile, in una fase successiva, di una destra pericolosa


8. Una destra che rialza la testa minacciosa

Di tutte le posizioni sbagliate diffusesi nel nostro partito negli scorsi tre anni, una delle più platealmente errate era la quella secondo la quale allearsi con l’Ulivo sarebbe servito a combattere la destra.

Mai come oggi nel nostro paese la destra e l’estrema destra conquistano facilmente terreno, diffondono la loro ideologia avvelenata, si muovono con un’impunità e un’agibilità inedite.

Sarebbe infantile attribuire le colpe di questo stato di cose solo alla spregiudicatezza di Berlusconi che ha accolto le formazioni neofasciste nella sua coalizione alle scorse elezioni. Abbiamo sicuramente a che fare con un fenomeno che si ripresenta anche in altri paesi d’Europa.

Va analizzato il ruolo specifico di queste forze. L’attivismo dei partitini neofascisti, e in particolare di Forza Nuova e della Fiamma tricolore, risponde in primo luogo, come sempre, all’imperativo di togliere l’agibilità politica alle forze della sinistra, ma non si esaurisce in questo, nelle intimidazioni, nelle aggressioni, sempre più numerose a militanti e sedi della sinistra. Oggi attraverso le campagne xenofobe e razziste condotte in collaborazione, diretta o indiretta, con i partiti della destra parlamentare, i neofascisti ottengono lo scopo fondamentale di “sdoganare” idee e comportamenti che per decenni erano stati considerati accettabili solo all’interno di ghetti ben delimitati. Decine e decine di episodi, da Opera (Milano) a Pavia, da Verona a Roma, hanno mostrato fin troppo chiaramente lo schema di queste campagne nelle quali si stabilisce una perfetta divisione dei compiti fra l’“attivismo” semisquadrista sul territorio (fiaccolate, “ronde”, ecc.), che vede protagoniste in particolare Forza Nuova e la Lega Nord, e le campagne più a vasto raggio che coinvolgono i partiti della destra “rispettabile” e la grande stampa.

L’importanza di queste campagne consiste quindi soprattutto nella loro capacità di rendere accettabili e legittime idee le peggiori idee razziste, xenofobe, omofobe, reazionarie in genere e nel veicolarle attraverso l’intero spettro della politica ufficiale. Il loro successo non si misura solo e tanto nei voti raccolti da queste liste (che finora sono in generale pochi), ma nel fatto che la loro ideologia e i loro contenuti vengano legittimati e rilanciati su scala più vasta.

Quanto detto qui per la questione immigrazione vale allo stesso modo per le campagne revisioniste rivolte contro la memoria storica della sinistra e del movimento operaio, per le campagne di stampo cattolico/integralista, familista, omofobico, e via di seguito.

Bisogna essere ciechi per non vedere come questo rilancio della reazione trovi oggi la strada spalancata precisamente grazie al governo dell’Unione. Da un lato, i vertici del Pd non si fanno nessun problema nel porsi in prima fila nelle campagne xenofobe, col risultato di legittimarne gli argomenti senza per questo strappare consensi alla destra. Dall’altro lato, il fatto che ci siano “i comunisti” al governo, particolarmente un governo con queste politiche economiche, crea il terreno ideale per il diffondersi della demagogia razzista precisamente in quei settori popolari più poveri, che più si sentono traditi e abbandonati da questo governo. La paralisi imposta al movimento operaio lascia le piazze libere per il diffondersi del veleno del razzismo.

Tutto questo prepara una ulteriore evoluzione nella destra italiana. Nei cinque anni del governo Berlusconi molti dei suoi tratti reazionari erano ben visibili, ma sono rimasti per così dire incompiuti, più enunciati che praticati fino in fondo. Ma non sarà sempre e necessariamente così.

