Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sulla lotta di
massa e la repressione in Birmania, il regime egiziano di Hosni
Mubarak, al potere dal 1981 dopo l'assassinio del precedente leader
Sadat, sta attraversando una crisi profonda, propiziata da una delle
più importanti lotte operaie da alcuni decenni a questa parte.
Sullo sfondo intanto appare una situazione sociale esplosiva e un delicato
momento di transizione del potere dalle mani del vecchio presidente,
che voci maligne danno per profondamente malato o addirittura già
morto, a quelle del figlio, Gamal Mubarak, attuale consigliere
economico del padre e pupillo del Fondo Monetario Internazionale.
Se è pur vero che l'attenzione dei media internazionali era rivolta
altrove, il quasi totale silenzio osservato rispetto a questa vicenda è
estremamente significativo. In Europa e negli Stati Uniti le notizie
riguardanti lotte operaie nel medio oriente sono di regola oscurate (in
particolare nei notiziari televisivi), e l'Italia non fa eccezione.
Tali lotte non corrispondono al quadro che si vorrebbe dipingere per
giustificare la cosiddetta "guerra al terrorismo" secondo cui i popoli
mediorientali sarebbero masse sanguinarie infettate dal fanatismo e dal
fondamentalismo religioso, pronti ad azzannarsi alla gola gli uni con
gli altri se non fosse per la vigilanza della "comunità
internazionale". Per usare le parole di un veterano del giornalismo
mediorientale Rami G. Khouri: "I mezzi d'informazione statunitensi sono
scarsamente interessati a storie di arabi che non siano armati di
coltello, fucile mitragliatore o esplosivi, o siano sprovvisti di
telefoni cellulari placcati d'oro".
Dopo una settimana d'occupazione dello stabilimento, i 27mila
lavoratori della gigantesca fabbrica tessile a Ghazl el-Mahalla (una
importante zona industriale a poco più di un centinaio di Km a Nord del
Cairo, nel delta del Nilo) hanno ottenuto una vittoria storica, che non
mancherà di produrre conseguenze durature nella coscienza dei
lavoratori egiziani, dimostrando che contro il regime di Hosni Mubarak,
non solo si può lottare, ma si può vincere.
Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: già da alcuni anni vediamo
un risveglio delle lotte operaie in questo paese, ma negli ultimi 10
mesi sono cresciute esponenzialmente in termini qualitativi e
quantitativi.
Siamo di fronte a una brusca accelerazione del processo
della lotta di classe nel paese che per popolazione e collocazione
geopolitica rappresenta la chiave della rivoluzione in Medio oriente e,
allo stesso tempo, uno dei pochi punti di appoggio stabili su cui si è
fondata la strategia dell'imperialismo Usa nella regione negli ultimi
trent'anni. Nonostante la repressione e l'assenza di organizzazioni che possano
rappresentare tale combattività, dato che i sindacati ufficiali formano
parte integrante della macchina statale che sostiene il regime, i
lavoratori egiziani stanno imparando rapidamente.
Mentre scriviamo è già evidente che questa vittoria ha incoraggiato
altri settori della classe lavoratrice ad alzare la testa. Dapprima
sono scese in sciopero alcune fabbriche tessili nella stessa regione,
poi sono scesi in sciopero i netturbini nella capitale e ora assistiamo
perfino ad uno sciopero a oltranza di 55mila esattori delle tasse che
rivendicano migliori condizioni di lavoro e l'assunzione alle
dipendenze del Ministero delle finanze. Gli esattori infuriati hanno
posto sotto assedio la sede del Ministero con un Sit-in permanente. Da
sottolineare il fatto che si tratta di scioperi non sostenuti dai
sindacati ufficiali, in un paese in cui il diritto di sciopero
sostanzialmente non è riconosciuto.
Nelle manifestazioni, questi lavoratori senza esperienze precedenti di
lotta, stanno riproponendo gli stessi slogan scanditi dagli operai e
dalle operaie di Mahalla, segno che sono stati in molti ad assimilare
avidamente le lezioni di questa lotta.
Contraddizioni esplosive
Negli ultimi anni, in corrispondenza della cosiddetta "guerra al
terrorismo", così come in molti altri paesi anche il regime egiziano ha
aumentato la repressione interna. Decine di migliaia di oppositori, tra
cui molti militanti della Fratellanza musulmana, ma anche moltissimi
della sinistra egiziana, sono stati sottoposti a reiterati arresti e ad
oggi sono circa 15mila i prigionieri politici in carcere senza
processo. Il ricorso alla tortura è sistematico e le camere della
tortura del regime sono come tante Abu Ghraib disseminate sul
territorio.
