Più volte in passato abbiamo osservato come la crescita economica americana degli ultimi anni fosse basata su presupposti deboli. Le prove di forza in Afghanistan e in Iraq sono riuscite a ritardare l’emergere dei problemi, al prezzo tuttavia di aggravarli. La prova più evidente dell’incertezza di quella crescita è l’aumento senza precedenti del debito.
Il credito totale interno degli Stati Uniti è passato dal 150% del Pil nel 1969 al 240% nel 1990 fino al 340% oggi. Un simile uso del debito per sostenere la crescita economica è insostenibile e aggrava l’instabilità economica internazionale. Si consideri che attualmente le esportazioni degli Usa raggiungono meno del 60% delle importazioni, rendendo impossibile un riequilibrio della bilancia commerciale anche con un dollaro svalutato. Questo buco viene coperto con l’emissione di titoli di stato; infatti il debito federale ha raggiunto i 9.000 miliardi di dollari, per buona parte verso l’estero. A ciò si aggiunge un “immenso e insostenibile deficit corrente” (Il Sole 24 Ore, 22 novembre), peggiorato dalle avventure di guerra (le spese sostenute sin qui per la guerra in Iraq si avvicinano ai 500 miliardi di dollari).
L’esito di questi squilibri strutturali è stato l’esplodere della bolla immobiliare, che ha già causato attraverso il settore dei mutui “sub-prime”, diversi scivoloni di borsa, e che sta conducendo a una riduzione dei consumi per ora “morbida”, ma che potrebbe farsi drastica.
Non ci vuole molto per immaginare, date queste premesse, l’inevitabile declino della valuta statunitense. Dall’inizio del 2006 il dollaro ha perso una media del 15% contro le altre valute. Rispetto all’euro il calo è stato del 40% in meno di cinque anni. I segnali di crisi sono ormai ovunque, dagli accordi tra Brasile e Argentina che escludono l’uso della valuta statunitense, fino a passare per i paesi Opec, che ormai discutono apertamente di usare altre monete per la vendita del greggio.
Che cosa potrebbe andare male?
Se queste sono cattive notizie, ce ne sono però di potenzialmente peggiori. Innanzitutto potrebbe aggravarsi la crisi interna, a cominciare dal settore dei mutui.
Le due aziende semi-pubbliche Fannie Mae e Freddie Mac che dominano il mercato detenendo a vario titolo metà dei mutui (11.000 miliardi di dollari), nell’ultimo trimestre hanno accumulato perdite per 3,4 miliardi di dollari, subendo un catastrofico crollo di borsa (Freddie Mac il 29% in un giorno). Anche le grandi banche d’investimento americane hanno subito perdite colossali come conseguenza di questa crisi, attraverso il complicato intreccio dei prodotti derivati. Citigroup per esempio ha nel suo portafoglio 43 miliardi di dollari di Cdo (collateralised-debt obligations, titoli con valore legato all’andamento di quei mercati) che sono considerati unanimemente carta straccia.
Per queste ragioni la Federal Reserve (la Banca centrale Usa) è stata costretta ad abbassare a più riprese i tassi e i mercati si aspettano ulteriori tagli. La facciata di ottimismo con cui la banca centrale americana ha accolto in un primo momento la crisi ha da tempo lasciato spazio a una forte preoccupazione. Il problema è che nessuno sa non solo quanto bisogna tagliare i tassi per frenare la crisi, ma neppure se serva a qualcosa. Vi sono segnali che fanno presupporre che la crisi del credito ha passato il punto di non ritorno. Ad esempio, per la prima volta da decenni le banche americane pagano più di un’azienda industriale per accedere al credito, un evento che dimostra la gravità della situazione.
Quanto all’economia reale, molto dipende da quanto i consumatori americani riusciranno a finanziare ancora le proprie spese. Il problema è che la principale garanzia di questa immensa massa di debiti, cioè la casa di proprietà, sta scendendo di prezzo. Tutti gli indicatori del mercato immobiliare segnalano un fortissimo crollo. A ottobre il prezzo medio delle case è calato dell’8,6%, il peggior calo dal 1981. Tuttavia, anche se l’effetto combinato “sub-prime” (l’Ocse valuta le perdite potenziali a 300 miliardi di dollari) e aumento del prezzo del petrolio si farà comunque sentire sull’economia americana, la rotta catastrofica del dollaro dipenderà da eventi principalmente politici.