Oggi, come già detto, i settori decisivi della classe dominante privilegiano l’opzione del Partito democratico e non vedono di particolare buon occhio l’ipotesi di un nuovo governo Berlusconi. La stessa leadership di Berlusconi sulla Casa della libertà è messa in discussione. Va tuttavia distinto quello che è un passaggio parlamentare dai movimenti di fondo nella società: la spinta del Pd, le manovre centriste, la forte pressione della classe dominante in favore di Veltroni possono per un periodo oscurare Berlusconi o persino marginalizzarlo dal quadro parlamentare. Tuttavia un possibile governo del Pd andrà incontro allo stesso logoramento e discredito sperimentati dal governo Prodi. Quando il Pd abbia esaurito la sua spinta egemonica, in particolare in condizioni di crisi sociale, sarà inevitabile che ad esso si contrapponga una destra aggressiva. In assenza di una forte alternativa a sinistra, quello che con Berlusconi è rimasto spesso a livello di farsa, può diventare tragedia. Solo il movimento operaio può impedire un simile sbocco, solo una sinistra che rompa ogni subordinazione al Partito democratico può proporre una via d’uscita dalla crisi del capitalismo che sbarri la strada alla demagogia neofascista e alla prospettiva di un nuovo e peggiore governo delle destre.

9. Razzismo e immigrazione

Al diffondersi di razzismo e xenofobia non si sbarra strada con la filantropia, né con il solo impegno del volontariato, per quanto possa essere generoso, ma con una piattaforma rivendicativa avanzata, che possa dialogare con il crescente protagonismo dei lavoratori immigrati, che sempre più in futuro lotteranno – come già stanno facendo – per la difesa dei propri diritti.

Se idee razziste penetrano in certi settori della classe lavoratrice, questo non si deve a fattori “culturali”, ma in primo luogo alla sensazione di abbandono e tradimento che tanti lavoratori sentono di fronte alla politica dei vertici sindacali e di partiti della sinistra. La parola solidarietà non è credibile se non si accompagna a una azione coerente, con i fatti e non con le parole, per la difesa dei diritti di tutti.

Dobbiamo in primo luogo rifiutare la logica dei flussi. Le quote prefissate, che siano più o meno larghe, implicano necessariamente l’esistenza di una fascia di clandestinità, del conseguente apparato repressivo (a partire dai Cpt), nonché dei problemi sociali che ad essa si accompagnano, innanzitutto per gli stessi immigrati. Va riconosciuto il permesso di soggiorno a tutti coloro che ne fanno richiesta, vanno riconosciuti i diritti politici e sociali a tutti gli immigrati. Riguardo al problema più bruciante, quello dell’alloggio, va sviluppato un piano nazionale di edilizia pubblica a prezzi convenzionati (10% del salario). L’Italia è oggi il paese europeo con meno case in affitto e con meno edilizia pubblica; questo è il risultato di 10 anni di liberalizzazione degli affitti e della svendita del patrimonio immobiliare pubblico. Questa tendenza va invertita con un piano massiccio di investimenti, nonché con l’esproprio delle grandi immobiliari e degli appartamenti sfitti. Solo su questa base è possibile garantire un alloggio decente a milioni di persone, immigrati o italiani, che non hanno altra scelta se non farsi strozzare dai mutui o rinunciare ad un proprio alloggio.

Oggi, con tre milioni di immigrati legali, gli stranieri costituiscono una parte importante e in molti settori decisiva della classe lavoratrice. Il Prc deve investire sistematicamente sull’intervento fra gli immigrati, favorendo l’autorganizzazione e la partecipazione ai sindacati, ai movimenti, al partito stesso, non solo contro il razzismo e la xenofobia, ma anche contro le logiche paternalistiche o clientelari con le quali si tenta di confinare le rivendicazioni degli immigrati in un ambito innocuo.

 

10. Un partito basato sulla militanza, sulle lotte, sulla partecipazione attiva

Uno dei frutti più amari dell’entrata nel governo è l’istituzionalizzazione dilagante del partito, il calo della militanza e della partecipazione. Questa involuzione non è né inevitabile, né irreversibile. Il 20 ottobre ha mostrato una volta di più che esistono grandi riserve di energie militanti, disponibili alla mobilitazione quando venga fornito un terreno praticabile. L’indispensabile svolta politica deve accompagnarsi a una vera e propria rivoluzione interna al partito. Le rappresentanze istituzionali, gonfiatesi a dismisura, vanno poste sotto il rigido controllo dei militanti e degli organismi democraticamente eletti; va introdotto il salario operaio per tutti i compagni/e che occupino cariche istituzionali, misura indispensabile contro il carrierismo. Va garantita una presenza significativa di lavoratori in produzione negli organismi dirigenti a tutti i livelli. È necessario aprire un dibattito sulla formazione di un apparato efficace, particolarmente in periferia, che venga formato e selezionato non a partire dalle rappresentanze istituzionali e dalle loro appendici, ma che emerga dai settori più militanti e capaci di stringere autentici rapporti di massa: delegati rsu, attivisti effettivamente inseriti nei movimenti di lotta sul territorio, ecc.

