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Prc, Comitato politico nazionale del 16 dicembre Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   
mercoledì 19 dicembre 2007

Resoconto del dibattito

Il Comitato politico nazionale del Prc tenuto il 16 dicembre ha confermato tutte le difficoltà nelle quali si dibatte il gruppo dirigente di maggioranza. Il primo aspetto che balza agli occhi è che il dibattito è più che mai opaco, confuso, reticente, pieno di doppiezze.

La maggioranza continua ad essere fortemente divisa al suo interno; il gruppo parlamentare alla Camera, che già si era diviso riguardo alla votazione sul welfare, si è nuovamente diviso sul “pacchetto sicurezza”, con una decina di parlamentari che hanno proposto un voto contrario, salvo però garantire la fiducia al governo se venisse posta. Al di là dell’ambiguità di questa posizione (che ci ha portato ad astenerci sul relativo ordine del giorno), è significativo che su questa proposta presentata da deputati della maggioranza quali Franco Russo e Ramon Mantovani si sia registrato un voto consistente del Cpn e diverse astensioni.

Sul fronte opposto, Alfonso Gianni ha rappresentato la posizione più estrema sulla linea del partito unico della sinistra, riferendosi all’intervento tenuto dal segretario della Fiom Rinaldini all’assemblea della Cosa rossa dell’8-9 dicembre. Tuttavia la vera polemica su questo punto non si è manifestata apertamente nel dibattito fra proposte diverse, ma soprattutto nella  polemica suscitata dalla campagna mediatica a favore di Nichi Vendola, campagna che ha fatto saltare i nervi a più di uno nella maggioranza (e, c’è da supporre, non avrà certo riempito di gioia il segretario nazionale).

Resta il fatto che dal Cpn si esce con una proposta di accelerazione verso il “soggetto unitario e plurale” della sinistra; l’indicazione è di provare dappertutto a presentare liste unitarie arcobaleno nelle prossime elezioni amministrative. “Guai se si dà l’idea che c’è una battuta d’arresto”, è stato il concetto ribadito da Giordano nelle conclusioni.

La questione della legge elettorale domina ogni altra considerazione, e questo la dice molto lunga sullo stato di un gruppo dirigente che mette la conservazione di una cospicua rappresentanza parlamentare al di sopra di qualsiasi altra considerazione politica. Si ostenta grande ottimismo sul “modello tedesco” più o meno corretto, fino ad attribuirsi il merito di aver sconfitto il “dogma maggioritario” e di aver sbloccato la via del ritorno al proporzionalismo.

Oltre che profondamente sbagliata, questa posizione è anche avventurista: se domani il percorso della legge elettorale si inceppasse o prendesse una piega sfavorevole (cosa che riteniamo del tutto possibile e persino probabile), il partito sarebbe costretto a rompere, con la bella conseguenza che milioni di persone penserebbero: Rifondazione non rompe sulla guerra, non rompe sul welfare, non rompe sulla precarietà, non rompe sulle misure xenofobe… rompe solo quando si mette a rischio la consistenza del suo gruppo parlamentare.

E poi si straparla di antipolitica!

L’incertezza dell’esito della partita sulla legge elettorale rende cauti i vari settori della maggioranza: nessuno se la sente di tagliarsi definitivamente alle spalle i ponti, anche perché lo scontro sulle questioni generali (governo sì, governo no; Sinistra unita o federazione) si intreccia ad un altro scontro che ha come posta il controllo del partito.

In un contesto così deterioriato, è più che mai necessario ribadire i punti di fondo, riferirsi ai processi reali che avvengono nella società, nella lotta di classe, nella lotta politica reale, se non si vuole affogare nelle tatticuzze che durano un giorno, passando da una manovra all’altra fino a perdere completamente l’orientamento.

È questo che sta precisamente accadendo all’area di Grassi, Essere comunisti, che ha presentato due emendamenti al documento della segreteria, uno più timido dell’altro.

Il primo riguardava le liste unitarie per le amministrative, alle quali Grassi non si oppone ma che propone di subordinare all’esistenza di un effettivo accordo politico, aggiungendo che – come da Statuto del partito – la scelta spetta agli organismi dirigenti territoriali; il secondo richiamava – con nostalgia, verrebbe da dire – le formulazioni della Conferenza di Carrara (aprile 2007) ribadendo che “Rifondazione comunista resta per l’oggi e per il domani”. Entrambi gli emendamenti sono stati respinti, portando i compagni di Essere comunisti a non partecipare al voto finale sul documento. Intervenendo nel dibattito, Alberto Burgio aveva fatto un appello alla “lungimiranza del segretario” e al “senso di responsabilità della maggioranza”, con risultati, come si vede, del tutto inesistenti.

Altrettanto vale per il rinvio del congresso, di fatto rinviato all’autunno 2008, anche se la maggioranza ha fatto luccicare qualche specchietto per le allodole promettendo che se ve ne saranno le condizioni il congresso potrebbe anche cominciare prima dell’estate. Su questo punto abbiamo votato un ordine del giorno unitario delle minoranze firmato da Merlin, Giardiello, Veruggio e Bettarello, che però non ha raccolto voti al di fuori delle aree di opposizione; alcuni esponenti della maggioranza che avevano criticato il rinvio si sono accontentati delle rassicurazioni della segreteria.