La debolezza del dollaro
Per oltre vent’anni gli Stati Uniti si sono indebitati con il resto del mondo a ritmi sostenuti. La crescita economica e l’incontrastato dominio politico-militare seguito al collasso dell’Urss hanno suggerito ai creditori di non provare a incassare l’immenso fiume di carta verde con cui gli americani pagavano il proprio stile di vita. Sebbene interessi vitali leghino ancora oggi l’economia statunitense ai suoi principali creditori (le banche centrali asiatiche e i paesi del Golfo), è inevitabile che prima o poi questi smettano di subire colossali perdite per la gloria dell’imperialismo americano.
Prendiamo il caso più eclatante, quello cinese. La Cina ha circa 1.450 miliardi di attività in dollari su cui, dal 2004 a oggi, ha subito una perdita per deprezzamento della valuta del 15-20%. In pratica è come se gli Stati Uniti si fossero fatti uno sconto di 250-300 miliardi di dollari sui propri debiti coi cinesi, una cifra doppia del famigerato default argentino 2001. In proporzioni minori, perdite simili le stanno subendo le altre banche centrali, tutte esposte fortemente verso il dollaro, considerato che tuttora due terzi delle riserve mondiali sono detenute in questa valuta. Ovviamente, una vendita massiccia di attività in dollari sarebbe possibile solo come conseguenza di dissidi aperti e insanabili, che causerebbero una catastrofe sui mercati finanziari internazionali, un esito che i dirigenti di Pechino cercheranno di evitare in ogni modo, finché avranno alternative. Tuttavia data la fragilità delle finanze americane basterebbe l’annuncio di una riduzione del peso del dollaro nel bilancio di un’importante banca centrale asiatica per far scattare nuovi pesanti ribassi.
Segnali di nervosismo arrivano anche dai leader del Golfo Persico, da sempre fedeli alleati degli Usa. L’Arabia Saudita ha di fatto sganciato la sua valuta dal dollaro, gli Emirati Arabi Uniti parlano di ancorare la loro valuta a un paniere di monete anziché al solo dollaro. Se poi ampliamo l’orizzonte ad altri decisivi esportatori di petrolio, come il Venezuela, l’Iran o la Russia, le sorti del dollaro appaiono ancora più fosche. L’Iran tratta già oltre tre quarti del suo export di greggio in valute diverse dal dollaro.
La risposta americana a questa crisi è stata quella consueta: attaccare la Cina perché mantiene lo yuan sottovalutato per esportare di più, il che ha tra l’altro causato un forte aumento dell’inflazione con effetti letteralmente mortali sui salari dei lavoratori cinesi: lo scorso 10 novembre sono morte tre persone nella calca seguita a una vendita a prezzo economico di olio nella città di Chongqing. Ma che succederebbe se la banca centrale cinese aumentasse i tassi e rivalutasse la moneta? Si avrebbe un ulteriore calo del dollaro. L’effetto benefico in termini di maggior export americano è incerto e comunque di lungo termine. Nell’immediato l’esito sarebbe un nuovo calo. Come possono dunque gli altri paesi aiutare il dollaro? Se rivalutano, si rischia una fuga dai titoli denominati in dollari, e se svalutano crollano le esportazioni statunitensi. Lo stesso vale per le autorità americane: se alzano i tassi, la crisi dei mutui si fa catastrofica, se continuano ad abbassarli, gli investitori che contano scappano dai titoli Usa. Tutti si aggrappano allora all’evidenza della forte crescita cinese e indiana come rimedio alla crisi, ma per l’economia americana questa crescita significa un acuirsi degli squilibri, un aumento dell’indebitamento, non esattamente la cura per la debolezza del dollaro.
La realtà è che da questi problemi drammatici non possono uscire con mezzi economici. Useranno piuttosto i soldati, le navi e i missili per convincere i creditori a non provare a incassare i loro assegni a vuoto. Quando gli Stati Uniti buttarono nel cestino l’accordo di Bretton Woods scaricando i problemi del dollaro sul resto del mondo, i creditori furono costretti ad accettare in silenzio, ma la conseguenza fu un’esplosione dell’inflazione su scala mondiale. Anche la pazienza del creditore più generoso, tuttavia, ha un limite e d’altra parte l’egemonia politico-militare americana dà vistosi segnali di cedimento non solo nella periferia di Baghdad o Kabul, ma anche di Caracas e del Cairo. L’imperialismo americano è giunto ai limiti della sua potenza. A nessuno è concesso di pagare all’infinito i propri debiti con ulteriori debiti.
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