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Prc: perchè dico no al rinvio del congresso Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   
La democrazia comincia al nostro interno!

La Direzione nazionale del Prc ha deciso, con voto unanime ad eccezione di chi scrive, di rinviare all’autunno 2008 il congresso nazionale del partito, in origine previsto per la fine di marzo.

Il rinvio del congresso è un risultato diretto della grave sconfitta politica che abbiamo subito con l’approvazione del protocollo sul welfare, approvato con voto di fiducia dalla Camera. Con quel voto di fiducia Prodi ha seppellito definitivamente ogni velleità di condizionare la politica economica e sociale del governo da parte della sinistra. Il fatto che siano stati così cancellati alcuni miglioramenti (peraltro niente affatto decisivi, come invece si è voluto fare intendere da parte della maggioranza del partito) ha costituito l’umiliazione finale.
 
A poco servono le vibrate proteste, le minacce veementi che “è l’ultima volta”. Sono colpi sparati a salve, e sono bastate 24 ore per dimostrarlo: consultato dal Presidente della Repubblica, il segretario Giordano ha ribadito che fino a fine anno il governo non è a rischio. È bene ricordare che entro fine anno si voterà il pacchetto sicurezza, la finanziaria, lo stesso protocollo sul welfare (al Senato), e subito dopo la missione in Afghanistan…
Sembriamo il personaggio della barzelletta, che dopo essere stato malmenato da un energumeno, dichiara orgogliosamente: “Sì, mi ha conciato per le feste, ma non sai quante gliene ho dette!”. Solo che questa volta la barzelletta non fa ridere nessuno.

Per uscire da questo vicolo cieco si propongono la “verifica” e la “consultazione”.
Giordano ha detto, ed è una delle poche cose su cui concordiamo con lui, che il programma dell’Unione non esiste più. A dire il vero non è mai esistito, almeno non come ci si voleva fare intendere; ma lasciamo pure perdere. Ci si spieghi però per quale motivo oggi, dopo una serie di sconfitte umilianti che ci hanno indebolito, con il vertice della Cgil oltranzisticamente schierato su posizioni concertative, con il Partito democratico che è in piena avanzata e può giocare su tutti i tavoli, ci si spieghi perché mai dovremmo essere in grado di contrattare un nuovo programma più avanzato; e se mai questo dovesse avvenire, ci si dica perché dovrebbe fare una fine diversa da quello passato.

La realtà è che la verifica non sarà altro che una grande messa in scena al termine della quale ci ritroveremo esattamente al punto di partenza. Ammesso e non concesso che Prodi ce la conceda, non mancherà di far notare come non solo il Prc e la sinistra hanno le loro richieste, ma le hanno anche Dini, di Pietro, Mastella, per non parlare del Partito democratico. La “sintesi” che ne scaturirà non potrà che ripartire esattamente dal punto in cui siamo ora. La scelta sarà tra prendere o lasciare.

È stata poi proposta alla Direzione una “consultazione” sulla verifica. Si proporrà una piattaforma sulla quale si chiederà un mandato, si andrà alla verifica e poi un voto di tipo referendario deciderà se restare o meno nel governo.

Sulla carta è tutto perfetto, un modello di democrazia. Mancano però alcuni dettagli.
Primo: chi verrà consultato? Lo statuto del Prc prevede la possibilità di tenere un referendum tra gli iscritti. Tuttavia è stato detto che la consultazione sarà aperta, a partire dalla proposta di coinvolgere le altre forze della “Cosa rossa”. Qui cominciano già i primi problemi: ha senso proporre una consultazione del genere da tenersi assieme a una forza come Sinistra democratica, che ha detto, scritto e praticato fin dal principio una strategia governista e che si propone di essere “la sinistra di governo alleata del Partito democratico?” E quali sarebbero i tempi di questa consultazione? E la gestione? Andiamo anche noi sulla linea dei gazebo, come Veltroni e Berlusconi?

Se il gruppo dirigente voleva una consultazione ne aveva a disposizione una assai democratica: un congresso nazionale di un partito che vivaddio ancora esiste, come si è dimostrato il 20 ottobre, con un dibattito democratico, strutturato, con un percorso ampio e tutti gli strumenti necessari per tenere una discussione vera, approfondita, e non solo un referendum.

Ma questo percorso imbarazza, fa paura! L’apice del grottesco nella Direzione lo si è toccato quando si è detto che è opportuno, per questa via, svincolare il tema del governo dal dibattito congressuale. Ma di cosa altro dovrebbe mai discutere il congresso, se non innanzitutto del bilancio di quanto è avvenuto in questi due anni? E come si pensa di poter discutere sulla “Cosa rossa” senza parlare del governo?

Il vero retropensiero di questa decisione è quello della legge elettorale, che viene ritenuta il punto decisivo. Prescindiamo per un momento dall’approfondire da dove nasca la logica che vede nella rappresentanza parlamentare del partito il bene supremo, più importante delle pensioni, della precarietà, della guerra in Afghanistan, dei diritti degli immigrati, e di tante tante altre cose. Prescindiamo per un momento anche dalla banale osservazione che nonostante il Prc abbia oggi una gigantesca rappresentanza parlamentare, o forse anche proprio per questo motivo, versa in una crisi politica profonda. Ma in nome di quale analisi il gruppo dirigente ritiene di poter ottenere una legge elettorale dal nostro punto di vista più favorevole dell’attuale?

Si può pensare che le nostre sorti possano essere legate mani e piedi a un gioco di sponda più o meno astuto da condursi con Veltroni? E se tale avventura (perché di questo si tratta) fallisse di fronte a un accordo tra Veltroni e Berlusconi a danno delle forze minori? E ancora: anche posto che si facesse la legge sul modello tedesco, che obbligherebbe all’aggregazione elettorale della sinistra: come si gestirebbe una situazione nella quale la Cosa rossa potrebbe dividersi sia prima che dopo le elezioni precisamente sull’opportunità di una nuova alleanza di governo col Partito democratico?

La decisione di rinviare il congresso del Prc è una scelta irresponsabile di un gruppo dirigente disposto a gettare il partito in una nuova avventura ancora più pericolosa di quella che ci ha condotto fin qui.
Ma per quanto ci si sforzi, sarà impossibile continuare a giocare a nascondino con la realtà. La linea governista ha fallito ingloriosamente. Se ne esce non con la fuga dalla realtà, ma con un dibattito onesto e trasparente. Per questo ritengo che il Cpn, convocato il 16 dicembre, debba respingere la proposta del rinvio e riconfermare il congresso alle scadenze previste.

(questo articolo è stato pubblicato su Liberazione del 5 dicembre 2007) 

 

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