La “piazza rossa” del 20 ottobre è stata grande, enorme, e non solo per
le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato. Ora vediamo
già la corsa alle “interpretazioni autentiche” di quella
manifestazione, intellettuali e dirigenti della sinistra si affannano
ciascuno con il proprio schema in testa a dimostrare che quella piazza
dava ragione a loro precisamente a loro e nessun altro.
Ma chi può realmente ascriversi il successo della manifestazione? Che cosa ha condotto tutti noi fino a Roma? A Roma abbiamo visto innanzitutto un popolo di sinistra che ha percepito l’urgenza di fare qualcosa per scrollarsi di dosso la cappa soffocante con la quale il Partito democratico e quanto gli ruota attorno (compresi i vertici sindacali) in questi mesi ha tentato di trasmettere l’idea di un paese nel quale non c’è più posto per l’antagonismo, per il conflitto di classe, nel quale precarietà, sfruttamento, povertà, emarginazione nel migliore dei casi possono essere oggetto di qualche provvedimento governativo caritatevole (non prima, però, che si sia fatta la necessaria pulizia di lavavetri, rom, studendi sfaccendati, precari in sciopero, operai rompicoglioni e tutti gli altri guastafeste che con la loro sola presenza potrebbero guastare l’immagine del magico mondo di “veltronia”).
Il 20 ottobre ha dato voce a chi non si fa incantare dalle sirene veltroniane, a una sinistra che non ci sta a farsi portare al macello senza reagire, alla voglia di reagire dopo 19 mesi di un governo nel quale erano state riposte molte attese e dal quale sono arrivate solo delusioni e la mortificazione sistematica di ogni aspirazione a un vero cambiamento.
Che Liberazione e i dirigenti della maggioranza Prc si prodighino in rassicurazioni sul fatto che “non era un corteo contro il governo” e che “se ci ascolta, Prodi sarà più forte” è nell’ordine delle cose. Non per questo, però, corrisponde al vero.
Certo, fra i manifestanti l’atteggiamento nei confronti del governo era articolato. Si andava da chi pensa, come recitava un cartello, che “è un governo di merda, ma è il nostro governo”, a chi per la caduta di Prodi non spargerebbe una lacrima (ed erano in molti). Ma due cose erano largamente diffuse: il senso di disillusione, l’accusa generalizzata di non “aver rispettato i patti” da un lato; dall’altro, la sensazione che comunque il governo sia a termine e che in un modo o nell’altro si debbano gettare le basi per le battaglie future.
È stata, infine, la giornata dei militanti, di migliaia e migliaia di iscritti del Prc e anche del Pdci che con la loro presenza e con una quantità esagerata di bandiere rosse con la falce e martello hanno ricordato ai tanti, troppi che lo dimenticano facilmente, che un partito non è fatto solo da parlamentari, ministri e gruppi dirigenti che si dilettano nelle geometrie delle varie “costituenti” e “cose rosse”, ma è innanzitutto un insediamento sociale, un un corpo collettivo, militante che per quanto sia stato maltrattato oltre ogni dire non ci sta a farsi portare in silenzio ad affogare nelle paludi del governismo.
La sinistra e il Partito democratico
Più che mai è necessario oggi il massimo rigore. Più che mai dobbiamo saper distinguere i desideri dalla realtà, abbandonare gli schemi astratti e scavare al fondo delle cose.
Quanto si è espresso nella piazza del 20 ha un rapporto profondo con la condizione di lavoro e di vita di milioni di persone nel nostro paese. Potenzialmente i contenuti e le aspirazioni più autentiche di quella manifestazione rappresentano la grande maggioranza dei lavoratori e dei giovani di questo paese. Ma perché questa potenzialità si materializzi, è necessaria una condizione di fondo: è necessario che venga demolito l’ostacolo principale. È necessario che venga sconfitto il progetto rappresentato dal Partito democratico.
Si è parlato molto, nei mesi scorsi, del Pd come di un partito virtuale, creato in provetta, senza ideologia e senza basi sociali. Oggi che il Pd esiste si vede con chiarezza come sia un partito tutt’altro che virtuale. Non solo per il successo delle primarie, al quale hanno contribuito diversi fattori, ma precisamente per la solida strutturazione, gli infiniti addentellati che fanno del Pd una vera e propria corazza, costruita attorno agli interessi della borghesia italiana.
Un articolo della Stampa (18 ottobre) propone un impressionante inventario delle posizioni di potere che si concentrano nelle mani del nuovo partito.
“Con meno di un terzo dei voti – scontando, in più, l’uscita della nutrita pattuglia della Sd di Fabio Mussi – il Partito Democratico inizia la sua corsa con una dotazione di partenza davvero più che notevole. Presidente della Repubblica; Presidente del Senato; Presidente del Consiglio; sei dei sette ministri senza portafoglio; dieci dei diciotto ministri con portafoglio; otto viceministri su dieci; quaranta sottosegretari su sessantacinque. Sono democrats 13 dei 22 presidenti di Regioni e province autonome. 64 dei 109 presidenti eletti di provincia. Tredici dei ventidue sindaci di città capoluogo di Regione. Senza contare una vera e propria marea di primi cittadini sparsi per il Belpaese.