Tutto ciò ha potuto solo ritardare l'esplosione delle lotte, che non a
caso hanno visto la classe operaia dei grandi centri industriali
rompere gli argini.
Il regime di Mubarak, secondo solo ad Israele in termini di aiuti
diretti statunitensi (pari a 2.2 miliardi di dollari), ha attuato
politiche di privatizzazione e liberalizzazione che hanno suscitato il
plauso del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, dando
un impulso al giro d'affari e ai profitti della borghesia locale e
delle multinazionali, ma non hanno prodotto alcun effetto positivo
sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione.
A fronte di un'economia in boom con tassi di crescita tra il 7 e il
10%, l'inflazione (ufficialmente all'8%, ma che la maggior parte degli
economisti stima essere almeno il doppio) ha eroso i salari dei
lavoratori oltre il limite di sopportazione. La crescita dei prezzi ha
interessato soprattutto i generi di prima necessità come la farina, la
carne e la verdura fresca, i cui prezzi sono saliti del 50% nell'ultimo
anno.
Ciò avviene in un paese in cui, nonostante una classe operaia numerosa
e potenzialmente forte, i livelli salariali sono tra più bassi al mondo
ed un operaio relativamente "privilegiato" nella grande tessitoria a
Mahalla dopo dieci anni di servizio guadagna l'equivalente di 40
dollari al mese. Il salario medio nell'industria tessile di un
lavoratore egiziano è pari all'85% di quello pagato in Pakistan e il
60% di quello pagato in India.
Secondo l'agenzia di sviluppo del
governo USA il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Il governo egiziano ammette che l'80% della popolazione ha un reddito
modesto. Anche settori tradizionalmente meglio pagati non se la passano
meglio: un insegnante guadagna poco più del doppio di un operaio
tessile.
Vista la situazione esplosiva e la paura di una generalizzazione delle
lotte operaie, le rivendicazioni dei lavoratori sono state finora
affrontate dal governo con una tattica di piccole concessioni e larghe
promesse per guadagnare tempo, ma ora i nodi vengono al pettine. Nel
caso di Mahalla all'origine dello sciopero c'è proprio il mancato
rispetto dell'accordo che aveva concluso lo sciopero dello scorso
dicembre, secondo cui i lavoratori avrebbero dovuto ricevere un premio
di risultato pari al 10% dei profitti (pari a 150 giornate di salario).
Occupazione dello stabilimento
Domenica 23 settembre, dopo alcune settimane di attesa vana che il
premio pattuito venisse corrisposto, 10mila operai dello stabilimento
tessile di Mahalla nel turno mattutino decidono di incrociare le
braccia e occupare lo stabilimento, rivendicando l'immediato pagamento
del premio di risultato, e il licenziamento del direttore dello
stabilimento e della sua cricca di dirigenti e manager corrotti.
Immediatamente altre migliaia di lavoratori e le loro famiglie si
raccolgono per dare manforte ai loro compagni.
Gli operai vengono immediatamente posti sotto assedio da migliaia di
poliziotti richiamati dalle provincie vicine, che però non riescono ad
impedire il continuo afflusso di migliaia di persone che fanno spola
portando cibo e sostegno agli scioperanti. La direzione aziendale
dichiara la fabbrica chiusa con effetto immediato per una settimana di
"ferie" forzate, ventilando la possibilità di uno sgombero a mano
armata. I lavoratori però non si lasciano intimidire e si mantengono
uniti. La notte si forma un accampamento con oltre quindicimila
lavoratori a difendere lo stabilimento.
Una corrispondenza del Daily Star Egypt riporta la determinazione dei lavoratori:
"Ogni volta che i militari tentano di avvicinarsi, dicono i lavoratori,
sono stati soverchiati in numero e spaventati, ma la minaccia di
ricorrere alla violenza contro gli scioperanti di Mahalla e le loro
famiglie è concreta. 'Dobbiamo stare qui ad ogni costò, ha detto Al
Attar [uno dei dirigenti dello sciopero] alla folla prevalentemente
maschile mercoledì scorso, 'Anche nel caso che uno, due o venti di noi
dovessero morire. Chi diserta lo sciopero tradisce il suo proprio
sangue e la sua dignità umana'."
