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Un esempio nel mugello
Da anni le cooperative mangiano come un cancro i servizi pubblici. È grottesco pensare che si tratti di istituti nati dagli sforzi stessi del movimento operaio. Marx le salutò come dimostrazione pratica della possibilità di produrre senza padroni, ma spiegò che dall’interno del sistema nessuna forma di produzione sarebbe mai sfuggita alle stesse leggi del mercato. Oggi non ci sono dubbi riguardo alla loro reale natura: di tratta spesso di forme di sfruttamento peggiori delle classiche aziende private.
Nel caso toscano, nel regno elettorale del Partito Democratico, le cooperative sono poi il centro di intrecci complessi tra vertici del Pd, settori del sindacato e dirigenti di enti locali. Va da sé che chiunque voglia lottare per una reale indipendenza sindacale, non possa che battersi frontalmente contro simile meccanismo. Quando si smantellano i servizi pubblici attraverso le cooperative, il costo ricade doppiamente sulle spalle dei lavoratori: come utenti pagano i rincari dei servizi, come dipendenti o soci di cooperativa subiscono condizioni di lavoro indegne.
Nella zona del Mugello (Fi), la ex-municipalizzata Publiambiente subappalta il servizio di raccolta carta a una cooperativa sociale facente parte a sua volta di un consorzio di cooperative. La cooperativa sociale non deve vincere alcuna gara di appalto e ha diritto a forti agevolazioni fiscali e contributive dato che effettua il recupero di categorie sociali disagiate. Di recupero, in realtà, c’è poco: il lavoro viene effettuato per buste paga misere e in assenza di strutture adeguate.
Quando i dipendenti della cooperativa sociale in questione hanno iniziato ad avanzare delle richieste sindacali, la prima proposta arrivata loro è stata quella di costituirsi a loro volta in cooperativa per rilevare il lavoro. Se avessero accettato, non si sarebbero trovati di fronte a nessuna libertà di autodeterminazione professionale ma a un meccanismo infernale di autosfruttamento che li avrebbe portati ad autoinfliggersi i peggioramenti lavorativi che ora sta cercando di infliggere loro il padrone (pardon, la cooperativa). Hanno mantenuto invece la propria posizione di dipendenti e iniziato un lavoro sindacale con varie rivendicazioni, tra cui un punto di deposito mezzi, docce e un servizio di lavaggio vestiti.
Uno dei punti dirimenti è stata anche la lotta contro l’uso di mezzi di raccolta provvisti di pedane. Le pedane, per di più prive dei sistemi di sicurezza necessari, rappresentano un continuo rischio: nel settore negli ultimi anni hanno provocato diversi infortuni gravi o mortali. Non ci vuole uno scienziato per capire il pericolo rappresentato dal fatto di girare appesi ad un mezzo in movimento. Eppure la cooperativa viene pagata a seconda del peso della carta raccolta: ogni ragione è buona quindi per non rallentare il lavoro. Il lavoratore a sua volta, non avendo straordinari né orari, ma semplicemente da eseguire un giro di raccolta, può essere portato a introiettare una simile logica “da cottimo”, badando a velocizzare il lavoro. Qua le cose sono andate diversamente: dopo aver fatto più volte presente la questione, gli stessi lavoratori hanno chiamato l’Asl. L’ispezione non si è limitata a fare altro che prescrivere il rispetto di comuni norme di sicurezza, tra cui quella di non utilizzare mezzi con pedane. A distanza di tempo la direzione della cooperativa ha risposto da par suo, con il licenziamento telefonico di uno dei rappresentanti sindacali iscritto alla Cgil.
Tralasciamo solo per ragioni di spazio i particolari (al delegato mancavano pochi mesi alla pensione, gli è stato intimato di non presentarsi al lavoro senza nemmeno consegnargli una formale lettera di licenziamento arrivata dieci giorni dopo, eccetera). Il resto dei lavoratori, iscritti Cgil e Rdb, hanno risposto immediatamente con un giorno di sciopero, sufficiente per il momento a far rientrare il licenziamento. Non si tratta di un settore dove è facile scioperare: il danno viene provocato in prima battuta all’“utente” e il pericolo è che lo scontento della cittadinanza venga usato strumentalmente per isolare la lotta sindacale.
Per questo una settimana dopo lo sciopero, ripercorrendo lo stesso giro di raccolta, i lavoratori hanno distribuito dei volantini dove spiegavano le ragioni del disagio provocato. La questione non si chiude qua: la cooperativa non prova nemmeno a negare il collegamento tra la visita dell’Asl e il licenziamento sindacale. Anzi, ha spiegato pubblicamente che a causa delle prescrizioni Asl il lavoro è diventato più lento e che il deficit economico mette a rischio l’occupazione di tutti gli altri lavoratori. Il ricatto è esplicito: o l’Asl ritira le prescrizioni o dobbiamo licenziare; o licenziamo oggi un rappresentante sindacale, o licenzieremo domani tutti i lavoratori. A dicembre scade l’appalto e potrebbero esserci ulteriori sviluppi.
Questa vertenza è esemplare e tale deve essere considerata: da un lato scoperchia parte del pentolone del mondo cooperativistico, dall’altra cade in un periodo in cui nella regione si progettano nuovi inceneritori. Parlando con uno di questi lavoratori, lavoratori che rischiano concretamente posto e stipendio, non può non colpire come emerga da parte loro la preoccupazione che i propri scioperi siano utilizzati per dimostrare l’inefficienza della raccolta differenziata e la necessità di costruire gli inceneritori. Tutto il contrario, se possiamo esprimere un’opinione: questa lotta deve essere avvolta da una seria solidarietà da parte di qualsiasi lavoratore, attivista sindacale e da parte del movimento contro gli inceneritori. È la dimostrazione pratica di come sfruttamento del lavoro, ruolo del Pd, costruzione degli inceneritori e moderatismo dei vertici sindacali si sommino in un solo blocco. Un blocco che sarebbe l’ora di far ritirare dal netturbino della storia. Senza pedana, si capisce.
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