(…) Non c’è dubbio che un teorico governo del Pd incontrerebbe davvero pochi ostacoli per imporre la sua volontà. Con le sette commissioni parlamentari chiave di Palazzo Madama e Montecitorio, con i ministeri più importanti a disposizione, con il controllo della Conferenza Stato/Regioni e dell’Associazione dei Comuni italiani. Con l’alleanza strettissima delle due centrali cooperative anch’esse democrats: la Lega di Giuliano Poletti e la Confcooperative di Luigi Marino. Potendo appoggiarsi (almeno in parte, i sindacati hanno logiche lontane dalla politica) sulla Uil di Luigi Angeletti (elettore delle primarie) e su qualche ‘nuovista’ in casa Cisl e Cgil. Sapendo di trovare ascolto in alcune grandi aziende di Stato o partecipate dalla mano pubblica: le Ferrovie di Innocenzo Cipolletta e Mauro Moretti, l’Anas di Pietro Ciucci, la Cassa Depositi e Prestiti di Alfonso Iozzo, l’Acea di Fabiano Fabiani, i giganti ‘locali’ delle utilities, Hera e Iride. Con il saldo controllo della Rai: sono Democratici il presidente Petruccioli, l’ad Cappon (prodiano), i consiglieri Rizzo-Nervo, Rognoni e Fabiani. Con la possibilità di dialogare con i giudici, attraverso il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, o con i rappresentanti indicati direttamente o ‘di area’ nelle principali autorità garanti, dalla Consob all’Agcom, dalla Privacy all’Antitrust. Con l’amicizia di importanti esponenti dell’economia, personalità che hanno votato alle primarie o considerati vicini o interessati al Pd: Carlo De Benedetti, Bazoli, Corrado Passera, Alessandro Profumo, Enrico Salza, Pietro Modiano, Giuseppe Mussari, Luigi Abete, Franco Bernabè. Forse il giovane (e per adesso fuori dai giochi) Matteo Arpe. Qualcuno descrive interessato anche Luca Cordero di Montezemolo. E poi, poi ci sono i molti che stanno alla finestra, pronti a riposizionarsi, a diventare ‘Democratici’.”
Questo blocco di potere non si scardina in un giorno. Parlare di costruire una sinistra all’altezza di sfidarlo significa parlare di un lavoro di portata strategica, di elaborare una adeguata piattaforma programmatica e rivendicativa, di lavorare sistematicamente a un solido insediamento nella classe lavoratrice e negli altri settori sfruttati della società, di costruire quadri e strutture in grado di fare fronte a questi compiti e, non ultimo, serve che questo percorso sappia intrecciarsi con una ripresa delle mobilitazioni di massa tale da erodere le basi di consenso di cui oggi il Pd può disporre.
Come si fa a non sorridere di fronte a chi ci racconta che il problema si risolve imbarcando Fabio Mussi e qualche altro politico in cerca di collocazione all’interno di una qualche lista elettorale “unitaria”? A noi sembra una ripetizione – peggiorata – dell’interminabile percorso che dopo anni di litanie sulla “sinistra d’alternativa” ha prodotto il fallimento della “Sezione italiana della sinistra europea” (della quale nessuno ormai parla più) non prima però di aver contribuito in misura non indifferente ad aggravare le difficoltà del nostro partito.
Verso un “sindacato unico democratico?”
La questione del Pd si lega direttamente allo scontro in corso nel movimento sindacale e in particolare nella Cgil. Mentre scriviamo è ancora in corso il direttivo nazionale della Cgil. Le notizie finora uscite parlano chiaro: ai piani alti di Corso Italia ci si prepara a mettere sotto processo i “reprobi”: la Fiom e le aree di minoranza Lavoro Società e Rete 28 aprile. Epifani vuole incassare la vittoria del Si nella consultazione sul protocollo e prepara una vera e propria caccia alle streghe, la guerra non sarà solo al centro, ma anche e soprattutto in periferia. La prova del fuoco arriverà con il contratto dei metalmeccanici: sarà su quel terreno che Epifani e compagni tenteranno di dimostrare che l’“estremismo” della Fiom, la sua “mancanza di confederalità” conducono alla sterilità. Se di fronte all’intransigenza di Federmeccanica, Epifani fosse disponibile a spalleggiare un fronte con Fim e Uilm per isolare la maggioranza della Fiom e tentare di delegittimare Rinaldini e l’attuale segreteria, ci troveremmo di fronte a una rottura che troverebbe ben pochi precedenti nella storia del sindacato italiano dopo il 1947.
