Nelle prossime settimane si avvieranno i dibattiti preparatori per il VII congresso del Partito della Rifondazione comunista, il cui percorso si dovrebbe concludere nei primi mesi del 2008.
È sotto gli occhi di tutti come il nostro partito arrivi a questo dibattito in condizioni di estrema difficoltà. Il nostro primo comandamento nell’affrontare la discussione deve essere una rigorosa aderenza ai fatti e alla realtà obiettiva: da queste difficoltà non si esce con qualche gioco di prestigio o con qualche trovata tattica.
1. Perché i rapporti di forza sono peggiorati
In questi ultimi 18 mesi i rapporti di forza sono drasticamente mutati a nostro sfavore. Questo arretramento può essere facilmente misurato su tutti i terreni principali: sociale, ideologico, politico.
Da un punto di vista economico e sociale, che è poi quello fondamentale, i fatti parlano da soli: non esiste un solo settore significativo dei lavoratori italiani, dei disoccupati, dei precari, che abbia potuto sperimentare un significativo miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita. Al contrario, vi sono stati due pesanti arretramenti con la firma dell’accordo sulle pensioni del 20 luglio scorso, che ha sostituito lo “scalone” Maroni con gli “scalini”, e con il protocollo del 23 luglio il quale in sostanza conferma la legge 30 e affossa definitivamente ogni ipotesi di serio contrasto al precariato. È di questi giorni la notizia che la crescita dei salari italiani è la peggiore da quattro anni a questa parte.
A questo grave arretramento sul terreno sociale ed economico corrisponde un altrettanto grave arretramento sul piano politico: le forze di sinistra perdono terreno fra i lavoratori, il movimento operaio nel suo complesso appare incapace di far sentire il proprio peso nella società: non può certo stupire che in questa situazione trovino facile spazio le campagne più reazionarie, da quelle del Vaticano contro i Dico fino alle periodiche ondate xenofobe: un giorno contro i lavavetri, un altro contro la costruzione di una moschea, il terzo si aggredisce un campo nomadi… in quest’aria irrespirabile prosperano le peggiori forze di destra e di estrema destra, incoraggiate dall’apparente scomparsa di ogni opposizione di sinistra e dalla completa subordinazione del centrosinistra a quest’onda di vera e propria reazione ideologica.
Infine, l’arretramento si può misurare sul diretto terreno dei rapporti tra le forze politiche: i risultati elettorali, i rapporti parlamentari, la capacità di iniziativa e mobilitazione dicono chiaramente che il Prc arretra in un’Unione che si sposta sempre più a destra mentre perde consensi da ogni lato.
In tutto questo non c’è nulla di inevitabile, di fatale o di obbligato. La paralisi che colpisce la sinistra e il nostro partito non è dovuta a cause “obiettive”, a processi strutturali, ma dipende direttamente dalle scelte politiche errate che in questi anni hanno condotto il nostro partito a diventare ostaggio di un governo completamente dominato dagli interessi padronali. Questa politica ha creato un vuoto completo di riferimenti credibili a sinistra; contribuendo in modo decisivo a spianare la strada all’avversario, dove per avversario dobbiamo intendere sia il fronte delle destre, sia il costituendo Partito democratico.
2. Il partito democratico e la sinistra
Il Pd può presentarsi come forza egemonica, sia pure all’interno di un centrosinistra in difficoltà, innanzitutto perché non ha seri avversari alla propria sinistra. È evidente come da un punto di vista strategico il Pd tende a distruggere o ad assorbire ogni forza che si ponga alla propria sinistra. Il “coraggioso” progetto di Rutelli – spremere il Prc come un limone per poi mandarci all’opposizione e allearsi con Casini e probabilmente anche con altri settori della Casa delle libertà – è in realtà, con questa o quella variante, la strategia di tutto il Partito democratico. Il fatto che Prodi sia contrario ad accelerare i tempi di un’operazione che come sottoprodotto causerebbe la fine anticipata del suo governo è una contraddizione reale ma secondaria, che alla lunga non può condizionare l’esito del processo in corso. Chiudere gli occhi di fronte a ciò, illudersi, come sembra fare il compagno Giordano, che sia sufficiente mettere Prodi contro Rutelli o Veltroni per impedire questa manovra distruttiva ai danni del Prc significa chiudere gli occhi di fronte a un pericolo mortale.