Va, infine, radicalmente riorganizzato il nostro quotidiano Liberazione, riguardo al quale è necessario convocare una speciale conferenza del partito che si ponga l’obiettivo di fare di Liberazione, oggi completamente svincolata dal dibattito, dalle esigenze e dal lavoro del partito, l’effettiva voce degli oltre 2000 circoli del nostro partito, strumento di formazione e di organizzazione del nostro intervento politico, nonché di autentica espressione democratica del nostro dibattito interno.

  

11. Due questioni internazionali chiave: America Latina, Medio Oriente

Questo documento non si propone di sviluppare un’analisi complessiva della situazione internazionale. Basti segnalare come i presupposti di fondo delle analisi assunte dal partito negli scorsi anni siano oggi a tal punto smentiti da essere abbandonati (sia pure in sordina e senza le necessarie correzioni e revisioni di giudizi). Al posto del mondo “tendenzialmente unipolare” governato da istituzioni sovranazionali che avrebbero reso pressochè insignificanti gli Stati nazionali, abbiamo una crisi manifesta dell’imperialismo Usa, alla quale si accompagna l’ascesa di nuove aree del mondo, la crisi di istituzioni quali il Fmi e la Banca mondiale, spiazzate dall’emergere di nuovi rapporti di forza su scala internazionale, il moltiplicarsi degli scenari di crisi e conflitti diplomatici, commerciali e militari.

Tali sviluppi, e i loro effetti sulla lotta di classe su scala mondiale richiedono un ulteriore approfondimento che va oltre le finalità di questo documento. Si vogliono qui invece sottolineare tre aspetti chiave che assumono urgenza e importanza decisive per l’azione del nostro partito nella fase immediatamente davanti a noi

a) Medio Oriente

La crisi mediorientale ci chiama a riconsiderare le nostre posizioni e parole d’ordine. I conflitti si moltiplicano senza che si veda una via d’uscita dalla spirale sanguinosa nella quale l’imperialismo ha gettato l’intera regione. Nonostante i comandi Usa dichiarino che la situazione in Iraq sta “migliorando”, il 2007 è l’anno più sanguinoso per le truppe occupanti (846 soldati Usa morti a fine ottobre contro 822 nell’intero 2006); un nuovo fronte di guerra si sta aprendo nel Kurdistan. Gli Usa e il governo iracheno sono più che disposti a tradire il Pkk e a collaborare con la Turchia nel tentativo di scongiurare un intervento su vasta scala dell’esercito di Ankara. La conseguenza sarà di accendere un conflitto intestino fra i curdi, che non saranno disposti a vedere i loro fratelli consegnati nelle mani di un oppressore feroce quali i militari turchi. Questo conflitto destabilizza quello che era uno dei pochi punti d’appoggio dell’occupazione, ossia i partiti curdi iracheni, che già dal 1991 si erano messi di fatto a disposizione di Washington nella cinica speranza che di potere ottenere l’indipendenza e il potere sulle rovine dello Stato iracheno.

Il conflitto in Kurdistan si aggiunge alla guerra in Iraq, al conflitto con l’Iran, alla situazione del Libano, alla ferita incancrenita della questione palestinese e, più in là, alla guerra in Afghanistan che a sua volta sta definitivamente destabilizzando il Pakistan…

È nostro dovere batterci innanzitutto per il ritiro di tutte le truppe straniere dalla regione, a partire dai contingenti in Afghanistan  e in Libano, dove si accentuano le interferenze più sfacciate da parte delle grandi potenze che tentano di distruggere l’Hezbollah e di garantirsi il pieno controllo del paese, con il rischio di accendere una nuova guerra civile, che inevitabilmente si coinvolgerebbe anche la Siria e Israele

In Palestina la parola d’ordine “due popoli, due Stati” ha dimostrato nei fatti di essere solo una formula vuota e un inganno perenne ai danni dei palestinesi. Sulla base del capitalismo e della dominazione imperialista della regione non vi sarà mai uno Stato palestinese. Gli Usa e Israele non hanno mancato in questi anni di ribadire che i palestinesi devono comportarsi democraticamente se vogliono che gli venga concessa prima o poi una patria. Quando però i palestinesi hanno democraticamente votato per Hamas, disgustati dai tradimenti e dalla corruzione dei dirigenti del Fatah, gli stessi Usa e Israele hanno isolato Gaza con l’embargo e il blocco dei fondi, hanno volutamente riacceso il conflitto, hanno armato Abu Mazen fino ai denti riempendolo di soldi e armi, per poi sedersi a guardare con riprovazione quando l’inevitabile conflitto è scoppiato.

