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Veltroni segretario del Pd - Una “nuova stagione” per i padroni Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   
Oltre tre milioni di persone hanno incoronato Walter Veltroni nelle primarie del 14 ottobre. Come per le primarie dell’Unione di due anni fa, l’esito era piuttosto scontato. Allora la propaganda era stata martellante: c’è bisogno di un grande voto a Prodi per battere Berlusconi.

Oggi il messaggio lanciato, con Prodi in difficoltà, è stato simile: bisogna votare Veltroni per evitare che torni Berlusconi. In questo modo gli apparati dei Ds e della Margherita sono riusciti a mobilitare la propria base, soprattutto nelle regioni di tradizionale insediamento come Emilia Romagna (quasi mezzo milione di votanti) o la Toscana.

Per i dirigenti di Ds e Margherita questa prova era troppo importante: ne andava del loro stesso futuro politico e per questo hanno mobilitato tutte le loro forze. A questo si aggiunga il numero impressionante di candidati ai vari livelli dirigenti, oltre 35mila, che ha facilitato l’affluenza alle urne.

Ciò spiega il risultato non esaltante di altri candidati come Rosy Bindi o Letta: il 14 ottobre doveva nascere un nuovo partito e questo doveva avere un leader forte, Veltroni, senza possibilità di discussioni.


Un nuovo partito borghese

Il Partito democratico è dunque nato e si tratta di un cambiamento importante nello scenario politico italiano. Dopo quindici anni di tentativi, la borghesia italiana riesce a dar vita ad un proprio partito con una base di massa, da poter influenzare direttamente, uno strumento che non possedeva da quando era finita la Dc e che non poteva essere in maniera compiuta Forza Italia, per tutti i limiti dovuti alla figura e al ruolo di Berlusconi.

La strategia di lor signori è nota: avere due partiti, uno di centro-destra ed un altro di centro-sinistra, che si possano alternare al potere ma che non mettano a rischio la governabilità del sistema, vale a dire i profitti e gli interessi della classe dominante.

Per ottenere ciò, vista la particolare situazione italiana dopo il terremoto di Tangentopoli, era necessario integrare anche una parte significativa del maggior partito del movimento operaio, l’ex Pci ora Ds. Operazione che sembra, a prima vista, perfettamente riuscita.

Come si è arrivati fin qui? La nascita del Partito democratico è il risultato di una lenta e costante opera di logoramento operata dall’inizio degli anni novanta ad oggi da parte della grande borghesia. All’interno del Pds c’era già chi, dagli anni novanta, desiderava sciogliere il partito, ma all’epoca quest’ala, capeggiata da Veltroni, era minoritaria. Il progetto sembrò arenarsi dopo la vittoria di Berlusconi nel 2001 e la stagione di lotte operaie durata tre anni, dal 2001 al 2004. Allora i vertici della Cgil e particolarmente il suo segretario, Sergio Cofferati, si opposero al progetto del partito democratico. Poi le lotte rientrarono, Cofferati operò una scelta meno rischiosa, fare il sindaco di Bologna e il centrosinistra vinse le elezioni politiche nell’aprile del 2006.

Da allora la classe lavoratrice ha allentato la presa sui propri dirigenti aspettandosi un cambiamento dal governo Prodi, mentre il grande capitale ha continuato la sua campagna acquisti all’interno dello schieramento dell’Unione.


Un programma da brividi

Il nuovo partito si annuncia attraverso il manifesto programmatico di Veltroni per le primarie. Le proposte per la “nuova stagione” sono un vero e proprio invito a nozze per gli industriali italiani.

Dagli sgravi fiscali alle imprese, all’impulso alla contrattazione decentrata con l’obiettivo di mettere in secondo piano quella nazionale, sul piano economico non c’è alcun dissidio con Montezemolo.

Sul “risanamento” dei conti pubblici Veltroni è drastico: “Ci sono questioni da aggredire con strumenti eccezionali. Il Pd dovrà elaborare una strategia di abbattimento del debito, non solo legata all’avanzo primario, ma qualche manovra straordinaria che consenta di liberare risorse.”

Il sindaco di Roma ci spiega che “senza crescita dell’economia e delle imprese ogni obiettivo di giustizia sociale e di creazione di opportunità si allontana”, e non a torto parla di una “rivoluzione” dal punto di vista del pensiero quando afferma che “deve essere la povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario”. La rappresentanza burocratica del “mondo del lavoro” che, sebbene in maniera del tutto distorta e all’interno delle compatibilità capitaliste, caratterizzava i discorsi dei dirigenti riformisti fino a poco tempo fa, è del tutto assente. È sostituita dalla beneficenza: l’importante è che l’impresa abbia successo, le briciole potranno andare ai lavoratori. Altro che “fine delle ideologie”!

