L’onda lunga del razzismo e della xenofobia alimentata dall’isterica campagna di stampa e dal decreto del governo Prodi sulle espulsioni facili, ha avuto i suoi risvolti anche a Parma dove l’amministrazione comunale (Forza Italia, Udc e lista civica) ha fatto a gara con la Lega Nord a chi si imponeva come miglior fanatico della “legalità” e della “sicurezza” tra sgomberi di alloggi, maiali dissacranti e ronde squadriste. Ma la risposta antirazzista è stata all’altezza e nel mese di novembre in città si sono prodotti importanti passi in avanti sul terreno della lotta per i diritti dei migranti.
Nella competizione del “miglior razzista” ha aperto le danze la giunta comunale che il 16 ottobre ha ordinato lo sgombero improvviso degli alloggi dell’ex-Amnu di Viale Piacenza dove da ormai sei anni vivevano cinque famiglie operaie immigrate, che chiedevano la possibilità di regolarizzare la loro posizione attraverso il pagamento di un regolare affitto al Comune, proprietario dello stabile, e una quindicina di richiedenti asilo e rifugiati, in gran parte provenienti dal Sudan martoriato dalla guerra civile.
Le giustificazioni addotte dal Comune erano le solite: “è necessario ripulire il quartiere dal degrado e dallo spaccio”. Peccato che nella mega operazione di polizia che ha accompagnato lo sgombero nessun spacciatore sia stato arrestato, né alcuna droga sia stata sequestrata. In realtà è di dominio pubblico il fatto che l’area sia interessata dalle operazioni speculative legate alla costruzione della sede dell’Efsa, l’autorità alimentare europea, e che per questo motivo sia stata svenduta dal Comune all’impresa immobiliare Vittoria. La conseguenza di questo gentile favore concesso ai palazzinari è stata che per due settimane famiglie con bambini e rifugiati politici, che dovrebbero essere tutelati da convenzioni internazionali sui diritti umani, hanno letteralmente dormito all’adiaccio accatastando le loro cose e i loro letti sul marciapiede antistante i loro vecchi alloggi.
La protesta dei migranti da qui è partita e non si è fermata. Dietro lo striscione “Tanti favori ai costruttori, sgomberi e sfratti per studenti e lavoratori”, gli immigrati di viale Piacenza hanno costruito sit-in e presidi che si ponevano come obiettivo principale quello di raccogliere consenso e solidarietà nel quartiere e in città. L’arroganza e la noncuranza del Comune ha poi convinto gli stessi migranti ad alzare il livello dello scontro occupando il 9 novembre tre diversi alloggi in piazza Matteotti, vuoti da almeno otto anni e di proprietà della Regione e del Ministero del lavoro. I Giovani Comunisti di Parma, assieme al Comitato antirazzista ed al Collettivo Spam, hanno partecipato e sostenuto la mobilitazione, sottolineando come l’episodio fosse esemplare di una emergenza, quella della casa, ormai vissuta da milioni di lavoratori. Per questo abbiamo sostenuto la necessità di lavorare per rilanciare la mobilitazione per il diritto alla casa, mettendo al centro rivendicazioni come la ripresa massiccia dell’edilizia pubblica, la forte penalizzazione fiscale delle grandi immobiliari che tengono le case sfitte, fino alla loro requisizione, e il ripristino dell’equo canone.
Va sottolineato che nelle settimane successive è stato possibile difendere l’occupazione anche grazie alla campagna di massa che costruita nelle settimane precedenti. Lavoro di massa, fra i giovani ed i lavoratori, che si è poi ulteriormente sviluppato quando, all’indomani dell’occupazione delle case di piazza Matteotti, la Lega ha minacciato le “ronde padane” che, con il pretesto della lotta alla microcriminalità, cercano di veicolare pulsioni xenofobe contro il settore migrante della classe lavoratrice. Noi Giovani comunisti abbiamo sottolineato la necessità di costruire una mobilitazione che andasse oltre il presidio che riuniva semplicemente i settori militanti delle varie sigle di sinistra e che fosse quindi in grado di respingere il razzismo leghista con la partecipazione di massa dei lavoratori, dei migranti e degli studenti. Di tutto questo abbiamo cominciato a discutere in assemblee che riunivano un fronte unico di partiti, sindacati, associazioni di sinistra. Sulla base di parole d’ordine semplici e di classe (no ai sindaci sceriffi, solidarietà ai migranti colpiti dalla repressione, la vera sicurezza è un lavoro e una casa per tutti) nei giorni precedenti alla data fissata dalla Lega per la sua iniziativa squadrista, decine di attivisti della sinistra parmigiana si sono riversati nei quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio per propagandare la contromanifestazione antirazzista e per i diritti sociali.
Il 21 novembre, i 20 “rondisti” della Lega si sono così trovati di fronte alla pacifica ma solida contestazione di 400 antifascisti, e hanno dovuto ben presto sospendere la loro squallida marcia. L’indiscutibile successo della manifestazione antirazzista ha scatenato nei giorni successivi una velenosa campagna denigratoria operata dai mezzi di informazione cittadini, che si sono dovuti inventare atti vandalici immaginari, avvenuti fra l’altro in zone lontane dal percorso del corteo, per criminalizzare gli antifascisti (accusati inoltre di favorire la criminalità, di essere anti-democratici e perfino di organizzare la violenza negli stadi). Queste calunnie sono poi state utilizzate dalla Lega Nord per definire “feccia” i manifestanti, mentre i “giovani padani”, in piena fase vittimistica, si sono inventati degli inesistenti “lanci di oggetti” nei loro confronti.
La verità è che le parole d’ordine dell’antirazzismo e dell’unità tra lavoratori hanno mobilitato venti volte di più di rispetto agli slogan di un partito il cui leader chiama gli stranieri “bingo-bongo”, e i cui dirigenti si inventano quotidianamente campagne isteriche contro rom, islamici, e minoranze in genere. Anche in una città “ricca” come la nostra le condizioni di vita di molti si stanno deteriorando, ed appare sempre più chiaro che le campagne di odio razzistico servono solo a dividere i lavoratori su base nazionale, distraendoli dal vero nemico: chi li sfrutta. La risposta data a Parma dimostra che ai problemi del degrado urbano si può rispondere uniti, con un lavoro di massa orientato verso i lavoratori ed i giovani, e rivendicando i diritti come istruzione, sanità, casa e lavoro. Su queste basi le posizioni xenofobe sono e saranno sempre isolate.