Ora, dopo altri morti, altre sofferenze, altri abusi senza numero, si convoca l’ennesima conferenza farsa ad Annapolis. Non è difficile prevederne l’esito: un nuovo crudele inganno ai danni dei palestinesi.

La questione palestinese non verrà mai risolta né dalla diplomazia patrocinata dall’imperialismo, né dall’Onu, né dalle forze fondamentaliste. Può essere risolta solo per via rivoluzionaria, attraverso un movimento di massa che riprendendo le migliori tradizioni dell’Intifada possa estendersi all’intera regione, con il rovesciamento dell’imperialismo israeliano e dei regimi arabi reazionari. Solo il rovesciamento del capitalismo e la cacciata dell’imperialismo dalla regione possono creare le condizioni per una convivenza pacifica tra tutti i popoli, religioni, etnie e per una federazione su basi socialiste, unica cornice nella quale non solo la questione palesintese, ma anche quella libanese, quella curda e più in generale l’eredità avvelenata di secoli di divisioni e conflitti seminati dall’imperialismo e dalle classi dominanti possano trovare soluzione.

La guerra in Afghanistan continua e si allarga. È ormai chiaro a tutti che il regime fantoccio non controlla il paese. Tutte le promesse fatte in questi 18 mesi sono state sistematicamente disattese. Non solo non c’è stata alcuna conferenza di pace (né peraltro avrebbe potuto risolvere alcunché), ma il contingente italiano è stato portato a 2300 uomini ed è stato dotato di blindati ed elicotteri d’attacco. Nel silenzio della stampa e con la colpevole acquiescenza della sinistra l’impegno militare italiano si approfondisce. Non esiste un solo motivo credibile per continuare a votare in favore di una missione che mai avremmo dovuto sostenere.

Il conflitto afghano ha completamente destabilizzato il Pakistan, dove il regime di Musharraf è ormai al capolinea. Ma gli avvenimenti in Pakistan smentiscono la raffigurazione di chi vede in questi paesi solo terrorismo e fondamentalismo. L’accoglienza che milioni di persone hanno fatto al ritorno di Benazir Buttho al suo ritorno in Pakistan, le successive manifestazioni contro lo stato d’emergenza, segnalano il risveglio di un movimento di massa dei lavoratori e dei poveri. Di fronte alla crisi di regime e alla crisi sociale in cui precipita il Pakistan può aprirsi nella prossima fase una vera e propria crisi rivoluzionaria. Il tentativo Usa di utilizzare Benazir Bhutto come proprio punto d’appoggio non farà che esasperare ulteriormente le masse che hanno sofferto per decenni governi corrotti, militari o civili che fossero, completamente sottomessi ai dettami del Fmi e dell’imperialismo. La presenza di una forte corrente di opposizione marxista all’interno del partito della Bhutto (il Partito popolare pakistano), presente anche in parlamento, con saldi legami nei sindacati, che ha già dimostrato la propria determinazione nella lotta contro le privatizzazioni, contro la guerra in Afghanistan, contro il regime militare, può dare all’incipiente rivoluzione pakistana un punto di riferimento a sinistra, riaprendo una prospettiva rivoluzionaria non solo nel paese, ma nell’intero subcontinente indiano e nell’Asia centrale.

 

b) America Latina

Oggi è diventato luogo comune della sinistra che sia cosa giusta e utile guardare a ciò che accade nel cosiddetto laboratorio latinoamericano. Sono lontani i tempi in cui mentre D’Alema e Fassino solidarizzavano in modo appena velato con golpisti di Caracas, a organizzare campagne di solidarietà internazionale con la rivoluzione venezuelana erano solo sparute minoranze (anche all’interno del nostro partito) mentre prevalevano il sospetto o il disinteresse. Oggi l’America Latina è nuovamente “di moda” e il “socialismo del XXI secolo” una citazione quasi d’obbligo.