La realtà è che il rullo compressore del Pd vuole avanzare rapidamente in Cgil, la foglia di fico dell’“indipendenza” sindacale di Epifani, “primo segretario nella storia della confederazione senza tessera di partito” non basta certo a nascondere questa realtà. E in questa guerra, va detto con altrettanta chiarezza, i dirigenti sindacali che fanno capo a Sinistra democratica sono stati completamente a fianco di Epifani: favorevoli al protocollo del 23 luglio, ostili fino alla rabbia contro la manifestazione del 20 ottobre (si vedano le dichiarazioni roventi di Nerozzi), pronti a dichiarare la guerra al loro stesso leader Mussi quando questi ha ventilato la possibilità di associarsi a Ferrero nella timida astensione in Consiglio dei ministri sul protocollo stesso (e Mussi, manco a dirlo, si è prontamente ritirato dando il suo sì… “con riserva”, naturalmente!).
Torniamo a chiedere a Giordano e tutti gli altri: spiegateci, compagni! Spiegateci in virtù di quale miracolo associare il nostro partito a questi personaggi dovrebbe farci avanzare anche di un solo millimetro!
Governo al capolinea?
Sullo sfondo c’è la crisi ormai cronica del governo Prodi, attraversato da contraddizioni insanabili.
Poco importa se a staccare la spina sarà un Di Pietro, un Mastella, un Dini o un Manzione, il momento del “rompete le righe” appare ogni giorno più vicino: i terreni di conflitto si moltiplicano, dal caso De Magistris, al voto sulla finanziaria e sul collegato sul Welfare, alla legge elettorale… Nessuno dei protagonisti ha in mano il bandolo della matassa e alla fine sarà inevitabile tagliare il nodo con nuove elezioni. Lo stesso successo della manifestazione, al di là delle rassicurazioni e della ferma propensione a capitolare nuovamente che contraddistingue l’attuale gruppo dirigente del Prc, è un ulteriore elemento di contraddizione che fa suonare l’allarme nei settori ultra moderati dell’Unione, che non vedono l’ora di dimostrare che Prodi è “ostaggio” dei comunisti.
(Piccola nota a margine: l’unico a non accorgersi di questo è S. Cannavò, che in una nota del 21 ottobre parla di “manifestazione a forte vocazione unitaria il cui effetto è il rafforzamento del governo Prodi”. Ecco cosa succede a chi tenta di leggere la situazione analizzando non la realtà, ma le pagine di Liberazione…)
Il gruppo dirigente del Prc ha finora evitato come la peste qualsiasi dibattito pubblico sul possibile dopo-Prodi. Ci si limita a ripetere all’infinito le litanie che hanno accompagnato in questi 18 mesi la lunga serie di sconfitte subite dal nostro partito all’interno della coalizione: “rispettare del programma”… “siamo i più fedeli alleati di Prodi”… “il pericolo è al centro”… Verrà però il momento in cui non saranno più sufficienti neppure gli esorcismi.
Mussi e Sinistra democratica la loro idea ce l’hanno: costruire la Sinistra unita, fare una lista comune alle elezioni in alleanza col Partito democratico e con la benedizione del Partito socialista europeo. Ma noi? Le centinaia di migliaia che sono scesi in piazza il 20 (senza neppure avere il piacere di vedere un qualche Mussi al loro fianco), possono accettare la prospettiva di una sinistra governista, pienamente integrata nelle compatibilità del sistema, che appassisce lentamente all’ombra del Pd? Questo nel migliore dei casi, s’intende, Cioè nell’ipotesi che il Pd stesso non preferisca allungare la classica pedata e provare a vincere le elezioni da solo, aiutandosi con una legge elettorale adatta allo scopo e con qualche alleanza al centro…
Noi crediamo di no. Crediamo che quelle centinaia di migliaia di compagni e compagne che hanno manifestato il 20 cercassero e volessero ben altro. Volevano l’unità, certo, ma non un’unità fittizia dei vertici, ma la solidarietà di chi è disposto a mettersi in gioco fno in fondo in una lotta comune contro avversari potenti.
Si riparte da lì, da un milione di No espressi nelle fabbriche nella consultazione, e dalla piazza San Giovanni del 20 ottobre.
Senza avere la pretesa o l’arroganza di essere gli interpreti unici o autentici di quella piazza, ci sentiamo rafforzati dalla riuscita di quella manifestazione, sentiamo che la fiducia che si respirava sui treni e sui pullman che rientravano la notte le 20 è la stessa fiducia e la stessa voglia di lottare alla quale dobbiamo attingere per proporre una prospettiva radicalmente diversa. La prospettiva di una sinistra di classe, rivoluzionaria, comunista in primo luogo, oggi necessariamente di opposizione perché non possiamo che essere strategicamente all’opposizione sia del Partito democratico che delle destre, ma che può essere di massa e può conquistare domani il sostegno e la partecipazione della grande maggioranza dei lavoratori alla prospettiva di una società diversa dal capitalismo.
Lo abbiamo detto il prima del 20 ottobre, nelle fabbriche e nelle aziende dove abbiamo lottato per le ragioni del No all’accordo del 23 luglio e preparando la manifestazione; lo abbiamo detto il 20 in piazza; lo diremo nell’imminente congresso del Prc e in tutte le lotte che, ne siamo certi, nei prossimi mesi torneranno a scuotere questo paese.
23 ottobre 2007