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Inalca (gruppo Cremonini) Stampa E-mail
Scritto da Antonino Grimaldi (Rsu Flai-Cgil del reparto macello)   
mercoledì 12 dicembre 2007

Un autentico macello!


È ancora cocente la magra (sic) figura fatta dall’azienda Inalca in occasione dell’inchiesta di Reports, relativa alle scatolette “esplosive” che erano inviate in giro per il mondo come “aiuti umanitari”, dopo essere state rifiutate dal governo cubano, non per il loro sistema d’apertura quantomeno dubbio a livello sanitario, ma evidentemente perché Cuba è uno “sporco covo di comunisti” dove guarda caso al governo preme la salute della propria popolazione.

In quell’occasione si alzò il velo sulla qualità dei prodotti offerti dall’azienda emiliana “leader nella lavorazione delle carni”, ma si percepì anche la natura di una leadership aziendale incapace anche soltanto di rispondere alle domande incalzanti e inquietanti che venivano poste dai giornalisti.

Ad alcuni mesi di distanza cosa è cambiato? Al momento la produzione di carne in scatola nello stabilimento di Castelvetro (Modena) è in sostanza sospesa. Cos’altro hanno allora partorito i fecondi vertici aziendali? Ormai è certo che siamo in presenza di un elevato calo del bestiame macellato nello stabilimento modenese, a fronte di quantità di carne fornite alla distribuzione che invece restano invariate. Com’è possibile? Semplice: basta importare dai paesi dell’est la carne già macellata, abbattendo inoltre drasticamente i costi che l’azienda deve sostenere. Alcune voci, mai confermate dalle rispettive aziende, ipotizzerano una fusione/collaborazione tra Inalca e il macello Unipeg di Reggio Emilia, che come l’impianto di macellazione di proprietà Cremonini non naviga ora in buone acque per numero di capi macellati.

Un effetto concreto del calo della macellazione è che gli operai di quel reparto non riescano da tempo a fare le 40 ore settimanali di lavoro previste dal contratto e siano costretti ad orari di lavoro spezzati e ad utilizzare continuamente le ore di ferie e di Rol. A forza di esaudire le richieste di flessibilità dell’Inalca, gli operai del macello consumano le proprie ferie quando decide l’azienda. Tutto ciò avviene senza che i vertici sindacali provinciali abbiano preso una posizione netta contro la politica dell’azienda.

Di recente, la segreteria provinciale della Flai-Cgil ha cercato, dopo il rifiuto dei delegati dell’area Macello di firmare un accordo che non risolveva il problema dell’orario di lavoro flessibile, di comunicare ai lavoratori che quell’accordo era da firmare, altrimenti si sarebbe dato la possibilità all’azienda di avere le mani libere. Come se già ora il contratto nazionale e quello aziendale non venissero largamente disattesi! Ciò di cui hanno bisogno i lavoratori è una Cgil che stimoli e diriga il malcontento crescente degli operai per conquistare più diritti. La lotta dei lavoratori del macello dell’Inalca, in questo momento, ha l’obiettivo di far rispettare l’orario di lavoro previsto dal contratto. Per vincere, deve diventare una lotta di tutti i lavoratori dello stabilimento: se oggi lasciamo passare il principio che l’azienda decide a suo piacimento gli orari di lavoro nel macello, domani questo potrà accadere a chiunque.

Una persona sospettosa potrebbe obiettare che non si può essere certi della qualità della carne proveniente da paesi con un più basso livello d’accertamento sanitario, e che forse era meglio guadagnarci un po’ meno ma continuare a guardare negli occhi le vacche che trasformiamo in hamburger. Ma questo è un discorso degno di quel comunista di Fidel e che solo Milena Gabanelli potrebbe trovare interessante.

 
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