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Il 29 giugno, poco più di un mese prima dell’inizio dei crollo di Borsa legati alla crisi dei mutui Usa, l’Economist scriveva: “Ci sono un gran quantità di segnali inquietanti. Il mercato delle abitazioni, che da tempo è il principale puntello del boom dell’economia americana, è in flessione. Le inadempienze nel mercato dei prestiti subprime sono sempre più preoccupanti”.
Per prima cosa verrebbe da chiedersi perché i “cervelli” della City in grado di comprendere gli intricatissimi processi della finanza mondiale non abbiano diffuso la notizia o lanciato l’allarme.
I mutui subprime sono prestiti “ad alto rischio” che vengono erogati a persone senza reddito fisso e senza patrimoni. Quindi, cosa hanno cercato di raccontarci i giornalisti borghesi? La crisi sarebbe stata originata dal fatto che il credito è stato di manica larga. Le banche, insomma, sono state troppo benevole e generose! Niente di più fuorviante e lontano dalla realtà!
Nel tentativo di raschiare il fondo del barile, i capitalisti coltivavano l’illusione che espandendo il credito e i consumi si potesse eludere una crisi di sovrapproduzione che appariva sempre più minacciosa all’orizzonte. Ma come sempre queste misure servono solo a rimandare la crisi e renderla più acuta. La possibilità di accedere facilmente al credito con tassi d’interesse relativamente bassi, ha incrementato i prezzi delle case in modo costante creando una bolla speculativa di dimensioni enormi. Finché la bolla funzionava, tutto sembrava inarrestabile. Normalmente negli Usa succede che la casa faccia da garanzia per tutte le altre spese. Il proletario americano ipoteca la propria casa per comprarsi l’automobile o per pagare gli studi dei propri figli. Attorno alla bolla immobiliare cresceva così il Pil americano, la cui crescita dipende per i due terzi proprio dai consumi.
Dietro alla bolla c’era anche la politica della Federal Reserve che dopo il 2001 aveva abbattuto quasi a zero i tassi d’interesse, favorendo l’indebitamento massiccio che ora, coi tassi in risalita, è esploso.
I mutui sono diventati più cari e, in un contesto in cui quasi il 15% del reddito medio di uno statunitense viene utilizzato per pagare i debiti contratti, le insolvenze hanno cominciato ad aumentare rapidamente. Gli istituti di credito si sono ripresi le case degli insolventi, ma questo processo è arrivato ad un livello tale per cui le banche non hanno più trovato persone in grado di ricomprare gli immobili. Ciò ha comportato il calo dei prezzi delle case. Nel solo secondo trimestre del 2007, quindi ben prima che scoppiasse la crisi dei mutui subprime, il prezzo delle case negli Stati Uniti era sceso già del 3,2%. Il meccanismo si è dunque rotto e ciò rischia di avere serie ripercussioni sulle capacità di consumo degli statunitensi, da cui dipende buona parte della crescita mondiale.
Da crisi del genere, dicono alcuni saggi economisti borghesi, potremo uscire solo attraverso una più alta “alfabetizzazione finanziaria” dei mutuatari, ovvero dei lavoratori che non arrivando con il proprio salario alla fatidica “terza settimana” si vedono costretti ad accedere a diverse forme di prestito. Dovremmo quindi cercare di informarci di più e meglio riguardo ai “prodotti finanziari” esistenti sul mercato per scegliere quelli realmente più vantaggiosi, meno rischiosi e magari più “etici”. Questa “saggia” ipocrisia serve solo a gettare fumo negli occhi e nascondere le vere responsabilità che sono intrinseche nello stesso sistema bancario capitalista. È incredibile il livello a cui è giunta la speculazione finanziaria, ma sta di fatto che per ricavare liquidità letteralmente “dal nulla”, i mutui sono stati a loro volta scaricati dalle banche sui fondi di investimento. Insomma, per intenderci, i titoli di questi “crediti” ad alto rischio di insolvenza sono stati acquistati con le pensioni (e il Tfr!) dei lavoratori. Altro che alfabetizzazione finanziaria ci vorrebbe, qui si sta parlando di un partita di giro che vede le banche ed i grandi investitori (assicurazioni private in primis) sempre in attivo ed i lavoratori frodati su tutti i fronti. In tutto questo, nessuna “autorità” è mai intervenuta per regolamentare o chiarire la correttezza di tali operazioni.
La Federal Reserve è di proprietà di banche e assicurazioni private esattamente come la Banca d’Italia e come qualsiasi altra banca centrale. Una vera “alfabetizzazione finanziaria” dovrebbe portarci quindi a concludere che l’unico modo che abbiamo per tutelare il denaro derivante dal nostro lavoro è quello che passa per la nazionalizzazione delle banche sotto controllo dei lavoratori come passo verso una gestione socialista, una reale gestione collettiva e democratica della ricchezza, delle risorse e della produzione.
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