Il Pd rappresenta un nuovo tentativo di cancellare il Prc e ogni altra forza di sinistra che non sia completamente omologata alle necessità della classe dominante. La costituzione del Partito democratico ha creato indubbiamente uno scossone a sinistra, con la scissione di Sinistra democratica dai Ds. Tuttavia sarebbe illusorio pensare che poiché i Ds hanno rinunciato anche formalmente a caratterizzarsi come forza di sinistra, questo apra di per sé un grande spazio per il Prc. Fintanto che tutti i gruppi dirigenti della sinistra, cominciando con quello della Cgil e finendo con lo stesso gruppo dirigente del Prc, continuano a guardare sempre e soltanto alla propria destra, il Partito democratico pur rompendo i propri residui legami organici con il movimento operaio, sarà in grado bene o male di controllare per un periodo la situazione.
Per uscire da questo meccanismo micidiale è necessario che la classe lavoratrice esca dal suo attuale stato di relativa passività e si mobiliti in difesa dei propri interessi. Questo implica sia la prospettiva di una ripresa delle mobilitazioni sociali, sia una lotta per ricostruire quei punti di riferimento organizzati che rendano possibile una battaglia contro la deriva a destra che oggi sembra travolgere l’intera sinistra italiana.
Questo processo potrebbe fornire grandi possibilità a una forza come il Prc, ma solo a condizione che il nostro partito rompa con il governismo che ci subordina all’Unione e riconquisti la propria autonomia di classe, politica e organizzativa.
Da più parti, come conseguenza della nascita del Partito democratico, si sente parlare di “ricostruzione della sinistra”, “ricostruzione del movimento operaio”, ecc. Queste posizioni hanno un fondamento nella misura in cui tentano di affrontare le conseguenze della fondazione del Pd. Tuttavia due elementi fondamentali vanno aggiunti. Primo: questo processo di ricostruzione può fondarsi solo su un lavoro sistematico e paziente che si ponga l’obiettivo di basarsi su quegli elementi di opposizione sociale, innanzitutto nei luoghi di lavoro, che pure continuano ad esistere, che indubbiamente si faranno sentire sempre più forti nei prossimi anni, ma che vengono oggi lasciati completamente privi di qualsiasi punto di riferimento. Secondo: questo lavoro deve compiersi non solo senza, ma anche contro il Partito democratico, ossia da una posizione di opposizione sia all’attuale sistema bipolare, sia alla sua probabile evoluzione “neocentrista”. Ogni altra ipotesi finirebbe inevitabilmente nell’opportunismo e si condannerebbe al fallimento.
3. Il Prc e la sinistra
La controprova di quanto detto sopra ci viene offerta dagli avvenimenti che negli ultimi mesi hanno segnato il rapporto fra il Prc e la Sinistra democratica. Nonostante l’atteggiamento più che conciliante assunto dalla maggioranza di Rifondazione, infatti, ad ogni passaggio decisivo è emerso in modo chiarissimo come in assenza di una chiara strategia alternativa da parte del gruppo dirigente del Prc, la cosiddetta “unità d’azione” tra Prc e Sd sia destinata a trasformarsi nel suo esatto contrario: se c’è “azione”, non c’è “unità” e viceversa.
Primo esempio, la famigerata giornata del 9 giugno. In occasione della visita di Bush a Roma, la maggioranza del Prc sceglie, con un errore che sarà poi oggetto di una successiva autocritica, di non partecipare alla manifestazione di protesta, convocando un presidio su una piattaforma evasiva nel tentativo di coinvolgere anche la Sd, che però boicotta l’appuntamento.
Secondo esempio: sul disastroso accordo pensioni del 20 luglio e il successivo protocollo sul welfare del 23 luglio il Prc assume una posizione prevalentemente critica chiedendo modifiche di fondo e che non si aumenti l’età pensionabile. Viceversa, Mussi e compagni dichiarano di accettare tale accordo.
Terzo esempio: come conseguenza della divisione sulle pensioni, la manifestazione in programma per il 20 ottobre viene convocata su una piattaforma che, oltre ad essere largamente insufficiente, mantiene un silenzio assordante riguardo all’accordo del 20 luglio; nonostante questo ulteriore cedimento, Mussi dichiara la sua contrarietà ad andare in piazza.
