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Fincantieri No alla quotazione in Borsa! Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Riatti   
lunedì 24 settembre 2007
Il governo Prodi ha inserito il progetto di quotazione in Borsa del 49 per cento di Fincantieri nel Documento di programmazione economica. Gli scioperi locali e nazionali dei lavoratori del gruppo hanno mostrato una forte ostilità alla privatizzazione. Nonostante questo il governo ha assunto un atteggiamento irremovibile, dimostrando quanto il centrosinistra sia fortemente ancorato agli interessi borghesi.

Fincantieri è oggi uno dei maggiori gruppi cantieristici al mondo, leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e di traghetti di grandi dimensioni. Si tratta di un’azienda pubblica controllata da Fintecna, una società finanziaria del Ministero dell’economia. Impiega in Italia 9.400 dipendenti e circa 15mila persone che lavorano nelle ditte d’appalto. La produzione si svolge in otto stabilimenti: le navi da crociera e i traghetti si costruiscono nei cantieri di Monfalcone (Gorizia), Marghera (Venezia), Sestri Ponente (Genova), Ancona, Castellammare di Stabia (Napoli) e Palermo; le navi militari nei cantieri di Riva Trigoso (Genova) e di Muggiano (La Spezia).

L’azienda non è indebitata e negli ultimi 7 anni ha sempre avuto bilanci in attivo. Secondo i dati de Il Sole 24ore Fincantieri ha chiuso il 2006 con un valore della produzione in aumento del 9,6 per cento a oltre 2,4 miliardi di euro, con un utile netto di 58,7 milioni (più 21% sull’anno precedente).

Oggi il governo Prodi vuole servire su un piatto d’argento questa ricchezza ai privati.

L’argomentazione principale per giustificare questa operazione è la presunta necessità di trovare soldi per finanziare i futuri investimenti. È stato presentato recentemente un piano industriale per i prossimi cinque anni di 800 milioni di euro, 600 milioni per investimenti tecnologici sui cantieri, mentre i restanti 200 milioni saranno destinati ad acquisizioni e joint ventures.

Davanti a questo gigantesco piano Sandro Bianchi, responsabile Fiom per la cantieristica navale, ha fatto notare come Fincantieri sia in realtà in grado di reperire in buona parte autonomamente queste risorse, dal momento che il bilancio 2006 si è chiuso con una liquidità netta di 173 milioni di euro, e ogni anno la capacità di autofinanziamento del gruppo è di circa 50-60 milioni all’anno (Liberazione 16 giugno). Le banche, la legge Finanziaria, gli aiuti speciali per il settore istituiti dall’Ue e il credito di imposta per i programmi di ricerca potrebbero reperire il resto del fabbisogno.

A preoccupare davvero i lavoratori del gruppo è anche l’acquisto di un gigantesco cantiere in Ucraina, la cui dimensione è pari a una volta e mezza tutti i cantieri italiani messi insieme.

Esiste il pericolo che in futuro una parte della produzione venga spostata all’estero con una conseguente perdita di posti di lavoro in Italia.

Del resto l’entrata in Borsa significa adeguarsi sempre più a quelle logiche del mercato che prevedono di attrarre capitali aumentando i profitti, costruendo gli scafi dove la mano d’opera costa meno, in una competizione spietata con i colossi asiatici. Il settore della cantieristica impiega tradizionalmente molti lavoratori e poche macchine, e quindi per l’estrazione del profitto sono ancor più determinanti il prolungamento della giornata lavorativa e il contenimento della retribuzione giornaliera.

Ma al pericolo delle esternalizzazioni si aggiunge quello del rischio dell’esposizione dell’azienda agli andamenti altalenanti della Borsa.

Chi pensa che il settore della cantieristica sia al riparo dal vento della speculazione finanziaria si sbaglia di grosso. Nei primi giorni di luglio la Borsa di Oslo ha visto il crollo di Aker Yards, un importante gruppo di cantieri navali, unica società europea del settore quotata in Borsa. Il titolo, nel giro di 48 ore ha perso il 35 per cento del suo valore, con una perdita di oltre 500 milioni di euro. Il crollo è stato innestato non da previsioni di perdite, ma dal semplice annuncio che i profitti stavano calando!


