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Il 1° ottobre è scaduta la moratoria di tre mesi sugli scioperi e ancora la trattativa dei metalmeccanici è in alto mare. La ragione è che mai come oggi il rinnovo del contratto dei meccanici assume un significato politico così importante per tutti i lavoratori. Proprio per questo i padroni hanno respinto la piattaforma.
Indubbiamente l’accordo sul welfare siglato il 23 luglio da Confindustria e Cgil-Cisl-Uil rappresenta, checché ne dicano le confederazioni, un ostacolo ulteriore e non di poco conto nei confronti dei contenuti della piattaforma presentata da Fim-Fiom-Uilm. Infatti su almeno due questioni chiave come precarietà e salario l’accordo di luglio va nella direzione opposta a quella rivendicata dai metalmeccanici. Non è un caso se Federmeccanica non vuole discutere di mercato del lavoro e delle limitazioni alla precarietà previste nella piattaforma. Per i padroni l’accordo di luglio (con cui di fatto anche la Cgil ratifica la legge 30) chiude ogni discussione in materia.
Per quanto riguarda l’inquadramento unico (i cosiddetti livelli), Federmeccanica non vuole accogliere la proposta di riforma fatta dai sindacati. Si è detta semplicemente disponibile a piccole modifiche rispetto al sistema vigente ma in cambio pretende che le qualifiche non siano più contrattate a livello aziendale ma solo sulla base dei criteri nazionali, e la re-introduzione delle paghe di posto. Le paghe di posto erano la forma di inquadramento in vigore prima dell’autunno caldo e delle lotte operaie del 1969. Un inquadramento che prevedeva la variazione non solo verso l’alto ma anche verso il basso della qualifica e della retribuzione a seconda della mansione cui si era addetti.
Ma il vero piatto forte per i padroni, come già nella passata vertenza, è l’orario di lavoro. Le aziende pretendono più flessibilità dell’orario, passando dalle 40 ore settimanali come orario normale di lavoro, alle 40 ore settimanali medie nell’arco di tre mesi. Esigono la possibilità di usufruire di un numero maggiore di ore di straordinario. Chiedono la monetizzazione di 3 permessi retribuiti annui (cioè la perdita di un diritto in cambio di un po’ di soldi). Si può senz’altro dire che la visione di Federmeccanica collimi perfettamente con quella del segretario della Cisl Bonanni: chi più lavora più guadagna, ma è finita l’epoca del salario sicuro.
Così mentre chiedono una valanga di straordinari avendo molti ordinativi, quindi profitti, ancora una volta piangono miseria e concedono aumenti salariali da fame.
A fronte di una richiesta dei sindacati di 117 euro al 5° livello più 30 euro per tutti di mancata contrattazione aziendale, i padroni sono disposti a concedere “ben” 70 euro, in base naturalmente ai dettami del 23 luglio (‘93). Per quanto riguarda poi i 30 euro, è evidente che l’accordo sul welfare dà a Federmeccanica una scusa in più per rifiutarli. Infatti tale accordo prevede che potranno godere di sgravi fiscali solo quegli aumenti aziendali che saranno totalmente variabili e legati all’andamento delle imprese. La richiesta del sindacato invece ha l’obbiettivo di garantire sia un aumento minimo per chi non fa la contrattazione aziendale (cioè circa il 70% dei metalmeccanici), sia, per chi la fa, uno zoccolo minimo di aumento fisso e non legato a parametri aziendali.
Fim-Fiom-Uilm hanno proclamato il blocco degli straordinari e indetto le prime 8 ore di sciopero, di cui 4 da fare a livello nazionale il 30 ottobre. Naturalmente questo non può che essere l’inizio. È evidente che per piegare i padroni, i quali hanno dalla loro tanti appoggi e non ultimo l’accordo sul welfare, i lavoratori devono mettere in campo una lotta estremamente incisiva.
I padroni oggi hanno molti ordinativi e perciò la necessità di sfruttare a pieno gli impianti. In questo contesto, a differenza del contratto scorso firmato in piena stagnazione economica, gli scioperi, se ben assestati possono essere estremamente efficaci.
Federmeccanica può essere piegata, a patto di riuscire a mantenere un alto ed esteso coinvolgimento della maggioranza dei lavoratori.
Sarà perciò decisivo costituire coordinamenti di delegati che organizzino la lotta a tutti i livelli, che sappiano combinare iniziative generali ad iniziative tese a colpire la produzione azienda per azienda, e che seguano passo passo la trattativa.
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