Dopo più di un anno di trattative a vuoto, i lavoratori dell’Althea, azienda di Parma che produce specialità alimentari, non hanno ancora raggiunto l’accordo per il rinnovo del contratto integrativo.
I lavoratori negli anni scorsi hanno accettato di ridurre il premio produzione da 1200 euro a 650 lordi nel tentativo di far fronte a una crisi aziendale. Dopo aver firmato un accordo che consente fino a dicembre di questo anno di sforare il tetto del 20% di lavoratori a tempo determinato, tant’è che ora in azienda ce ne sono più del 50%, hanno deciso di rispedire al mittente le richieste di ulteriori peggioramenti al contratto proposte dal padrone.
L’azienda ha richiesto di istituire un salario d’ingresso per i nuovi assunti, togliere loro alcuni diritti acquisiti come il pagamento delle rette per l’asilo nido e la scuola materna, nonché il calcolo dei premi produzione in funzione del raggiungimento di parametri di produttività calcolati in base alle presenze; i lavoratori hanno risposto in maniera esemplare con una serie di scioperi che hanno visto un’adesione massiccia e determinata anche di lavoratori precari che hanno dovuto far fronte alle continue provocazioni e ai ricatti padronali.
Va innanzitutto sottolineato che tutta la sacrosanta rabbia operaia esplosa davanti ai cancelli della Althea è stata la conseguenza dei continui soprusi subiti dai lavoratori e dell’atteggiamento di chiusura da parte della direzione aziendale, che non solo ha rigettato la piattaforma presentata dai lavoratori, Rsu ed organizzazioni sindacali unitarie, ma ha avuto l’arroganza di presentare una contropiattaforma che peggiorerebbe le condizioni lavorative attuali.
La lotta di questi lavoratori ha avuto la solidarietà concreta di tante Rsu di varie aziende cittadine perché è chiaro per tutti come questo non sia un semplice rinnovo dell’integrativo di una fabbrica che riguarda solo i lavoratori dell’Althea, ma sia l’ennesimo attacco che i padroni vogliono portare alle condizioni di vita di tutti i lavoratori. Un eventuale sconfitta della vertenza creerebbe un precedente pericolosissimo che sarebbe certamente preso da esempio da altri padroni.
Perché la vertenza possa avere un esito positivo è tuttavia necessario un cambio di rotta sulle modalità di gestione della lotta. Non è certo proficuo che i lavoratori vengano a conoscenza dell’indizione di uno sciopero cinque minuti prima di timbrare il cartellino! È indispensabile che tutti i lavoratori vengano coinvolti nella gestione della vertenza con assemblee in cui si discutano le iniziative di lotta, si faccia il punto sulla vertenza e si tragga un bilancio delle azioni messe in campo. Crediamo che a questo punto si renda necessario uno sciopero che porti alla paralisi dell’intero settore agroalimentare, così come minacciato dai dirigenti sindacali. È necessario non ripetere gli errori che hanno portato alla sconfitta della vertenza alla Star, quando la lotta rimase isolata mentre era possibile creare un coordinamento dei lavoratori di tutte le fabbriche allora in lotta (es. Manzini) per arrivare a uno sciopero provinciale.
Vista l’asprezza della lotta riteniamo fondamentale che i lavoratori tornino a dotarsi di strumenti lotta adeguati come ad esempio la creazione di una cassa di resistenza, e intraprendano forme di lotta efficaci come gli scioperi a scacchiera che creano il maggior danno con minore perdita di salario.
La lotta paga! E questo lo dimostra chiaramente l’esempio della Terim di Modena, una delle principali produttrici di cucine d’Europa, che pochi mesi fa minacciava il licenziamento di 200 operai. La risposta dei lavoratori è stata immediata e dopo una dura lotta, che ha ricevuto la solidarietà delle fabbriche occupate in America Latina, la dirigenza aziendale ha deciso di cedere (vedi FalceMartello n. 203).
I padroni ogni giorno in ogni posto di lavoro conducono una lotta di classe spietata e senza scrupoli, a questi noi dobbiamo rispondere con gli stessi metodi: lotta dura.