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Comuni strozzati dalle banche con i derivati Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   
lunedì 05 novembre 2007

“Il sistema finanziario italiano è sostanzialmente indenne dalla crisi dei mutui subprime americani.”, “il quadro in Italia è solido” Sono queste le rassicurazioni che ci propinano da quando negli Stati Uniti è esplosa la bolla immobiliare. In effetti in Italia questo tipo di mutui dalle condizioni così estreme non esistono, ma questo in un’economia totalmente interconnessa a livello globale, non è affatto una garanzia.

Ne ha dato un’ulteriore conferma la trasmissione televisiva “Report” dello scorso 14 ottobre. Il titolo della puntata è già eloquente: “Il banco vince sempre”. I giornalisti di Raitre ci confermano che, se i mutui subprime non esistono nel nostro paese, il mercato dei derivati è fiorente. I derivati sono degli strumenti finanziari, dei prodotti per così dire “salsiccia” costruiti anche con i mutui subprime e sulle scommesse sull’andamento dei mercati, su cui si è mantenuta una buona parte del boom delle borse negli ultimi cinque anni. Ora il vento è cambiato e solo i clienti Unicredit stanno perdendo con i derivati un miliardo di euro.

Tutta la prima parte della trasmissione è dedicata a privati, soprattutto imprenditori, gettati sul lastrico dalle banche che rifinanziavano i debiti contratti dalle aziende con contratti “swap” cioè derivati. E fin qui poco male, si dirà: gli imprenditori giocavano in Borsa ed è andata male.

Il problema arriva per tutti noi lavoratori quando scopriamo che anche centinaia di enti locali sono entrati in questo mercato. Ad esempio il Comune di Torino si è fatto prestare i soldi per organizzare le Olimpiadi, ha assicurato il debito acquistando derivati che oggi perdono ed il Comune “è sotto di cento milioni di euro”. Casi del genere non si contano. Un piccolo comune come Marradi in provincia di Firenze ha 3400 abitanti ed un debito di 2 milioni di euro con Unicredit.  Queste forme di indebitamento sono state la ciambella di salvataggio di comuni, provincie e regioni, pieni di debiti per i tagli ai trasferimenti del governo centrale.

Nel caso di Taranto, comune fallito nel 2006, il meccanismo è stato proprio questo: debiti che venivano finanziati con derivati. Alla fine i dipendenti del Comune si sono ritrovati senza stipendio e la Bnl, con cui la città pugliese si era indebitata, si è trattenuta 21 milioni di euro.

Non c’è possibilità di scampo, nemmeno per i comuni virtuosi, visto che le banche usano derivati, i cosiddetti sinking fund, anche per gestire i fondi di ammortamento degli enti locali. E ci includono pure titoli a rischio.

Certo la corte dei conti lancia l’allarme spiegando che “le esposizioni finanziarie possono diventare insostenibili”, ma serve a poco se  nessuno ha intenzione di colpire frontalmente chi architetta queste operazioni finanziarie. L’Unicredit è stata recentemente multata dalla Consob per aver venduto derivati a rischio per la cifra ridicola di mezzo milione di euro. Ventimila euro di multa anche per Profumo, amministratore delegato del gruppo, che percepisce 13 milioni all’anno di stipendio!

Non è forse un caso che una delle principali fautrici delle privatizzazioni nel governo Prodi, il ministro Lanzillotta, sia stata dal 2001 al 2006 consulente della banca J.P. Morgan, col compito (sue testuali parole) di “far capire il sistema pubblico a una grande banca internazionale” e di “segnalare agli amministratori quali erano le implicazioni di questi strumenti (i derivati, ndr). La J.P. Morgan è, piccolo dettaglio, uno dei principali istituti che fa sottoscrivere derivati agli enti locali.

La conseguenza immediata di queste operazioni finanziarie è purtroppo ben visibile nelle nostre tasche: negli ultimi dieci anni le imposte locali sono cresciute del 111%!

“Il banco vince sempre”, finchè esisterà il capitalismo. E perderemo sempre noi, se non togliamo dalle mani dei grandi capitalisti il controllo del sistema bancario e finanziario, nazionalizzandolo e  ponendolo sotto controllo dei lavoratori.

 
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