Il dibattito sui documenti politici finali ha visto tre posizioni: quella della segreteria (con i già citati emendamenti di Essere comunisti), il nostro ordine del giorno, pubblicato sul nostro sito, che ha raccolto 5 voti, e un ordine del giorno a firma Bettarello, Masella, Miniati e Veruggio che proponeva che il Cpn assumesse come proprio l’appello degli “autoconvocati” che hanno organizzato l’assemblea di Firenze del 25 novembre. Questa proposta ha raccolto 11 voti dei compagni dell’Ernesto, di Veruggio e dell’unico compagno di Sinistra critica nel Cpn che non è uscito dal partito.

Con questo voto l’area dell’Ernesto sceglie di annullarsi politicamente all’interno della piattaforma “autoconvocata”: una scelta che merita alcune ulteriori considerazioni. La piattaforma di Firenze, come già spiegato su questo sito in un articolo di Dario Salvetti, è piena di ambiguità politiche che non sono affatto state sciolte dall’assemblea tenuta a Firenze. Il dibattito non ha ad oggi neppure chiarito se esista fra i promotori una posizione comune riguardo al governo, su cui vi sono almeno tre opinioni: una nuova trattativa alla ricerca di qualche “paletto”, ritiro dei ministri ma non dalla maggioranza, passaggio definitivo all’opposizione.

Saranno i prossimi mesi a dire se l’Ernesto continuerà ad esistere come area politica, con un proprio profilo politico, o se si giungerà  a ulteriori lacerazioni, data l’evidente spinta centrifuga che sta portando un settore di quest’area a cercare soluzioni miracolistiche nel percorso della cosiddetta “unità comunista” con la componente del Pdci che fa capo a Marco Rizzo.

La scissione è invece già consumata per Sinistra critica, che ha inviato Nando Simeone a leggere una lettera che annuncia per la milleunesima volta la morte del Prc e dichiara la nascita di una (un’altra) “sinistra di classe anticapitalistica”. Exit Sinistra critica.

Importante, infine, segnalare il dibattito sulla “verifica” col governo Prodi e relativa consultazione. La segreteria ha proposto un dispositivo che propone il seguente percorso.

1. L’8 gennaio una riunione congiunta della Direzione nazionale e dell’Esecutivo proporrà una piattaforma sulla quale andare alla verifica. Successivamente si faranno due settimane di riunioni dei Cpf e attivi di circolo che voteranno la piattaforma e proporranno contributi. Al termine di questo giro di riunioni la Direzione si riunirà di nuovo, varerà la piattaforma definitiva e andrà alla verifica col governo.

2. La seconda fase avrà “un voto di carattere referendario” sull’esito della verifica “subito all’indomani del suo svolgimento” e comunque “non oltre marzo”.

Nonostante l’apparenza di un percorso chiaro ed “esigibile”, resta da sciogliere una ambiguità di fondo. Il preambolo del dispositivo parla infatti di coinvolgere le altre forze della sinistra in questo percorso. Ora, è del tutto chiaro che se questa consultazione diventa occasione occasione per fare della diplomazia con Mussi e Pecoraro Scanio, inevitabilmente si trasformerà in una farsa nella quale la base del partito non potrà avere alcuna reale influenza. Questa contraddizione è stata segnalata anche da Alfonso Gianni.

La nostra opinione è che la via maestra fosse quella di convocare il congresso, che costituisce l’ambito di dibattito più democratico e strutturato. Tuttavia su questo punto al Cpn abbiamo dovuto registrare una sconfitta e a questo punto ci sentiamo tenuti ad entrare nel merito del percorso proposto dalla maggioranza. Riteniamo che la consultazione per essere seria debba prevedere: 1) un dibattito democratico nel quale entrambe le posizioni abbiano pari dignità e possibilità di essere conosciute e diffuse. 2) Una platea certa, che non possono che essere gli iscritti del Prc. Se poi le altre forze intendono a loro volta fare un percorso simile, sceglieranno come meglio credono il modo di organizzarlo fra i loro iscritti e simpatizzanti.

Data l’assenza di una posizione chiara al riguardo, e non esistendo le condizioni al termine del Cpn per tenere un dibattito serio al riguardo (nel quale eravamo intenzionati a proporre un emendamento al dispositivo della consultazione), abbiamo votato contro, riservandoci di riaprire la questione nella Direzione dell’8 gennaio.

Su questo terreno riteniamo opportuna e possibile l’azione comune delle minoranze, sia nel proporre un percorso credibile, sia nel difendere con nettezza la posizione della rottura col governo Prodi e del passaggio del partito all’opposizione. È questa la via maestra per rispondere al rinvio del congresso e per raccogliere il massimo delle forze militanti nel partito su una piattaforma chiara: la verifica l’abbiamo già fatta!



P. S. A differenza dei resoconti che potete leggere su Liberazione e sui siti delle altre componenti, ho cercato di riferirmi all’insieme del dibattito e delle varie posizioni in campo, sia pure criticamente. Questo non per pretendere di essere equidistante, cosa impossibile essendo noi parte pienamente in causa nel dibattito che attraversa il Prc, ma perché a differenza di altri (quasi tutti), non riteniamo che il mondo cominci e finisca con noi stessi.

 

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