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Sardegna Il Prc deve opporsi al presidenzialismo Stampa E-mail
Scritto da Mauro Piredda   
luned́ 24 settembre 2007

Con il voto dei consiglieri di Rifondazione comunista (compresi i confluiti nel nuovo gruppo consiliare “Sinistra autonomista”), il 7 marzo 2007 è stata approvata dal Consiglio regionale della Sardegna la cosiddetta Legge statutaria. Non avendo raggiunto i due terzi necessari, il 21 ottobre un referendum chiamerà i sardi ad esprimersi su questa legge che conferma il presidenzialismo, dando così maggiori poteri al presidente della Giunta.

La ragione che ha giustificato il voto favorevole dei nostri consiglieri è rappresentata da “un interessante sistema di contrappesi” che, a detta loro, renderebbero questo presidenzialismo meno peggio di quello attualmente previsto per le Regioni a statuto ordinario.

È bene ricordare innanzitutto che il nostro partito, da sempre con vocazione antipresidenzialista, e quindi antiverticistica, non ha coinvolto la propria base su una tema così importante. Il gruppo dirigente si è dimenticato di applicare il contrappeso cardine alla “crisi della politica” quello della partecipazione della base.

Ancora una volta, la tanto sbandierata crisi della politica altro non è che la crisi della sinistra che, impossibilitata ad essere allo stesso tempo di governo e di lotta, tende sempre più ad essere uno strumento di contenimento e di riduzione del danno. Ma è poi veramente così?

Uno di questi contrappesi indicati dai compagni è il riconoscimento del Consiglio regionale come “organo rappresentativo del popolo sardo” mentre il presidente, eletto direttamente, mantiene “l’unità di indirizzo politico”.

La statutaria mantiene la regola del “aut simul stabunt, aut simul cadent” (“come insieme stanno, così insieme cadono”): attraverso una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente, o attraverso le sue volontarie dimissioni (la cui minaccia può viziare l’orientamento di voto, anche se un voto contrario del Consiglio regionale su una singola proposta non dovrebbe comportare l’obbligo di dimissioni) il Consiglio regionale è automaticamente sciolto e si indicono nuove elezioni.

Ma quale funzione di controllo può avere un consiglio regionale dove nei singoli consiglieri è maggiore il timore di finire anzitempo, col rischio di non essere rieletti, anziché lo scrupolo di comportarsi in modo conforme ai valori del proprio partito?

è un caso se Soru ha quasi minacciato le dimissioni proprio al riguardo, pochi giorni prima dell’approvazione? è un caso che, sempre fino a pochi giorni prima del voto, esponenti del Prc hanno sostenuto che non avrebbero votato “mai una norma di legge sul presidenzialismo”? Proprio un bel contrappeso… che rimane intatto nel suo splendore!

Non essere rieletti, soprattutto in Sardegna, equivale a non vedere più quella bella cifretta che ogni mese entra nelle tasche del consigliere; essere “sciolti” prima dello scadere naturale della legislatura equivale a non incassare 117.000 euro di buonuscita. Questa non è apologia del pauperismo, ma la semplice consapevolezza di come l’istituzionalismo più sfrenato eserciti una pressione condizionante sui vertici del movimento operaio.

I consiglieri Uras, Pisu e Davoli addolciscono il tutto presentando una proposta di Legge Costituzionale atta a ridurre il numero di consiglieri. Dunque, in cambio di 20 consiglieri in meno ecco legittimato il presidenzialismo!

Ma che fare al referendum? Il Comitato politico regionale, in data 10 settembre, ha deciso (con 39 voti a favore e con 9 contrari) che si deve votare Sì, per le stesse ragioni adottate a livello consiliare, senza che precedentemente si siano messi in moto dei meccanismi di ascolto della base. D’altronde, stando al documento di maggioranza approvato al Cpr, “il tempo restante che ci separa dalle elezioni regionali del 2009 di fatto non consentirebbe alcuna ripresa del dibattito su una nuova Legge statutaria nei prossimi mesi. Con ogni probabilità, perciò, si andrebbe al voto e a una nuova legislatura nella condizione peggiore, ovvero con la conservazione dell’esistente forma di governo”. Si abdica ad ogni tentativo in tal senso, non si pensa neanche minimamente al fatto che adottando provvedimenti di questo genere ci stiamo allontanando sempre di più dai nostri elettori e non si pensa che con questa scelta il partito aumenta il divario tra la testa istituzionale e il corpo militante; il pensiero è già alla nuova legislatura, e ovviamente, alle prossime candidature. E se gli elettori, anche alla luce di un istituzionalismo che fagocita le nostre ragioni, premiassero una destra sempre più aggressiva, come la mettiamo con un meccanismo che lascia nelle mani di un solo uomo tutti questi poteri?

Verrebbe da dire “chi ha tempo non aspetti tempo” per recuperare il terreno perduto e per invertire rotta; se pensiamo che dobbiamo approvare quello che ci passa il convento perché non abbiamo i numeri per cambiare lo stato di cose, quei numeri non li avremo mai, anzi, li perderemo.

 
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