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Dallo sciopero del maggio 2005 nulla è cambiato nelle condizioni dei
lavoratori dell’Ortomercato. Basta la tragica morte di Gennaro Infante
nel luglio del 2005, tranciato da un camion mentre scaricava la merce,
a smentire le roboanti promesse e gli impegni presi sulla carta dalla
So.ge.mi, dal Prefetto e dal sindaco di Milano.
La situazione nella quale sono costretti a vivere e lavorare i lavoratori dell’Ortomercato è inaccettabile: la frantumazione degli oltre 5000 dipendenti in centinaia di piccole cooperative, il massiccio ricorso al lavoro nero, l’assenza di qualsiasi tipo di controllo sul rispetto della legalità (l’Ortomercato è gestito per conto del comune dalla Sogemi) sono tutti fattori che padroni e padroncini hanno sempre sfruttato per avere a disposizione manodopera sottopagata e sotto costante ricatto. Nei due anni seguiti allo sciopero del 2005 i lavoratori si sono rivolti a più riprese alle istituzioni per denunciare la situazione di illegalità nella quale lavorano. Tante le promesse e le pacche sulle spalle, ma nulla è stato fatto. D’altro canto, proprio i lavoratori più attivi nel rivendicare i loro diritti sono stati fatti oggetto di minacce e di una serie di intimidazioni in pieno stile mafioso, sino a culminare nel tentato incendio all’abitazione di un sindacalista dell’ortomercato.
L’esasperazione dei lavoratori, accumulatasi nel corso di questi 2 anni, ha portato nella nottata tra domenica 7 e lunedì 8 ottobre uno sciopero riuscito in pieno che ha bloccato l’attività per oltre 12 ore e impedito l’accesso di centinaia di camion nell’area di scarico. Se alle 21.30 del 7 ottobre a bloccare i cancelli erano pochi lavoratori e alcuni compagni venuti dall’esterno a portare solidarietà, già poco dopo sempre più lavoratori incominciavano ad arrivare e sostenere la lotta. Alle 2.00 di notte erano centinaia i lavoratori presenti. A differenza di 2 anni fa, quando la presenza massiccia di forze dell’ordine ha impedito il blocco totale, questa volta a nessun camion è stato possibile accedere all’interno dell’area. Al contrario di quanto sostenuto da “rispettabili” quotidiani come La Repubblica il sostegno alla lotta non è stato il frutto di pochi esterni all’ortomercato, ma di un sostegno convinto della quasi totalità dei lavoratori italiani e immigrati. Anche i camionisti, questa volta, nonostante il disagio loro creato, hanno simpatizzato con i lavoratori comprendendo e sostenendo le loro rivendicazioni.
Su oltre mille lavoratori che prestano servizio nell’area nei turni interessati dallo sciopero solo una cinquantina sono entrati senza peraltro poter effettuare le operazioni di scarico.
Nella nottata, se la questura ha ritenuto opportuno evitare lo scontro diretto con i manifestanti per rimuovere i blocchi, da parte della Sogemi sono stati fatti dei tentativi perché l’azione terminasse. False assicurazioni di migliorare le condizioni di lavoro, di sanare le irregolarità, vuote promesse miste a minacce, che in un primo momento avrebbero potuto far vacillare molti lavoratori. Solo grazie al fatto che si è potuto discutere quanto stava succedendo con un’assemblea dei lavoratori si è potuto superare i tentennamenti e portare fino in fondo lo sciopero. Molto peso hanno avuto gli interventi appassionati dei dirigenti del movimento e la comprensione che lo sciopero stava avendo un successo eccezionale, gli operai hanno riacquistato fiducia nella loro forza capendo che aspettare le promesse significava cedere e solo il proseguo della lotta poteva portare a delle conquiste. Per la seconda volta in due anni la forza della classe operaia dell’Ortomercato di Milano ha mostrato le sue potenzialità e la propria unità.
Lo sciopero è diventato una realtà e ha avuto successo in primo luogo perché alcuni lavoratori che fanno parte del Malo (Movimento lavoratori dell’Ortomercato), invece che aspettare che qualche sindacalista si ricordasse di loro, senza perdersi d’animo e senza cedere alle tante minacce ricevute, in questi mesi hanno pazientemente discusso coi lavoratori non limitandosi a registrarne il disagio ma organizzando una mobilitazione che potesse dare delle soluzioni.
Di questo ovviamente televisioni e giornali ne hanno parlato poco e una volta che il clamore sortito dalla lotta si sarà sopito faranno ricadere le condizioni di questi lavoratori nel silenzio. I vertici sindacali, che si sono dovuti far vedere davanti ai cancelli, così come sono arrivati se ne sono andati. Questa generosa mobilitazione deve essere d’esempio per tutti quei militanti, quegli attivisti che tutti i giorni si trovano a dover combattere contro i peggioramenti dei lavoratori. Razzismo, lavoro nero, stipendi da fame possono essere combattuti se ai lavoratori si propongono obbiettivi e forme di lotta adeguate. Oggi i lavoratori hanno fatto parlare di se e hanno dato una dimostrazione che si può lottare, un passo decisivo per poter creare le condizioni per passare dalla denuncia alla conquista di condizioni dignitose.
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