Tutto questo non avviene per caso, né per la cattiva volontà di qualcuno: Sinistra democratica ha dichiarato a chiare lettere e del tutto apertamente fin dalla sua costituzione di considerare il Partito democratico come un alleato strategico. Su queste basi è inevitabile che ogni iniziativa che metta anche minimamente in discussione l’operato del governo Prodi non può che aprire una divisione nel campo della sinistra.
4. All’opposizione: un primo passo indispensabile
“Non possiamo far cadere Prodi perché ogni alternativa sarebbe peggiore: o Berlusconi, o un governo di grande coalizione”. Con questo argomento si risponde a chi, come noi, ritiene che il Prc debba innanzitutto rompere con questo governo. Si tratta però di un buon senso solo apparente e basta ragionare sulle prospettive future per capirlo.
Per semplicità formuliamo due ipotesi. Prima ipotesi: il governo prosegue sulla strada attuale: nessuna concessione alle rivendicazioni dei lavoratori, politica economica “rigorosa”, sgravi fiscali alle imprese, privatizzazioni, ecc. Il risultato inevitabile sarebbe un ulteriore distacco dalla propria base che porterebbe a nuovi rovinosi risultati elettorali, come già si è visto la scorsa primavera. Il ritorno al governo della destra sarebbe a quel punto inevitabile.
Seconda ipotesi: Prodi accetta di fare qualche apertura alle nostre richieste. In questo caso sarebbe la destra dell’Unione, i vari Dini, Bonino, Di Pietro, Mastella, ad insorgere e a preparare e basi per la caduta del governo. Ma queste figure non sarebbero altro che gli apripista di una svolta più generale del Partito democratico, che inevitabilmente aprirebbe una campagna a tappeto contro il Prc “irresponsabile ed estremista” preparandosi poi ad abbracciare non solo Casini, ma anche settori di Forza Italia mettendo in campo le famose alleanze di “nuovo conio” proposte da Rutelli. Fassino ha già candidamente spiegato che nel Nord Italia, dove l’Unione non supera il 40 per cento dei voti, è inevitabile cercare nuovi alleati nella destra se si vuole un giorno governare in Lombardia e Veneto. Queste politiche vengono già praticate dall’Ulivo, ad esempio nel consiglio regionale della Lombardia.
Anche la seconda ipotesi, quindi, implica che il Prc si ritrovi all’opposizione anche a prescindere dalla volontà del gruppo dirigente. Si aggiunga che in questa seconda ipotesi sarebbe probabile anche una rottura interna alla sinistra, con Sinistra democratica che rimarrebbe comunque nell’orbita del Partito democratico (quella che Rosy Bindi ha definito “l’anima governativa” che matura all’interno della “sinistra radicale”).
Su questo confermiamo quanto scrivevamo nel documento da noi proposto nel Comitato politico nazionale del 14-15 luglio scorsi:
“Non a caso la crisi strisciante del governo si produce oggi anche e soprattutto per lo sfaldamento del suo fianco destro: le spinte centriste di cui Rutelli è stato solo l’interprete più estremo, tendono a superare la “paralisi” del governo escludendone il nostro partito ed eventualmente altre forze di sinistra, a vantaggio di nuovi assetti del centrosinistra o di altre geometrie che incontrano l’incoraggiamento di Confindustria, primo referente di ogni dibattito nel nascente Pd. Su queste basi l’apprezzamento espresso da più parti nel nostro partito (a partire dal Presidente della Camera) verso la candidatura Veltroni appaiono del tutto incomprensibili, se si considera che giungono immediatamente dopo analoghi, entusiastici elogi di Montezemolo.
Rompere con la partecipazione a questo governo è necessario non solo per la sua politica antipopolare e la conseguente delusione di massa, non solo per impedire che il Prc venga risucchiato in una sinistra di governo subordinata al Pd, ma anche per contrastare il bipolarismo e l’alternanza tra due poli che sempre più appaiono strettamente aderenti alle politiche dettate dalla Confindustria, dal Vaticano, dall’Unione Europea e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Si aggiunga che l’attuale scenario favorisce la ripresa di posizioni di destra e di estrema destra capaci di capitalizzare fra settori popolari l’assenza di qualsiasi opposizione a sinistra in un contesto di continua pressione sulle condizioni di vita di milioni di persone.