Cori di approvazione e numerosi interventi sulla stessa linea hanno
espresso la comune determinazione dei lavoratori a proseguire la lotta.
I lavoratori decidono di costituire una milizia per presidiare e
difendere lo stabilimento da eventuali incursioni della polizia, poi
escono in corteo per celebrare un simbolico funerale del pupazzo
raffigurante il direttore della compagnia. La sfida non può essere più
chiara.
Sotto molti aspetti si può affermare che lo sciopero vittorioso a
Mahalla rappresenti uno spartiacque nella lotta di classe in Egitto.
Sono molte le lezioni che possiamo trarre da un'analisi di questa lotta
esemplare.
La repressione non riesce a contenere le lotte
Ogni lavoratore in Egitto ha sentito raccontare da familiari o
conoscenti le storie sulle camere di tortura del regime e le
rappresaglie sulle famiglie degli arrestati. Il diritto di sciopero non
è riconosciuto e le lotte esplodono quando i lavoratori hanno esaurito
qualsiasi altra possibilità e sentono che la misura è colma. Una volta
in sciopero devono immediatamente fare i conti con la prospettiva di un
intervento militare. Per questo le lotte operaie tendono ad assumere
immediatamente un carattere estremamente radicale. I lavoratori sono
coscienti di giocarsi il proprio futuro e quello delle loro famiglie.
Il valore incommensurabile degli scioperi dell'ultimo periodo è di aver
evidenziato la debolezza del regime e rimosso la paura dell'autorità
costituita. Ogni sciopero prova a milioni di egiziani che il regime non
riesce più a mantenere il controllo della situazione con i soliti
metodi del passato.
In questa nuova situazione, il ricorso alla repressione non può che
ottenere l'effetto contrario a quello voluto, come dimostra
l'inefficacia di ogni minaccia di intervenire con la forza armata e la
reazione furiosa degli operai di Mahalla alla notizia dell'arresto di
cinque tra i dirigenti dello sciopero.
Il sintomo di fino a che punto la crisi del regime sia ad uno stadio
piuttosto avanzato, è che i dirigenti dello sciopero siano stati
rilasciati per iniziativa di un settore della polizia locale, solidale
con gli scioperanti, come testimoniato dagli stessi dopo il rilascio.
Il ruolo delle donne
Quanto già visto nella lotta dello scorso dicembre si è confermato
durante l'occupazione dello stabilimento, nel quale le lavoratrici e le
mogli degli operai, accampate nella tendopoli con i figli per
manifestare il loro appoggio allo sciopero, hanno rappresentato nel
corso della lotta il settore più determinato a spingere la lotta fino
in fondo, rifiutando ogni compromesso.
Lo sciopero di dicembre era iniziato per iniziativa delle 3000 operaie
delle filature. Le donne sono scese in corteo all'interno dello
stabilimento scandendo lo slogan: "Dove sono gli uomini? Le donne sono
qui!".
Nel corso dell'estate un'altra lotta esemplare è esplosa nella fabbrica
tessile di Mansoura-Espana contro la chiusura della fabbrica. Le 300
operaie hanno occupato lo stabilimento per due mesi, accettando di
tornare al lavoro solo dopo aver ottenuto la completa capitolazione del
padrone.
I sindacati ufficiali
Pochi giorni dopo l'inizio della lotta, alcuni rappresentanti dei
sindacati ufficiali vengono inviati nello stabilimento occupato per
parlare con i lavoratori. I dirigenti sindacali sono nominati
direttamente dal governo e i lavoratori di Mahalla hanno appreso per
loro stessa esperienza a non fidarsi di tali "rappresentanti", tanto
che dopo lo sciopero di dicembre 2006 oltre quindicimila di loro hanno
sottoscritto una petizione per rimuovere i dirigenti sindacali locali
dalle loro posizioni e dissolvere la confederazione nazionale sindacale
emanata dal regime.
Mohamed El Attar ci spiega: "Vogliamo un cambiamento nella struttura e
nella gerarchia dell'organizzazione sindacale in questo paese... Il
modo in cui i sindacati sono organizzati è completamente sbagliato.
Dall'alto verso il basso. Vogliono far credere che i rappresentanti
siano eletti, ma in realtà è il governo che li nomina".
I lavoratori riuniti in assemblea hanno ascoltato cosa avessero da dire
questi "rappresentanti", ma sentendo che la loro proposta era di finire
lo sciopero in cambio di poche briciole, hanno quasi linciato i
malcapitati, che sono riusciti a fuggire indenni solo grazie
all'intervento dei dirigenti dello sciopero.