Che il nuovo partito nasca con la benedizione della classe dominante lo si vede osservando chi si è recato ai seggi a votare il 14 ottobre: De Benedetti, Tronchetti Provera con consorte, Massimo Moratti, Alessandro Profumo e signora, candidata nelle liste della Bindi. Il gotha del panorama economico e finanziario italiano, che ha deciso di scommettere direttamente su questo progetto.

Nel campo delle riforme istituzionali, Veltroni considera decisivo attribuire più poteri al premier e meno poteri al parlamento e parla di corsie più brevi per approvare i decreti governativi e la legge finanziaria.

Il Partito democratico è inoltre nato all’interno di una campagna isterica per la “sicurezza” dei cittadini. Per alcuni dei suoi principali promotori, i sindaci di Firenze, Bologna, Torino ecc; è più importante sanzionare lavavetri, rom e graffitari che perseguire mafiosi o camorristi.

L’occupazione del centro, con una svolta moderata del linguaggio ed anche delle azioni impensabile fino a qualche anno fa è uno dei principali obiettivi del Partito democratico.

Che sia in atto una scomposizione per quanto riguarda i rapporti interni fra Ds e Dl lo dimostrano anche le liste presentate in queste primarie. In alcune regioni, come Campania e Piemonte i Ds hanno rinunciato a presentare un proprio candidato, dividendosi nell’appoggio fra i vari candidati della Margherita. Le liste che sostenevano Veltroni erano caratterizzate da un’omologazione di contenuti imbarazzante, a cominciare dal nome: “Democratici per Veltroni”, “Con Veltroni, ambiente innovazione lavoro”, “A sinistra per Veltroni”. Anche se la prima lista, con i più alti papaveri dei due partiti, ha fatto il pieno, i dalemiani ad esempio si sono collocati in tutt’e tre le liste. Anche la collocazione dei vertici Cgil è stata in ordine sparso, facendo risultare il ruolo dei quadri sindacali che sostengono il Pd in queste elezioni nulla più che un appendice.

Ci saranno sicuramente scontri futuri sulla collocazione internazionale del Pd, gli statuti, i gruppi dirigenti a livello nazionale e locale. Ad esempio in Sardegna Soru pare uscire sconfitto per la carica di segretario regionale e si aprirà un grosso scontro con i ds locali e il vincitore, Cabras. Ma la costruzione del partito procederà speditamente grazie alla grande spinta data da vari fattori: il 14 ottobre, il ruolo dei mass media e soprattutto dalla mancanza di un’alternativa, sia a destra che a sinistra.


Veltroni e Prodi

A breve e medio termine il voto “plebiscitario” a Walter Veltroni porrà comunque dei problemi al governo Prodi. Il presidente del consiglio esce ridimensionato dal voto delle primarie. La candidata a cui i prodiani (e la stessa famiglia Prodi) avevano assicurato l’appoggio, Rosy Bindi, non supera il 14%. Il confronto tra un Romano Prodi in declino ed un Veltroni in ascesa è troppo squilibrato.

Al primo che chiedeva collaborazione, il sindaco di Roma non ha certo negato di fornirla, a parole, ma allo stesso tempo ha invocato “discontinuità” rispetto all’azione di governo ed ha cercato di imporre i suoi tempi per le riforme istituzionali: otto mesi possono bastare infatti per Veltroni “per sbloccare il paese”.

I rapporti non potranno che inasprirsi nel futuro visto il margine di manovra concesso a Veltroni dal voto delle primarie e dai cosiddetti poteri forti. Veltroni, una volta che sarà il protagonista della scena, potrà incappare in serie difficoltà. Il programma che invoca Veltroni implica un vero e proprio massacro sociale, e qui non ci saranno metafore ad effetto o sogni da “nuova frontiera” kennediana che potranno impedire uno scontro con la classe lavoratrice, la quale non potrà accettare di vedere le proprie condizioni di vita e di lavoro tornare indietro di quarant’anni ed oltre.

Il partito democratico, infine, nasce anche per escludere Rifondazione comunista dalla compagine governativa, per annichilire ogni opposizione di classe in questo paese. Per questo è del tutto illusorio chiedere a Prodi che si faccia garante dei rapporti tra Pd e Rifondazione. Davanti ad una offensiva di così vasta portata da parte della borghesia, l’indipendenza di classe per il Prc e per le forze del movimento operaio è il primo requisito indispensabile per qualsiasi prospettiva di resistenza e di contrattacco.

24 ottobre 2007 

 

 
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