L’alternativa reale non è tra rompere col governo e continuare la “sfida” (che peraltro finora ci vede sconfitti) con il Partito democratico all’interno del governo stesso, ma tra scegliere noi, nei modi e nei tempi necessari, di avviare una svolta e una battaglia di opposizione, oppure regalare alle forze centriste e confindustriali nostre avversarie la scelta del terreno e del momento in cui sferrare l’offensiva finale contro il nostro partito, offensiva che in presenza di un nostro continuo logoramento ci vedrebbe in enorme difficoltà.”
5. Verso il congresso: innanzitutto chiarezza!
Uscire da questa strettoia non sarà un compito facile, il congresso deve innanzitutto porsi il compito di coinvolgere i militanti in un dibattito chiaro, onesto, senza reticenze e diplomatismi. Il ritornello che da più parti sentiamo ripetere, secondo il quale “non possiamo rifare il congresso di Venezia” è da questo punto di vista un pessimo punto di partenza. Dire che non si può ripetere lo scorso congresso è o una completa banalità, oppure – cosa più verosimile – un modo per tentare di nascondere precise responsabilità politiche di un gruppo dirigente che ha portato il partito sugli scogli. È grave che l’area Essere Comunisti di Claudio Grassi, che rappresentava l’area di minoranza più consistente, si stia prestando a questo tipo di manovra giustificandola con appelli all’unità del partito che suonano come appelli alla reciproca assoluzione fra gruppi dirigenti che non intendono permettere un dibattito trasparente alla base.
Il congresso deve essere innanzitutto il momento della chiarezza delle proposte e delle analisi e delle posizioni politiche. La capacità poi di garantire una effettiva gestione unitaria, senza discriminazioni e ostracismi, che valorizzi le reali capacità e competenze di tutti i compagni a prescindere dalla loro collocazione in questa o quella mozione, è qualcosa che un gruppo dirigente dovrebbe coltivare nella vita quotidiana del partito. Al di là di proclami e belle parole, in questi tre anni abbiamo potuto misurare direttamente e corposamente fino a che punto si sia lontani da questo obiettivo, e la dilagante istituzionalizzazione non ha certo migliorato le cose; né da questo punto di vista abbiamo visto differenze rilevanti fra l’area di maggioranza e quelle minoranze che localmente si siano trovate nella posizione di gestire questa o quella federazione.
Il dibattito sulla cosiddetta “Cosa rossa” è l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere. La realtà è che l’unica posizione espressa finora con chiarezza è quella di chi, come Alfonso Gianni, ha detto chiaramente che l’obiettivo deve essere quello di fondere Prc, Pdci e Sinistra democratica in un unico partito della sinistra “senza aggettivi”. Una posizione liquidatoria, ma che ha perlomeno il pregio della chiarezza. Tutti gli altri protagonisti del dibattito interno alla maggioranza del partito giocano a nascondino con frasi quali “soggetto unitario e plurale” “federazione sul modello Flm” e chi più ne ha più ne metta. Il senso di queste formulazioni non è quello di tracciare una proposta chiara sulla quale ogni militante possa confrontarsi, ma al contrario quello di coprirsi dalle critiche confondendo le acque. Giordano usa questa fraseologia per dare ad intendere che non cede a chi vuole sciogliere il Prc, come se parlare di “federazione” fosse sufficiente a salvaguardare il futuro politico di Rifondazione. Grassi, a sua volta, dice ai suoi sostenitori: “vedete, non è vero che abbiamo capitolato di fronte alla maggioranza, anzi ora si parla di federazione e di ‘soggetto plurale’ grazie al fatto che unendoci a Giordano stiamo facendo argine alle spinte più liquidazioniste”.
Va detto con chiarezza: sono solo fiumi di parole al vento. Il Prc rischia la liquidazione non perché c’è un complotto nascosto chissà dove, ma perché una maggioranza (la più ampia da almeno 12 anni!) del gruppo dirigente sta annegando il partito nel governismo, gettandolo nel più completo marasma politico, programmatico, ideologico e organizzativo.
Le nostre forze devono essere al servizio di una battaglia a tutto campo nel congresso imminente contro questa deriva e a fianco di tutti coloro che non si rassegnano a questa prospettiva.
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