Una sorte simile è stata riservata ad un parlamentare del partito di
governo (NDP), inviato a sondare i lavoratori ma senza poteri esecutivi
per intavolare una trattativa seria.
La Fratellanza musulmana
Nel corso dei primi giorni di lotta, il governo ha rivolto a scopo
intimidatorio contro i lavoratori varie accuse, tra cui l'accusa di
aver pianificato atti di sabotaggio nello stabilimento, a cui i
lavoratori hanno replicato che la loro vita dipende dal funzionamento
futuro delle macchine e che semmai i sabotatori sono i dirigenti. Fonti
governative hanno anche fatto circolare la menzogna che gli scioperanti
stessero usando i propri figli come scudi umani, quando in realtà le
famiglie si trovavano costrette a portare in fabbrica i propri figli
perché la direzione aziendale aveva decretato per rappresaglia la
chiusura fino a nuovo ordine delle scuole e degli asili.
L'accusa più grave, volta ad isolare gli scioperanti era quella di
essere strumentalizzati dalla Fratellanza musulmana, il principale
partito d'opposizione. Tali accuse sono state accolte con rabbia o
indifferenza dai lavoratori che nelle assemblee sventolavano in faccia
ai giornalisti le proprie tessere dell'NDP, il partito di Mubarak.
La realtà è che in tutte queste lotte operaie, la Fratellanza musulmana
non ha giocato alcun ruolo. Se è vero che il regime di Mubarak è
screditato e odiato, soprattutto dai lavoratori che hanno maturato una
maggior esperienza di lotta, l'opposizione fondamentalista non gode di
maggiore popolarità. La Fratellanza musulmana, dal canto suo si è
guardata bene dal fornire alcun appoggio ai lavoratori in sciopero ed
in alcuni casi i padroni contro cui questi scioperi erano diretti erano
esponenti di spicco della Fratellanza.
Democrazia operaia
La lotta si è sviluppata in un regime di completa democrazia operaia,
in cui le decisioni sulla conduzione della lotta e le trattative sono
state prese dalle assemblee degli operai. Questo ha permesso di tenere
unito il fronte degli scioperanti come un sol uomo anche in momenti
difficili come dopo l'arresto dei leader riconosciuti dello sciopero.
La democrazia operaia ha anche permesso di superare le vacillazioni
della direzione. I dirigenti dello sciopero sono operai combattivi e
rispettati dalla massa dei lavoratori. Hanno conquistato questa
autorità nel corso di anni di lotte e hanno saputo mantenerla,
nonostante alcune vacillazioni anche perché ogni loro azione è stata
rendicontata e posta a verifica dalle decisioni dell'assemblea.
Quanto la democrazia operaia sia stata importante per la vittoria di
questa lotta lo vediamo da una corrispondenza riportata dal blog
egiziano 3arabwy (http://arabist.net/arabawy/), che ha fornito una
copertura quotidiana esemplare dello sciopero.
"I cinque leader arrestati di Ghazl el-Mahalla sono stati rilasciati
martedì notte tra le undici e mezzanotte dalla polizia locale. I cinque
si sono precipitati alla fabbrica occupata per ricevere un'accoglienza
da eroi da parte dei loro compagni... Quanto si è verificato
successivamente è molto interessante..."
"Secondo quanto riportato da un attivista socialista nella fabbrica, i
leader si sono rivolti ai loro compagni in un'assemblea di massa. Nel
corso dei loro discorsi sembra che 'volessero calmare la situazione.
Appariva evidente che avevano ricevuto pressioni dalle forze di
sicurezza dello Stato per raggiungere un accordo in fretta. I leader
hanno dichiarato di aver ricevuto l'offerta, in cambio della cessazione
dello sciopero, di ricevere il pagamento immediato di 40 giornate di
salario e di attendere l'assemblea generale del consiglio direttivo
della compagnia (senza data fissata) per ricevere il resto. Rispetto
alle altre rivendicazioni i portavoce avevano opinioni differenti e
ripetevano in modo confuso che gli era stato "promesso" questo o
quello... Alle orecchie dei lavoratori è parso di sentir parlare di
"promesse" vuote come quelle ricevute in passato."
"All'improvviso, i lavoratori hanno cominciato a fischiare e ad urlare
'No! No!'. Hanno costretto i dirigenti a continuare lo sciopero. La
determinazione della base è stata maggiore di quella dei dirigenti."