Tutto questo non manca ovviamente di risvolti molto positivi, il fatto che il dibattito su questi temi stia diventando patrimonio di migliaia di attivisti della sinistra deve essere salutato con entusiasmo. Tuttavia va compreso che qui non si tratta solo di una generica solidarietà, o di parlare in modo indistinto di quanto accade in America Latina. Ciò che per noi è decisivo è apprendere dall’esperienza viva di un processo rivoluzionario continentale e soprattutto capirne contraddizioni, conflitti, linee di evoluzione. Oggi nell’ex cortile di casa degli Usa sono pochi i governi che si identificano apertamente e incondizionatamente con l’amministrazione di Washington: fondamentalmente la Colombia di Uribe e il Messico di Calderon. Questo non significa tuttavia che il resto del continente viaggi tutto in direzione del cambiamento sociale e dell’emancipazione dall’imperialismo: lungi da questo.

Oggi la seconda linea di difesa dell’imperialismo e del capitalismo nel continente è costituita da quei governi di sinistra che la classe dominante e l’imperialismo ritengono di potere comunque controllare e manovrare, per usarli contro quelli che ritengono essere i principali avversari e le più pericolose “fonti di contagio” rivoluzionario: il Venezuela di Chavez e Cuba. Capofila di questa schiera è il governo Lula in Brasile, seguito dalla Bachelet in Cile. La Bolivia di Morales e l’Ecuador di Correa vengono considerati ancora in bilico e per questo sottoposti a una pressione continua affinché non vadano “troppo in là”.

È certo vero che anche l’elezione di governi di sinistra si inserisce nel processo generale di radicalizzazione che attraversa il continente, accanto ai movimenti insurrezionali che negli scorsi anni hanno visto le masse rovesciare governi e presidenti in Ecuador, Argentina, Bolivia. Tuttavia non si può non vedere come la loro evoluzione sia assai diversa da quella del governo venezuelano. Lula ha formato una coalizione con i partiti borghesi, incluso il partito erede della dittatura militare; invia le truppe a Haiti; schiera il Brasile accanto agli Usa sulla strategia del “biofuel”; rompe alla sua sinistra distaccandosi in larga misura dal suo stesso partito, preda di scandali e discredito del gruppo dirigente.

In Cile, il governo Bachelet dopo aver represso brutalmente il movimento degli studenti ha provocato uno sciopero generale della Cut, represso a sua volta con centinaia di arresti.

Dobbiamo riconoscere che all’interno del processo di risveglio che attraversa l’America latina si creano nuove e decisive linee di conflitto, tra riforme e rivoluzione, tra movimento di massa della classe operaia e degli altri settori oppressi e vertici riformisti, burocratici, borghesi, che tentano di cavalcare l’onda per mantenerla all’interno dei limiti del sistema.

12. Conclusioni

Se oggi è in America latina che vediamo i punti più avanzati della lotta di classe, non dobbiamo scordare che l’intero pianeta è attraversato da gigantesche contraddizioni. La crisi che colpisce i mercati finanziari internazionali, crisi che per molti paesi potrebbe tradursi nella prossima fase in una vera e propria recessione, il mutamento convulso degli equilibri economici e politici a livello mondiale, il risveglio di grandi movimenti di massa e, dall’altra parte, la crisi e il disorientamento che colpiscono la sinistra nel nostro paese come in molti altri, impongono un gigantesco lavoro di ricostruzione teorica, programmatica e anche organizzativa. Pensare di fare fronte a questo compito con manovrette di piccolo cabotaggio condotte fra un ceto politico estenuato, senza idee e succube delle logiche dominanti è solo un equivoco tragicomico.

È necessario invece coniugare una coerente battaglia di opposizione, per l’indipendenza di classe, con una scrupolosa rivisitazione del patrimonio politico e teorico del movimento operaio internazionale nei suoi due secoli di storia, per separare ciò che si è dimostrato regressivo, caduco, le incrostazioni e le devastazioni create nel corso dei decenni dal riformismo e dallo stalinismo, dal nucleo intatto del pensiero marxista e rivoluzionario dal quale proveniamo e che può oggi conoscere un nuovo sviluppo e una nuova stagione di avanzate se sapremo farne uno strumento di analisi e di battaglia nei movimenti della prossima epoca.

 

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