Gli operai scendono in lotta


Non è sfuggito ai lavoratori del gruppo il pericolo che questa operazione rappresenta per il loro posto di lavoro e per il loro futuro. Quando è stato chiaro che il governo aveva preso seriamente in mano l’ipotesi della privatizzazione in tutti gli stabilimenti si sono verificati degli scioperi molto partecipati che sono sfociati poi il 15 giugno nello sciopero nazionale del gruppo Fincantieri indetto dalla Fiom, dove tremila lavoratori dei cantieri italiani hanno sfilato a Roma, e dove una petizione contro la quotazione in Borsa sottoscritta da oltre il 70 per cento dei lavoratori del gruppo è stata consegnata ai rappresentanti dell’esecutivo. Il forte consenso attorno a questa raccolta di firme è tanto più significativo se consideriamo che i lavoratori Fincantieri iscritti alla Fiom sono meno del 35 per cento del totale. Fim e Uilm si sono dichiarate favorevoli alla quotazione in Borsa e hanno accusato la Fiom di aver assunto una posizione “ideologica”.

In realtà negli ultimi anni le privatizzazioni in Italia sono state un’occasione per i soliti volti noti del capitalismo italiano, per le banche e gli speculatori, di acquisire per pochi soldi imprese pubbliche e spremerne il massimo del profitto a spese dello stato, che ha perso settori strategici come le ferrovie, l’elettricità, la telefonia e la siderurgia.

“Non vogliamo fare la fine di Telecom” è il ritornello che si è sentito spesso nei cortei dei lavoratori del gruppo Fincantieri, che quindi stanno dimostrando molto più realismo di Fim e Uilm,

che invece appoggiando la privatizzazione hanno liberamente scelto di non servire “l’ideologia” degli operai, per servire invece “le idee” (e le tasche) del campo imprenditoriale.


Il ruolo di Rifondazione nella vertenza


Recentemente è stato formato il coordinamento nazionale dei lavoratori del Prc del gruppo Fincantieri. Rifondazione si è dichiarata apertamente contraria alla privatizzazione. Tuttavia l’intervento del partito in questa vertenza si scontra con alcuni limiti evidenti. La partecipazione del Prc al governo Prodi indebolisce quella che può essere l’autorità e la coerenza del partito fra i lavoratori, dal momento che mentre i nostri dirigenti si spendono a parole contro la quotazione di Fincantieri in Borsa, allo stesso tempo i deputati del Prc votano il Dpef.

Il governo Prodi ha dimostrato una chiusura totale a ridiscutere il provvedimento e ha inserito la privatizzazione di Fincantieri nel Dpef. A fine luglio però una risoluzione è passata per pochi voti al Senato e alla Camera che “rinvia la discussione sulla quotazione in Borsa dopo la predisposizione in tempi brevi di un piano industriale (condiviso dai sindacati) che, puntando sull’alto valore della produzione e del lavoro, eviti le delocalizzazioni delle produzioni verso l’estero.”

Per Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del Prc che si sta occupando della vertenza, “il parlamento ha accolto le richieste avanzate dai lavoratori e sostenute dalla loro mobilitazione e fatte proprie da Rifondazione Comunista”.

Non dobbiamo farci ingannare da facili specchietti per le allodole: il piano industriale “condiviso dai sindacati” diventerà carta straccia, una volta che la quotazione in Borsa modificherà gli assetti proprietari di Fincantieri.

Non possiamo condividere le parole di Zipponi riportate da Liberazione del 3 agosto quando dichiara che “il problema non è tanto la quotazione in borsa di un’impresa. Il problema è se la quotazione in borsa è il fine per cui si alienano parti di produzione oppure se è uno strumento per recuperare risorse da investire nell’industria”.

È necessario dotarsi di tutti gli strumenti di lotta per fornire ai lavoratori dei cantieri italiani uno spazio, un ambito nazionale per discutere democraticamente passo dopo passo lo sviluppo della vertenza. I lavoratori hanno dimostrato di avere le idee chiare e la volontà di lottare; dimostri lo stesso il Prc!

Bloccare la quotazione in Borsa è la priorità, ma è anche necessario aprire un dibattito su come le aziende pubbliche in Italia debbano essere sottoposte al controllo diretto dei lavoratori, che in Fincantieri costruiscono le navi, che producono quindi la ricchezza e che dunque devono contare più di tutti nelle decisioni dell’azienda: la loro voce deve poter decidere non solo quindi sul livello dei salari, non solo sul netto miglioramento delle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, ma anche sugli investimenti e sulle scelte strategiche del gruppo.

 
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