Nel corso di ogni lotta anche la direzione più sperimentata e onesta è
può vacillare per le pressioni dello stato o dei padroni. L'unica
possibile forza che può controbilanciare questa pressione è la
democrazia operaia.
A favore dei dirigenti dello sciopero, bisogna dire che hanno avuto il
coraggio di andare a sostenere le loro proposte in assemblea,
accettandone le decisioni. Questo è quanto non si può dire della
maggior parte dei dirigenti sindacali, non solo quelli nostrani, ma
anche nel resto del mondo.
Dopo una settimana di occupazione gli stessi portavoce degli operai
vengono convocati per una "trattativa", ma in realtà quello che si
presenta ai loro occhi è una vera e propria capitolazione da parte del
governo.
Tra le altre cose gli scioperanti hanno ottenuto l'immediato pagamento
di 90 giorni di salario e di almeno altre 40 giornate su delibera del
consiglio generale della compagnia; i giorni di sciopero saranno
considerati festività pagate; il premio di risultato verrà consolidato
come salario con un aumento annuo del 7%; verrà costituita una società
cooperativa di trasporti finanziata dalla compagnia per garantire i
collegamenti da e per il posto di lavoro; nessuna ritorsione contro gli
scioperanti. Infine, il governo ha annunciato la destituzione del
direttore dello stabilimento e dell'intero consiglio direttivo, che era
stato nominato direttamente dal governo. Una vittoria totale per una
lotta esemplare su cui giustamente si è concentrata l'attenzione della
massa dei lavoratori egiziani.
La crisi del regime può rapidamente precipitare
L'esperienza della lotta ha portato i lavoratori a sviluppare un alto
livello di coscienza, almeno nel caso dei settori d'avanguardia. Nel
corso della lotta a Mahalla si potevano sentire slogan come "Non
accettiamo il dominio della Banca Mondiale! Non saremo più assoggettati
al colonialismo!". Molti dei cartelli inneggiavano alla fine della
dittatura di Mubarak. Il fatto è che nelle condizioni egiziane uno
sciopero, se mai lo è, non può essere un fatto puramente economico. I
lavoratori sanno fin troppo bene che dovranno misurarsi immediatamente
con le forze di sicurezza e lo stato.
Intanto l'ascesa delle lotte operaie, ancora prive di coordinamento e
organizzazione centralizzata, sembra essere lontana dall'esaurirsi. Le
cifre dei primi sei mesi del 2007, secondo un rapporto riportato da
3arabwy, hanno già superato quelle dell'intero anno precedente. 387
azioni di lotta (tra scioperi, sit-in, cortei, assemblee illegali con
sciopero), a fronte di 222 nel 2006. Soltanto nel corso del mese di
agosto si contano 100 azioni di lotta sindacale.
La crisi del regime però non si manifesta solo nella sua incapacità di
contenere le lotte operaie, ma per esempio nel carattere apertamente
insurrezionale che stanno prendendo i conflitti tribali nel nord del
Sinai, inaspriti dalla repressione indiscriminata che ha portato a
migliaia di arresti nella zona dopo gli attentati di Taba del 2004. Una
scaramuccia tra tribù rivali ai primi di ottobre si è trasformata per
l'intervento della polizia in una mezza insurrezione. Per due giorni
migliaia di persone hanno dato vita a scontri con l'esercito e la
polizia e hanno bruciato la sede del partito di Mubarak, l'NDP, a
El-Arish.
Il nervosismo del regime si manifesta nell'incredibile dispiegamento di
forze al Cairo (alcune migliaia di poliziotti) per impedire una
manifestazione di un centinaio di attivisti dei diritti umani e nel
recente tentativo di rimettere il bavaglio alla stampa d'opposizione,
con la minaccia di arresto di alcuni delle più autorevoli firme del
giornalismo indipendente egiziano, con l'accusa di aver sparso notizie
false sulla salute del Presidente e sulla sua successione. Tale
minaccia ha provocato lo sciopero di 22 tra le principali testate
giornalistiche del paese il 6 di ottobre.
La transizione eventuale dei poteri da Hosni Mubarak al figlio Gamal
potrebbe aprire il vaso di pandora delle tensioni accumulate in decenni
nella società egiziana. La crepa nella diga che il regime ha eretto per
arginare l'esplosione sociale.
11 ottobre 2007
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